Novità libri:

Novità dal 20 aprile 2020:

Il secondo volume della collana: “Il Santo Rosario: contemplazione e mistero” (I misteri della gioia). Dopo la pubblicazione del primo volume (I misteri della gloria) ci si concentra ora in questo percorso contemplativo, con riferimenti teologici, alla scoperta dei misteri della gioia e del loro significato spirituale nella partecipazione attiva del credente che medita i misteri del Santo Rosario. Disponibile dal 20 aprile 2020.

Nelle librerie cattoliche dal 20 febbraio 2020:

Novità nelle librerie cattoliche dal 20 febbraio 2020:

“SENZA STANCARVI MAI. PREGHIERE SEMPLICI DELLA DEVOZIONE CATTOLICA” – Edizioni La Casa di Miriam – € 6,00 – Con brevi introduzioni ad ogni preghiera, riferimenti magisteriali e una introduzione generale all’inizio della raccolta. Info tel. 3405892741

“Sette Papi e un purgatorio. L’insegnamento di sette Pontefici sulle pene purgatorie” – 

Uno studio di cento pagine che contiene l’esperienza dottrinale che alcuni importanti Papi hanno esercitato in riferimento alla verità sull’esistenza del purgatorio ed alla conoscenza della sua natura.

    “Un tratto di sole – Da Betania a Gerusalemme”

Un romanzo ambientato al tempo di Gesù, avente Gesù stesso e i suoi discepoli come protagonisti, secondo la voce narrante del discepolo amato
236 pagine – € 15,00 – 236 pagine – Nelle librerie cattoliche

 

“L’Essenza del Cristianesimo in Romano Guardini”

Nuova edizione per studenti –

Un estratto:

“[…] Pensare il Cristianesimo, in R. Guardini, corrisponde all’idea secondo cui “l’uomo deve purificare il suo pensiero per adattarlo al pensiero di Cristo” ]…] L’essenzialmente religioso, con cui Guardini connota l’atto creativo, esprime come all’origine di quest’ultimo vi sia un’istanza divina, un pensiero di Dio, per cui l’uomo, nel proprio dispiegamento esistenziale, non può autonomamente conoscere la propria identità se non mediante uno svelamento divino. […] Ora, per Guardini, se Dio crea l’uomo, significa anche che “Dio ha fiducia che l’uomo saprà comprendere il significato di tale rapporto”; Dio stima l’uomo a tal punto da conferirgli la capacità di riconoscerlo al di là delle tensioni alle quali andrà incontro, conservando in sé un nucleo esistenziale che gli renderà memoria della sua condizione creaturale. Questo grazie alla rivelazione che Dio fa di sé all’uomo, il cui punto fondamentale, a livello esistenziale, è proprio il fatto che “Dio ha un plurale”, cioè “è in se stesso comunità, perciò non ha bisogno di nessun mondo” […].

PER LA PREGHIERA DI LIBERAZIONE DAL MALE – CON GLI INSEGNAMENTI DEL MAGISTERO DELLA CHIESA SUL TEMA:

“Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – Opera in 4 volumi

Un estratto dal 3° volume:

[… ] Spezza in noi, Gesù, per la forza delle sante piaghe delle tue mani, dove i chiodi stabilirono fra il cielo e la terra una salvifica e rinnovata unione, ogni catena di peccato contro il Signore ed ogni legame con le cattive azioni da noi commesse (cfr. Ger 44,22).  Per la potenza del tuo sangue, liberaci da Satana, in questo momento, qualunque sia l’altezza, la profondità e l’estensione del nostro peccato. Vadano indietro tutte le sue accuse sui peccati passati, sull’esistenza vissuta e già da noi consegnata alla tua misericordia: retroceda Satana, con i suoi satelliti, e tutte le forme di satanica espressione che vagano nell’aria, nello spazio, sulla terra, tra le persone e persino nei nostri cuori […] – Info Tel. 3405892741

   NOVENA A S. MARIA MADDALENA PER LA LIBERAZIONE  – Una novena offerta a questa santa così storicamente vicina a Gesù con la viva speranza che Cristo muova la sua compassione verso gli oppressi e gli ossessi.

