L’autodominio del proprio sesso

6. La coscienza sessuale alla radice dell’esistenza umana: la libertà (autodominio) del dono del proprio sesso

 

“L’uomo è creato libero, è libero, fosse anche nato in catene” (F. von Schiller).

L’assenza di vergogna rispetto alla propria nudità descritta in Gen 2,25 e di cui si è trattato al paragrafo precedente, apre la strada alla comprensione di un altro aspetto fondante l’ontologia umana, rispetto al quale la non-vergogna si pone come conseguenza immediata: l’essere creatura libera. Indubbiamente è una tesi non da tutti condivisa, da altri condivisa in maniera diversa, da altri ancora semplicemente non considerata, tuttavia la presa di coscienza della propria libertà creaturale è per l’uomo la comprensione fondamentale nel suo processo di autoscoperta, in quanto in questa libertà si struttura l’essere immagine di Dio e sulla base di essa, anche nell’ambito della Teologia del corpo, si attua quell’autodominio sessuale indispensabile nella prospettiva della valorizzazione piena del proprio essere corpo.

La nudità originaria senza vergogna è legata ad una piena comprensione della propria libertà “tipicamente” umana, la quale appunto in pienezza conduce all’interpretazione del proprio sesso maschio-femmina unicamente secondo la prospettiva del dono (Grazia) e pertanto ad uno stato di esistenza illuminato dall’essere per l’altro, proprio seguendo le coordinate della logica del dono insita nel possesso pieno di sé e nel conseguente autodominio, e dell’uso adeguato della propria libertà. Infatti, “l’autodominio che riscontriamo nella persona può aversi solo quando si ha quell’autopossesso che solo ad essa è proprio”[1]. L’uno e l’altro, poi, si realizzano nell’autodeterminazione, per mezzo della quale attualmente l’uomo esercita se stesso nel senso di mettere in atto quel potere su di sé che egli solo possiede. Questo rappresenta la peculiarità basilare della persona, il suo essere “incomunicabile” che la contraddistingue rispetto alle altre creature e la caratterizza strutturalmente. Attraverso l’autodeterminazione, infatti, nell’atto la persona è oggetto per se stessa, alla quale tuttavia corrisponde la persona come soggetto che domina e possiede[2]. Pertanto nel volere qualcosa, sia pure una cosa qualunque, si verifica una oggettivazione dell’Io, nel senso di decidere di sé e pertanto è in atto una autodeterminazione che oltrepassa la semplice intenzionalità. È la natura sostanziale dell’ “Io voglio”, che non deve essere colta come semplice accadimento interiore, bensì come azione, come atto, a differenza del “mi viene voglia”, che invece si ferma allo stadio di intenzione ma non giunge al livello dell’autodeterminazione. Quest’ultima, pertanto, “pone il proprio Io, ossia il soggetto, nella posizione dell’oggetto”[3]. Tutto ciò è fondamentale nella comprensione della libertà umana, poiché senza autodeterminazione non vi è nemmeno libertà in senso proprio. La libertà umana, infatti, presuppone una oggettivazione dell’Io e non la semplice soggettivazione e pertanto non va considerata semplicemente in astratto (idealismo) come pura “indipendenza”. In realtà, la libertà che si attua nell’autodeterminazione presenta una dipendenza da se stesso, dal proprio Io, la qual cosa, per esempio, non si verifica negli individui animali, in cui appunto, non essendovi coscienza, la natura domina sull’individuo. L’autodeterminazione, invece, permette di oltrepassare, nel senso di distinguere, il dinamismo a livello di natura da quello a livello di persona. Negli animali, infatti, non essendovi autodeterminazione, non è possibile parlare di “atti”, ma semmai di semplici attivazioni legate alla “necessità” più che ad una effettiva libertà. Il soggetto umano, invece, poiché dipendente dall’Io a seguito dell’autodeterminazione, è pienamente libero, non determinato, proprio perché unico determinatore dei propri atti. La libertà, pertanto, richiede l’oggettivazione del proprio Io: “Per essere liberi, bisogna costituire il concreto Io che, essendo ad un tempo soggetto, è il primo oggetto di cui decidiamo con un atto di volontà”[4].

In senso proprio, quindi, di contro a molte mal interpretazioni della libertà, essa si configura principalmente come caratteristica della volontà dipendente dalla persona; l’indipendenza umana, infatti, si costruisce attraverso la dipendenza da sé. L’autodeterminazione, infatti, si identifica con il decidere cosciente, ovvero con l’integrazione dell’autoconoscenza con la funzione rispecchiante e riflessiva  della coscienza. Se l’uomo non si autodetermina, allora non è libero; “è la singola persona vivente, non un astratto a priori trascendentale o esistenziale, a qualificare l’esistenza e la sua inaggirabilità” (L Pareyson), altrimenti si avrebbe una falsificazione piena della stessa vita umana.

Il pensiero greco non è stato in grado di sviluppare un contributo significativo al problema della libertà, soprattutto per una visione deterministica della vita umana, interpretata come dipendente dal fato, dalle leggi della natura o dalla storia stessa, secondo la visione ciclica del tempo in cui tutto si ripete[5]. La decomposizione dell’idea di un fato sovrano o di una ciclicità del tempo è frutto proprio della visione cristiana del cosmo e dell’uomo, in cui il monoteismo trinitario ha liberato qualsivoglia residuo determinista in favore del concetto del Dio creatore e provvidente e dell’uomo – persona libera – immagine di Dio. Lo sviluppo del concetto di persona, pertanto, come pure una concreta filosofia della libertà in favore dell’autodeterminarsi dell’uomo è frutto del cristianesimo, per lo meno in larga parte, come riconosciuto dallo stesso Agostino: “È il Dio delle Scritture a rivelarci che nell’uomo c’è libera scelta della volontà”[6]. La volontà dell’uomo non è telecomandata dagli istinti (Freud), né, di contro, totalmente schiava della propria libertà al punto che “io sono nella misura in cui scelgo di esistere”, come direbbe Sartre secondo la sua tesi del primato dell’esistenza sull’essenza.

