La coronazione di spine

La coronazione di spine

Corona di spine
Dal nuovo libro: “Amato perché amante – Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” –

di Francesco Gastone SillettaTeologia – ISBN 9788894057119 – © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – € 37,00

“[…] Il narratore continua attentamente la cementazione del suo trattato sulla regalità di Gesù. La scena della coronazione di spine costituisce in questa prospettiva un momento vetta. Egli è tuttavia attento ai preamboli situazionali e ai dettagli narrativi:

“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare” (19,1).

Innanzitutto, l’apertura della scena con un avverbio, “allora” (οὖν), è utile per creare un contrasto situazionale con la scena precedente. L’effetto sorpresa circa il cambiamento di comportamento, ora duro e irreprensibile, di Pilato nei confronti di Gesù, è soltanto apparente. Pilato infatti non ha colto, nella precedente conversazione con Gesù, l’auspicata lezione di conoscenza circa la sua regalità, mantenendo immanente ed umano il suo principio di comprensione. In questo senso egli è proteso non tanto all’umiliazione di Gesù secondo l’accusa giudaica, quanto piuttosto all’umiliazione della stessa regalità dei giudei questionata dai sinedriti accusatori. La flagellazione di Gesù va allora colta secondo la volontà di Pilato di irridere il “re dei giudei” nella sua stessa possibilità istituzionale.
Alcuni particolari letterari rendono bene l’idea dell’efferata azione di Pilato. Egli “prese” Gesù, dice il testo. Il verbo greco “λαμβάνειν” è espressivo di un’intrinseca violenza , la quale sembrerebbe in un certo modo inaspettata in Pilato dato il precedente andamento processuale. In secondo luogo, Pilato fece flagellare Gesù, ossia colui che in precedenza aveva dichiarato immune da colpevolezza:

“Sorprende una simile brutalità, perché non si tratta come in Luca della correzione (παιδεύειν) che veniva inflitta prima di rilasciare il prigioniero, ma del terribile supplizio che precedeva la crocifissione per indebolire il condannato e accelerare la sua agonia” (X. Léon Dufour – N.B. Le fonti non sono citate in questo post)

La scena della flagellazione, nel Quarto Vangelo (di seguito, QV), è inoltre narrativamente anticipata. Storicamente, infatti, i prigionieri venivano flagellati soltanto dopo il pronunciamento della condanna alla crocifissione, oltretutto con un numero limitato di colpi onde evitare che il suppliziato decedesse in anticipo rispetto all’esecuzione. Diverso era invece il caso della fustigazione educativa, imposta all’imputato quale imponente lezione dall’autorità costituita ma funzionale ad un suo successivo rilascio (cfr. Lc 23,16.22; At 5,40) .
Il narratore del QV, invece, pone la flagellazione di Gesù a processo in corso. Addirittura, una volta fatto flagellare Gesù, nuovamente Pilato ne proclama l’innocenza (19,6b). Si manifesta allora una particolare strategia narrativa orientata verso la scena successiva:

“Pilato vuole mostrare ai sommi sacerdoti una figura pietosa, un essere ridotto al nulla; manifesterà in questo modo quanto sia assurda ai suoi occhi l’idea di un ‘re dei giudei’. Se umilia il prigioniero innocente, è per umiliare l’orgoglio nazionale di coloro che pretendevano di imporgli la loro volontà” (X. Léon – Dufour).

L’atteggiamento del prefetto non è l’unico ingrediente narrativo utilizzato dal narratore per esaltare la condizione regale di Gesù durante il suo processo. Ad esso si aggiunge, infatti, la descrizione particolare del comportamento dei soldati nei confronti di Gesù:

“E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: ‘Salve, re dei giudei!’. E gli davano schiaffi” (19,2-3).

Omettendo altri generi di umiliazioni e percosse rivolte a Gesù, come per esempio gli sputi e gli insulti, il narratore conserva soltanto ciò che possiede un preciso orientamento nella contestualizzazione regale della scena descritta. Lo stesso Gesù, che ha “presentato il dorso ai flagellatori” (Is 50,6), viene descritto qui come re sanguinante e deriso:

“La scena è intermediaria tra la proposta di amnistia e la presentazione di Gesù davanti ai giudei. Costituisce nello stesso tempo una preparazione al confronto del re così sfigurato con il popolo giudeo” (A. Marchadour).

Il narratore sottolinea in tre tempi la regalità di Gesù, la quale ha un peso specifico, nel suo racconto, assai più considerevole rispetto all’economia sinottica.
Innanzitutto l’istituzionalizzazione del “re”, attraverso la pantomima dell’incoronazione:

“Schernendo Gesù quale re, i soldati sembrano seguire un rituale stabilito, e alcune azioni usuali sono coinvolte. Troviamo particolari simili nella relazione che Filone fa della folla che schernisce Karabas ad Alessandria: l’uomo fu vestito regalmente con un diadema di papiri sulla testa e una canna in mano come scettro; gli resero omaggio mentre alcuni lo salutavano re. Filone fa osservare che questa era una imitazione di comuni pantomime” (R. Brown).

La corona di spine è il primo riferimento regale dello scherno dei soldati. La natura di questa corona non viene narrativamente esplicitata, al di là della sottolineatura della sua spinosità. Essa doveva evidentemente avere una struttura a raggiera, tipico ornamento dei sovrani, forse derivata da una pianta spinosa, verosimilmente la palma da dattero (cfr. Gv 12,13).
Il secondo riferimento regale è menzionato dal narratore con il termine greco “ἱμάτιον”, cioè una “veste”, un “indumento” in senso generico, di colore purpureo (cfr. Ap 17,4; 18,16):

“Non viene detto che gli fu tolto, il che dà l’impressione che Gesù salirà incoronato e rivestito di porpora sul Gòlgota, dove si trova il trono della croce” (I. De La Potterie).

Vi è poi il terzo e fondamentale riferimento regale. Dopo la vestizione del re, vi è infatti la sua riverenza ironica. Il narratore costruisce con un particolare linguaggio la formulazione dell’espressione con cui i soldati scimmiottano la regalità di Gesù. Innanzitutto il saluto, “χαῖρε” (“salve”), imitativo del saluto imperiale “Ave Caesar”. In secondo luogo, il nominativo con l’articolo, “ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων”, cioè letteralmente “il re dei giudei”:

“È vero che, nell’uso di allora, il nominativo con l’articolo era talvolta impiegato con valore di vocativo, ma si noterà che la formula qui utilizzata è identica alla scritta apposta sulla croce (19,19), in cui viene proclamato solennemente a tutti gli uomini che Gesù è il re dei giudei. È chiaro che, per Giovanni, ciò che qui conta è la titolatura del saluto e non i dileggi” (I. De La Potterie).

Nella prospettiva del QV si tratta di una prima intronizzazione regale dal carattere simbolico. Ai soldati che, in termini beffeggiativi, compiono la vestizione del re e gli rendono riverenza, sfugge il senso ultimo della loro stessa attività, intrinseca invece alla coscienza del lettore che non è qui vittima dell’ironia:

“(Questa scena) ha perciò una funzione a parte, sull’asse cristologico dominante: in tensione con l’altezza manifestata dai dialoghi, essa vi integra l’aspetto dell’abbassamento del Figlio, sottolineato dalle reminiscenze del Servo di Isaia. Tuttavia, attraverso l’accento posto sulla pantomima di intronizzazione, mantiene fisso lo sguardo del lettore sul mistero della regalità di Gesù (X. Léon Dufour) […]” – (Francesco Gastone Silleta)

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