Senso del lavoro e preghiera

Senso del lavoro e preghiera

Preghiera 2

Dal libro di Pierre Yves Émery, “La preghiera al cuore della vita”,

Ed. Morcelliana, Brescia 1984, pp. 74-79

“Attualmente, numerosi cristiani hanno l’impressione che nella loro vita la preghiera sia divenuta qualcosa di artificiale; ma questo è soltanto uno degli indizi di un malessere che in realtà investe il lavoro che svolgono e il suo inserirsi nel quadro globale della realtà economica. Una volta, a quanto pare, ci si aspettava con minore intensità la realizzazione di se stessi nei frutti del proprio lavoro; si aveva, del viaggio terreno, una visuale forse più pessimistica e si viveva in ogni caso una soggettività meno esigente. Si era più disposti ad accontentarsi di poco e, all’occorrenza, a rassegnarsi. La mentalità odierna, imbevuta dell’idea del progresso, piena di ammirazione per ciò che è riuscita di tipo tecnico ed economico, si presenta ricca di ottimismo, persino nelle sue contestazioni e nelle sue ribellioni. Rimane come interdetta ogni volta che urta contro l’intrinseca ambiguità di ogni progetto, di ogni realizzazione, di ogni progresso. L’insuccesso può essere soltanto un incidente, un errore o un’ingiustizia.

Efficiente e seducente, questa mentalità è perciò maldisposta ad accettare tutto quanto limita il realizzarsi terreno della persona, tutto quanto fa ostacolo alla felicità. La stessa idea di una simile accettazione le appare sospetta, quasi che si trattasse di una fuga nella rassegnazione o nella passività. Una volta posti in atto i mezzi necessari per raggiungere un determinato obiettivo, il risultato deve venire automaticamente, come se la vita di un uomo, e degli uomini in generale, dipendesse semplicemente dalle leggi della tecnologia.

Lavoro

Questi pochi cenni non vogliono suonare come critiche. Vogliono semplicemente tentare di comprendere perché oggi, nei nostri paesi sviluppati, una mentalità intrinsecamente ottimista e una soggettività molto esigente non possono non reagire drammaticamente se urtano in qualcosa che appare privo di senso.

Orbene, questo è appunto ciò che accade a un gran numero di persone, specialmente dopo il ’68.

Per taluni, ad apparire privo di senso è lo scopo stesso del loro lavoro, ovvero sono le condizioni in cui esso si svolge. Per altri, che hanno un lavoro interessante, ad apparire priva di senso è la maniera in cui quel lavoro si inserisce nella realtà economica circostante. A essere posta in causa non è più soltanto la parcellizzazione del lavoro a catena: molti “quadri” e persino dei dirigenti, nel campo dell’industria e del commercio, si vedono presi in una sorta di gigantesco ingranaggio, che li frantuma girando su se stesso. Dal lavoro, l’uomo deve potersi attendere non soltanto che gli dia i mezzi di sostentamento, ma pure che riceva un senso inserendosi in una solidarietà di servizi. Per un cristiano, poi, è per questa via che il suo lavoro – e ogni lavoro – gli appare inserito nella crescita del Regno.

Lavoro 2

Che fare, allora, se le realizzazioni tecniche ed umane del lavoro, invece di mirare ad un reciproco servizio per dare soddisfazione a bisogni umani, non hanno più altro senso al di fuori di se stesse? Che fare se l’obiettivo di una impresa finisce per limitarsi alla ricerca ossessiva della competitività e della conquista dei mercati? Quest’impressione di non-senso, di assurdo, attanaglia, in particolar modo, persone le cui responsabilità dirigenziali, nella loro azienda, mobilitano forze, tempo, attenzione, così da squilibrare la vita personale e familiare. Già si potrebbe esitare a pagare un prezzo umano così alto, se lo scopo fosse convincente, ma farlo in vista di una corsa all’assurdo … E meno queste persone ritrovano se stesse, più esse sfuggono a tale malessere. Siccome, poi, la preghiera implica un rinnovare se stessi, non è difficile capire che in simili condizioni essa diventi estremamente problematica.

Sembra strano, ma questa impressione di non-senso, tipica di tante attività che sono divenute fine a se stesse e che si riproducono spesso inutilmente, fa breccia soprattutto con le persone che nella nostra società dovrebbero essere più attrezzate e più garantite: progettisti, uomini d’affari, capi di impresa. E ciò proprio nel momento in cui la teologia e la predicazione della Chiesa, vergognandosi di un passato in cui si sono sviluppate nell’oblio dei valori terreni e del lavoro umano, sono approdate a visuali piene di ottimismo. Ma davanti a loro esse trovano ormai uomini che spesso giudicano utopistiche ed irreali tali visuali, uomini delusi, pessimisti e talora disabituati al taglio stesso della mentalità ottimistica di cui erano i più tipici rappresentanti.

