“Amore e responsabilità”

“Amore e responsabilità”

Dal libro Amore e responsabilità (1960),

di Karol Wojtyla

Ed. Marietti, IV Edizione, Genova-Milano 1983, pp. 156-159

Come ha affermato Cristo ai Sadducei (Mt 22,23-30), che gli domandavano quale sarebbe stata la sorte del matrimonio alla resurrezione dei corpi (che è articolo di fede), coloro che vivranno di nuovo nel loro corpo (spirituale), non prenderanno moglie né marito. Il matrimonio è strettamente legato all’esistenza materiale e terrena dell’uomo. Così si spiega la sua naturale dissoluzione con la morte di uno dei due coniugi. L’altro allora è libero e può contrarre un nuovo matrimonio. Il diritto lo chiama bigamia successiva, da distinguere dalla bigamia simultanea, definita dal linguaggio corrente semplicemente come bigamia, nuovo matrimonio concluso nel momento in cui il coniuge della prima unione è ancora in vita. Benché il rimaritarsi dopo la morte di uno dei coniugi sia giustificato e ammesso, il fatto di conservare la vedovanza è degno dei più grandi elogi, perché così viene espressa nel modo migliore l’unione con la persona scomparsa. Il valore della persona non è effimero, e l’unione spirituale può e dovrebbe durare anche quando è cessata quella dei corpi. Nell’Evangelo, e soprattutto nelle Epistole di san Paolo, possiamo leggere a più riprese l’elogio della vedovanza e della stretta monogamia.

In tutto l’insegnamento di Cristo, il problema della monogamia e della indissolubilità del matrimonio è risolto in modo categorico e definitivo. Gesù considerava il matrimonio, stabilito dal Creatore, strettamente monogamico (Gen 1,27 e 2,24) e indissolubile (“quel che Dio ha unito, l’uomo non deve separare”) e ad esso si riferiva continuamente, perché nella tradizione dei suoi ascoltatori, gli Israeliti, viveva il ricordo della poligamia dei patriarchi, dei grandi capi del popolo e dei re (per esempio Davide e Salomone), così come della lettera di ripudio di Mosè, che ammetteva in certe condizioni lo scioglimento di un matrimonio legalmente concluso. Ora Cristo si opponeva categoricamente a queste tradizioni, sopravvissute nei costumi, ricordando quale fosse l’idea primitiva del Creatore quando istituì il matrimonio (“…. ma all’origine non fu così”). Questa idea del matrimonio monogamico, nata nel pensiero e nella volontà di Dio, è stata alterata anche dal popolo eletto. Si giustifica spesso la poligamia dei patriarchi col desiderio di avere una numerosa discendenza; così la procreazione, fine oggettivo del matrimonio, giustificherebbe la poligamia, di cui troviamo degli esempi nell’Antico Testamento, e, per analogia, dovrebbe dunque giustificarla ovunque la poligamia fosse chiamata a servire lo stesso fine. Ma le Sacre Scritture forniscono anche numerose prove che la poligamia offre all’uomo l’occasione di considerare la donna come una fonte di voluttà sessuale, un oggetto di godimento, il che ha come risultato una degradazione della donna e un abbassamento del livello morale dell’uomo; basta ricordare la storia del re Salomone.

La soppressione della poligamia e il ristabilimento della monogamia e dell’indissolubilità del matrimonio sono strettamente legate al comandamento dell’amore, che lungo tutta la nostra opera noi associamo alla norma personalistica. Dato che i rapporti e la coesistenza delle persone di sesso opposto devono rispondere alle esigenze di questa norma, bisogna che si conformino al principio della monogamia e dell’indissolubilità, che chiarisce nello stesso tempo molti particolari della coesistenza dell’uomo e della donna in generale. (Il comandamento dell’amore, com’è stato formulato nell’Evangelo, è più della norma personalistica: comprende anche il principio fondamentale dell’ordine soprannaturale, del rapporto soprannaturale tra Dio e gli uomini. Nondimeno, la norma personalistica senza dubbio ne fa parte, costituisce il contenuto naturale del comandamento dell’amore, che siamo in grado di apprendere col solo aiuto della ragione, senza il soccorso della fede. Aggiungiamo che questa norma è anche la condizione indispensabile all’uomo per comprendere e mettere in pratica il contenuto integrale, essenzialmente soprannaturale, del comandamento).

