Teologia del corpo

 

– La Casa di Miriam Torino –

STUDIO TEOLOGICO SULLA TEOLOGIA DEL CORPO DI GIOVANNI PAOLO II

 

(La Casa di Miriam inizia qui la presentazione di uno studio teologico sulla Teologia del corpo di Giovanni Paolo II, estratto dalla tesi di Laurea di Francesco Gastone Silletta, riconoscente a questo Pontefice del contributo personale offerto in maniera inarrendevole alla salvaguardia della retta dottrina in materia della differenziazione sessuata maschio-femmina. Il nostro studio è tratto da una nostra tesi di Laurea in Teologia intitolata: “La differenziazione maschio-femmina nella Teologia del corpo di Giovanni Paolo II“. Lo studio è adattato alle finalità del nostro blog, anche in quanto all’esposizione formale. In una sezione speciale, in bacheca, verrà presentato a giorni l’intero documento, qui soltanto introdotto).

 

PARTE PRIMA

La differenziazione sessuata prima del peccato originale

 

1. La preistoria teologica dell’uomo storico: l’uomo “in principio”

Tutte le verità concernenti l’essenza umana sono contenute nella Rivelazione. Tra queste verità è inclusa la creazione dell’uomo maschio-femmina ad immagine di Dio (Gen 1,27), la cui presa di coscienza è per l’uomo stesso il fondamento per il proprio auto-conoscersi e quindi auto-distinguersi nel creato.

La creaturalità spazio-temporale dell’uomo, infatti, proprio nella bi-morfologia sessuale è il punto basilare di quell’antropologia adeguata tanto propugnata da Giovanni Paolo II, poiché essere creatura implica un’origine divina dell’uomo e una sua totale dipendenza in ordine all’essere unicamente da Dio, al di fuori di qualsiasi evoluzione o tecnica[2] . La Rivelazione permette così all’uomo di scoprirsi tale nel proprio essere, attraverso un duplice racconto della creazione costituito da due parti tra loro anacronistiche ma tuttavia non per questo antitetiche. Due tradizioni diverse, infatti, l’una costituitasi in ambiente sacerdotale, l’altra in ambiente cosiddetto “Jahvista”[3], offrono il quadro della creazione del cosmo e dell’uomo secondo parametri immanenti al contesto storico-sociale entro il quale vengono elaborate, e ciò nonostante ermeneuticamente trascendenti la limitata epoca storica di composizione.

Ciò che emerge essenzialmente è il mistero della creazione dell’uomo, maschio-femmina, immagine di Dio pur dentro una costitutiva “incarnazione” umana che lo differenzia da Dio stesso e dal creato. È il “principio” genesiaco che tanta importanza assume non solo in questa ma in qualsivoglia trattazione sul mistero della creazione. Ciò diventa ancor più oggettivo meditando le parole di Cristo: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?. Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,4-7).

Il contesto storico di queste parole ci porta nella diatriba fra Gesù e i farisei circa la liceità del divorzio, che i farisei stessi rivendicavano in nome della Legge di Mosè. Tuttavia qui interessa non tanto l’evolversi di questa questione, bensì il rimando di Cristo a quel “principio” per riferirsi al quale egli stesso utilizza a più riprese il testo genesiaco. Più avanti, infatti, asserisce ancora: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma in principio non fu così” (Mt 19,8). Il dna dell’essere creatura umana sembra dunque essere contenuto proprio in quel versetto genesiaco: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

La brevità di questo passo biblico è tuttavia una sintesi perfetta e radicale di ciò che l’uomo è ontologicamente: creatura-immagine nella differenziazione sessuata maschio-femmina. È questa la preistoria teologica a cui Cristo stesso rimanda. Qui l’uomo viene chiaramente distinto dal cosmo creato, poiché solo di lui si dice che è “immagine e somiglianza” di Dio; tuttavia, anche allacciandosi all’altro racconto della creazione, quello Jahvista contenuto in Gen 2 che colloca l’origine dell’uomo entro i sette giorni della creazione, l’uomo stesso è un corpo, l’immagine di Dio che egli rappresenta ha comunque una natura corporea: “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gen 2,7). L’uomo è creato da Dio ma è comunque e palesemente “altro” dal suo Creatore.

