Quando Gesù dice “Padre” e quando dice “Dio

“Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46) –
“πάτερ, εἰς χεῖράς σου παρατίθεμαι τὸ πνεῦμά μου”
 
 
In riferimento al grido rivolto al Padre da parte di Gesù sulla croce, va anzitutto precisato che si tratta proprio di un grido; il brano di Luca (che Matteo non cita, ma sottintende in 27,50), è molto chiaro: “φωνῇ μεγάλῃ” (ossia: “con voce forte”, in riferimento appunto alla locuzione emessa dal Crocifisso). Tale grido ha un interlocutore altrettanto indiscusso, esplicito ed inequivocabile: il Padre. Dice infatti il testo greco: “πάτερ, …”.
Ora, dunque, in questa circostanza che precede la sua morte, Gesù si rivolge al Padre, in maniera diretta.
In un altro momento della sua esperienza sulla croce, tuttavia, Matteo ci comunica come lo stesso Gesù abbia emesso anche un’altra locuzione, ancora una volta “con voce forte”, e che Matteo prima riporta nella lingua stessa di Gesù e poi traduce in greco così: “Θεέ μου, θεέ μου, ἱνατί με ἐγκατέλιπες;” (Mt 27,46), ossia “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Non è qui importante – cosa tipica in Matteo – il riferimento ad un brano dell’Antico Testamento, in questo caso il Salmo 21 della tradizione greca, bensì il termine personale del grido di Gesù: “Dio” in quanto tale, non – almeno letterariamente parlando – il Padre direttamente.
Ciò non deve ingannare. Ogni atto, pensiero e parola del Crocifisso hanno il Padre come riferimento e termine. Pur tuttavia in quest’ultimo brano, il Messia è in atto nella sua estrema assunzione del dolore umano, pienamente umano, e volge perciò a Dio il senso del proprio dolore presente. Come osserva in una sua omelia Benedetto XVI, “Abbandonato da quasi tutti i suoi, tradito e rinnegato dai discepoli, attorniato da chi lo insulta, Gesù è sotto il peso schiacciante di una missione che deve passare per l’umiliazione e l’annichilimento” (Udienza generale del 14 settembre 2011) – Tuttavia, aggiunge lo stesso Pontefice, Gesù in questo grido di dolore sta parlando al Padre (cfr. Ivi), e proprio in perfetta obbedienza al Padre, “il Signore Gesù attraversa l’abbandono e la morte per giungere alla vita e donarla a tutti i credenti” (cfr. Ivi).
Ciò nonostante, la distinzione letteraria nell’uso del termine “Padre” (laddove si cita la consegna dello spirito) e del termine “Dio” (dove invece viene evocato il senso di abbandono del Crocifisso) ha una sua importante ragion d’essere letteraria e teologica. Il Dio-uomo, infatti, che nella persona del Figlio, sulla croce, sta compiendo in modo estremo e perfetto la volontà perfetta del Padre, assume due ordini distinti di pronunciamento rispetto al Padre stesso: l’uno più intimo, filiale, come quello della consegna di sé al Padre, l’altro più antropologico, relativo all’umanità totalmente assunta, espresso nel grido di dolore dell’ora nona sulla croce.
Amen