Una fine a partire dall’inizio?

Una fine a partire dall’inizio?

6. Universo in espansione (Hubble), principio antropico (Barrow – Tipler) ed escatologia: una fine a partire dall’inizio?

Questo articolo intende esprimere la conclusione di fondo pannenberghiana, riportata anche nel titolo dell’articolo medesimo, cioè la proposta di una “fine a partire dall’inizio” confrontandola con l’ambito scientifico e con alcune proposte pervenute dalla scienza stessa nel corso del suo sviluppo ed acquisite-reinterpretate dallo stesso autore. Tutto ciò mette in rilievo un aspetto molto peculiare dell’autore protestante e che in certa misura lo “differenzia” dalla sua stessa tradizione protestante di riferimento, e cioè la sua grande apertura rispetto alla scienza ed alle acquisizioni del sapere sperimentale[1].

Il problema che qui ci interessa e che Pannenberg analizza compiutamente è quello relativo all’origine ed alla fine del mondo, soprattutto alla luce dello stretto rapporto fra creazione ed escatologia, ma non soltanto in chiave creazionistico-escatologica (e quindi teologica) ma anche dal punto di vista delle scienze e delle filosofie della natura.

Di fatto Aristotele negava qualsivoglia origine del tempo: per lui tutto ciò che è “attuale” risulta riferito a qualche cosa che c’era prima e che ci sarà poi, ed attraverso varie sue personali elaborazioni circa il tempo come numero del moto, perviene a concludere che il tempo stesso è una istanza di per sé eterna. Fra i grandi pensatori del passato, compresi numerosi teologi dell’età patristica, soltanto Platone annovera il tempo fra le realtà aventi una origine. Non così il platonico Origene, né l’ancor più platonico Plotino, entrambi favorevoli all’eternità del tempo, l’uno in nome dell’immutabilità di Dio (Origene), l’altro in nome dell’eternità dell’Uno, da cui il tempo stesso per emanazione dipende (Plotino). Ora, i tentativi di “stabilizzazione” della dottrina circa l’origine del tempo da parte della teologia cristiana, non hanno superato la barriera filosofica rappresentata dal diffuso aristotelismo cosmologico che negava una origine “fisica” del tempo. Non risolutiva in senso pieno si presenta neanche la dottrina dello stesso Agostino, a cavallo fra una “origine” effettiva del tempo a partire dalla creazione stessa – come si è visto sopra – ma tuttavia egli stesso sostenitore di una pre-temporalità angelica (eternità), tuttavia non equivalente per natura all’eternità divina. Di per sé, pertanto, l’origine del tempo agostiniana si presta a varie e spesso erronee interpretazioni, soprattutto in un rigorismo biblico che vuole Agostino collocare l’inizio del tempo al quarto giorno della creazione.

Lo stesso grande teologo Tommaso d’Aquino si limita ad accettare una origine del tempo, senza però aggiungere nulla in termini di esplicitazione di tale origine, che per Tommaso stesso rimarrà sempre un dato di fede e non un assunto empirico.

Facendo un “salto” pindarico nei secoli (sorvolando appunto teorie come il volontarismo di Ockam o il soggettivismo kantiano o ancor più l’idealismo hegeliano) si giunge in epoca post-moderna dove effettivamente le considerazioni “scientifiche” sull’origine del tempo hanno subito importanti sviluppi, anche se non ancora postulati definitivi. Ad esempio, come sottolinea Pannenberg, già la teoria della relatività, sganciando per così dire lo spazio ed il tempo dalla massa e dalla velocità dei corpi, hanno di fatto orientato verso un concetto illimitato di spazialità, pur tuttavia un tempo avente un punto “x” di origine. Più ancora, fu la scoperta-teoria di E. Hubble circa l’universo in espansione a tentare di decretare che “deve esserci stato un punto iniziale del movimento, prima del tempo finito, quando l’intera materia cosmica si concentrava in uno spazio ristrettissimo”.[2] Di fatto questo punto iniziale venne poi conglobato nella grande teoria del Big-Bang lungo il secolo 20°, da cui risultava appunto un universo in espansione sia quanto al tempo che quanto allo spazio. Se per Kant un universo “originato” sarebbe un assunto unificativo delle nostre idee (soggettivismo) e in se stesso, quindi, privo di fondatezza, anche la scienza contemporanea oscilla rispetto all’idea di un’origine inequivoca del tempo, al di là che i sostenitori dell’origine del tempo circumnavighino intorno alla “storia” del tempo stesso onde individuarne l’età, che per alcuni sarebbe di circa 15 miliardi di anni.

