Trinità e Antico Testamento

Trinità e Antico Testamento

Spirit 2(di Francesco Gastone Silletta – ©Copyright Ed. La Casa di Miriam)

Senza una rilettura filiale dell’Antico Testamento, capace di procedere oltre quell’omologazione generica tendente a parlare in termini di “divino” come se “ci si accontentasse delle difficoltà che sorgono quando si parla di ‘Dio’ in genere” (1), rimane a nostro avviso oscura non solo l’identità teologica del Dio veterotestamentario, ma la comprensione stessa di ciò che significa “paternità” ed essere figli di Dio anche nella Nuova Economia. Perché tale incomprensione non divenga, paradossalmente, proprio il fondamento di ciò che si ritiene di comprendere rispetto all’Antica Economia, potrebbe risultare illuminante un filtro dialettico, laddove esso però non significhi un distanziamento oppositivo, bensì piuttosto un momento di giuntura postuma prodotto da una precedente distinzione. Risulta così possibile, in questa prospettiva, accostarsi alla rivelazione veterotestamentaria mediante il medesimo sguardo critico con cui, per esempio, il Moltmann contempla il mistero della Croce, laddove la distanza inaudita, che per alcuni separerebbe le due istanze prese in considerazione, cioè il divino e l’umano, può essere colmata dalla stessa trinitarizzazione moltmanniana: “La dottrina delle due nature è costretta a comprendere l’avvenimento della croce in modo statico, come correlazione tra due nature qualitativamente diverse, quella divina, incapace della sofferenza, e quella umana, capace di soffrire. Noi abbiamo invece interpretato l’avvenimento della croce in modo trinitario, come avvenimento di relazioni tra le persone, dove queste persone si costituiscono nel loro reciproco rapporto” (2).

