L’assorbimento della vergogna nell’amore

 

(Dalla tesi di Laurea di Francesco Gastone Silletta intitolata: “La differenziazione sessuata nella Teologia del corpo in Giovanni Paolo II)

 

1. L’assorbimento della vergogna nell’amore: la vita secondo lo Spirito alla luce della giustificazione

Con questo paragrafo ci si addentra nel cuore dello studio wojtyliano sulla Teologia del corpo. L’autore, infatti, dopo un lungo processo dialettico in cui ha evidenziato come tesi l’innocenza originaria dell’uomo “preistorico” e come antitesi il peccato originale e quindi la vergogna di fronte alla nudità (uomo “storico”), giunge ora ad una ricca sintesi nella prospettiva del superamento della limitatezza di questo stesso uomo “storico” erede della colpa originaria.

Tenendo presenti due testi chiave del pensiero “sintetico” dell’autore su questo tema, ovvero Amore e responsabilità e Uomo e donna lo creò, con il corredo di altre fonti a lui vicine si osserva come egli sviluppi la questione del superamento del limite attraverso una doppia metodologia. La prima è di carattere principalmente filosofico, in cui egli procede oltre l’aspetto puramente fenomenologico della vergogna dopo il peccato e sviluppa invece una metafisica del pudore; l’altra è di natura teologica, in cui evidenzia la giustificazione in Cristo come assunto per l’esistenza di un “uomo nuovo” che scopre nella propria bipolarità maschio-femmina una esistenza “secondo lo Spirito” che oltrepassa, non elimina, la triplice concupiscenza giovannea (1Gv 2,16).

L’uomo, infatti, per natura “è un aspirante Dio”[1] a motivo del suo essere immagine che lo colloca entro una relazione privilegiata rispetto all’Archetipo trinitario nel quale egli si configura come ad un modello. Il peccato originale, tuttavia, dal punto di vista fenomenologico destabilizza questa coscienza di uomo immagine con l’insinuazione del dubbio del Dono, per cui nell’uomo stesso sorge un dilemma interiore, una lotta rispetto alla propria identità teonomica che d’un tratto si pretende totalmente autonoma.

Il problema sta proprio in questo “fenomeno” di coscienza. Tralasciando qui la natura teologica del peccato originale, si passa immediatamente all’aspetto consequenziale della scelta adamitica: la vergogna a motivo della nudità. L’uomo maschio-femmina, infatti, si ritrova in certa maniera “spersonalizzato” nella propria sessualità[2].

Ciò che prima non era un problema, semplicemente perché non esisteva, ora diventa un dramma interiore per l’uomo, non solo nell’effetto esteriore, “riparabile” in qualche modo “intrecciando foglie di fico” (Gen 3,7), ma molto di più nella ripercussione interiore che implica un concetto corporeo-sessuale solipsistico, slegato dalla logica della relazione-dono, pertanto vincolato a quella concupiscenza che inevitabilmente conduce al dominio-sopraffazione. Rimanendo soltanto sul piano fenomenologico, se da un lato si può comprendere la natura antropologica di questo uomo “storico”, tuttavia non si riesce ad oltrepassarla in termini di cambiamento e soluzione. Stando al puro fenomeno, cioè, l’uomo è un dato sessuale dominato dalla concupiscenza e dall’istinto che lo orienta al godimento ed alla concezione utilitaristica del corpo altrui, danneggiando alla radice la stessa dignità della persona umana.

Il passo in avanti che Giovanni Paolo II in questa situazione compie con successo è proprio uno sviluppo metafisico della questione del pudore (metafisica del pudore), che di fatto è il punto chiave di questo dramma interiore dell’uomo storico. Se, infatti, è necessario un meccanismo di auto-difesa, quale è di fatto il pudore, significa che interiormente l’uomo è percosso da altri tipi di meccanismi, è attaccato proprio nel suo intimo (il “cuore” matteano , Mt 5,27-28; 15, 18) che lo rende in qualche maniera schiavo e non più padrone dei propri atti. Il pudore, infatti, “è la tendenza tutta particolare dell’essere umano a nascondere i propri valori sessuali, nella misura in cui essi possono essere suscettibili di dissimulare i valori della persona”[3].

Non può pertanto essere compreso a livello concettuale se non si premette una condizione di disagio interiore della persona-soggetto, per cui essa stessa si riconosce quale possibile oggetto di godimento a motivo dei propri valori sessuali. In questo senso, quale “auto-difesa”, la persona stessa elabora un meccanismo esteriore ed interiore per cui in un certo senso “viola” i propri valori dissimulandoli (“intrecciarono foglie di fico”).

È in un certo senso una prospettiva simile a quella sartriana già enunciata in questa trattazione del “vestirsi come dissimulazione del proprio corpo[4], anche se tale asserzione denuncia un forte squilibrio rispetto allo stesso concetto filosofico di libertà, che per l’autore francese è una realtà del tutto “schiavizzante per l’uomo”.