I due racconti della creazione sono sostanzialmente diversi tra loro quanto al carattere narrativo ed al genere letterario. Il più antico, quello Jahvista, presenta un Dio-Creatore dai tratti evidentemente antropomorfizzati e tuttavia, nonostante alcuni elementarismi letterari, espone più in profondità l’opera della creazione costituendo “la più antica descrizione e registrazione dell’auto-comprensione dell’uomo, e insieme al capitolo 3 è la prima testimonianza della coscienza umana”[4]. Il primo racconto, invece, sorprende per la capacità sintetica con il quale viene presentato e si manifesta decisamente più teologico. Qui la differenziazione sessuata maschio-femmina è descritta come immediata, segue un unico atto creativo di Dio (“maschio e femmina li creò”), mentre la versione Jahvista procede descrivendo separatamente la creazione dell’uomo rispetto a quella della donna. La prospettiva di questo racconto è metafisica, lo stesso Gesù nel suo riferimento al “principio” sopra riportato allude ad una condizione dell’essere spirituale più che non ad una morfologia naturale. È l’uomo immagine, nella dualità maschio-femmina, che trova in tale reciprocità ontica la sintesi, si potrebbe dire “l’espressione” unica nel cosmo del suo essere immagine della Trinità.

Tale essere immagine, perciò, si esprime e concretizza tanto nell’uomo quanto nella donna, in una dualità sostanziale al di fuori della quale perde di significato lo stesso parlare di “creazione dell’uomo”. Questa dualità, infatti, contiene un’altra grande verità antropologica, cioè l’essere immagine – in relazione. L’essere creato maschio-femmina include uno status ontologico dal carattere fortemente relazionale: nella sua relazione con il partner dell’altro sesso la creatura umana esperimenta e comprende se stessa, come si vedrà più dettagliatamente più avanti, nel proprio essere persona e per questo libera, avente una dimensione spirituale oltre che corporale, storica e sociale[5]. Per mezzo di questo racconto della Genesi all’uomo viene rivelata pertanto una realtà meravigliosa e profonda, capace di fargli comprendere come la diversità sessuale maschio-femmina sia una espressione del disegno provvidenziale divino, non proiettata verso il conflitto o l’antagonismo ma sussistente nella complementarietà: “L’unione tra un uomo e una donna diviene l’elemento fondamentale su cui può nascere una nuova realtà fondata sull’amore e sulla sua fecondità: la famiglia”[6].

Il “principio” cui Cristo rimanda non solo i farisei, bensì concretamente tutti i suoi discepoli, è pertanto il luogo della purezza dell’uomo-immagine, una realtà che appare appunto come “preistorica” considerata dal punto di vista dei secoli ma che è comunque inerente l’essere umano in quanto tale. Nessuna Teologia del corpo, se coerente, può tralasciare lo status humanae naturae così come viene espresso dal racconto di Gen 1,27, nel quale la persona umana, nella bipolarità maschio-femmina, è complice perfetta del disegno divino che ha per protagonista la più alta delle sue creature: l’uomo. Nella comunione con Dio, infatti, l’uomo si esprime entro tutta la propria potenzialità bio-psichica, fisiologica e spirituale come essere creaturale al vertice della creazione, siglata dalla benedizione di Dio e capace di dominare, proprio in questa reciproca differenziazione sessuata, tutta la realtà creata.

2. “Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18): la solitudine dell’uomo-immagine di fronte al creato

