Ascesi e mistica

 

Ascesi e mistica:

una differenza etimologica

L’ascetica e la mistica sono due istanze secolari e quanto mai frequenti nel linguaggio religioso, anche se non esclusive della religione cristiana. Per questa ragione, prima di qualsivoglia disquisizione teologica sulla natura propria dell’una e dell’altra e sulla loro pregnanza storica, è opportuna una chiarificazione etimologica che permetta di cogliere una prima loro differenziazione.

Partendo dall’ascetica, essa ha una derivazione dal greco σκησις (áskēsis = esercizio, sforzo) e indica proprio l’esercizio fisico, ogni sforzo o fatica che si riferisca all’educazione fisica o morale dell’uomo[1]. La realtà greco-profana donde prende origine questo termine, ha con il tempo trasfuso il medesimo alla dimensione filosofico-religiosa, lasciandone tuttavia immutato il senso di sforzo, impegno particolare, fatica  o, secondo il gergo anglosassone, “training”.

Più che una significanza d’immediata comprensione, come si vede, il termine “ascetica” ha un valore più ampio, concettuale e complesso. Il verbo greco ἀσκέω (askeō = sforzarsi, fare il possibile), da cui deriva, nel Nuovo Testamento compare una sola volta in At 24,16, eppure è frequentissimo l’uso che, soprattutto san Paolo, ne fa in termini appunto concettuali, a significare la pratica atletica dello Spirito, lo sforzo cristiano equiparabile ad una gara di corsa o ad un combattimento[2]. Questa dimensione della fatica umana, dello sforzo spirituale si inserisce nel più ampio contesto teologico della vita di grazia, cioè la partecipazione alla vita divina che per mezzo dei meriti di Cristo ci viene comunicata dalla divina bontà. Questa sottolineatura permette di dare una cornice alla questione terminologica dell’ascetica, nel senso che ora possiamo più facilmente inquadrarla all’interno della vita cristiana, che è appunto una vita di imitazione di Cristo  e pertanto necessita di un continuo sforzo e di un sempre crescente perfezionamento.

 

Da qui è facile comprendere la significanza dei vari nomi che sostanzialmente indicano la realtà dell’ascesi, la teologia ascetica. Essa viene definita sovente come “la scienza dei santi[3], per la sua doppia appartenenza alla santità: dai santi deriva e santi produce. Al contempo essa è “scienza spirituale”, per il modo in cui interiorizza il vivere umano e forma una vera e profonda spiritualità. Come “scienza del perfezionamento cristiano”, nondimeno, la teologia ascetica e la pratica dell’ascesi conducono alla perfezione cristiana, mediante precisi sforzi dell’anima cristiana che san Clemente alessandrino e Origene già chiamavano, appunto, “ascesi”.

In un senso superficiale e generico, l’ascetica viene spesso definita e confusa con la “mistica”, una realtà senz’altro diversa per natura e per valore etimologico. Il termine “mistica”, infatti, ha una derivazione semantica dal greco μυστικός, a sua volta imparentato con il sostantivo μυστήριον. La radice che accomuna i due termini greci è, appunto, μυω (myō), un verbo che esprime chiusura e cessazione, come “la bocca chiusa che tiene un segreto[4]. La realtà etimologica del termine ci riporta dunque all’antica Grecia, ovvero in era precristiana e pagana, come del resto anche il termine ἄσκησις (áskēsis). In questo contesto, la parola “mistico” era frequente nell’ambito delle cosiddette religioni misteriche, non a caso definite in questo modo per i “i misteri” che erano sostanzialmente la parte fondamentale del culto. Durante le celebrazioni e i rituali, infatti, i “mistici” altri non erano che gli “iniziati”, ovvero coloro che avevano ricevuto una particolare rivelazione (insegnamento, iniziazione), della quale dovevano appunto fare mistero, cioè non rivelarla a nessuno. Questo riserbo eccezionale sta a sottolineare come già a quel tempo la mistica fosse di grande importanza, poiché conservava i segreti della perfezione religiosa.

Da un punto di vista della cristianità, la pregnanza di significato più rilevante del termine “mistica” si ha probabilmente ancora una volta in san Paolo. Per l’Apostolo di Tarso, infatti, il mistero non è altro che Cristo stesso, in particolare Cristo crocifisso (1Cor 2,2). La croce, quindi, è in san Paolo l’epicentro epistemologico di tutta la misticità dell’esperienza cristiana.

Certamente con il tempo (patristica), la mistica ha acquisito un valore ed una significanza più sacramentali, venendo utilizzata per esprimere ciò che fa riferimento alla partecipazione dei misteri cristiani. La terminologia si è poi ulteriormente sviluppata, sino a giungere ad una concezione non più (o per lo meno non solo) sacramentale ma anche teologico-spirituale, come espressione di una conoscenza più profonda e diretta di Dio[5]. In questo senso, la mistica non può che rappresentare lo scalino più alto della vita spirituale del cristiano, la soglia di quella perfezione oltre la quale c’è solo la vita in Dio dopo la morte fisica. Tuttavia, questa forte espressione del misticismo cristiano è un corollario delle precedenti comprensioni, di natura biblica e sacramentale: non ci sarebbe, infatti, una “contemplatio Dei”, senza una “lectio Dei” (Sacra Scrittura) ed un incontro sacramentale con il Corpus Dei eucaristico. Il Catechismo della Chiesa cattolica riconosce questa coabitazione della dimensione sacramentale e scritturistica nell’esperienza mistica: “Il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo. Questa unione si chiama “mistica”, perché partecipa al mistero di Cristo mediante i sacramenti – “i santi misteri” – e, in lui, al mistero della Santissima Trinità[6].

Come si può dedurre da quanto trattato sin qui, il valore semantico delle parole ascesi e mistica è assai complesso – nel senso stretto di “abbracciare” – e polivalente, sino a condurre, come accaduto in passato e accade tutt’oggi, ad una confusione generale o ad un uso improprio dei due termini. Se certamente l’ascesi è un’espressione molto antica, essa non presenta una dimensione nozionale profonda come il corrispettivo “mistica”. Questo per la differenza della natura teologica delle due espressioni …

(Continua in “Teologia spirituale”).

– Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino –

 

 



[1] Cfr. TANQUEREY A., Compendio di Teologia ascetica e mistica, n. 3.

[2] Cfr. BELDA M., Teologia spirituale, Roma 2002, p. 319.

[3] Cfr. TANQUEREY A., Compendio di Teologia ascetica e mistica, n. 3.

[4] Cfr. BELDA M., Teologia spirituale, Roma 2002, p. 321.

[5] Si pensi in particolare alla teologia mistica di Marcello d’Ancira, dello Pseudo-Dionigi, di Tommaso d’Aquino e dello stesso Giovanni della Croce.

[6] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2014.


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