Il “dramma trinitario”

Eden

Il “dramma trinitario”

(Dal libro di Gisbert Greshake, Il Dio Unitrino. Teologia trinitaria, Queriniana, Brescia 2000, pp. 371-376)

– “Cor incurvatum in seipsum” –

“Chiamato alla vita con il Dio trinitario ed abilitato a concorrere a costruirsi questa vita, peccando l’uomo dice di no a tale invito. Cosa sia il peccato, lo si capisce in tutto il suo peso nefasto solo nella prospettiva trinitaria: esso è l’oscuro “anti-mistero”, che sta di fronte alla luminosità del Dio trinitario che dona se stesso. Mentre questi è “communio” ed invita l’uomo alla comunione, il peccato è di sua natura un centrarsi in se stessi ed un isolarsi in se stessi e dunque un rifiuto della “communio” con Dio e con le altre creature. In tal modo la struttura originaria della creazione viene distorta nel suo contrario e il processo della sua “trinitarizzazione” risulta bloccato o addirittura volto in negativo.

Il peccatore vuole esistere lui e lui solo. Rifiuta perciò di farsi ec-centrico, di trovare il centro della propria vita nella comunione con Dio e – ugualmente – con i fratelli e le sorelle. In luogo di ciò egli cerca appoggio in se stesso. L’autonomia concessa da Dio viene di fatto pervertita nel rendersi indipendente nei confronti di Dio[1].

Eppure questa “nullità” della creatura, che si manifesta nell’attaccarsi al proprio io autoreferenziale e nella perdita di autentica comunionalità, ha come conseguenza di fatto: paura (perché incombe la perdita del proprio Io), mancanza di senso (perché ogni tendere autoreferenziale conduce al vuoto) e morire (perché con essa il soggetto, che si illude di poter essere padrone di se stesso, urta contro i limiti delle sue possibilità). Il peccato non scaturisce anzitutto dalla paura, come riteneva Sören Kierkegaard e di recente nuovamente Eugen Drewermann, bensì costituisce già da sé la sostanza della paura: “Alla paura interessa il proprio potere. Essa è fissata sul proprio Io, come pure la preoccupazione che da essa deriva”[2]. Per il fatto che il peccatore tende a crearsi vita da se stesso, pone, quasi fosse stregato, in maniera esclusiva il proprio Io al centro della propria esistenza. È come se curvasse il proprio cuore su di sé, chiudendolo e soffocandolo. L’immagine del “cor incurvatum in seipsum” deriva da Agostino ed esprime in maniera indovinata l’essenza del peccato. Chi è curvato in sé, non riesce più a guardare l’altezza e l’ampiezza della “rete di relazioni”, né – nel senso del “sursum corda” – verso Dio, né “intorno a sé”, nel vasto mondo: egli è chiuso a riccio nell’angustia del proprio Io, compiendo cerchi mortali intorno a se stesso. Nella misura in cui il peccatore rifiuta la relazione e prende l’autoreferenzialità come base della propria esistenza, si svincola dal complesso relazionale uni-binario (con Dio e con il resto del creato) e si esclude dal processo del divenire “communio” ed in tal modo anche dal ricevere in pienezza la vera vita.

Trinità

[…] “Il peccato del mondo” –

Il peccato non è una faccenda privata del singolo, che rifiuta, per così dire, la “communio” solo per se stesso. In virtù dell’interrelazione di tutta la realtà, il peccato del singolo è talmente unito con l’insieme del mondo, da “infettarlo” e da danneggiare o distruggere il volto comunionale della creazione e la sua vocazione.

Abbiamo già visto che la “communio” verticale e quella orizzontale vanno inscindibilmente assieme. Per tale motivo non potrebbe esservi un peccato contro Dio che non si rivolgesse eo ipso anche contro la “communio” delle altre con-creature. Infatti chi fa del riferimento a sé la base della propria vita non fallisce di fronte ad un Dio solitario ed isolato, ma di fronte al “Dio degli uomini”, che è fondamento e meta di ogni comunione tra gli uomini e senza il quale questa si infrange. Viceversa, non vi può essere alcun peccato contro la comunione tra gli uomini che non si rivolgesse eo ipso anche contro Dio, che è il “cuore” di ogni “communio”

[…] A partire da questo peccato che disintegra la “communio” della creazione, diviene comprensibile anche ciò che la tradizione di fede chiama “peccato originale”. Senza entrare qui nei problemi oltremodo complessi di tale concetto teologico, per il nostro contesto problematico due cose sono importanti.