Il racconto Jahvista della creazione esprime una verità antropologica fondamentale per la Teologia del corpo: la solitudine originaria dell’uomo. Pur non venendo mai citato esplicitamente, l’artefice della comprensione di questa solitudine “tipicamente” umana è proprio il corpo, quel corpo che, nel senso di “corporeità”, accomuna l’uomo e gli animali, ma che tuttavia proprio per la singolarità specifica dell’essere-uomo lo diversifica ponendolo, di fronte al creato, in una posizione di assoluto isolamento. Il testo sacerdotale non evidenzia questo problema, considerato che esprime contemporaneamente (“maschio e femmina li creò” – Gen 1,27) la creazione dell’uomo e della donna; tuttavia, dal punto di vista ermeneutico, anche questo primo (non cronologicamente) racconto della creazione esprime, sintetizza e sottende quella solitudine che l’autore Jahvista riporta prima della creazione della donna. L’uomo nasce dall’uomo (Abbagnano), la sua coscienza di sé è frutto di se stesso, proviene dal proprio essere uomo. La condizione privilegiata di dominio sul creato nel quale Dio l’ha posto, comandandogli di coltivare la terra e di soggiogarla esprime la consapevolezza della propria superiorità-diversità rispetto al creato, in quanto a nessuna creatura è stato attribuito un comando del genere. Tuttavia tale consapevolezza è frutto di un’altra esperienza precedente, quella del proprio essere-corpo. L’identità dell’uomo comincia da qui: “Attraverso il corpo l’uomo è reso consapevole della sua solitudine originaria; proprio quel corpo che lo accomuna esteriormente agli altri ‘animalia’ diventa il fattore che veicola all’uomo la sua soggettività trascendente e personale”[7].

La presa di coscienza del proprio corpo, tuttavia, è un percorso graduato, una lenta comprensione di sé che l’uomo sperimenta progressivamente nell’attuarsi stesso del proprio essere creatura spazio-temporale e che culmina antropologicamente nella creazione della donna. Qui ci si limita alla consapevolezza della solitudine originaria. L’attitudine a lavorare la terra (Gen 2,5) è il primo strumento che l’uomo ‘adam incontra verso la propria autocomprensione. Egli solo, infatti, in tutta la realtà creata, si vede “capace” di svolgere tale mansione, che sostanzialmente significa essere ontologicamente ‘oltre’ la terra ed il creato. L’uomo vale di più, ha un in sé trascendente rispetto a ciò di cui, fra le creature, egli fa esperienza. Il testo genesiaco Jahvista prosegue con la collocazione dell’uomo nell’Eden (Gen 2,8), continuando nella descrizione dell’uomo-immagine “manipolato” da Dio, nel senso di orientato come oggetto di una azione creatrice di Dio verso ciò che Dio stesso prepara per lui. È la sintesi della felicità originaria dell’adam. In questo momento la natura umana si mostra progressivamente in ciò che essa creaturalmente è, nel senso che l’uomo, da oggetto guidato da Dio, si fa sempre più soggetto ed artefice di sé. Tale soggettivizzazione dell’uomo è emblematica soprattutto in Gen 2,19: la signoria dell’uomo rispetto alla creazione si fa evidente nel potere dell’uomo di dare un nome irrevocabile a tutti gli animali. Va precisato che sino a questo momento l’uomo viene indifferenzialmente chiamato ‘adam, nel senso di umanità, non ancora uomo nel senso di maschio (‘ish). Pertanto la solitudine originaria che l’uomo sta esperimentando in questo contesto, rispetto alla quale Dio stesso si fa garante (“Non è bene che l’uomo sia solo. Gli farò un aiuto adatto a lui” – Gen 2,18) è una solitudine antropologica, cosmica e non solo personalistica. L’uomo è solo perché, come comprende egli stesso, nessuna delle creature è simile a lui, “non può essere messo alla pari con nessun essere vivente”[8].

In questa fase viene svelata la realtà antropologica dell’uomo, la sua solitudine originaria testimonia ed esprime la sua stessa condizione creaturale. L’uomo si sente solo perché non è creato per la solitudine. Quel bisogno carenziale rappresentato dalla solitudine, per dirla con la terminologia psicologica di Maslow, svela all’uomo più che un qualcosa che egli è, una realtà che egli non è: solitudine. Lo stesso lavoro comandato da Dio, cioè il lavorare la terra, così come il dare un nome agli animali, permettono all’uomo di “auto-acquisirsi”, in modo che la persona umana della quale non ha ancora coscienza piena, “diventando più puramente e singolarmente se stessa, è più capace di fondersi col mondo, con quanto prima era il non sé”[9].