Il problema allora rimane ancora il “Sì” rispetto all’obiezione circa l’origine del tempo: “In ogni caso, il carattere finito di tutto ciò che si svolge nel tempo presuppone un inizio.[3] Ciò nonostante, sul versante empirico si fa fatica a fronteggiare con estrema certezza un’origine temporale sulla base di dati fisico-naturali; sul versante teologico-filosofico, tuttavia, è imprescindibile, come ancora una volta ricorda il Pannenberg, un riferimento alla scienza ed in particolare alle scienze della natura, poiché si rischierebbe di assumere come verità di fede delle istanze “astratte” ed esulanti dai contenuti empirici e quantitativi.

Forse ancora più “misteriosa” appare dal canto suo l’incognita escatologica circa la fine (fisica) del mondo, dalla fede cristiana ben “immagazzinata” entro i confini della seconda venuta di Cristo (parusia) seppur attraverso modalità di ordine fisico-cosmologico a noi estranee. La certezza cartesio-kantiana circa l’impossibilità di un universo che termina pare ormai abbondantemente superata, pur tuttavia senza decretare con certezza una fine ultima e soprattutto empirica dell’universo medesimo. “Soltanto con il secondo postulato della termodinamica la fisica reintroduce nella sua prospettiva l’idea di una fine del mondo, inizialmente intesa, però, come lo stato finale di un equilibrio termodinamico, cioè come “morte termica”. In seguito, il modello cosmologico di un universo che si espande condurrà, in una delle sue varianti, all’idea sostanzialmente ancor più radicale di una fine del mondo, nella prospettiva però di un futuro ancor più remoto. Ci si chiede, cioè, se il movimento di espansione, nonostante l’apparente rallentamento, proseguirà lungo tutto il futuro, o se per effetto della forza gravitazionale non verrà frenato fino ad entrare in stato di perfetta quiete, per entrare in una fase di successiva contrazione che avrà un epilogo singolare, analogo a quello degli inizi dell’universo, arriverà cioè al punto terminale caratterizzato dalla densità illimitata e da una contrazione spazio-temporale”[4]. Per Pannenberg, molto attento alla ricerca scientifica inerentemente all’ambito escatologico, è molto possibile che la fine dell’universo, che quindi egli non solo “per fede” ma anche scientificamente sembra riconoscere e dare per certa, sia proprio essa a “svelare” i contenuti della sua tanto misteriosa e primordiale origine. Questo perché secondo lui il merito del Principio Antropico, elaborato in prima istanza da Brandon Carter (1974), ma ampiamente sviluppato dalla coppia di scienziati Barrow-Tipler nel famoso testo “The Antropic Cosmological Principle” (1986)[5], sarebbe quello di aver messo in evidenza un universo finalizzato all’uomo, in cui, con parole dello stesso Pannenberg, “soltanto nell’Omega del processo cosmico risulterebbe compiuta quella signoria spirituale sul mondo che inizialmente ci è apparsa nelle figure ominizzate, ma che si dovrà compiutamente realizzare – se davvero l’essere uomo assume una così grande importanza per l’universo – anche in un’altra forma, quella che determina l’universo stesso nella sua intera dilatazione[6].

A partire da qui, secondo l’autore, si potrebbe trovare una possibile “scoperta” e fondazione delle origini.

– Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Torino (Studi)

 

 

 

 

 

 

 

 


[1]Cfr.MONDIN B., “Pannenberg”, in MONDIN B., Dizionario dei teologi, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1982, p. 452.

[2]Ibid.

[3]Ibid.

[4]Ibid.

[5]TANZELLA NITTI G. – STRUMIA A., (a cura di),”Il principio antropico”, in  Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, 1, Città Nuova Editrice, Roma 2002