In primo luogo: il concetto di peccato originale rimanda al fatto che la libertà creaturale sin dalla sua origine storica tendeva al “no” nei confronti dell’impostazione comunionale della sua essenza. Nella misura in cui tale “no” costituisce l’apriori fattuale, per così dire il “segno anticipatore” dell’incipiente storia umana, esso la afferra pienamente quale forza plasmante e opprimente. Infatti, dato che il peccato di origine perverte sin dall’inizio il complesso relazionale dell’essere-uomo, ogni singolo entra in una umanità che non è segnata dalla “communio” dell’amore ma dal riferimento a sé e dall’individualismo. Ciascuno è dunque sin dall’inizio della sua esistenza disturbato nelle sue relazioni. E poiché le relazioni appartengono al suo essere, il peccato lo afferra ancor prima di ogni decisione di libertà ed egli lo commette poi anche in libertà. Nella misura in cui ciascuno a modo suo vi aderisce provoca una costante moltiplicazione del male. Proprio in ciò consiste la natura del cosiddetto peccato originale: quale potenza maligna esso infetta l’intera creazione, strutturata in senso comunionale. È vero che come peccato esso diventa concreto solo nella colpa personale del singolo. Tramite questa esso entra però a tutti i livelli della vita umana, individuale e sociale, dissociandola; esso trasfigura il volto del mondo che il piano creatore di Dio ha voluto come “communio” e causa invece divisione, odio e contrasti.

A causa della struttura comunionale (negativa) del male e della realtà di rappresentanza in esso implicata è senz’altro possibile, come di fatto è successo ed è perciò verificabile, che il “campo sociale” del male che in linea di principio agisce in tutto si manifesti nell’una o nell’altra persona con particolare evidenza, senza che per tale motivo gli interessati debbano essere dei malfattori “speciali”[3]. Questo male “speciale” è solo un “segno” di quella situazione sociale malvagia, che si riproduce e si intensifica per il fatto che sempre nuovi interessati concorrono e trasmettono il cattivo gioco. In tal modo vengono pervertite tutte quelle forze, che dal Dio della creazione erano state inizialmente inserite, affinché servissero alla costruzione della “communio”. I mutui vincoli e collegamenti dei numerosi singoli non servono più alla dinamica e alla logica dell’amore creataci dentro da Dio, ma alla trasmissione del male distruttivo. Nessuna meraviglia allora se il male si presenta come una potenza sovrumana (diavolo) con una propria logica e dinamica, come una sorta di immagine negativa dell’essere trinitario: si tratta della perversione della potenza sovrumana dell’amore trinitario, della sua logica e della sua dinamica.

In secondo luogo: per tale ragione però anche la forza universale di questo male che asserve e distrugge l’uomo può essere capita fino in fondo solo a partire dalla sua immagine positiva: poiché a partire dalla struttura originaria dell’essere può realizzarsi vera vita ed una mirata dinamica di vita solo all’interno della “communio” duale-unica, la vita umana “deve” volgersi in morte se il suo complesso relazionale è infranto già nella sua origine; e la vita “deve” nuovamente volgersi fondamentalmente al bene, essere sanata e rinnovata, se davvero la creazione deve conservare il proprio senso. A partire da questo ristabilimento di fatto (redenzione) il credente guarda indietro al cosiddetto peccato originale come ad una potenza oscura e dissociante, per valutare in tale retrospettiva cosa significhi essere nuovamente ammessi nel complesso della vita trinitaria”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

 


[1] Cfr. Pannenberg W., Syst. Th., I, 454 (tr. It. Teologia Sistematica I, 472).

[2] Ivi, p. 286.

[3] Cfr. Ivi, p. 273.

 

 

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