Quel silenzio che dispiace a Gesù (Mc 3,4-5)

The Great Commandment, Part 2 - The Summit Lighthouse
 
In un brano del Vangelo di Marco (Mc 3,1-6), Gesù pone in maniera diretta e inequivoca una domanda rispetto a ciò che sia lecito fare in giorno di sabato: salvare una vita (greco: σῶσαι) oppure perderla, nel senso di far morire qualcuno (greco: ἀποκτεῖναι).
Ciò che stupisce, tuttavia, non è né la domanda di Gesù, la quale è perfettamente contestuale alla situazione, essendo lì presente un uomo malato che Gesù stesso, in giorno di sabato, intende guarire; né l’opposizione così netta fra salvare e uccidere che letterariamente viene posta. Piuttosto, la vera “drammatica” sorpresa del lettore è l’atteggiamento di chi dovrebbe rispondere a questa domanda, e dovrebbe farlo, senza indugio, nella prospettiva della prima risposta possibile (cioè salvare una vita). Questo atteggiamento, infatti, viene descritto dall’Evangelista nella prospettiva di un assoluto “silenzio”. Nessuno dei presenti, cioè, si pronuncia a riguardo; il verbo greco è chiaramente un verbo che esprime il “mantenere chiusa la bocca”, cioè il tacere, in greco: “σιωπάω”.
Dinanzi a questo genere di atteggiamento, prosegue il racconto, Gesù si adirò, nel senso letterale di provare una profonda opposizione rispetto all’atteggiamento di qualcuno, una vera e concreta “indignazione” (greco: “ὀργή”).
Certi silenzi, infatti, fanno male al cuore santo di Gesù. Non si deve tacere quando è l’ora di parlare, come inversamente non si deve ad ogni costo parlare quando conviene rimanere in silenzio.
Gesù certe ipocrisie non le accondiscende mai nella sua economia storica. Il valore di una vita prevale infatti sempre rispetto a qualsiasi forma di giurisdizione precostituita o di ordine valoriale prefissato. Non riuscire a mettersi in gioco, “esponendosi” rispetto agli altri con un intervento personale a difesa di una vita, contraddice l’amore di Cristo e disorienta Cristo stesso nella sua vicinanza al cuore degli uomini.
Amen.
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