Critica testuale – Una normativa interna al testo

R. Dupont-Roc, Il metodo della critica testuale, in D. Marguerat (a cura di), Introduzione al Nuovo Testamento, Claudiana, Torino 2004, pp. 524-529
Un certo numero di principi o di regole pratiche servono spesso come criteri; bisogna utilizzarli con prudenza e destrezza, poiché in questi campi non c’è una regola assoluta:
– lectio brevior: la lezione più breve è la più probabile; gli scribi hanno sempre avuto la tendenza a precisare, a spiegare per facilitare la lettura;
– lectio difficilior: per la stessa ragione, la lezione più difficile è la più probabile; si corregge un testo per renderlo più accessibile e non per renderlo oscuro!
– lectio difformis: nei passi paralleli dei vangeli, sarà preferita una versione differente poiché sfugge alla tendenza generale all’uniformazione;
– lectio quae alias explicat: infine, bisogna sempre preferire la lezione che ­spiega le altre e che può essere indicata come «variante-fonte». Tischendorf riteneva che fosse «la prima tra tutte le regole»; ingloba tutte le altre e deve essere considerata come il criterio essenziale per stabilire il testo. L. Vaganay la chiamava, con spirito, il «filo d’Arianna» del testualista.
Mostreremo con qualche esempio che queste regole restano sempre indicative, e che il testualista entra in dialogo con la critica letteraria, tenendo conto del contesto vicino, del vocabolario e dello stile propri di un autore, e a volte anche del progetto letterario e teologico di un’opera.

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