Il modernismo – Cos’era? – di Francesco G. Silletta

Cos’era, davvero, “teologicamente” il modernismo? – Dal libro “L’essenza del Cristianesimo in Romano Guardini” – di Francesco G. Silletta – Copyright Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam:

“I primi segnali di un intento teologico atto a cogliere quel che della religione cristiana è veramente strutturante, si registrano in un modo sistematico già in J.A. Mohler (1796-1838), secondo il quale “il Cristianesimo non è espressione, forma o locuzione, bensì è vita interiore, forza santa; ed ogni espressione concettuale, ogni dogma, ha valore solo in quanto esprime la vita intima che esso presuppone, anzi racchiude” . Affermando che la domanda su Cristo è sempre una domanda storica, Mohler pone quale elemento nucleico l’unità della Chiesa, in virtù dello Spirito Santo, “che prima ancora che l’autorità gerarchica, è il vero principio dell’esistenza e di tale unità” .

L’idea romantica di un organismo vivente, l’attenzione posta all’aspetto materno della storia e quindi il desiderio di un ritorno alla tradizione dei Padri sono elementi comuni anche a J.H. Newman (1801-1890), altro osservatore della natura del Cristianesimo e per questo assieme a Mohler fu “un pensatore decisivo per Guardini” . Anche senza offrire una economia strutturale riguardo l’essenza del Cristianesimo, il teologo inglese guarda alla sua datità concreta, alla sua “evoluzione storica” (tema poi fortemente ripreso dalla teologia modernista), alla sua percepibilità umana, alla possibilità di dare ad esso un assenso: “Per cogliere il senso della Rivelazione, Newman è convinto che bisogna considerare il Cristianesimo, prima ancora che dottrina di fede, un evento, una realtà storica che, nella sua dinamica […], si dispiega necessariamente in dottrina chiarificante l’esperienza di fede, come sviluppo coerente ed organico dell’unica parola detta una volta per sempre in Cristo e continuamente nella vita della sua Chiesa” .

Un caso di ricerca sistematica della natura del Cristianesimo, seppur in una prospettiva epistemologica antitetica rispetto a quella guardiniana ed in un contesto religioso oramai prossimo al pensiero modernista, è offerto dal pensiero dell’hegeliano dissidente Ludwig Feuerbach (1804-1872), autore del celebre testo intitolato, appunto, “L’essenza del Cristianesimo” (1841). Per Feuerbach, esponente di rilievo dell’ateismo teorico, “la coscienza di Dio è l’autocoscienza dell’uomo, la conoscenza di Dio è l’autoconoscenza dell’uomo” , per cui l’uomo, nell’atto religioso, “rende oggettiva la sua essenza e rende poi se stesso oggetto di questa essenza oggettivata, trasformata in soggetto, in una persona […]. Così l’uomo, in Dio ed attraverso Dio, ha come fine solo se stesso” . Se la religione in generale, per Feuerbach, rappresenta uno sdoppiamento dell’uomo con se stesso, il Cristianesimo in modo particolare costituisce un’illusione alienante per l’uomo stesso e per quanto il filosofo tedesco lo riconosca come religione complessa, esso giace entro un tessuto di menzogne e di inganni contraddittori; la stessa parvenza teologica, in realtà, occulta ciò che è l’Essere nella sua realtà effettiva.

Guardando al Cristianesimo come alla espressione massima dell’illusione dell’uomo, riconosciuta in tono minore come presente anche nelle altre religioni, Feuerbach scrive che “la religione, almeno quella cristiana, è il rapportarsi dell’uomo a sé, o più correttamente alla propria essenza; tuttavia, è il rapportarsi alla propria essenza come se tale essenza fosse altra da lui. L’essenza divina non è altro che l’essenza umana” .

In conclusione, il Dio cristiano è un’invenzione dell’uomo, e “se l’uomo trova vera pace in Dio, la trova solo perché Dio è la sua vera essenza, poiché qui soltanto è presso se stesso” , cosicché “il Dio divenuto uomo è soltanto l’apparire dell’uomo divenuto Dio” .

Al decostruttivismo di Feuerbach è seguito circa sessant’anni dopo il riduttivismo del luterano Adolf von Harnack (1851-1930), anche lui autore di un’opera intitolata “L’essenza del Cristianesimo” (1900) . Questi fu collega di Romano Guardini all’Università di Berlino, anche se a quel tempo la notorietà dei due era ben diversa, considerato l’ambiente protestante della suddetta università. A questo proposito, riferendosi al tempo in cui gli venne assegnata la cattedra di Weltanschauung cattolica a Berlino, Guardini afferma: “I bidelli non mi hanno mai salutato e poteva succedere che il portiere, alla domanda dove tenesse lezione il professor Romano Guardini, rispondesse: ‘Da noi non c’è nessun professor Guardini’. L’avviso delle mie lezioni, inoltre, era posto dopo quello dell’insegnante di ginnastica” .

