Concili ed eresie

Concili ed eresie

Nicea

Dal libro di Germano di Costantinopoli, Concili ed eresie

(tr. it. a cura di F. Carcione, Città Nuova, Roma 1993, cfr. pp. 75-90)

 “Dopo che fu fondata dallo stesso Signore nostro Gesù Cristo e purgata in virtù del sale divino dall’immondo fetore dell’errore diabolico, la nostra Chiesa, adorna nella sua dimora e fiorente nei suoi atri, cresceva ogni giorno divenendo sempre più di straordinaria bellezza. Ben presto, però, il disonesto e menzognero drago, che da essa era stato allontanato, poiché non sopportava l’esilio, presi i suoi cani, si metteva di nuovo ad importunarla, tentando di incalzarne le sublimi dottrine. Infatti, sconfitta dagli insegnamenti profetici la stoltezza dei Giudei e dissoltasi la frode dei Greci, costui decise di vanificare questa nostra bella vittoria: fu così che gli stessi figli genuini, rigettata la figliolanza e accettata l’illegittimità, si armarono contro la propria madre.

Subito, in verità, quello aizzò contro la Chiesa Simon mago, il quale fu sconfitto e gettato nell’abisso profondo della perdizione dalla parola del grande apostolo Pietro (At 8,8-23), anzi da Dio che parlava tramite questo. Infatti, essendosi il miserabile presentato come la straordinaria potenza di Dio e come una grande divinità, fu svelato che egli non aveva nemmeno la forza delle belve e dei rettili: fu completamente annientato, al punto che la moltitudine dei nostri fedeli neanche prese a considerarlo. In seguito spuntarono Cerinto, i cosiddetti Nicolaiti, Basilide, Corpocrate e altri pensatori del genere, i quali accettarono le sciocchezze dei Greci e, ancor peggio, proposero l’immoralità dei costumi come norma di vita; inoltre, parlarono di certi nuovi eoni e di un abisso tenebroso: furono immediatamente fermati dai beati Apostoli, specialmente da Giovanni il figlio del tuono, e dai discepoli di costoro.

Si levarono poi, contro la Chiesa, infliggendole colpi non lievi, i Manichei, i Montanisti e altri gruppi simili. Mani mescolò nelle sue dottrine tanta insipienza, frode e turpitudine, arrivando a dire ciò: l’antica legge e la stessa creazione sono opera non del bene ma del male; al contrario, la nuova legge e l’al di là sono opera del bene; sicché, l’esistenza è condizionata dall’uno e dall’altro, tanto che nell’universo dettano legge due nature, una positiva e l’altra negativa. Come si è accennato, disse che la creazione, sia dell’uomo che del resto, non han avuto origine dal bene perché soggetta a corruzione e mutamento. Inoltre, riempì i suoi scritti di empietà; ideò alcuni esecrabili nascondigli per notturne iniziazioni e nefandi accoppiamenti; avallò le stolte dottrine dei Greci, parlando di fato, insegnando la trasformazione dei corpi e negando che il Cristo si sia incarnato. Perciò, alla fine, ottenne da un re pagano la degna ricompensa per i suoi dogmi: secondo quanto si dice, quest’ultimo diede ordine di scorticarlo vivo e di lasciarlo morire in questo modo. Contro il suo malvagio pensiero scrisse e protestò soprattutto Cirillo di Gerusalemme, il quale commentò minutamente le sue opere dense di scelleratezze e sconvenienze, allegando in appendice il catalogo dei suoi blasfemi e cattivi insegnamenti. Quest’irriverente, del resto, osò addirittura definirsi apostolo e scrivere quattro libri, che intitolò così: a) Vangelo; b) Libro dei Tesori; c) Libro dei Misteri; d) Libro delle Iniziazioni.

Quanto ai Montanisti, si dice che non una ma varie e multiformi siano state le loro dottrine. Il loro dogma principale, comunque, consisteva in ciò: affermavano che lo stesso Montano fosse lo Spirito Santo, anzi, talora che il medesimo fosse Verbo e Spirito. Inoltre, immaginarono l’esistenza di otto cieli e prospettarono orrendi supplizi per il secolo a venire, allorché leoni e draghi, spirando fuoco dalle narici, avrebbero bruciato gli ingiusti, mentre un’altra parte di costoro sarebbe stata lasciata con le carni appese. Aggiunsero ancora altre credenze piene di sciocchezze: quanti sono nati da fornicazione o adulterio verranno citati a giudizio e puniti con pene terribilissime unicamente per il modo in cui sono nati, quand’anche la loro condotta non si fosse allontanata dalla regola. Per il resto, non accolsero i peccatori pentiti né permisero che quanti erano passati a seconde nozze si radunassero con loro nelle assemblee. Assunsero, poi, molti altri atteggiamenti simili a questi, atteggiamenti che, in verità, si trovano indotti a mantenere, ritenendosi membri di una setta eletta. Tuttavia, compirono misfatti più gravi di quelli che deploravano, calcando attraverso un’esistenza rigorista sentieri pieni di precipizi. La loro tetra legislazione, d’altronde, si distaccava da quanto ci è stato insegnato sin dall’antichità. Sotto il proconsolato di Grato, un sacerdote della Tracia, presentatosi di persona in Asia al cospetto di Montano, dimostrò che per bocca di costui e di Massimilla parlava un demonio: ciò fu reso noto in seguito da Basilio il grande e, soprattutto, da Epifanio di Cipro in un trattato scritto contro tutte le eresie.