La poligamia è contraria alle esigenze della norma personalistica, come lo è lo scioglimento di un matrimonio legalmente contratto (divorzio), che, nella maggior parte dei casi, conduce alla poligamia. Se un uomo ha posseduto una donna in quanto sua sposa, grazie ad un matrimonio legale, e se, in capo ad un certo tempo, la lascia per unirsi ad un’altra, prova con ciò che la sua sposa rappresentava per lui solo dei valori sessuali. Sono due cose che vanno di pari passo: considerare la persona di sesso opposto come un oggetto che comporta esclusivamente dei valori sessuali e vedere nel matrimonio, anziché un’istituzione atta a servire l’unione delle persone, un’istituzione che non abbia altro scopo che i valori sessuali.

Benché quello scioglimento accompagnato dalla bigamia simultanea intervenga qualche tempo dopo l’inizio del matrimonio, moralmente, ha un effetto retroattivo, agisce al di qua e al di là del tempo. Nel caso che noi esaminiamo, non è al momento del divorzio, o della bigamia soltanto, che la donna diventa per l’uomo quell’oggetto rappresentante esclusivamente dei valori sessuali, e il matrimonio un’istituzione avente lo scopo di metterli a profitto; la donna non è mai stata niente di più per quell’uomo, e il matrimonio per lui non è mai stato nulla di diverso. Per il fatto stesso che ammette il divorzio e la bigamia, per lui la donna si è sempre trovata nella situazione di oggetto di godimento e il matrimonio non ha mai avuto altro significato che quello di un’istituzione di godimento sessuale: di più, quell’uomo in generale non vede altro significato del matrimonio. Evidentemente, la stessa cosa si può affermare di una donna che si comportasse in modo analogo nei confronti di un uomo.

Dal momento che l’uomo è un essere capace di pensiero concettuale, può seguire dei principi generali. Di conseguenza, l’essenza vera e il vero valore dei fatti anteriori gli appaiono spesso alla luce dei fatti posteriori.

Così, nel caso che ci interessa, alla luce della rottura (sia pure dopo molti anni) di un matrimonio legalmente contratto e consumato, rottura accompagnata da bigamia simultanea, appare chiaro che quel che legava un tempo quell’uomo e quella donna e passava ai loro occhi per amore, non era l’amore vero delle persone, non aveva la forza di un’unione di persone, né l’aspetto oggettivo dell’amore. Quel che li legava poteva avere una ricca sostanza soggettiva ed essere fondato su una estrinsecazione della loro affettività e della loro sensualità, ma non era maturato a sufficienza per poter raggiungere il valore oggettivo di un’unione di persone. Può darsi persino che la loro unione non fosse mai stata orientata in questo senso. (Sappiamo, infatti, che il matrimonio deve maturare incessantemente per raggiungere il valore di un’unione di persone: per questo è tanto importante dirigerlo in questo senso).

Alla luce di questi principi, cioé della norma personalistica, bisogna ammettere che, nel caso in cui la vita in comune dei coniugi diventi impossibile per ragioni realmente gravi (soprattutto a causa dell’infedeltà coniugale) esiste una sola possibilità di separazione: l’allontanamento degli sposi, senza scioglimento del matrimonio. Evidentemente, dal punto di vista dell’essenza del matrimonio, che deve essere un’unione duratura dell’uomo e della donna, anche la separazione è un male, ma un male necessario. Nondimeno, non si oppone alla norma personalistica: nessuna delle persone (dato che la donna è la più minacciata) è per principio messa nella situazione di oggetto di godimento. Ma così avverrebbe, se la persona che è appartenuta coniugalmente ad un’altra, potesse venir abbandonata da questa, che la lasciasse per unirsi maritalmente ad una terza. Tuttavia, se gli sposi non fanno che rinunciare ai rapporti coniugali e alla comunità coniugale e familiare, senza unirsi con vincolo matrimoniale ad altre persone, l’ordine personalistico non si trova leso. La persona non è abbassata al rango di oggetto di godimento, e il matrimonio conserva il proprio carattere di istituzione al servizio di un’unione di persone, e non soltanto dei loro rapporti sessuali.

