“Ecco il vostro re” (Gv 19,14b)

“Ecco il vostro re” (Gv 19,14b)
KIG

– dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – di Francesco Gastone Silletta – © Copyright Edizioni La Casa di Miriam –  Thesis ad Doctoratum 

“[…] Il contesto regale riceve la sua massima consacrazione nelle parole di Pilato ai giudei: “Ecco il vostro re!” (19,14b).
Il duplice livello di significato di quest’espressione riguarda il punto di vista di Pilato e quello del narratore. Secondo il prefetto, l’espressione rimane ancorata alla sua precedente comprensione della regalità di Gesù che aveva manifestato nel primo dialogo con lui (18,33-38a). Dal punto di vista del narratore, invece, quest’espressione ha una carica teologica assoluta: Gesù viene proclamato re dall’autorità romana, vestito con abiti regali, seduto sul seggio del giudizio e soprattutto davanti al popolo giudaico.
La scena esalta allora contemporaneamente la funzione regale di Gesù e la sua autorità di giudice. L’opposizione giudaica è inevitabilmente proporzionale alla solennità dell’evento:
“Via di qui! Via di qui! Crocifiggilo!” (19,15a).
Il narratore specifica che si tratta di “grida”, caricando la scena di un odio particolare verso Gesù. Il prefetto, del quale il lettore conosce già le intenzioni grazie alla precisazione precedente di 19,13 (v. ἀκούειν), utilizza la sua ultima goccia di sarcasmo per umiliare il popolo giudaico:
“Devo crocifiggere il vostro re?” (19,15b).
Si tratta di una verità teologica espressa in chiave ironica. Pilato certamente non conosce il senso ultimo delle proprie parole, che tuttavia risuonano nel lettore come la proclamazione della regalità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, crocifisso per la nostra salvezza:
“Lungi dall’esprimere una qualche esitazione a condannare Gesù o il desiderio di persuadere i giudei, la domanda si dimostra invece insidiosa. Essa conduce i sommi sacerdoti a formulare essi stessi ciò che con i suoi ripetuti sarcasmi Pilato aveva voluto dimostrare” (LÉON-DUFOUR X., Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, op. cit., p. 1084).
La replica giudaica, che costituisce l’ultimo atto della scena processuale, è evidenziata dal narratore nel suo paradosso teologico. Gli stessi giudei che in precedenza si erano appellati alla propria legge per accusare Gesù, ora si appellano alla legge romana sottomettendosi volontariamente all’autorità imperiale come dei buoni sudditi:
“Non abbiamo altro re che Cesare” (19,15c):
“Rifiutare Cristo significa per Giovanni non riconoscere Dio stesso. Questo è l’esito del dialogo che era proseguito come una prova di forza tra il prefetto e i notabili giudaici” (Ivi).
(Francesco Gastone Silletta – Collana Teologia) www.lacasadimiriam.altervista.org