PER LO STUDIO TEOLOGICO:

– Libro: “Corso di Mariologia dell’intuizione. Dal dogma all’esistenza”

       di Francesco G. Silletta

Un estratto:

        “[…] Che rapporto esiste fra maternità biologica e maternità spirituale? In altri termini: fra una madre storica, che ognuno riconosce come sua biologica “mamma”, e la maternità di Maria alla quale si rivolge il medesimo epiteto?
Non possiamo accontentarci di un’assegnazione “spirituale” di un titolo così speciale e forte: “Mamma”, quasi che possiamo chiamare nel medesimo modo due distinte persone della storia, la propria madre naturale e Maria.
Occorre entrare in questo mistero che, alla presenza della sua madre storica, colei che cioè lo ha generato nella carne, Gesù Crocifisso consegna al discepolo amato. Dobbiamo analizzare questo mistero, “intuirlo”, piuttosto che non “dogmatizzarlo”, per comprendere cosa davvero significhi per noi, per gli uomini di ogni tempo, vivi e defunti, rivolgersi a Maria chiamandola “Madre” […]
                                                                                                                                                                                         
“Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione. Una rilettura materno-filiale dell’essere amato”
 
  Un estratto a commento di Gv 21,24:
 
“Οὗτός ἐστιν ὁ μαθητης ὁ μαρτυρῶν περὶ τούτων καὶ ὁ γράψας ταῦτα,
καὶ οἴδαμεν ὅτι ἀληθὴς αὐτοῦ ἡ μαρτυρία ἐστίν”
 
“La nostra analisi è qui “interna” al testo, dipende cioè unicamente dalla testimonianza offerta dal testo stesso. Ora, il versetto esordisce con un pronome dimostrativo maschile (Οὗτός), comunemente tradotto con “questo”, nel senso di “proprio costui”. Il valore dimostrativo di questo pronome, a nostro avviso, data la sua posizione così primaria in seno al versetto, deve essere ricercato non tanto rispetto ad una evidenziazione di “colui che ha scritto queste cose”, bensì a quanto precede, cioè si vuole sottolineare che quel discepolo (il Discepolo Amato, di seguito DA) del quale Gesù aveva rivelato a Pietro la propria volontà in ordine alla sua permanenza (21,22) e che i discepoli avevano frainteso (21,23), è proprio “costui”, cioè “questo stesso discepolo”, il DA, la stessa “voce narrante” , che ora afferma, come vediamo, di avere compiuto la volontà di Gesù, avendo già “scritto” (aoristo participio: “ὁ γράψας”) ciò che doveva scrivere e attraverso il quale è stato destinato da Gesù a permanere, cioè il Vangelo. Il DA, quindi, non è affatto morto, come vorrebbe una rilettura strategica del malinteso di Gv 21,23 , anche considerando il tempo presente del participio “μαρτυρῶν” (colui che testimonia), il cui senso ci pare tutt’altro che una semplice riverenza (esterna/comunitaria) rispetto ad una realtà presente, il Vangelo, bensì una dimostrazione dell’attualità vivente del testimone, il DA
 
Elia, il profeta migrante”
 

 

