Il compimento escatologico

4. Il compimento escatologico costituisce la finalità intrinseca dell’intera realtà creaturale

Il punto di partenza di questo paragrafo è una definizione cara a Pannenberg (e che appunto per questo ripete spesso nei suoi scritti), secondo cui, appunto, “il compimento escatologico costituisce la finalità intrinseca dell’intera realtà creaturale” (Cfr. Rm 8,19ss.). Alla luce di questa sua personale “verità”[1], Pannenberg fa scaturire un interrogativo postulato: è dunque tale compimento escatologico il fine dell’agire divino? Pannenberg risponde ispirandosi a due riferimenti in particolare. L’uno è dato dalla Teologia scolastica, secondo cui, in sintesi, lo scopo dell’agire divino sarebbe Dio stesso. L’altro, più “vicino” (ma non per questo condiviso) dall’autore è rappresentato dalla stessa teologia protestante, per la quale il fine dell’agire divino sarebbe la gloria di Dio, e pertanto lo stesso agire delle creature deve indirizzarsi a questo fine. Il rischio che Pannenberg mette bene in luce, tuttavia, è quello di pensare ad una autoreferenzialità divina in seno all’atto creatore, quasi come se Dio creasse il mondo al fine di glorificare se stesso. Per quanto sia per le creature un dovere quello di riconoscere la signoria divina e pertanto dare gloria al proprio creatore, come del resto ribadito in termini di scomuniche dal Vaticano I, è necessario entrare in una ipotetica “psicologia” divina e debellare da essa qualsiasi finalità egoistica, ricordandoci come Dio in se stesso non abbisogna di alcuna glorificazione umana: “Un Dio che cercasse la propria gloria nelle sue azioni sarebbe l’archetipo di quel comportamento che tra noi umani va sotto il nome di “egoismo” (amor sui) e che rappresenta il non-essere dei nostri peccati. In quanto espressione ed attivazione della sua libertà di amare, l’agire di Dio è interamente rivolto alle creature, che sono al tempo stesso oggetto e scopo della creazione. Sta proprio qui l’onore del Creatore, quella gloria del Padre che viene magnificata nelle creature per mezzo del Figlio e dello Spirito”. Ciò non comporta, tuttavia, che dal canto loro le creature non siano “finalizzate” in Dio e quindi il loro compimento escatologico non inizi già in questa vita terrena, dove sono chiamate a glorificare il Padre attraverso il Figlio nella comunione dello Spirito Santo.

– Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Torino (Studi)


[1] Nel senso che è una nozione su cui insiste molto l’autore; tuttavia non si intende “personale” come se fosse frutto unicamente della sua speculazione, né “verità” nel senso dogmatico del termine.