“Lo star fermo equivale al tornare sui propri passi” (S. Pio, Epistolario)

“Lo star fermo equivale al tornare sui propri passi”
(S. Pio, Epistolario)
 
 
Cosa vuol dire? Sembra inoppugnabile l’idea di una cinetica esistenziale sempre necessaria al raggiungimento della meta ultima di ogni fedele, la comunione eterna con Dio. Ma come interpretare la natura di questa “cinetica”? In diverse mie pubblicazioni ho introdotto quel termine oggi tanto “discusso”, da certe parti “detestato”, ossia il termine “migrazione”. Mi riferivo ivi anzitutto proprio ad una “migrazione esistenziale”, anche se intraprendendo questa, è inevitabile prima o dopo anche una migrazione di ordine geografico e persino sociale. Ho posto quale esempio “modellare” la figura narratologica del Discepolo Amato, nella mia tesi dottorale intitolata proprio “Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione”. Lo stesso approccio l’ho poi utilizzato nel mio più breve lavoro teologico intitolato: “Elia, il profeta migrante”. Sono felice di questo mio “proprio” investimento teologico del termine “migrazione” (ci tengo molto alla mia paternità nell’uso di questo termine in ambito teologico, date soprattutto le perplessità che esso ha scaturito in alcuni importanti teologi che si sono confrontati con il mio lavoro dottorale e la fatica per farlo entrare in certe sensibilità accademiche). Credo che una visione meno “nazionalista” del termine “migrazione”, con una sua referenza alla natura “teologica” che esso stesso evoca, possa servire in qualche modo ad un miglioramento, ad una applicazione evangelica di ciò che la stessa economia del Vangelo ci propone da un punto di vista dei personaggi che ivi compaiono e delle relazioni tra di loro. Relazioni che molto spesso sono appunto di ordine “migratorio”.
(Francesco G. Silletta)
 
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