La prospettiva personalistica sembra invece la metodologia più adeguata a comprendere il significato della libertà della persona, oltre ogni idealismo, in cui l’identità umana così strutturata non è una condizione di schiavitù o di determinazione pilotata, bensì un veicolo ontologico verso la piena realizzazione personale secondo la luce della Grazia.

È questa la condizione originaria in cui l’uomo maschio-femmina di Gen 2,25 si trova ad essere. La nudità svela all’uomo maschio-femmina il suo essere per l’altro, il corpo si fa rivelatore della persona. La presa di coscienza di questa realtà oltrepassa la vergogna, poiché il corpo dell’altro non è visto nella prospettiva di un oggetto finalizzato al proprio piacere, bensì quale partner nel processo personale di autocomprensione. La finalità del corpo, infatti, prima del peccato originale è vissuta unicamente come possibilità di comunione delle persone, secondo il concetto originario di comunicazione, cioè comunicare in base alla comune unione esistente fra loro[7]. Tale comunione delle persone, espressamente voluta dal Creatore nella creazione dell’uomo maschio-femmina (Gen 1,27), si realizza proprio attraverso quel corpo di cui Adamo ed Eva prendono coscienza, non solo esteriormente, nella diversità somatica maschile e femminile, ma anche psicologicamente e spiritualmente, permettendo una autocoscienza del proprio essere unità pur nella diversità biofisica. È una comprensione che i progenitori fanno ancor prima di accorgersi del proprio essere diversi, in quanto prevale il senso di unità umana che li caratterizza. Essi si vedono effettivamente nudi, ma si “accorgeranno” di esserlo solo dopo il peccato originale (Gen 3,7-10), in quanto il loro vedersi prima del peccato è unicamente una percezione del proprio essere immagine di Dio, creature libere, per cui la nudità rappresenta una pienezza di comprensione del significato sponsale del proprio corpo. Infatti, nei loro corpi visibili che li caratterizzano come maschio-femmina, essi al contempo partecipano al vedere di Dio, che è un vedere in cui Dio stesso si compiace: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). Il corpo e la sessualità propri dell’uno e dell’altra si rivelano pertanto nella loro semplicità ontologica più profonda, si manifestano secondo la purezza specifica del loro valore e pertanto non producono alcun senso di pudore, poiché, avendo entrambi coscienza del proprio corpo, l’Io personale dei due, di fronte alla nudità, non si sente in alcun modo dominato o “invaso” dall’altro Io, come accade in una situazione di pudore, ma liberamente si compiace della complementarietà che scopre nell’ “aiuto” a lui offerto mediante la creazione dell’altra persona e in essa si dona totalmente. La pace interiore, pertanto, regna anche e soprattutto di fronte alla loro reciproca nudità, poiché essa esprime la loro comunione personale e il loro essere, mediante questa comunione, anche in comunione con il Dio creatore. Non vi è perciò alcuna contrapposizione fra il fisico e lo spirituale, bensì un’unica innocenza originaria, da non confondere con l’ignoranza dei sessi, che li integra in un’unica unità psico-fisica in cui la persona liberamente attua il proprio essere umano nella donazione piena di se stessa e del proprio corpo all’altro. In questa dinamica che parte dalla solitudine originaria, passa per la creazione della donna, si consolida nell’innocenza delle origini e la nudità senza vergogna, fino alla comprensione del carattere sponsale del proprio corpo e quindi alla donazione intrapersonale, si attua pienamente quell’essere immagine e somiglianza secondo il disegno creatore di Dio, il quale ha impresso nell’uomo maschio-femmina e creatura limitata spazio-temporale il sigillo del reciproco auto donarsi trinitario, secondo il dinamismo d’amore proprio della vita intradivina. Questa realtà antropologica dell’uomo, tuttavia, si attua solo con la partecipazione libera dell’uomo stesso, secondo la libertà originaria dell’uomo maschio-femmina, non ancora capace di “accorgersi” della propria nudità ma perfettamente in grado di vedere di essere nudo; in questo senso la libertà è la piena coscienza che l’uomo ha di sé e del suo essere immagine di Dio, la quale autoconoscenza, secondo il dinamismo tracciato precedentemente, comporta l’autopossesso, l’autodominio e, finalmente, l’autodeterminazione, che è alla base di ogni atto libero.

 
– Fonte: Francesco Gastone Silletta (Tesi di Laurea in Scienze Religiose) La Casa di Miriam Torino

 

 

[1] REALE G. – STICZEN T. (a cura di), WOJTYLA K., Persona e atto, op. cit., p. 267.

[2] Cfr. Ivi, p. 271.

[3] Ivi, p. 279.

[4] Ivi, p. 295.

[5] Cfr. MONDIN B., L’uomo: chi è?, Editrice Massimo, Milano 2004, p. 127.

[6] S. AGOSTINO, De gratia et libero arbitrio, c. 2.

[7] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, op. cit., p. 70.