“Fino a quando, Signore?” – Meditazione alla Casa di Miriam del Salmo 13

“Fino a quando, o Signore, continuerai a dimenticarmi?” – Meditazione serale alla Casa di Miriam del 1° versetto del Salmo 13 (12) – Il testo della meditazione:

Perché un testo biblico – qualunque esso sia – possa essere compreso (sin dove, ovviamente, la limitatezza della nostra intelligenza permette una comprensione), occorre non considerarlo mai “da solo”, ma sempre contestualizzarlo in un insieme, dove esso è inserito. Sia esso una pericope, sia su più larga scala un capitolo intero, oppure un contesto di natura distinta (ad esempio un discorso di Gesù, un racconto di miracolo, ecc.). Sempre, tuttavia, è necessario agganciare la parola o il versetto che si intende meditare o commentare al contesto suo nativo nel quale viene proposto. In questo caso, aprendo il Salmo, questo versetto si deve considerare nell’insieme – quantomeno – della prima cinquina di espressioni (racchiuse in due versetti), che anche noi ora meditiamo:
“Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? Fino a quando su di me trionferà il nemico?” (vv. 2-3)
Si tratta, evidentemente, di una chiara lamentazione del salmista, che tuttavia anche il nostro cuore, spesso, evoca e ripropone, forse in forme distinte, ma tuttavia identiche nella sostanza. Chiedere a Dio, con un tono a suo modo oppresso, quanto durerà una determinata situazione negativa, che oscura la luce della gioia e della speranza nel proprio cuore. Addirittura, qui, Dio viene a suo modo accusato di “dimenticarsi” di colui che grida la propria angoscia. In un suo commento a questo Salmo, il biblista Ravasi fa notare che, nella forma ebraica, questo versetto suona così: “Fino a quando per sempre mi dimenticherai?”.
Siamo anche noi, per l’appunto, spesse volte cointerpreti di questo canto. L’autore, tuttavia, come forse neppure noi, non è “totalmente” disperato. Se così fosse, non avrebbe alcun senso neppure rivolgersi a Dio, che è Luce per essenza. Nonostante il carattere drammatico della multipla lamentela, infatti, il fatto stesso che essa venga rivolta a Dio testimonia di una intrinseca “speranza” nella disperazione: questo filo di speranza è ciò che rende per questo ancora in qualche modo “positiva” la visula del mondo, della vita e della morte stessa che il cantore di questo Salmo – e spesso noi con lui – ripone nel suo dramma esistenziale.
La sua lamentela, tuttavia, non è affatto generica e senza riferimenti concreti. Egli conosce la natura del suo dolore e in qualche modo anche le cause di esso, seppure qualificate attraverso immagini piuttosto onnicomprensive rispetto all’individualità dei singoli fenomeni dolorosi. Il dolore del Salmista è prodotto dalla percezione – anzitutto – della dimenticanza di Dio nei suoi riguardi: tale dimenticanza, tuttavia, è a sua volta generata nella coscienza del Salmista da una concatenazione di “drammi” interiori da lui esperiti: gli affanni, la tristezza e, più di tutto, il senso di sopraffazione e di vittoria, nei suoi riguardi, da parte del nemico. Chi sia, concretamente, questo nemico, il Salmista non lo dice a Dio e neppure al suo lettore. Anche noi, spesso, evidenziamo un dolore, una situazione drammatica, la “scagliamo” addosso a Dio, ma non gli diciamo chi sia colui o che cosa che la produca concretamente. Ci limitiamo ad accusare Dio di non intervenire, senza tuttavia domandargli nello specifico la liberazione da qualcuno. Quel “nemico” rimane così – come in questo Salmo – a suo modo nascosto nella nostra lamentazione. Certi esegeti dicono possa trattarsi della morte stessa. A noi pare che non sia così, anche se, più avanti, la morte stessa viene evocata dalle parole invocatorie: “Non mi sorprenda il sonno della morte”.
Qui il Salmista si limita ad esporre la propria esausta situazione di dolore. Dio dal canto suo non si offende per questa deposizione di tristezza, ne accoglie il grido, lo assume nel proprio ascolto. E provvede. Dio sempre provvede alla nostra situazione esistenziale di dolore, ogni volta che lo invochiamo o – come nel caso di questo Salmo – in qualche modo lo chiamiamo in causa in quanto “agente inattivo”, “difesa dimenticante del suo custodito”. L’autore presuppone anche una tempistica prolungata del proprio dolore. “Fino a quando” lascia presagire una continuità alle spalle ed il terrore di una progressione in avanti della propria condizione. Per questo espelle il proprio lamento ed esplode il proprio grido verso Dio. Nonostante il tono, è un grido “verso”, non un grido “contro” Dio. Anche noi dobbiamo saper discernere questo differenziale modo di approcciarci a Dio nel nostro dolore. Dio non è mai un capo d’accusa a cui attribuire la responsabilità di un nostro male, ma può e deve essere il termine “verso cui” sale la nostra supplica liberatoria.
Non lasciamo dunque spaventare, nella nostra esistenza, dalle nostre inquietudini e paure, dal senso di fallimento o di continuità nel dolore. Il Salmista ci insegna come porci a confronto con Colui che tutto conosce, tutto ascolta e a tutto provvede della nostra esistenza, senza che la disperazione mai prevalga, pur forte il senso di debolezza: la speranza è sempre viva, infatti, in chi cerca Dio ed alla sua misericordia depone il proprio lamento”
Amen
“Meditazioni serali alla Casa di Miriam” –

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