Forse che gli Evangelisti leggessero nei pensieri dei personaggi che menzionano nei loro Vangeli?

Forse che gli Evangelisti leggessero nei pensieri dei personaggi che menzionano nei loro Vangeli?

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Alle volte gli Evangelisti – solo apparentemente – ci sorprendono, per quello che scrivono e di cui noi, distratti lettori di tanti secoli successivi, non ci accorgiamo. Nel racconto dell’irruzione “di una peccatrice” in casa di quel fariseo che aveva ospitato Gesù, Luca ad esempio ci dice testualmente: “A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice»”. (Lc 7,39). Al di là di ciò che qui non ci interessa, cioè l’evolversi della vicenda di quella “peccatrice”, poi perdonata da Gesù, piuttosto qui vogliamo evidenziare l’insolita premessa – per chi medita la narrazione del Vangelo – che Luca stessa pone: “Il fariseo pensò tra sé”. Cosa ne sa, infatti, il narratore, dei pensieri privati di quel fariseo? Chi gliel’ha comunicati? Il testo greco qui dice “Eipen en heautò”, cioè letteralmente: “Disse a se stesso”.

Certo Gesù è capace di sentire i pensieri altrui, ma Luca questa capacità non la possedeva, e di certo qualcuno – e qualcuno di diverso da Gesù stesso – ha svelato successivamente a Luca quali fossero stati i pensieri personali di quel fariseo. Difficile pensare che sia stato quello stesso fariseo, ma piuttosto un giro di conversazioni testimoniali poi giunte sino a Luca.

Del medesimo tipo, è l’episodio narrato da Matteo (con l’eco sinottica di Marco e Luca), relativo alla donna emorroissa che, vedendo sopraggiungere Gesù, “pensò tra sé”: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita” (Mt 9,21). Cosa ne sa, qui, l’Evangelista Matteo, di ciò che quella donna pensava in se stessa? Qui il testo greco dice: “Elegen en heautè” (Disse a se stessa). Non viene detto che Gesù svelò pubblicamente il pensiero di quella donna, in modo che allora tutti potessero conoscere il suo pensiero, ma semplicemente che ella pensò in se stessa qualche cosa, rimasto segreto nella sua intimità personale. L’Evangelista testimonia quindi una conoscenza che non gli deriva da se stesso, ma da fonti storiche umane (nel senso di non letterarie), che gli hanno trasmesso la conoscenza del pensiero di quella donna. Ma chi può svelare i pensieri di qualcuno, se non qualcuno a cui a sua volta quel pensiero è stato comunicato?

Un fenomeno simile, ma al contempo distinto dai precedenti, accade ad esempio nel racconto del paralitico di Cafarnao guarito dopo essere stato calato dal tetto. Anche in questo caso, infatti, i pensieri privati dei farisei presenti (“Costui bestemmia, chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”, cf. Mc 2,7), sono stati misteriosamente intercettati non solo da Gesù, ma anche dal narratore, che in anticipo, rispetto a Gesù, svela al lettore ciò che essi interiormente stessero pensando.

Vi sarebbero altri esempi possibili che qui non elenchiamo. Tuttavia è certo che il narratore, nei Vangeli, manifesta una conoscenza non soltanto “approssimativa”, ma audace e persino intima dello stato d’animo, delle idee, dei linguaggi dei personaggi che chiama in causa, dimostrando come non a caso, ma mediante una serie di testimonianze approfondite, egli sia giunto a conoscenza dei fatti che racconta. Amen

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Pubblicato da lacasadimiriam

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