“In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti” (1Co r 15,6) – Meditazione serale alla Casa di Miriam del 17 marzo 2023

“In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti” (1Co r 15,6) – Meditazione serale alla Casa di Miriam del 17 marzo 2023:

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Questa sera abbiamo deciso di meditare questo versetto del capitolo 15 della prima lettera di san Paolo ai Corinzi, interamente dedicato (questo capitolo, non tutta la lettera) alla risurrezione di Cristo. Certamente siamo debitori a san Paolo – e non solo a motivo di questo brano – di molte informazioni sulla risurrezione intesa come concetto, più che non soltanto come evento storico relativo a Gesù Cristo. Se infatti in tutti i Vangeli viene narrata la risurrezione di Cristo come avvenimento – e avvenimento salvifico – in san Paolo viene elaborata una vera teologia della risurrezione. Egli, partendo da ciò che costituisce il nucleo fondamentale di tutta la sua predicazione, cioè il fatto che Cristo è risorto – ovviamente dopo essere stato crocifisso – estende questo principio di risurrezione a tutti i credenti, elaborando una vera teologia su questo tema e dunque non istituendo semplicemente un nuovo principio religioso senza fondamento sistematico. Anzitutto, Gesù Cristo è davvero risorto: ciò è una oggettività inconfutabile, dal momento che l’evento è cosparso di una testimonianza plurima e molteplice, peraltro di persone che in molti casi sono lontane dalla conoscenza di Paolo e la cui testimonianza lo stesso Paolo, a motivo di ciò, non avrebbe alcun motivo di voler difendere come per ragioni di amicizia. Notiamo come Paolo (fa parte del suo stile), non menzioni le donne che, ancor prima dei Dodici che egli nomina al versetto 5, hanno visto il Risorto. Nessun riferimento, in tal senso, alla Maddalena, ma anche alle pie donne che certamente erano con lei quel “primo giorno dopo il Sabato”, quando Gesù si manifestò risorto. E nemmeno viene citato o ipotizzato un evento talmente ovvio che forse per questo Paolo tace, ossia la apparizione (se vogliamo chiamarla così) di Gesù a sua Madre. Piuttosto, Paolo si sofferma volentieri sulla apparizione a Cefa, che egli chiama così in questo caso (sebbene altrove lo chiami Pietro), e ai Dodici. E dopo di ciò, menziona una apparizione unica (taciuta dagli Evangelisti in questi termini così manifesti) a “più di 500 fratelli”. Si noti un dettaglio stilistico. Chi volesse – per motivi dottrinali o per difendere una sua idea – “inventare” l’evento, difficilmente menziona “più di 500 fratelli”, ma si limiterebbe a un arrotondamento numerico a 500. Piuttosto, Paolo manifesta di essere a conoscenza di una dettagliata schiera di testimoni del Risorto che evidentemente supera in modo netto i 500. Con il senno di poi, siamo quasi certi che questa apparizione a cui Paolo allude qui sia quella che precede immediatamente l’ascensione di Gesù al Cielo, dove evidentemente si erano riuniti assieme tutti coloro che avevano avuto notizia o diretta esperienza della risurrezione di Gesù. Ciò giustifica una quantità così alta di presenti (“più di 500”). Non contento, Paolo menziona ancora altre due apparizioni: l’una a Giacomo (il minore) e “a tutti gli apostoli”. Qui vi è un piccolo apparente controsenso dalla duplice forma. Anzitutto, questa apparizione deve aver preceduto – e non seguito – quella ai 500 tutti insieme, appunto per la questione della successiva ascensione di Gesù al Cielo, dopo la quale non ci sono state più apparizioni di natura terrena (cioè il Gesù che mangia, cammina, passa dalle porte, ecc.). In secondo luogo, se viene enfatizzata qui la figura di Giacomo (perché capo della nuova chiesa di Gerusalemme), a lui vengono associati “tutti gli apostoli”. Prima aveva parlato dei Dodici. Ora parla di “tutti gli apostoli”, dando evidentemente un senso lato a questo termine. E su questa stessa linea terminologica, Paolo classifica se stesso come “ultimo degli apostoli” al quale apparve Gesù. La sua visione del Risorto la conosciamo tutti. Molto meno – quasi per niente – sappiamo invece del contenuto della privata rivelazione occorsagli da parte di Gesù e a seguito della quale Paolo “conosce” e testimonia apostolicamente tutto ciò che egli stesso scrive, non solo sul tema della risurrezione, ma anche sulla teologia di Gesù Cristo. Si tratta di un mistero che riguarda l’intimità estatica di Paolo con il Risorto. Ad ogni modo, tutto ciò che qui Paolo elenca è finalizzato a comprovare l’oggettività inconfutabile dell’evento della risurrezione di Gesù, messo in dubbio da alcuni nella comunità di Corinto (e da moltissimi uomini di questo tempo di oggi). Vana è la fede cristiana, se Cristo non è risorto. Vana ogni speranza, poiché la non risurrezione di Gesù implica la condizione inalterata di peccatori, morti in Adamo. Tuttavia ciò è un falso teologico e storico, afferma con zelo san Paolo: infatti, “se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti” (1Cor 15,21). Gesù ha ribaltato l’eredità di morte di Adamo, consegnandoci quella della risurrezione in lui. Siamo destinati alla vita, mediante la sua resurrezione. Tutto, però, secondo un ordine di giustizia: Cristo, primizia dei risorti, e quindi tutti coloro che gli appartengono. Le potestà e i principati (in questo caso indicanti le forze avverse) sono stati vinti e condannati dalla morte e risurrezione di Gesù. Vinta la morte, tutto sarà riconsegnato al Padre per essergli sottomesso.

La risurrezione viene quindi intesa, in questo capitolo, non solo come concetto da credere, ma come entità teologica inequivocabile alla luce dell’esperienza di Gesù Cristo. Egli ha vinto le potenze del male, dalle quali la morte ha avuto la sua origine, e tutto consegna al Padre del suo glorioso trofeo, da ultimo se stesso, affinché “Dio sia tutto in tutti” (v. 28). Questa ultima precisazione non va tuttavia fraintesa in senso subordinazionistico, come se il Figlio fosse meno del Padre in quanto sottomesso a lui. Se infatti Dio deve essere “tutto” in tutti, occorre che il Figlio ascenda al Padre e a lui ritorni, dopo essersi a suo modo da lui “separato” con l’incarnazione. Tornando a Dio il Cristo Figlio – compiuta la sua missione tra gli uomini – Dio può davvero essere “tutto” in tutti. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

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Pubblicato da lacasadimiriam

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