Se l’uomo non è solitudine, allora si comprende pienamente il suo naturale essere in relazione. Qui l’immagine della Trinità che egli costituisce si esplica ontologicamente. L’uomo è destinato alla relazione, vi abita dentro come creatura immagine. Una relazione tuttavia bipolare, l’una con Dio e l’altra con la donna che nel testo genesiaco citato viene creata proprio quale antidoto contro questa solitudine originaria. La sola relazione con Dio, così infinitamente superiore a lui, non è ancora per l’uomo un rimedio alla solitudine. La somiglianza con Dio, infatti, si completa solo nella reciprocità maschio-femmina, sintetizzata in un’unica frase nel racconto di Gen 1,27. L’uomo ‘adam si trova dunque a fare i conti con la propria coscienza, la quale attraverso l’esperienza del creato lo “inchioda” alla propria realtà solitaria di fronte al creato. Non identificandosi con il mondo, l’uomo si autocomprende come inesorabilmente diverso dal creato, soggetto capace di conoscere il creato stesso ma incapace al contempo di attuarsi pienamente fra le creature.

Si ritorna così allo strumento fondamentale di questa presa di coscienza spirituale: il corpo umano. Esso, infatti, mediante il lavoro e la partecipazione al mondo creato svela all’uomo se stesso, lo rende cosciente della propria solitudine, gli rivela il suo essere persona. Se il corpo, quindi, è ciò che materialmente accomuna l’uomo agli altri animalia, al contempo è ciò che maggiormente lo rende consapevole della propria diversità creaturale, fondata sull’essere persona in relazione ad immagine di Dio.

In sintesi, quindi, “è il desiderio di ‘pienezza di essere’ che spinge l’uomo alla costruzione della sua dimora. Più precisamente: ricerca di un fondamento ultimo del proprio esserci, tale che sia possibile affermare che il nostro esserci non è dovuto né al caso né ad un’indecifrabile necessità. È costruzione di una comunione interpersonale nella quale il bene proprio coincide col bene dell’altro”[10].

È questa l’ontologia umana, sintetizzata in quell’osservazione divina: “Non è bene che l’uomo sia solo. Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18). L’autorità creatrice conosce la possibilità dell’attuarsi umano pienamente solo nella concreta reciprocità di natura maschio-femmina. Per la prima volta nella Creazione, infatti, compare un “non è bene” divino, dopo una lunga serie di “vide che era cosa buona”. Ciò che viene dato per acquisito in Gen 1,27, pertanto, viene ora in un certo senso scomposto analiticamente. L’uomo ‘adam è solo senza di sé, nella misura in cui il suo essere umano non è costituito nella differenziazione sessuata maschio-femmina. Vi è dunque una solitudine antropologica, che già si è analizzata qui sopra, come una personalistica, la cui portata è resa ancor più evidente dalla soddisfazione di quell’uomo ‘ish che esulta di fronte alla scoperta della donna ‘ishshah (Gen 1,23).

La solitudine originaria dell’uomo ha pertanto una valenza antropologica fondamentale, l’uomo ‘adam sperimenta drammaticamente la propria solitudine nella misura in cui si autocomprende come persona, finalizzata in Dio ma destinata alla relazione con la donna, nel senso che la stessa umanità, lo stesso genere umano, non ha una propria sussistenza personale né si può deputare quale immagine di Dio se non nella differenza bi-morfologica maschio-femmina.

– Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino


[2] Cfr. MONDIN B., La Trinità mistero d’amore, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1993, p. 366.

[3] Oggi tuttavia molti esegeti rimettono fortemente in discussione l’esistenza di una tradizione Jahvista, come pure accade per l’altra tradizione, comunemente definita Elohista.

[4] GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, op. cit., p. 36.

[5] COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine di Dio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, p. 7, nn. 9-10.

[6] FRISINA M., Maschio e femmina li creò, in Culmine e Fonte, 1/2005.

[7] GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, op. cit., p. 50.

[8] Ivi, p. 45.

[9] MASLOW A.H., Verso una psicologia dell’essere, Ubaldini Editore, Roma 1971, p. 111.

[10] CAFFARRA C., La casa dell’uomo e per l’uomo, Convegno del Servizio di Accoglienza e Vita, Ferrara, Sala Estense, 3 febbraio 2002, n. 2.