Dobbiamo ammettere che, nei rapporti coniugali, l’uomo e la donna si uniscono in quanto persone e la loro unione dura finché vivono. Per contro, non possiamo ammettere che la loro unione duri per tutto il tempo che essi vogliono, perché è proprio questo che sarebbe contrario alla norma personalistica, fondata sul concetto della persona in quanto essere. Da questo punto di vista, l’uomo e la donna, che hanno avuto rapporti coniugali a seguito di un matrimonio validamente contratto, sono oggettivamente uniti da un legame che solo la morte di uno di essi può sciogliere. Il fatto che col tempo uno dei coniugi, o tutti e due, cessino di volere questa unione, non cambia nulla: non può in alcun modo annullare l’altro fatto, che essi sono oggettivamente uniti in quanto marito e moglie. Può avvenire che uno degli sposi o tutti e due non ritrovino più la base soggettiva della loro unione, può avvenire anche che appaia uno stato soggettivo che si oppone a tale unione dal punto di vista psicologico o psicofisiologico. Un tale stato giustifica la loro separazione di corpo, ma non può annullare il fatto che essi restino oggettivamente uniti, proprio in quanto sposi. La norma personalistica, che è al di sopra della volontà e delle decisioni delle persone interessate, esige che questa unione duri fino alla morte. Ogni altra concezione mette la persona nella situazione di oggetto di godimento, il che equivale alla distruzione dell’ordine oggettivo dell’amore, in cui si trova affermato il valore sopra-utilitario della persona.

In compenso, il principio della stretta monogamia, che si identifica con l’indissolubilità di un matrimonio validamente concluso, preserva quest’ordine. È un principio difficile come applicazione, ma indispensabile se si vuole che la coesistenza delle persone di sesso opposto (e indirettamente tutta la vita umana, che in larga misura si appoggia su questa coesistenza) raggiunga il livello della persona e dell’amore. Si tratta evidentemente dell’amore-virtù, dell’amore in senso integralmente oggettivo e non soltanto in senso psicologico e soggettivo della parola. La difficoltà che si incontra nel seguire il principio di monogamia e di indissolubilità proviene dal fatto che spesso l’amore è preso solo nella seconda accezione. Allora è quest’amore che viene vissuto e non l’amore vero. Il principio della monogamia e dell’indissolubilità del matrimonio implica l’integrazione, senza la quale l’amore diventa una impresa pericolosamente arrischiata. L’uomo e la donna, il cui amore non è maturato profondamente né ha acquisito il carattere di una reale unione delle persone, non dovrebbero sposarsi, in quanto non sono pronti ad affrontare la prova rappresentata dal matrimonio. D’altra parte quel che importa, non è tanto che il loro amore sia già pienamente maturo al momento del matrimonio, quanto che sia suscettibile di evolversi nel quadro del matrimonio e grazie ad esso.

È impossibile rinunciare al bene rappresentato dalla monogamia e dalla indissolubilità e questo non soltanto per ragioni di ordine soprannaturale, per ragioni di fede, ma anche per motivi di ordine razionale e umano. Si tratta, infatti, del primato del valore della persona sui valori del sesso, e della realizzazione dell’amore in un campo in cui può facilmente trovarsi sostituito dal principio utilitaristico, comportante l’affermazione dell’atteggiamento di godimento nei confronti della persona. La stretta monogamia è una manifestazione dell’ordine personalistico.

La Casa di Miriam