Come moto di difesa, pertanto, il pudore è necessario per la salvaguardia della dignità della persona, sia nella prospettiva del “guardare” (pudore del corpo), sia nella prospettiva della relazione sessuale (pudore degli atti d’amore). Come si vede, il pudore ha un evidente valenza personalistica e, proprio perché avviene solo tra le persone, non è per nulla antitetico alla possibilità dell’amore, ma “semmai lo rafforza nel suo essere difesa naturale della persona”[5], divenendo perciò uno strumento di protezione affinchè l’amore stesso, nella reciprocità maschio-femmina, possa dichiararsi veramente autentico nonostante il moto della concupiscenza tenti di orientarlo in altra direzione.

L’obiettivo sostanziale di Giovanni Paolo II è ricondurre l’uomo nella sua dualità sessuale all’autodeterminazione, un concetto chiave della sua stessa filosofia personalistica[6]. L’uomo, infatti, si autodetermina nella misura in cui si autopossiede e per questo è in grado di dominare i propri atti. Alla base di questo autopossesso che conduce all’autodeterminazione, vi è la consapevolezza di sé, riflessa dalla coscienza, che garantisce all’Io il dominio dei propri atti e pertanto la capacità di soprassederli auto-determinandoli.

Ora, nel contesto critico dell’antropologia “storica” dell’uomo, come si è visto la tendenza dell’uomo stesso è quella di lasciarsi dominare dalla concupiscenza, la quale di per sé non è il peccato, ma semmai un moto che ad esso conduce e da esso deriva.

Nel caso della sessualità, alla luce di Gen 3,7, tale concupiscenza si esprime mediante la vergogna, per cui l’uomo manifesta nella propria interiorità uno strato di “non auto-comprensione” che appunto produce tale vergogna. In un contesto siffatto, egli non può raggiungere la “pienezza” psicologica dell’amore, poiché ha perduto nel proprio cuore la categoria del dono, alla base dell’autocomprensione. Di nuovo si comprende, quindi, l’importanza antropologica di quell’appello di Cristo al “cuore” (Mt 5,27,28), che in altro contesto viene definito come ciò che appunto determina l’impurità o la purezza del soggetto (Mt 15,18). Il limite della differenziazione sessuata è pertanto evidenziato da questa incapacità di aprirsi alla relazione con l’altro seguendo la dinamica dell’amore, fondato sul mutuo donarsi ad immagine di Dio, in cui l’uomo e la donna veramente si autodeterminano seguendo ciò che di perenne ed inviolabile è insito nel proprio cuore: la libertà del dono.

È come se la concupiscenza fosse lasciata libera di soggiogare l’Io umano personale entro la propria sovranità, chiudendo la persona entro i propri confini appunto “personali” ed inducendola ad interpretare tutto, compresa la sessualità”, nell’ottica di un ritorno a sé ed al proprio piacere.

Si comprende pertanto come alla luce di Gen 3,17 la vergogna, ormai inevitabile a causa dell’immagine infranta, sia tuttavia uno strumento di difesa necessario per la salvaguardia della dignità della persona che avverte il pericolo di essere oggettivata. Tuttavia, come osserva Giovanni Paolo II, essa può e deve essere oltrepassata, poiché il comandamento dell’amore illumina la coscienza in una prospettiva tale per cui essa può esprimere veramente una condizione di non-rischio di oggettivazione della persona, nel senso di “un amore vero, quello che affermando il valore della persona cerca con tutte le sue forze il bene più completo del proprio oggetto”[7].

È questa la sintesi più esplicita di ciò che Giovanni Paolo II, nella sua metafisica del pudore, definisce come “l’assorbimento della vergogna nell’amore”. Nell’uomo maschio-femmina, pertanto, proprio alla luce di Gen 3,7, deve instaurarsi una capacità di discernimento del giusto rapporto tra i valori della sessualità e la persona umana. I valori sessuali, in questo senso, per quanto “turbati” dall’istinto e dalla concupiscenza ad una interpretazione fallace del corpo e del fine sessuale, devono tuttavia essere volontariamente soprasseduti dalla coscienza del valore superiore e primario della persona; la prospettiva dello “sfogo” di tali impulsi sessuali, frutto della concupiscenza, è pertanto erronea non tanto dal punto di vista dell’immoralità, quanto più ancora da quello della metafisica del corpo, poiché l’antropologia umana è orientata a valorizzare il corpo stesso e l’amore come corrispondenza reciproca dei corpi proprio per esprimere il valore unico della persona.

Oltre che una prospettiva di giustizia antropologica, si compie in questo senso una “giustizia verso il Creatore”, in cui il linguaggio autentico del corpo, sconosciuto alla concupiscenza, arricchisce la natura sponsale del corpo stesso, purificandola e, concretamente, semplificandola.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

                                                 

 
 
 

[1] MOUNIER E., Il personalismo, op. cit., p. 75.

[2] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Amore e responsabilità, op. cit., p. 139.

[3] Ivi, p. 136.

[4] Cfr. SARTRE J.P., L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1991, p. 285.

[5] GIOVANNI PAOLO II, Amore e responsabilità, p. 132.

[6] Cfr. in questo senso l’ampia premessa alla filosofia di Giovanni Paolo II presentata nell’Introduzione di questa trattazione, pp. 4-10.

[7] GIOVANNI PAOLO II, Amore e responsabilità, p. 135.