Nonostante i rischi posti in essere da una simile prospettiva, non è sufficiente obiettare a questa trasposizione del trinitario nell’Antico Testamento definendola come un’indebita operazione a-posteriori, illegittima dal punto di vista biblico. Parlare di Nuovo Testamento come sede della rivelazione trinitaria, infatti, per certi aspetti è “pretestuoso” tanto quanto il porre la Trinità a fondamento dell’Antica Rivelazione, dal momento che anche “il Nuovo Testamento non ci presenta una dottrina dettagliata della Trinità. Questa sorse soltanto in occasione delle antiche controversie circa l’unità di Cristo con Dio”(3). Non basta nemmeno guardare all’Antica Economia come semplice lunga “premessa” alla Nuova Rivelazione, alla maniera tipologica di ciò che, pur distante nelle proprie coordinate ontologiche, pre-figura un’altra istanza destinata a sopravanzarla. L’Antico Testamento, infatti, non è soltanto figura del Nuovo, poiché esso possiede una propria sussistenza di per sé meritevole per questo di essere colta, esplorata e poi eventualmente approfondita alla luce della rivelazione neotestamentaria. Ciò che è necessario, piuttosto, è inquadrare il “divino” nei parametri del “trinitario”, guardando all’Antico con la stessa polarità di tensione paterno-filiale con cui si guarda al Nuovo Testamento ed in particolare al mistero della croce, superando così “la dicotomia tra Trinità immanente e Trinità economica, come pure tra natura di Dio e sua triplicità interiore” (4).
Lo studioso olandese van Der Leeuw sosteneva che nella storia delle religioni “Dio-Figlio ha preceduto Dio-Padre” (5), intendendo, almeno secondo l’interpretazione ratzingeriana di quest’analisi, che nella profondità della comprensione religiosa “Dio salvatore, redentore, precederebbe Dio creatore” (6), non tuttavia nel senso immaturo di una successione temporale, ma nel senso che “agli effetti della religiosità concreta e del vitale interesse esistenziale, il salvatore sta in primo piano rispetto al creatore” (7).
L’approccio identificativo della prima Persona trinitaria con la soggettività personale di Jahvé, cioè affermare unilateralmente che Jahvé è Dio-Padre, risulta allora, a nostro modo di vedere, una parziale minimizzazione della contemplazione trinitaria dell’Antico Testamento, poiché, se questa è onesta, deve considerare il proprio oggetto come un avvenimento verificatosi tra il Padre e il Figlio , non soltanto dal Padre. Minimizzato risulta anche lo stesso concetto di “padre”, che per sussistere in se stesso deve già nozionalmente riferirsi ad una figliolanza, tanto più se tale paternità è riferita a Dio stesso, poiché “al Padre in se stesso non si riconosce altro che quanto di lui si dice rispetto al Figlio” (8).
Una lettura trinitaria non coglie nel concetto di “padre”, ma nella relazione paterno-filiale l’epicentro teologico di quanto narrato, per quanto inesorabilmente “non ne capisce il contenuto colui che non ritiene ‘appropriata a Dio’ se non l’apatia” (9), riuscendo finalmente a destabilizzare, qualora venisse compreso nella profondità della propria ermeneutica, il concetto stesso di monoteismo. Un monoteismo che, se compreso in forma rimaneggiata, cioè “al di fuori” di questa ontologia paterno-filiale del Dio-Mónos, viene necessariamente sacrificato nella sua profondità di comprensione, come accade del resto anche nel Cristianesimo primitivo sulla scia di un’eredità teologica ancora in fase migratoria, come attesta quest’espressione di san Giustino: “Abbiamo appreso che Egli (il Cristo) è il Figlio del vero Dio, e lo onoriamo al secondo posto, ed in terzo luogo lo Spirito Profetico” (10).
Risulta ancora attualissima, a ragion veduta, la costante preoccupazione del Moltmann a questo riguardo: “Da che cosa dipende il fatto che in Occidente la maggior parte dei cristiani, per la loro esperienza e prassi di vita, propriamente sono soltanto ‘monoteisti’? Sembra che poco importi, sia nella dottrina della fede, come nell’etica, che Dio sia Uno e Trino” (11).
Per questa ragione, a nostro modo di vedere, la prospettiva di Karl Rahner, secondo cui “Jahvé-Dio dell’AT è il Padre di Cristo. La personalità di Dio rivelata nell’AT è quella che più tardi sarà rivelata come la prima Persona della Trinità” (12), esula probabilmente non solo dall’autorità della Scrittura, ma anche dalla coerenza di una teologia trinitaria consapevole della filiazione quale principio ermeneutico del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, per cui Dio è il Dio unico proprio in quanto è Figlio di Sé, e questa relazione di filiazione con se stesso è l’unica normativa ermeneutica implicita all’intero deposito rivelato, sia dell’Antica che della Nuova Economia, poiché “Dio o viene compreso come Padre in modo trinitario, o non può essere compreso come Padre” (13)

www.edizionilacasadimiriam.altervista.org

Note:
(1) MOLTMANN J., Der gekreuzigte Gott (1972), tr. it. Il Dio crocifisso, Queriniana, Brescia 1973, p.. 276.
(2) Ivi, p. 286.
(3) Ivi, p. 281.
(4) Ivi, p. 287
(5) VAN DER LEEUW G., Phänomenologie der Religion (1933), it. Fenomenologia della religione, Boringhieri, Torino 1960, p. 78.
(6) RATZINGER J., EinfÜhrung in das Christentum. Vorlesungen Über das Apostolische Glaubensbekenntnis (1968), it. Introduzione al Cristianesimo, 17ª edizione, Queriniana, Brescia 2010, p. 96.
(7) Ivi.
(8) Cfr. MOLTMANN J., Il Dio crocifisso, op. cit., p. 287.
(9) MOLTMANN J., Trinität und Reich Gottes. Zur Gotteslehre (1980), tr. it. Trinità e Regno di Dio. La Dottrina su Dio, Morcelliana, Brescia 1983, p. 35.
(10) S. GIUSTINO, Apologia prima, XIII, 3.
(11) MOLTMANN J., Trinità e Regno di Dio, op. cit., p. 11.
(12)La citazione di Karl Rahner è così riportata in NICOLAS J.H., Sintesi Dogmatica. Dalla Trinità alla Trinità, vol. 1, LAV, Città del Vaticano 1991, p. 88.
(13) MOLTMANN J., Trinità e Regno di Dio, op. cit., p. 177

Utenti connessi