Preghiera

Non siamo qui per proporre soluzioni economiche o tecniche. A mobilitare la nostra attenzione è la dimensione spirituale del problema. L’esperienza del dialogo con persone appartenenti alle suddette categorie ci porta d’altronde ad una constatazione: chi non vuole ritirarsi, puramente e semplicemente, dalla lotta (ovvero far fallimento nel giro di poco tempo), vede estremamente ridotto il margine di manovra per frenare la corsa al non-senso senza rinunciare alla competitività. Il problema è già grave quando riguarda soltanto un individuo e la sua famiglia; diventa enormemente complesso se si è responsabili in proprio di un gran numero di dipendenti. Si è costretti a riporre tutte le speranze su di un mutamento di mentalità abbastanza ampio per consentire, a vasti settori della società, di rimettere al suo posto quanto è dell’ordine dei mezzi e di ritrovare uno scopo che abbia un senso umano: un’economia dei bisogni.

A questo punto, non è però sufficiente ripetere a se stessi che l’impresa ha, se non altro, un senso nel dar da vivere alle persone cui dà lavoro. Bisogna che essa appaia davvero come un servizio per i clienti. Or dunque, vediamo una diffusa e frequente impressione di non-senso, di assurdità, di fronte ad un lavoro e ad un impegno umano in cui lo spirito di servizio è costretto a cedere il posto alla competizione e l’utilità alla concorrenza. E quest’impressione è sentita come un ostacolo alla preghiera. Perché? Perché, in definitiva, la preghiera agisce come un rivelatore di quell’assurdità e viene a renderla insopportabile.

Eccoci ricondotti alla profonda reciprocità tra preghiera ed agire, così come si prospettava più sopra. Ma essa ci appare qui nella sua angolazione negativa. Se per noi diventa priva di senso, la vita non può più riportarsi a Dio, e la preghiera ne è come espulsa. Ci si rifugia, allora, nell’azione.

Bisogna però che cominciamo col domandarci se è giusto che l’impressione di non-senso, dal lavoro che svolgiamo si estenda alla vita nella sua interezza. Certamente, le preoccupazioni, il dispendio delle energie ed il peso delle responsabilità possono essere oggettivamente tentacolari nella vita di una persona. Ma ciò nonostante, il senso dell’esistenza non può identificarsi, puramente e semplicemente, con quello del lavoro.

Subito dopo, bisogna che ci si domandi se, per qualcuno, non sia un po’ esagerata l’impressione che il proprio lavoro sia privo di senso. Prescindiamo dall’attività di chi produce o vende oggetti chiaramente nocivi o totalmente inutili; in ogni altro genere di lavoro il servizio dell’uomo rimane pur presente, sebbene resti disgraziatamente relegato in secondo piano dallo scopo primario della competitività o dalla parcellizzazione del lavoro. Non si dicono queste cose per spargere consolazioni a buon mercato, né per invitare a una passiva accettazione di ciò che non va. Ma può anche darsi il caso che il meccanismo economico nel quale si è inseriti appaia estremamente criticabile, e al limite inaccettabile, senza che perciò gli si debba negare una capacità di servizio dell’uomo. Bisogna poter reagire contro il non-senso, pur riconoscendo di fronte a se stessi che non si tratta di puro non-senso. È raro che, anche nel campo dell’assurdo, si raggiunga l’assoluto …

P.Y.Emery

Abbiamo appena posto i due interrogativi che ci sembrano dominanti sotto il profilo spirituale del problema. Di fatto, per poco che si possa individuare una utilità – e dunque un servizio, almeno parziale – nel proprio lavoro, e per poco che, in ogni modo, si riesca a non ricondurre tutta la propria vita alla sola dimensione del lavoro, non c’è motivo per considerare la preghiera come un corpo estraneo rispetto all’esistenza.

Certo, noi non vogliamo che la preghiera venga a riempire i buchi della nostra vita: gli insuccessi, il non-senso, la debolezza. Non vogliamo che nasca dalle nostre impotenze. Tuttavia, sarebbe ingenuo chi pensasse che essa possa scaturire esclusivamente da una vita considerata piena e umanamente riuscita.

Tutto ciò che noi siamo – e, dunque, anche le pene, anche gli insuccessi – costituisce il corpo della nostra preghiera. Così, essa può dare un senso pure a ciò che sembra non averne uno. Molto spesso dobbiamo sopportare ed affrontare una tensione fra la preghiera e le condizioni del nostro agire. Noi continueremo sempre a essere alla ricerca dell’unità della nostra vita e del suo significato. Non facciamo, delle tensioni che sussistono in noi, un problema di principio, pretendendo di stabilire una incompatibilità fra la preghiera e l’agire. Crediamo alla loro unità profonda ed essenziale, e sarà questa fede a sorreggere la nostra ricerca, paziente ed ardente, della loro armonia dentro di noi.

Nella misura in cui, di fronte a condizioni di lavoro che non ci soddisfano, la vita spirituale si farà ancor più intensa, essa potrà portare frutto anche sul piano del lavoro. Come ispirazione, come fonte di pazienza e di tenacia, come esigenza di senso, non avrà forse un ruolo suo proprio, nella ricerca e nella scoperta di una vita economica e sociale in cui la produzione sia al servizio dell’uomo, e non viceversa?”

Fonte: La Casa di Miriam Torino

 

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