Sulla crisi mariologica accademica

Sulla crisi mariologica accademica
 
 
Quale posto ha la Madonna negli studi teologici accademici? A noi pare ben misero, come si trattasse di una figura sì, venerabile quanto si vuole, ma della quale in concreto la teologia riesca a dire molto poco e paradossalmente proprio rivendicando questa pochezza a partire dalle Sacre Scritture. Come dire che in esse niente di così “scientifico” sia rinvenibile sul suo conto e che anzi, tante convinzioni dei fedeli (la verginità perpetua, l’immacolata concezione, la stessa divina maternità – perché negando la divinità del Figlio si nega al contempo la maternità divina) siano frutto non di comprovabili asserti scritturistici, ma di infatuazioni dello spirito umano, di deviazioni devozionali. Ed ecco che colei dalla mediazione della quale ogni grazia deriva (altro punto fortemente messo in discussione da molti teologi contemporanei) viene relegata ad una marginalità di senso accademico. Un posticino là, in fondo ai manuali di cristologia, giusto per dire che qualcosa, su di lei, la teologia sia costretta in qualche modo a doverlo argomentare.
Questo accade quando la teologia superbamente si erge come “scienza” positiva, dimenticando che essa dovrebbe essere unicamente un umile servizio alla fede. Persino gli studi propriamente mariologici in fondo enfatizzano di Maria non tanto l’asserzione “teologica”, cioè il senso della sua esistenza storico-salvifica, quanto più che altro una “storia della mariologia”, cioè un resoconto talvolta freddo e distante dal cuore rispetto a ciò che lungo i secoli su Maria sia stato scritto o pronunciato.
Da qui la distanza fra mente e cuore, fra fede e razionalità scientifica in ordine al valore della Madonna nella vita quotidiana della gente.
Ma la Madre dov’è nel cuore dei suoi figli? In che modo questi, nella propria esistenza, esprimono gioiosamente la loro natura filiale grazie al contributo teologico?
 
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