Von Harnack affermò la presenza di elementi non essenziali del Cristianesimo penetrati dentro la dottrina cristiana, a ragione degli strettissimi intrecci fra la filosofia greca e la Chiesa primitiva. Era necessaria, allora, una rilettura storico-critica del Cristianesimo, scevra da legami con la Chiesa, come egli stesso afferma: “Che cos’è egli stesso afferma: “Che cos’è il Cristianesimo? Cos’è stato? Cos’è diventato? Vogliamo tentare di rispondere a questa domanda in senso storico, cioè con i mezzi della scienza storica e con l’esperienza di vita che ci viene dalla storia” . Per il teologo luterano era per questo necessario “distinguere la polpa dalla buccia” , attraverso un approccio ai Testi Sacri liberato da mediazioni di autorità, per poter estrarre il vero “kernel”, l’autentico nucleo cristiano, e dimostrare che il Cristianesimo autentico, cioè il “Vangelo di Gesù”, è molto diverso dall’elaborazione dottrinale e dogmatica tipica del “Vangelo su Gesù” . Convinto che la ricerca storica fosse il solo strumento per comprendere il passato e costruire il presente, accusando la dogmatica di aver costruito una metafisica su un “Cristo immaginato”, von Harnack giunge a sostenere che nel Vangelo non c’è il Figlio, ma il Padre solo , che Gesù stesso non aveva l’intenzione di fondare una Chiesa gerarchica, “ma soltanto di annunciare il Regno di Dio che possiede un valore esclusivamente interiore e privato e prescinde dalle sovrastrutture posteriori che vi si sono incrociate” .

Un’altra visione del Cristianesimo, fondata sulla necessità del metodo storico-critico è quella offerta dall’esegeta cattolico francese Alfred Loisy (1857-1940), una delle figure principali del modernismo cristiano. Sacerdote e biblista, Loisy sostiene l’unicità del criterio storico per la comprensione della verità cristiana, per cui anche ai Testi Sacri occorre applicare le regole generali valide per ogni interpretazione di documenti . La sua opera più conosciuta è quella intitolata “Il Vangelo e la Chiesa” (1902), tra le cui pagine è presente una critica al pensiero di von Harnack, seguita cinque anni dopo dal libro intitolato “I Vangeli sinottici” e cdefinisce come un’opera monumentale della quale non esiste niente di meglio fra i commentari ai Sinottici , e che invece gli produsse la scomunica nel 1907 per le proprie tesi moderniste. La visione del Cristianesimo di Loisy è costruita su una concezione dell’esegesi biblica radicata in un profondo razionalismo storico, in quanto, a differenza ad esempio di Blondel, risolve il reale entro i parametri della storia, per cui lo stesso Cristianesimo deve essere depurato dall’interpretazione della metafisica scolastica. Il fissismo storico di Loisy lo porta ad alcuni punti di contatto proprio con colui che intendeva attaccare, von Harnack, laddove entrambi “pensano la divinità di Cristo sulla base di una figura storica inizialmente disegnata dai discepoli: Cristo ‘ottenne’ gradualmente la sua divinità nelle azioni creatrici di miti delle diverse comunità, con un lavoro di secoli” . L’orizzonte teologico di Loisy, così delineato, lo porta al punto di pervenire alla negazione del soprannaturale . Tuttavia, se con von Harnack condivide la non intenzionalità di Gesù circa il fondare una Chiesa, e nemmeno una religione, contesta al teologo luterano il fatto che i dogmi siano in contrasto con i Vangeli, per quanto egli radicalizzi il concetto di “evoluzione del dogma” sino a sostenere che i dogmi siano mutevoli, poiché solo la Verità, e non la sua formulazione, è immutabile .

Loisy pensa il Cristianesimo come “religione dell’umanità”, della quale mantiene il contenuto etico, ma rimette in discussione i parametri fondamentali; nega, per fare un esempio, la storicità della crocifissione di Cristo, di cui si parla soltanto nel deposito della fede, e gli stessi Vangeli secondo lui sono una “creazione della Chiesa”. Nel 1932 tutte le opere di Loisy furono messe all’Indice.

Molto legato a Schleiermacher (1768-1834), che fondava la centralità del Cristianesimo nella dimensione del sentimento e non proibiva ad alcun libro “di diventare Bibbia” , il teologo protestante Louis Auguste Sabatier (1839-1901) propone una concezione del Cristianesimo come una “religione del cuore”, contrapponendo al carattere intellettuale dei dogmi proclamati nei secoli la spontaneità dell’esperienza dell’amore di Dio Padre culminante in Gesù Cristo. Il Cristianesimo, quindi, sarebbe una rivelazione intima di Dio, una istanza soggettiva e non oggettiva, che si è realizzata in Gesù con particolare intensità e che si ripete nell’anima dei suoi discepoli . Secondo Sabatier il nucleo del Cristianesimo è proprio “la coscienza religiosa di Gesù” , dove tuttavia il termine “coscienza” assume, con degli influssi romantici, un carattere di “sentimento” personale di Gesù, un’istanza interiore in virtù della quale Gesù stesso riconosce una sua particolare relazione al Padre. L’orizzonte teologico è in questo autore ancora segnato dal contesto del proprio tempo, volto a sottolineare la distanza fra il Gesù storico e il Cristo della fede, come riporta Forni Rosa: “La Gesù-latria, il culto separato dell’uomo Gesù, è nel Cristianesimo un’idolatria positiva, come l’adorazione della Vergine e dei santi” . Tuttavia, per Sabatier il pensiero di Gesù ha subito un’evoluzione, è stato cioè anch’esso segnato dalla legge del divenire, tuttavia ciò che in lui era espressione di una religione del cuore, i suoi discepoli lo hanno trasformato in una fissità dogmatica.

