Il lavoro come diritto dell’uomo

 

 

Il lavoro è un diritto

          “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?” (Mc 6,3). Il dato evangelico circa la professione di “carpentiere” di Gesù va assunto quale testimonianza della dignità del lavoro”[1].

          Il lavoro, infatti, appartiene all’accettazione di Gesù di appartenere al quadro ordinario della vita dell’uomo di ogni epoca. Indubbiamente Gesù non espone una dottrina sull’etica del lavoro in senso stretto, tuttavia i suoi discorsi sulla realtà imminente del Regno contengono un implicito giudizio dell’attività lavorativa umana.

          In particolare, Mc 1,17, nel racconto della trasformazione dei pescatori in “pescatori di uomini” operata da Gesù, lascia intendere come per quanto dignitoso e doveroso sia il lavorare, non va dimenticata la “caducità dello stesso dovere umano di lavorare[2] di fronte all’imminenza del Regno.

          “Lavorate non per il cibo che perisce, ma per quello che dura nella vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27). Questa citazione evangelica può introdurre una nuova questione, circa l’interpretazione data da alcuni dei primi cristiani (contemporanei degli Apostoli) all’etica del lavoro di fronte al Regno che viene.

          Alcuni dei primi cristiani, infatti, incapparono nell’errore di presumere di poter sospendere il proprio lavoro nella convinzione dell’imminenza della parusia. Di fronte a questa errata posizione, Paolo esige che i cristiani continuino a lavorare (1Ts 4,11; 2Ts 3,10-12); le motivazioni che egli adduce sono essenzialmente di giustizia (“Chi non vuol lavorare neppure mangi” – 2Ts 3,10), sottolineando come sia insostenibile, per i cristiani, l’ipotesi di sentirsi esonerati dagli ordinamenti del Dio Creatore nell’attesa entusiasta della parusia[3].

          Come afferma Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem exercens, “l’uomo si sviluppa mediante l’amore per il lavoro. Questo carattere del lavoro umano, del tutto positivo e creativo, educativo e meritorio, deve costituire il fondamento delle valutazioni e delle decisioni, che oggi si prendono nei suoi riguardi, anche in riferimento ai diritti soggettivi dell’uomo[4].

          In questa prospettiva, è un diritto il fatto stesso di avere un lavoro[5] e pertanto l’accesso al lavoro dev’essere aperto a tutti, senza alcuna ingiusta discriminazione. In tal senso, “la società deve aiutare i cittadini a trovare un lavoro ed un impiego[6], in quanto la disoccupazione rappresenta, in un certo senso, un’offesa alla dignità di colui che ne è vittima e “una minaccia per l’equilibrio della vita[7].

          Sono fortemente correlati alla dignità della persona, nell’ambito del lavoro, anche alcuni altri elementi quali il salario, il riposo ed il dialogo, ovvero il modo ordinario di risolvere i conflitti: “L’insieme di questi diritti/doveri ci parlano di una delle idee fondamentali dell’etica del lavoro, che deve procurare lo sviluppo di ogni uomo e di tutti gli uomini[8].

Fonte: La Casa di Miriam Torino –

 


[1] Cfr. ANGELINI G., “Lavoro”, in BARBAGLIO G. – DIANICH S., Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1988, p. 725.

[2] Cfr. Ivi, p. 726.

[3] Cfr. Ivi.

[4] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Laborem exercens (1981), n. 11.

[5] Cfr. FITTE H., Teologia e società, Ed. Università della Santa Croce, Roma 2002, p. 190.

[6] Ivi.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 67.

[8] Cfr. . FITTE H., Teologia e società, op. cit., p. 192.