San Basilio di Cesarea

San Basilio di CesareaCappadocia

Dal suo trattato “Lo Spirito Santo”,

tr. it. a cura di Giovanna Azzali Bernardelli, Città Nuova, Roma 1993, pp. 86-92; pp. 106-108 

(Ad Anfilochio): “[…] Quel che di te più ammiro è che tu metti avanti le tue domande non, come fanno oggi giorno i più, per mettermi alla prova, ma unicamente per trovare la verità. Vi è una quantità di gente che orecchia per spiare e fa domande senza tregua. Ma è veramente difficile trovare un’anima che ami il sapere e che cerchi la verità per guarire dall’ignoranza. Come una rete di cacciatori e un agguato di combattenti le domande di molti nascondono l’inganno predisposto ad arte. Essi mettono avanti delle questioni non per trarne profitto, ma così da credere, se non trovano le risposte di loro gradimento, di avere in questo un giusto pretesto di guerra.

Se si giudicherà saggio lo stolto che domanda, quanto giustamente apprezzeremo il discepolo penetrante, accostato dal profeta “al consigliere ammirabile”? È giusto stimarlo degno di ogni approvazione, incoraggiarlo a progredire, partecipando al suo interesse e condividendo ogni sforzo con lui che si impegna per arrivare alla perfezione. Ascoltare non alla leggera la lingua della teologia, ma sforzarsi in ogni parola e in ogni sillaba di scoprire il significato nascosto, non è di persone restie alla pietà, ma di persone che percepiscono lo scopo della nostra vocazione: a noi è proposto di rassomigliare a Dio, per quanto sia possibile alla natura dell’uomo.

Ma la somiglianza non esiste senza conoscenza e la conoscenza dipende dagli insegnamenti. Principio dell’insegnamento è la parola. Ma parti del discorso sono sillabe e parole. Di conseguenza, non  è fuor di proposito l’analisi delle sillabe. Questioni insignificanti, all’apparenza, ma non per questo trascurabili. Anzi, proprio perché la verità è difficile da cacciare, dobbiamo farle la posta da ogni parte.

Se infatti alla pari delle arti l’acquisizione della pietà cresce a piccoli passi, nulla deve essere trascurato da coloro che sono introdotti alla sua conoscenza. Così, se qualcuno disprezzasse come insignificanti le prime lettere dell’alfabeto non potrebbe mai raggiungere la perfezione della sapienza.

“Sì” e “no” sono due sillabe, ma spesso il migliore dei beni, la verità, e la menzogna, estremo limite della malizia, sono racchiuse in queste brevi parole.

E perché dico queste cose? Già qualcuno dei martiri di Cristo, per avere anche solo annuito con la testa, fu ritenuto pienamente adempiente al delitto della pietà. Se è così, quale espressione teologica è così breve da non avere un peso determinante “o pro o contro”?

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Se non passeranno né uno iota né un punto della Legge, come potrebbe essere sicuro per noi trascurare anche le minime espressioni? Ebbene, queste parole sulle quali tu ci hai chiesto i nostri chiarimenti, sono insieme brevi e importanti; brevi quanto alla concisione della pronuncia, e perciò anche di nessun conto; importanti quanto alla forza del significato, a somiglianza del grano di senape, che pur essendo il più piccolo dei semi sarmentosi, se circondato di cure appropriate, dispiegando la forza che contiene, è capace di elevarsi in altezza.

E nel caso che qualcuno sorrida vedendo la nostra sottigliezza, per dirla col salmo, a proposito delle sillabe, sappia che raccoglierà un frutto inutile dal suo riso. Quanto a noi, senza piegarci alla critica degli uomini, e senza abbatterci per il loro disprezzo, non desisteremo dalla ricerca.

Sono tanto lontano dal vergognarmi della piccolezza di queste particelle che, se arrivassi anche soltanto a percepire in minima parte il loro significato, me ne rallegrerei con me stesso, come per aver grandemente meritato e al fratello che ricerca insieme con noi direi che non gliene è venuto un vantaggio di poco.

Poiché dunque vedo che una contesa della massima importanza verte su brevi parole, per la speranza del vantaggio non mi rifiuto alla fatica, persuaso che il trattarne sarà fruttuoso per me e per gli uditori presenterà un profitto durevole.

