L’iscrizione sulla croce come “titulus crucis” (Gv 19,19-22)

(Dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” –
di Francesco G. Silletta – Copyright Edizioni La Casa di Miriam – Distrib. Proliber
 
 
Il Discepolo Amato (di seguito, DA) ha certamente potuto leggere con i propri occhi l’iscrizione posta sulla croce di Gesù: “Gesù, il Nazareno, re dei giudei”, essendo lui stesso parte integrante di quei “molti giudei che lessero questa iscrizione” (19,20) e testimone oculare della morte di Gesù (19,26).
Presso l’ambiente romano era consuetudine l’imposizione di un “titulus”, cioè di una tavoletta su cui erano scritti il nome del condannato ed il crimine da lui commesso. Si tratta di una forma intimidatoria stabilita dall’autorità romana per demoralizzare eventuali atti imitativi rispetto ad un determinato crimine. Una testimonianza storica di quest’usanza ci viene offerta per esempio da Eusebio di Cesarea:
 
“Gli fecero fare il giro dell’anfiteatro, preceduto da una tavoletta su cui era scritto in lingua latina: Costui è Attalo, il Cristiano” .
 
Nel caso specifico di Gesù, l’iscrizione viene riferita dai quattro Vangeli (Mt 27,37; Mc 15,26; Lc 23,38) come appesa sulla croce, un fatto probabilmente insolito ma non storicamente inverosimile. Il quarto Vangelo (di seguito, QV) ha un modo particolare di rendere notizia di questo evento, creando un ulteriore ed estremo confronto dialettico fra Pilato ed i giudei. La chiave di lettura è ancora una volta ironica. Innanzitutto, viene attribuito a Pilato il ruolo di personaggio principale in seno alla realizzazione dell’iscrizione. Il narratore precisa come il prefetto scrisse (ἔγραψεν) l’iscrizione. Il fatto verosimile che si tratti di un atto causativo, cioè che non fu Pilato stesso a scrivere ma ad imporre ad altri la scrittura dell’iscrizione, non sminuisce tuttavia l’intento narrativo di evidenziare come sia stato direttamente il prefetto a stabilirne la realizzazione.
L’iniziativa di Pilato trova una prima indiretta opposizione giudaica. Il narratore, infatti, interviene con una sua propria precisazione:
 
“Molti giudei lessero questo cartello, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città e l’iscrizione era redatta in ebraico, in latino e in greco” (19,20).
 
L’intento è quello di dimostrare un estremo rifiuto giudaico della regalità di Gesù. Nonostante, infatti, l’iscrizione sia plurilingue e molti giudei, dato il posizionamento geografico di facile reperibilità, possano imbattersi nella titolazione regale di Gesù, non avviene l’auspicato ed estremo atto di ripensamento giudaico, bensì piuttosto una clamorosa protesta:
 
“I sommi sacerdoti dissero dunque a Pilato – Non scrivere: Il re dei giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei giudei” (19,21).
 
Per la seconda volta, quindi, la scrittura dell’iscrizione viene attribuita a Pilato in termini causativi. Rifiutando la composizione della scritta, i giudei contestano nuovamente di fronte al prefetto la regalità di Gesù. L’ultima offerta di salvezza ai giudei, che il narratore ironicamente descrive attraverso la scena dell’iscrizione, viene così respinta dai destinatari:
 
(Dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – di Francesco G. Silletta – Copyright Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber – Info tel. 340-5892741)
 
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