Dal canto suo, il sacerdote e teologo Lucien Laberthonnière (1860-1932), direttore degli “Annales de philosophie chrétienne” dal 1905 al 1913, discepolo di Maurice Blondel, concepisce l’essenza cristiana secondo il “metodo d’immanenza” blondeliano, fondandola sull’azione-carità, per poter scoprire in se stessi il vero senso della Rivelazione. L’oggetto della fede cristiana viene quindi prospettato in una dimensione fortemente interiorizzata, anche attraverso una incomprensione, una sorta di adattamento modernista dell’interiorità agostiniana, posta in antitesi all’imposizione esterna dell’auctoritas. Il Laberthonnière “sviluppa la tesi della radicale opposizione fra il pensiero greco e l’atteggiamento cristiano, accusando la scolastica di aver corrotto la genuina dottrina evangelica con l’introduzione della logica aristotelica e dell’ontologia intellettualistica”. La sua visione dell’essenza cristiana si pone allora come radicalmente antitomista, proprio nel tempo storico in cui la Neoscolastica aveva un influsso fondamentale nell’ambito della teologia cattolica romana. Secondo lui nessuna filosofia è compatibile con il Cristianesimo, dato che esso soltanto è l’unica filosofia: nessun contributo razionale può essere consegnato alla fede cristiana. In questo senso, come riporta A. Livi dal Laberthonnière, “Tommaso ha tentato di ‘battezzare’ Aristotele con il risultato di ‘paganizzare’ il Cristianesimo” . Il suo studio sulla filosofia della religione (“Essais de philosophie religieuse”, 1903) fu condannato dalla Chiesa cattolica tre anni dopo la pubblicazione, mentre la collezione degli Annales dal 1905 al 1913, da lui diretta durante la proprietà di Blondel, è stata messa all’Indice nel 1913. Come osserva Forni Rosa, “il provvedimento colpisce specialmente Laberthonnière, ma anche il progetto culturale a cui Blondel aveva partecipato” .

Fra gli studiosi del Cristianesimo nella Germania di inizio Novecento, compare anche lo storico delle religioni Friedrich Heiler (1892-1967), luterano convertito dal cattolicesimo. Contemporaneo e ben noto a Romano Guardini, Heiler scrive un’opera intitolata “Il Cattolicesimo, la sua idea e il suo aspetto” , in cui, come afferma Zucal, indica il Cattolicesimo come una “complexio oppositorum”, un’unità sommaria di tutte le tendenze religiose ad esso precedenti, “null’altro che il frutto di un sincretismo religioso” . Dopo avere discusso nel 1917 all’Università di Monaco la tesi dottorale intitolata “La preghiera” (“Das Gebet”), pur abbracciando la fede luterana rapportarsi ad essa, come attestano il suo interesse per san Francesco d’Assisi, la celebrazione della messa secondo l’antico rito cristiano e la sua stessa idea di una “cattolicità evangelica”. Risente molto del pensiero modernista, in particolar modo di quello di Loisy, cui pure dedica un testo intitolato: “Alfred Loisy, 1857–1940, il padre del modernismo cattolico”. Secondo Karl Adam, Heiler appartiene a quella teologia critica che contesta risolutamente qualunque rapporto immediato fra Gesù e la Chiesa ; secondo Heiler, che definisce il Cattolicesimo come un microcosmo di tutte le religioni, ciò che è evidente è che “Gesù non ha fondato la Chiesa universale dei secoli a venire. Gesù e la Chiesa cattolica romana non sono infatti uniti da nessun legame, fra i due vi è un abisso” , per cui la cattolicizzazione del Cristianesimo è successiva, pur immediatamente susseguente, alla morte di Gesù. Fondando l’essenza della religione soltanto sulla preghiera, fortemente attratto anche da altre identità religiose non cristiane, in particolar modo il Buddhismo, Heiler guarda al sacro come ad un mistero inquietante, ed invoca un’unità metadottrinale, un’unica sintesi di tutti i più grandi ideali religiosi. […]”

(Copyright Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Francesco G. Silletta – “L’essenza del Cristianesimo in Romano Guardini”)

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