Perciò, proprio con l’aiuto dello Spirito Santo – non c’è bisogno di dirlo – verrò ormai alla spiegazione. E se vuoi che mi incammini nella trattazione, mi rifarò un po’ indietro, all’origine del problema.

Di recente, mentre pregavo col popolo, terminavo la dossologia a Dio Padre in due diversi modi, talora dicendo: “INSIEME AL FIGLIO, CON LO SPIRITO SANTO”, talora invece dicendo: “PER MEZZO DEL FIGLIO, NELLO SPIRITO SANTO”. Alcuni dei presenti lo osservarono e ci accusarono di avere usato formule insolite e per giunta fra loro contraddittorie. Ma tu, per la loro stessa utilità, o, nel caso che essi siano del tutto inguaribili, per salvaguardare chi li frequenta, ci hai richiesto di pronunciare un insegnamento chiaro sull’importanza di queste formule. Ormai procederemo rapidamente, dal momento che siamo d’accordo sull’origine della controversia.

“[…] La ristrettezza mentale di questa gente relativa alle sillabe e alle parole non è così ingenua quanto può sembrare, né produce un danno da poco: persegue, anzi, un proprio intento profondo e coperto contro la pietà. Essi si accaniscono, infatti, nel difendere la diversità nelle espressioni che riguardano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per dedurne facilmente anche la dimostrazione della differenza di natura. Si attengono a un vecchio sofisma escogitato da Ezio, il fondatore di questa eresia (ANOMEI)[1], che scrisse in qualche parte delle sue lettere: “Degli esseri dissomiglianti per natura, si parla in modo dissimile”, e, inversamente, “gli essere di cui si parla in modo dissimile, sono dissimili per natura”. E, a conferma della sua affermazione, tirava dalla sua l’Apostolo, che dice: “Unico è Dio e Padre, dal quale sono tutte le cose, e unico è il Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose” (1Cor 8,6).

Turchia

Così nello stesso rapporto in cui si trovano le parole l’una rispetto all’altra, si troveranno, egli dice, anche le nature da esse significate. Ora, diverso è dire “colui dal quale” da “colui per mezzo del quale”: diverso dunque dal Padre deve essere anche il Figlio. Da questo vaneggiamento dipende la sottigliezza di questa gente sulle espressioni proposte. Da qui assegnano a Dio Padre, come un privilegio riservato, “colui dal quale”, e al Figlio e Dio “per mezzo del quale”, allo Spirito Santo “nel quale”.

Asseriscono anche che non si deve mai cambiare l’uso di queste formule, perché – come ho detto – sia manifesta con la differenza dell’espressione insieme anche la differenza della natura. Ma non sfugge che nel loro cavillare sulle formule mirino a conservare alla dottrina ereticale tutto il suo vigore.

Essi vogliono dunque che “dal quale” significhi l’artefice, “per mezzo del quale” l’aiuto o lo strumento, “nel quale” il tempo o lo spazio, perché non si pensi all’artefice dell’universo come più degno d’onore che un semplice strumento e sia chiaro d’altra parte che lo Spirito Santo non apporta agli esseri niente più che la componente dello spazio e del tempo.

[…] Li ha condotti a tale doppiezza anche l’osservazione degli uomini di cultura esterni, i quali hanno assegnato le formule “dal quale” e “per mezzo del quale” a cose distinte per natura. Costoro credono che “dal quale” indichi la materia, “per mezzo del quale” suggerisca lo strumento oppure, in generale, l’aiuto.

Ma c’è di più: che cosa impedisce infatti, dopo avere riassunto tutta la dottrina di quei filosofi, di criticare in breve l’incoerenza con la verità e il disaccordo di questi uomini con quegli stessi pensatori? I seguaci della vana filosofia, spiegando diversamente la natura della causa, e distinguendone i significati particolari, parlano di cause originanti, di cause cooperanti o di concause e di cause perfezionanti. Per ciascuna di esse definiscono pure una espressione caratterizzante. Così viene designato in un modo l’artefice e in un altro lo strumento. All’artefice conviene – essi credono – “dal quale” (agente): asseriscono infatti che correttamente si dice che il banco è fatto dal costruttore; allo strumento invece “per mezzo del quale”. Per mezzo, infatti, dell’ascia e del trapano e degli altri strumenti. Ugualmente, essi stabiliscono anche la formula “dal quale” (derivazione), come propria della materia: un oggetto infatti è prodotto dal legno. “Secondo il quale” indica il progetto o l’esemplare proposto all’operatore.

