L’“Evangelista” del Quarto Vangelo

L’“Evangelista” del Quarto Vangelo 

Il-discepolo-amato

Dal libro “Amato perché amante” – di Francesco Gastone Silletta – ISBN 9788894057119 – © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – € 37,00

“[…] Oltre che dal punto di vista dell’autore, la paternità del Quarto Vangelo (di seguito, QV) può essere compresa, e di fatto così avviene da parte di alcuni studiosi, secondo la prospettiva dell’evangelista, un termine evidentemente utilizzato non soltanto secondo l’accezione comune di “colui che ha composto il Vangelo”, bensì secondo una prospettiva più “tecnica” che tende a distinguerlo, come ora vediamo, da colui che formalmente “scrive” l’opera, cioè appunto lo scrittore. In modo particolare, troviamo questa differenziazione negli studi giovannei del Brown, soprattutto in quelli successivi al suo grande commento esegetico al QV[1]. Ora, secondo il Brown, come del resto abbiamo più volte asserito lungo questa trattazione, il QV non va attribuito letteralmente alla scrittura del Discepolo Amato (di seguito, DA), distinto, nel suo pensiero tardivo, dall’Apostolo Giovanni, bensì occorre distinguere fra colui che “pensa e congegna” la creazione del Vangelo e colui che di fatto l’ha posto in essere, peraltro non da solo e non nella sua interezza, ossia il cosiddetto “evangelista”.

Alla luce di questa ricostruzione, certamente molto “ragionata”, non ci è dato tuttavia di sapere alcunché riguardo la storicità di questo presunto “evangelista”, se non supporre, unicamente, la sua profusa adesione al pensiero-insegnamento del DA, riconosciuto quale “fonte didattica” in ordine all’economia del QV. L’evangelista, quindi, è colui che secondo il Brown “ha composto il corpo del Vangelo esistente, mentre il ‘redattore’ è ‘un altro scrittore’ che ha operato alcune aggiunte dopo che l’evangelista ha completato il suo lavoro”[2]. La nostra osservazione precedente in merito alla presunta morte del DA alla luce del malinteso di Gv 21,23, aveva a riguardo sottolineato come in nessun luogo scritturale compaia l’affermazione esplicita di tale morte, per cui neppure ciò che il Brown afferma nel suo ragionamento ci pare veramente persuasivo, ossia quanto segue:

“Chi era l’evangelista e chi era il redattore? Può essere utile a questo punto informare i lettori che, a mio avviso, la risposta che meglio coglie nel segno è che questi fossero discepoli del discepolo prediletto, che probabilmente era già morto al tempo in cui il Vangelo venne scritto[3]”.

Si tratta allora di un’ipotesi certamente affascinante e anche logicamente verosimile, ma assolutamente insoddisfacente laddove il cuore nevralgico del costrutto ipotetico sfocia in un “può darsi” conclusivo che penalizza ampiamente l’aspettativa di “risposta” propria del lettore. Si è creata infatti, all’interno di questa breve definizione di “evangelista” derivata dal pensiero del Brown e rielaborata dal Moloney, già un’ampia scala ipotetica i cui componenti, per l’appunto, rimangono “ipotetici”.

Dal DA, sorgente ispiratrice del Vangelo e peraltro “declassato” di quell’identità storica che noi con forza attribuiamo all’Apostolo Giovanni, si è “ipotizzato” un “evangelista”, la cui figura, almeno in quanto tale, non è diversa da quella degli “evangelisti sinottici” e a cui viene attribuito un “ipotetico” ordine di “discepolato” al DA. Già sin qui, compaiono due distinte figure, il DA e l’evangelista, “distanziate” idealmente dalla figura storica di Giovanni, poste tra loro in una relazione di “maestro-discepolo” che francamente non sembra affatto intrinseca all’economia “interna” del QV. Abbiamo già sottolineato come a nostro avviso il DA non debba essere postulato come un “διδάσκαλος”, istitutore di una comunità evidentemente “verticale” se gli altri membri vengono supposti essere suoi “discepoli”, bensì piuttosto come un testimone “orizzontale” della “storia di Gesù”, senza supporre alcuna relazione di ordine comunitario-scolastico in seno all’ambiente dei suoi amici. Riteniamo infatti che un soggetto così fortemente caratterizzato dall’attributo di “discepolo di Gesù”, come viene presentato nel QV il DA, da un punto di vista della personalità sua propria non dovesse amare affatto l’idea di essere a sua volta un “fautore di discepoli” (διδάσκαλος), bensì piuttosto re-indirizzasse questo discepolato in seno allo stesso Maestro-Gesù, declassando se stesso da una ipotetica funzione magistrale in seno alla comunità dei suoi […]”.

Francesco Gastone Silletta – Collana Teologia – Edizioni La Casa di Miriam Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

NOTE:

[1] Cfr. a riguardo Brown R.E., The Community of the Beloved Disciple. The Life, Loves and Hates of an Individual Church in New Testament Times (1979), tr. it. La comunità del discepolo prediletto, Cittadella, Assisi 1982. In particolar modo, su questo argomento, cfr. Idem, Introduzione al Vangelo di Giovanni, op. cit., soprattutto la sezione intitolata “L’unità e la composizione del QV”, pp. 53-102, con le osservazioni editoriali del Moloney ivi contenute.

[2] Cfr. Ivi, p. 93.

[3] Ivi.