Anche Marcione, Paolo di Samosata, Valentino e Marcello inquinarono la nostra Chiesa, dicendo che l’incarnazione del Signore è stata apparente e non reale come pure la sua morte volontaria per noi e i suoi miracoli. Valentino aggiunse che Dio è formato di elementi e numeri; congetturò così strani e mistici eoni e una certa diade; e, poiché venerava il numero trenta, contemplò altrettanti eoni; ciò al pari del suo maestro Simone. Egli, comunque, fu confutato e spazzato via dai nostri Padri dell’epoca. Venne rigettata la sua blasfema divisione dell’unico Dio in due: ne aveva inventato, infatti, uno buono e un altro demiurgo, il quale, in quanto creatore, di per sé era chiaramente non buono. E vennero rigettati pure bython e sighè e i mitici eoni, cose veramente degne dell’abisso e del silenzio, di cui egli parla.

Dal canto suo, Paolo di Samosata affermò che il nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha assunto il principio della condizione divina dalla Immacolata Signora nostra Madre di Dio e non è esistito prima di apparire al genere umano secondo la carne. Ben presto, perciò, contro di lui venne radunato ad Antiochia un sinodo locale sotto la presidenza del nostro grande Padre il Taumaturgo, che era della città di Neocesarea; vi presero parte Leone di Tarso, Massimo di Bostra, un certo Magnete vescovo di Gerusalemme e il mirabile Firmiliano di Cappadocia. A questi, inoltre, si affiancarono Teotecno il Palestinese, Fotino e Marcello, che emulando l’empietà di Paolo, ritenevano anch’essi il Cristo un semplice uomo, che ha avuto origine da Maria.

Ora dunque, dopo essersi liberata di costoro, mentre la Chiesa teneva alto il capo e, sconfitto ogni errore, stringeva tra le braccia i suoi figli genuini estendendosi in un immenso splendore, le si scagliò contro Sabellio il Libico, con l’intento di arrecare confusione e sconquasso; costui sosteneva che Dio si configura come Padre e si espande ora come Figlio ora come Spirito; dopo essersi così dilatato, si contrae nuovamente; se ne conclude, pertanto, che Dio è uno solo in quanto non contemplato in una ipostasi specifica del suo Verbo e Figlio o dello Spirito Santo. Contro di lui tesero i loro lacci Dionigi di Alessandria e molti altri genuini cacciatori dei nostri. Essi, dopo aver catturato questa belva inadatta per cibo ma particolarmente degna di sfregio e umiliazione, la finirono con l’arma della loro parola e ne esposero in pubblico le membra squarciate, facendo cadere la faretra della superbia per farla calpestare da tutti. Purtroppo, il citato Dionigi, mentre mostrava tanto accanimento contro di questa, al dire del nostro sommo Padre Basilio il grande, gettò piuttosto le basi per la diversificazione delle ipostasi che sarebbe stata sviluppata dall’empio Ario. Anche l’illustre Atanasio, sebbene dapprima avesse difeso Dionigi, proseguendo le proprie battaglie ne criticò, se non la malvagità dell’intento, il modo semplicistico di ragionare. Consta, infine, che alla dottrina di Sabellio abbia in qualche modo consentito pure Marcello […].