O infatti egli si è bene impresso nella mente il progetto ed è così venuto traducendo in opera l’idea, oppure, guardando all’esemplare sottopostogli, egli dirige la sua azione a somiglianza di quello.

Basilio e Gregorio

“Per il quale” pretendono che sia in relazione al fine: per l’utilità delle persone, infatti, il banco è stato costruito.

“Nel quale” indica il tempo o lo spazio. “Quando invero è stato fatto?”. In questo tempo. “E dove?”. In questo luogo. Anche se queste circostanze non aggiungono nulla a ciò che viene fatto, senza dubbio non è possibile che l’oggetto venga fatto senza di esse. Per chi opera, infatti, c’è bisogno di uno spazio e di un tempo.

Queste sono le cose che costoro hanno imparato e ammirato, osservazioni prodotte da vana e vuota doppiezza e che essi applicano alla dottrina, semplice e senza artifici, dello Spirito, per sminuire da una parte il Dio-Verbo e dall’altra per eliminare lo Spirito Santo. Essi, invero, non esitano ad attribuire al Signore dell’universo l’espressione riservata dai pensatori esterni agli strumenti inanimati o ad un servizio assolutamente alla mano e umile: dico la formula “per mezzo del quale”; e non si vergognano, questi che pure sono cristiani, di attribuire all’artefice della creazione un’espressione idonea ad una sega o ad un martello […].

[…]: Contro chi dichiara che non è conveniente dire del Figlio “CON IL QUALE”, ma “PER MEZZO DEL QUALE”:

Che risponderemo noi a tali affermazioni? Beati gli orecchi che non vi hanno udito e i cuori che si sono conservati illesi dai vostri discorsi.

Ma a voi che amate Cristo, io dico che la Chiesa riconosce ambedue gli usi e non ne rifiuta alcuno, quasi fosse demolitore dell’altro. Che se contempliamo la grandezza della natura dell’Unigenito e la eminenza della sua dignità, noi attestiamo che egli ha la gloria “INSIEME COL” Padre.

Quando poi pensiamo all’abbondanza dei suoi benefici e quanto ha speso per procurarceli, o al nostro accesso a Dio e alla nostra familiarità con lui, confessiamo che per mezzo di lui e in lui agisce in voi questa grazia. Così la formula “col quale” è più adatta a chi rende gloria, l’altra “per mezzo del quale” è preferibile per chi rende grazie.

Falso è inoltre anche questo: che la formula “con il quale” sia estranea all’uso dei benpensanti. Quindi, per fermezza di carattere, alla novità preferirono la venerabile antichità, e custodirono inalterata la tradizione dei padri; che siano di campagna o di città, usano questa espressione. Ma quelli che ne hanno abbastanza delle consuetudini e si ribellano contro le tradizioni come contro cose stantie, costoro accolgono le innovazioni, come nell’abbigliamento: chi ama apparire preferisce sempre l’ultima moda a quella tradizionale. Potrai dunque vedere ancora in uso presso gli abitanti della campagna la formula tradizionale. Le parole di questi tecnologi dell’espressione, spalmati d’olio (come gli atleti) per le battaglie verbali sono invece coniate col sigillo della nuova sapienza.

Quello che dicevano i nostri padri, noi invece lo ripetiamo: che cioé la gloria è comune al Padre e al Figlio: perciò noi eleviamo la nostra dossologia “AL PADRE CON IL FIGLIO”.

Ma non ci basta questo, che sia una tradizione dei padri: anch’essi, infatti, si adeguarono all’intenzione della Scrittura traendo i principi dalle testimonianze che poco fa ne abbiamo tratto per voi.

Lo splendore lo si pensa insieme alla gloria; l’immagine insieme al modello, così il Figlio, in ogni caso, insieme con il Padre: infatti né la consequenzialità delle parole, né tanto meno la natura delle cose, sopportano la separazione […]”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino


 

[1] Gli Anomei affermavano che il Figlio fosse dissimile (anόmoios) dal Padre. Il fondatore di questa eresia è appunto Ezio (N.d.R.).

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