La grazia divina nel perfezionamento delle virtù

La grazia divina nel perfezionamento delle virtù

Il bene che qualifica le virtù in quanto tali non è una rappresentazione soggettiva, un qualcosa che può arbitrariamente essere interpretato come bene o come male. Esso è un dato oggettivo, corrispondente alla propria vocazione[1]. La radice fondamentale di questa vocazione non è nell’uomo, ma in Dio: la vocazione al bene è frutto dell’agire divino nell’esperienza umana (grazia), poiché “il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio[2].

Già nella prima infanzia esiste un potenziale religioso che tramite l’educazione familiare va sviluppato ed integrato alla sfera antropologica; tuttavia, nella regolarità di tale sviluppo, incide basilarmente l’agire divino, l’iniziativa di Dio di discendere a sostegno e guida dell’uomo nella sua peregrinazione terrena. Dunque è fondamentale una retta integrazione fra la religiosità dell’uomo e la psicologia, sia quella del bambino che quella del giovane adulto, affinché davvero si instauri quella virtù che consiste nella rettitudine della propria coscienza morale, consapevoli che l’uomo non si è creato, ma è stato creato da Dio, del quale rispecchia tuttavia un’immagine[3].

Proprio l’esperienza di questo limite creaturale, che fa dell’uomo un soggetto inquadrato dentro il tempo e lo spazio, pone l’uomo stesso di fronte ad una divisione, nella propria interiorità, che egli non può oltrepassare se non viene orientato e coadiuvato dalla grazia, con la mediazione di Cristo, immagine perfetta del Padre (Col 1,15). Questo processo porta ad una consapevolezza che l’uso retto della propria vita porta il bene, quale compimento del proprio accrescimento: “Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede” (Gc 1,5-6).

Il fondamento dell’educazione cristiana, dunque, è di natura soprannaturale ed ha in Cristo il proprio paradigma. I mezzi soprannaturali per l’acquisizione delle virtù sono anzitutto la Parola e la grazia dello Spirito, che illuminano le facoltà umane verso la retta coscienza morale. Tutto ciò, purtroppo, richiede spesso una netta rottura con la mentalità del mondo, governato da realtà nella maggior parte dei casi antitetiche rispetto alle virtù cristiane.

Il primo insegnamento della grazia di Dio è proprio il rinnegare l’empietà ed il desiderio di appartenere al mondo, la scelta di essere nel mondo, ma non del mondo: “È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani” (Tt 2,11).

È proprio la grazia divina che illustra il percorso di vita opposto ai vizi del mondo, mediante un corretto dominio delle proprie passioni ed un atteggiamento di fedeltà, adesione ed ascolto della sua Parola. A ciò appartiene la logica dell’umiltà, una virtù a cui i genitori dovrebbero educare i propri figli sin dall’infanzia. L’esempio più diretto lo troviamo nella testimonianza di Gesù che lava i piedi ai propri discepoli (Gv 13,14-15).

Dunque è necessario, nell’educazione dei ragazzi, un sistema di valori trascendenti, in cui “i genitori debbono porsi di fronte alla coscienza religiosa dei figli come validi modelli per lidealizzazione di Dio e dei suoi attributi[4]

Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam 

 
 

 


[1] Cfr. Mongillo D., “Virtù”, in Compagnoni F. – Piana G. – Privitera S., (a cura di), Nuovo Dizionario di teologia Morale, Cinisello Balsamo (Mi) 1990, p. 1472.

[2] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1803.

[3] Cfr. Calabrese g., La religiosità del bambino, Genova 1998, p. 2.

[4] Stamura Ubaldi Pugnaloni A., Elementi di psico-pedagogia religiosa, Roma 2004, p. 259.