Dalle “Confessioni” di Sant’Agostino

 

Sant’Agostino,   Le ConfessioniLibro X,   34,51-53

- tr. it. a cura di Orsa Maggiore Editrice, Torriana (Fo) 1991, pp. 213-215.
 

34.51.     Rimane il piacere di questi occhi della mia carne. Ne farò una confessione, che vorrei giungesse alle orecchie del tuo tempio, orecchie fraterne e pietose. Così concluderemo le tentazioni della concupiscenza carnale che ancora mi assalgono, mentre gemo e desidero essere rivestito della mia abitazione celeste (2Cor 5,2).

Gli occhi amano le forme belle e varie, i colori nitidi e ridenti. Ma non avvincano questi oggetti la mia anima. L’avvinca Dio, che fece sì questi oggetti buoni assai (Gen 1,31), ma è lui solo il mio bene, non essi.

Per tutto il giorno, finché ho gli occhi aperti, mi raggiungono senza darmi tregua, mentre me ne dànno le voci che cantano e talora, nel silenzio, tutte le voci.

La regina stessa dei colori, la luce, inondando tutto ciò che vede, dovunque io sia durante il giorno, mi raggiunge in mille modi e mi accarezza, anche quando, intento ad altro, non bado ad essa.

S’insinua con tale vigore, che se viene a mancare all’improvviso, la ricerco avidamente, e se si assenta a lungo, il mio animo si rattrista.

– 52.      O Luce, che vedeva Tobia quando, questi occhi chiusi, insegnava al figlio la via della vita e lo precedeva col piede della carità senza mai perdersi; che vedeva Isacco con i lumi della carne sommersi e velati dalla vecchiaia, quando meritò non già di benedire i figli riconoscendoli, ma di riconoscerli benedicendoli;

che vedeva Giacobbe quando, privato anch’egli della vista dalla grande età, spinse i raggi del suo cuore illuminato sulle generazioni del popolo futuro prefigurate nei suoi figliuoli, e impose sui nipoti avuti da Giuseppe le mani arcanamente incrociate, non come il loro padre cercava di correggerlo esternamente, ma come lui distingueva internamente.

Questa è la Luce, è l’unica Luce, e un’unica cosa coloro che la vedono e l’amano.

Viceversa questa luce corporale di cui stavo parlando insaporisce la vita ai ciechi amanti del secolo con una dolcezza suadente, ma pericolosa. Quando invece hanno imparato a lodarti anche per essa, Dio creatore di tutto (Ambr. Hymn, 4,1; 2Macc. 1,24), l’attirano nel tuo inno anziché farsi catturare da lei nel loro sonno. Così vorrei essere.

Resisto alle seduzioni degli occhi nel timore che i miei piedi, con cui procedo sulla tua via, rimangano impigliati, e sollevo verso di te i miei occhi invisibili, affinché tu strappi dal laccio i miei piedi (Sal 24,15), come fai continuamente, poichè vi si lasciano allacciare. Tu non cessi di strapparli di là, mentre io ad ogni passo sono fermo nelle tagliole sparse dovunque, perché tu non dormirai, sonnecchierai, custode d’Israele (Sal 120,4).

– 53.        Quante cose, da non poterle enumerare, gli uomini aggiunsero alle naturali attrattive degli occhi mediante varie arti e mestieri nelle vesti, nelle calzature, in vasi e prodotti d’ogni genere, e poi nei dipinti e nelle diverse raffigurazioni che vanno ben oltre la necessità, la misura e un significato pio! Seguendo esteriormente le loro creazioni, gli uomini abbandonano interiormente il loro Creatore e distruggono ciò che di loro creò. Ma io, Signore mio e onore mio, traggo anche di qui un inno per te e una lode da offrire in sacrificio a Chi sacrfica per me.

La bellezza che attraverso l’anima si trasmette alle mani dell’artista proviene da quella bellezza che sovrasta le anime, cui l’anima sospira giorno e notte (Sal 1,2; Ger 9,1).

Ma chi fabbrica e cerca le bellezze esteriori, trae di là la norma per farne buon uso. Eppure c’è, e non la vedono; diversamente non andrebbero tanto lontano e preserverebbero la loro forza presso di te (Sal 58,10), anziché disperderla in amenità sfibranti. Io stesso, che lo dico e lo vedo, lascio cogliere il mio passo al laccio delle bellezze esteriori; ma tu lo strappi di là, Signore, lo strappi tu, perché la tua misericordia è davanti ai miei occhi (Sal 25,3).

Io mi lascio prendere miseramente, e tu mi liberi misericordiosamente, a volte senza farmi soffrire, per esservi caduto solo con la punta del piede, a volte con dolore, per esservi ormai del tutto impigliato.

La Casa di Miriam –