Aggredì poi la nostra Chiesa il presbitero alessandrino Ario di Alessandria. Iniziando da Alessandria, egli propagò la propria eresia – come si dice – fino ai confini della terra; e tale eresia trovò forza e sostegno presso numerosi re, governanti, sapienti e uomini illustri, tra i quali spiccava all’epoca il suddetto Eusebio, come attestano gli scritti di costui. Ario, tuttavia, fu anatematizzato dal mirabile Pietro, precedentemente citato, il quale non lo riaccolse neppure al momento del proprio martirio, sebbene in molti gli si fossero prostrati e lo avessero implorato per la riammissione di quello. Il martire disse di avere visto il Signore rivestito di una tunica squarciata; avendogli chiesto: “Chi ti ha lacerato, o Signore?”, gli fu risposto: “Mi ha lacerato Ario; perciò non riaccoglierlo. Egli, infatti, è reo di condanna nel tempo presente e in quello a venire”. E così Pietro ordinò a tutti di fuggire la comunione con Ario. Questi, invero, diceva ciò: il Figlio di Dio è una creatura; vi fu un tempo in cui il Figlio non esisteva; essendo nato dal Padre, più antichi di lui sono il tempo e la volontà di questo. E aggiungeva ancora: la creatura di Dio Padre ne assunse la divinità, altrimenti non sarebbe stata in grado di crearci; in ultimo, dopo la sua, il Figlio di Dio procedette a un’altra creazione, quella del genere umano e delle restanti creature; in tal modo il creato prodotto poteva entrare in contatto con Dio, senza arrecare svilimento all’altissima potestà di questo, come nel caso in cui esso fosse stato condotto all’essere dallo stesso Padre. […] Mentre il fumo ariano saliva da una gran fiamma e, diffondendosi dappertutto, copriva di lacrime il mondo, ci si schiuse un cielo libero dalle persecuzioni; salito al trono imperiale, si spostò da queste parti lo splendido imperatore Costantino il grande, uomo virtuoso e dal cuore ripieno di timor di Dio, il quale rifulse al mondo ma soprattutto alla nostra Chiesa. Egli chiamò a raccolta i sacerdoti e diede ordine di organizzare a Nicea un concilio, che in poco tempo, sotto i suoi auspici, venne realizzato: vi prese parte di persona, sedendo tra i sacerdoti. […] In verità, molti vescovi lì radunati erano stati confessori della fede e durante le persecuzioni avevano subito mutilazioni ad opera di empi e iniqui imperatori: per la professione di fede in Cristo e per la pubblica obiezione alcuni erano rimasti menomati alla pianta dei piedi, altri agli occhi, altri ancora in altre parti del corpo. Lì, dopo aver svolto uno studio e un approfondimento notevoli delle verità di fede, i Padri confessori più sopra elencati conclusero confermando fermamente la dottrina ortodossa: proclamarono che il Figlio è consustanziale al Padre, anatematizzarono gli ariani, i quali dicevano che il Padre ha preceduto cronologicamente il Figlio, ovvero che vi fu un tempo in cui il Figlio non esisteva. E così sciolsero il loro concilio […]. In realtà Ario di nascosto continuava, invece, a coltivare fortemente la sua eresia. Sant’Atanasio venne allontanato dalla propria sede; il motivo principale fu questo: l’imperatore ebbe timore che forse tramassero di ucciderlo, essendo stata ordita contro costui una congiura da parte dei fautori segreti dell’arianesimo. In quel periodo, Atanasio scrisse le opere contro Ario e quanti erano rimasti contaminati dalla sua stessa eresia. Quanto ad Ario, si narra che dopo aver steso la sua eretica professione su un piccolo foglio, si recò dall’imperatore tenendo quello nascosto nella mano sotto la veste; e mentre a costui pareva che stesse giurando su una corretta professione di fede, di nascosto tirò fuori il foglio, mettendo via l’altro che gli era stato dato in mano. Non molto tempo dopo l’imperatore Costantino morì: era stato appena battezzato da un presbitero ariano, ignorando che costui fosse un presbitero del genere. […] Ereditò l’impero d’oriente suo figlio Costanzo, il quale era stato sedotto dall’empia eresia del presbitero di cui si è parlato. […] Quel presbitero (a cui era stato affidato il testamento di Costantino, n.d.r.) spostò Costanzo in Oriente, giacché costui gli dava garanzia in virtù del proprio blasfemo sentimento eretico. In quel periodo contro i vescovi ortodossi fu avviata una grande repressione, che portò alla rimozione di costoro dalle proprie sedi; dappertutto si impose l’abuso degli ariani. […]

Intanto, mentre Ario, il cui nome significa “furia”, era ancora in vita, l’imperatore Costanzo ne imponeva la reintegrazione nella nostra Chiesa e la riammissione alla comunione. E così, sebbene il nostro grande padre e patriarca Alessandro con le mani alzate e ritto in piedi davanti all’altare implorasse Dio, pregandolo di aver pietà e di liberare il suo popolo dall’inganno di Ario, costui in gran pompa si fece avanti. Seguito da tanti sventurati – suoi accoliti alcuni, ma servi imperiali la maggioranza degli altri – i quali davano forza all’infelice e si facevano scherno di noi, aveva raggiunto il foro, quand’ecco che avvenne la vendetta divina per quei misfatti: il misero dovette scappare verso la cosiddetta fossa a liberarsi del peso della pancia; l’iniquo scaricò le viscere e l’intestino. Per le sortite della sua lingua meritò una morte degna del suo fetore; come premio della sua condotta pregustò così già di qua la punizione dell’al di là. […] Tale empio se ne uscì dalla vita presente finendo squartato come Giuda. Questo prodigio ce lo riferisce il grande Gregorio il Teologo (Gregorio di Nazianzo, n.d.r.): egli celebrò trionfalmente su una famosa stele la legittima e giusta rovina di quell’uomo, sebbene i partigiani di Ario avessero brigato molto per tenere all’oscuro l’imperatore, persuadendolo tramite gli eunuchi che costui era andato incontro alla propria morte attraverso una fine più che naturale. Poco tempo dopo morì anche il predetto Costanzo e sant’Atanasio fece ritorno alla propria sede”.

(A cura di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam)

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