Sull’esistenza del purgatorio

“Sull’esistenza del purgatorio”

Purgatorio

– di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Torino

L’esistenza del purgatorio, al di là dell’esasperata ricerca biblica in chiave probatoria, ci pare testimoniata dall’attualità quotidiana del nostro vivere terreno. Molte volte ci domandiamo ostinatamente il perché di determinate situazioni o di dolorosi contesti a noi prossimi, accusando Dio in ordine al loro accadere storico e al nostro coinvolgimento personale rispetto ad essi. Difficilmente, invece, posti di fronte ad un evento drammatico o comunque spiacevole, ci poniamo davanti a Dio in termini di benevolenza e di accettazione, se non addirittura di ringraziamento, offrendo quel determinato avvenimento, al di là di ciò che la nostra intelligenza umana possa realmente capire in ordine alla sua spiegazione, quale possibile occasione di purificazione interiore offertaci dalla misericordia divina, tanto in ordine a noi stessi quanto in ordine ad altre persone che neppure conosciamo e rispetto alle quali l’esperienza della sofferenza può servire quale operatore di mediazione.
La mormorazione contro Dio riguardo il dolore, per quanto possa apparire umana e per questo apparentemente “giustificabile”, in realtà ci pone nella pericolosa situazione di elevarci a giudici della divina attività, precipitando dunque nella peggiore delle condizioni possibili di colpevolezza: la superbia. Se non comprendiamo il senso delle cose o il corso degli eventi, abbandoniamoci totalmente a Dio, consapevoli che nulla di quanto l’esperienza umana ci riservi sfugga alla sua penetrazione ed al calcolo della sua intelligenza: ogni cosa ha un suo proprio significato, al di là che esso possa essere penetrato dalla nostra conoscenza umana oppure no.
Il purgatorio si costituisce proprio laddove, per un perverso principio di sostituzione, siamo noi stessi a sovrapporci, con le nostre facoltà umane, alla dispensazione misericordiosa della grazia divina, di fatto estromettendone l’attualità d’amore rispetto alle nostre capacità intellettive e volitive, dunque aprendo innanzi a noi una continuità nell’umano priva di un ordine divino di illuminazione ed orientamento ed ispirando inevitabilmente in noi determinate azioni connesse a questo stato di cose. Ciò che in noi rimane oscuro, perché non illuminato dalla grazia, è ciò che dopo la morte umana viene ad esigere, ancora una volta per un atto di misericordia, l’incontro con la purificazione divina, indefettibilmente rapportata alla perfezione della giustizia di Dio.
In questa prospettiva è auspicabile una accettazione, piuttosto che non una maledizione ingiuriosa, di qualunque genere di difficoltà la nostra esistenza venga ad arrecare rispetto alle nostre umane aspirazioni, poiché soffrire in terra è comunque infinitamente meno doloroso, come testimoniano i santi, che soffrire in cielo:
“Ogni minima pena del purgatorio è più grave della massima pena del mondo. Tanto differisce la pena del fuoco del purgatorio dal nostro fuoco, quanto il nostro fuoco differisce da quello dipinto” (S. Tommaso d’Aquino).