“La permanenza nel Getsemani” – Meditazione alla Casa di Miriam

L’esperienza del Getsemani è un’esperienza che, prima o dopo, ogni persona fa nella vita. Può durare per un momento, oppure per un tempo prolungato, o addirittura può succedere, talvolta, che sia la vita stessa a rappresentarsi come un orto getsemanico. Gesù tuttavia non ha maledetto neppure per un istante quel luogo, pur sapendo che cosa in esso si sarebbe consumato: il tradimento di uno dei suoi, la fuga apostolica, il suo arresto. No. Gesù vi è entrato volontariamente e, pur avendo da poco pregato nel contesto della Cena, lo a reso a sua volta luogo di preghiera, affrontando in una condizione di profonda relazione con il Padre l’attualità del confine della fede dei suoi, la loro limitatezza umana, l’assedio satanico tutt’intorno, sin dentro il suo stesso spirito. E se volontariamente vi è entrato, anche volontariamente vi è uscito, seppure per recarsi incontro alla morte attraverso quella dipartita. La sua “scomparsa” dall’orto, infatti, è stata preceduta da una sontuosa manifestazione dell’Io-sono, cioè della sua signoria su ogni cosa creata, ivi compresi gli eventi stessi che, come fotogrammi già presupposti dal pensiero divino, venivano ora ad attualizzarsi nella storia. L’orto del Getsemani a suo modo è rimasto vicino a Gesù, lo ha accolto quale Signore, più di ogni altra figura umana rappresentata nella scena della permanenza di Gesù in quel luogo. Esso infatti lo ha accolto, gli ha dato conforto disponendogli uno spazio naturale per pregare, lo ha confortato, come può farlo la natura creata, dinanzi alla straziante constatazione del sonno apostolico, e non solo del sonno fisico, ma pure spirituale. Si è reso persino docile a farsi calpestare dai nemici del Creatore, offrendo tuttavia se stesso quale teatro per la loro vergogna al momento della loro caduta, quando Gesù manifestò, solo presentandosi, la propria potenza. Ed è divenuto triste, come l’intera creazione, nel momento in cui il Redentore del mondo veniva percosso ed umiliato.

Ora a nostra volta siamo chiamati a vivere come Gesù la nostra esperienza getsemanica. Il primo modo per renderci simili al Maestro è quello di non maledirla, qualunque sia la forma in cui essa si manifesti a noi. Né, tuttavia, è nostro dovere metterci apposta, come spericolati autolesionisti, sulla via del Getsemani. Gesù vi è andato, sì, liberamente, pur tuttavia non si è sottratto all’umana ribellione che quella sofferenza ormai estrema veniva gettandogli addosso. Ivi sta la fortezza, il superamento dell’ego nell’affidamento totale alla volontà del Padre. Ossia l’imitazione perfetta di Gesù. Di là dalla nostra volontà può attenderci qualunque sorpresa, positiva o negativa: l’esito è nella prescienza paterna, non nelle nostre geometrie di pensiero. E proprio lì, dove la soglia dell’umano non arriva, può nascondersi la morte, e la morte dolorosa, come inaudito ma reale responso: non un responso vendicativo, tuttavia, come se cioè derivasse da una nostra cattiva condotta. No. Alle volte la morte nasconde un senso positivo, salutifero, sacrificale. La morte di Gesù, dopo l’esperienza del Getsemani, si inserisce in questo ordine di senso. Ed anche a noi, in casi singolari, può essere manifesto un epilogo similare. E tuttavia quella permanenza nell’orto, quella forte, intensa, viscerale disposizione a compiere la volontà del Padre, che Gesù ci ha rivelato attraverso la sua economia getsemanica, è anche per noi modello referenziale. Non importa come o perché il Getsemani si presenta al nostro orizzonte, né la durata della permanenza, né ancora l’esito della nostra fuoriuscita da esso. Ciò che importa è il nostro rapporto “vivente” con il Getsemani, il nostro saper starci dentro, la nostra capacità, in quel contesto spazio-temporale, di affidarci totalmente alla volontà del Padre, fossimo pure lasciati soli da tutti, come occorso a Gesù.

Amen.