“Oltre che una comprensione divina, Elia sperimenta sul monte di Dio una profonda comprensione di se stesso. Il proprio zelo di Dio alla luce di questa comprensione è ripristinato nel giusto ordine di senso. Il profeta, in questa prospettiva, capisce che, proprio perché zelante, necessita di essere umile e coraggioso. L’umiltà viene ben espressa, in tal senso, dal brano di 1Re 19,13a:
“Come lo udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.
Il profeta riconosce se stesso, nella sua umile condizione, davanti all’immensità sconvolgente del Dio che gli si manifesta: il tu per tu con Dio è insolubile in termini di sopportazione, qualora non si inserisca, in questa diretta relazione, un elemento di mediazione, in questo caso il mantello.
A partire dall’esperienza della propria miseria, il profeta realizza la destinazione verso la quale, mediante la migrazione, Dio vuole condurlo. Il testo biblico, a tal punto, ripropone lo “stupore” divino attraverso la già analizzata domanda: “Che fai qui Elia?” (19,13b), cui segue l’altrettanto analizzata risposta difensivista del profeta: “Sono pieno di zelo per il Signore” (19,14). In verità, l’epicentro teologico del dialogo, fatto di domanda-risposta, fra Elia e Jahvé, pare proprio il presente, piuttosto che non quello riportato nel testo biblico ai versetti 9-10. Sembra più logico che alla manifestazione di se stesso, infatti, Dio faccia seguire, ora che il suo interlocutore è arricchito dall’esperienza appena fatta, la sua esplicita parola. Il linguaggio divino, infatti, è al contempo parola ed azione, ed Elia ne riceve entrambe le coordinate.
Ad ogni modo, assieme all’umiltà, è proprio quello zelo elianico a venire particolarmente rafforzato. Infatti, quasi senza prendere in considerazione, a livello di comunicazione verbale, il lamento del profeta (abbiamo in precedenza considerato, però, quanto in realtà Dio corrisponda a tale lamento attraverso la comunicazione non-verbale del suo passaggio teofanico), Jahvé risponde all’angoscia del profeta con l’imposizione di un nuovo incarico, destinandolo a un ulteriore momento migratorio. Dice infatti Jahvé:
“Su, ritorna sui tuoi passi, verso il deserto di Damasco; arrivato là, tu ungerai Hazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. Se uno scamperà alla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu; se uno scamperà alla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo. Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, coloro che non hanno piegato le ginocchia a Bàal e non l’hanno baciato con la bocca”.
 
PER LA MEDITAZIONE SPIRITUALE E MISTICA:
 
“Locuzioni interiori notturne” – opera in 4 volumi (Il quarto disponibile da Gennaio 2020): – di Francesco G. Silletta – UN ESTRATTO DAL 1° VOL.

“[…] Non fermarti a costruire una croce a tua misura. La croce non sempre “calza” come si vorrebbe. Né si è sempre in grado di comprenderla nella sua fenomenologia estrinseca, nel modo cioè in cui essa si manifesta nella tua esistenza. Affidati piuttosto a me: offrimi la tua croce anche senza comprendere sino in fondo la sua sostanza, il suo modo di manifestarsi a te, né alle volte te stesso nei tuoi disorientamenti rispetto al trascinarla sulle tue spalle.
Io sono forza e pensiero. Ti do la potenza di portarla e la sapienza di farlo cristianamente. Perché non tutte le croci sono conformate a me. La mia non è stata una croce qualunque. Esistono uomini crocifissi che non hanno alcun merito ed il cui dolore nel portare la croce non serve a nulla. Lascia allora che sia io, non tu a donarti la croce: una croce sempre a me riferita, al mio dolore conformata, alla mia esperienza misurata. Una croce che mai ti donerei se fosse superiore alle tue forze, intellettuali, spirituali, corporali, mnemoniche. Abbi fiducia di me anche quando la croce sembra condurre te, inversamente dall’ordine logico della conduzione. Prima o dopo, se rimani in me, sarai tu a condurla. E non ne osserverai più l’aspetto, né ti parrà troppo gravoso il carico, poiché ivi, apposto sopra di essa, vedrai me stesso, e per l’amore per me, che il tuo cuore vorrà donarmi, ti sembrerà persino un carico leggero […]
PER UN SUSSIDIO ALLA PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO:
 
“Il Santo Rosario: contemplazione e mistero” –
1° volume: I misteri della gloria – Un estratto:
 
Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Cop-Il-Santo-Rosario-Contemplazione-e-mistero-1-720x540.jpgContemplare il S. Rosario mistero per mistero. Essere presenti con tutto l’intelletto, con tutta l’immaginazione e ovviamente con tutto il nostro cuore a quanto ivi meditiamo. Ciò che ci viene estrinsecamente dato, ossia i titoli dei vari misteri da meditare, può essere intrinsecamente elaborato, formalizzato e, infine, davvero vissuto da parte nostra. Si può cioè fare l’esperienza viva, reale, attraverso il dono dello Spirito che infonde in noi la fede, di quanto Gesù ha storicamente vissuto, interpellato, realizzato per noi, nonostante la nostra distanza temporale rispetto a quell’evento unico della storia. Ora, noi ci mettiamo a confronto con i misteri della gloria. Già questo termine, così “sontuoso”, esprime un a-priori teologico: stiamo entrando, meditando questi misteri, in un’area particolarmente “manifesta”, “sontuosa”, “potente” dell’esperienza di Cristo, che in se stesso è espressione vivente della gloria (greco δόξα, doxa) del Padre.
La qualificazione di “gloriosi” ci introduce così spiritualmente a qualche cosa di grande che incontreremo nella contemplazione di questi misteri, una partecipazione intensa all’esaltazione radiosa, alla manifestazione eccelsa della grandezza dell’opera di Cristo, inoltrandoci appunto dentro il mistero della sua gloria”.
 
PER UN APPROFONDIMENTO DELLA FEDE CATTOLICA:
 
“Meditazioni sulla fede” – Un estratto:
 
  “Le lacrime della Madre in qualche modo riguardano sempre un dolore che generiamo in noi stessi, attraverso un nostro dato modo di essere e del quale non siamo consapevoli. L’amore è così, anche dal suo punto di vista “negativo”: lo slancio vitale con il quale si comunica gratuitamente, infatti, viene alle volte respinto e sommerso da una pretestuosa nostra autosufficienza, invisibile ai nostri occhi ma chiara, estrinseca nei suoi effetti deleteri e futuri agli occhi onniveggenti di Maria, il cui pianto è espressione reale, somatica, di un indicibile dolore che riguarda la nostra esistenza personale. Sorridere ironicamente delle immagini che raffigurano l’Addolorata è un attestato esplicito di una bassa disposizione verso l’amore oblativo, che per pura pietà non esprime categoricamente e tumultuosamente la propria attualità ontologica, bensì attenua il proprio impeto attraverso una categoria di mediazione di ordine materno: la Madre” -NELLE LIBRERIE CATTOLICHE
SUI MISTERI DI MEDJUGORJE: LA STORIA E I MESSAGGI
 
“Medjugorje: tutti i messaggi. Dal 1981 al 2017 – Con introduzione al concetto di rivelazione privata” – Un estratto
 
Messaggio del 14 aprile 1982
 
“Dovete sapere che Satana esiste. Egli un giorno si è presentato davanti al trono di Dio, ed ha chiesto il permesso di tentare la Chiesa per un certo periodo, con l’intenzione di distruggerla. Dio ha permesso a Satana di mettere la Chiesa alla prova per un secolo, ma ha aggiunto: “Non la distruggerai!”. Questo secolo in cui vivete è sotto il potere di Satana ma, quando saranno realizzati i segreti che vi sono stati affidati, il suo potere verrà distrutto. Già ora egli comincia a perdere il suo potere e per questo è diventato ancora più aggressivo: distrugge i matrimoni, solleva discordie anche fra le anime consacrate, causa ossessioni, provoca omicidi.
Proteggetevi per questo con il digiuno e la preghiera, in modo particolare con la preghiera comunitaria. Tenete addosso degli oggetti benedetti e poneteli anche nelle vostre case. E riprendete l’uso dell’acqua benedetta!”
 
“Guarire con Maria.
Itinerario di preghiera per una guarigione interiore”
 
Un percorso di spiritualità con insegnamenti, preghiere, letture argomentate ed immagini, secondo l’insegnamento della Chiesa, per ottenere la pace dello spirito nella semplicità della preghiera quotidiana.
 
      NOVENA A SAN GIUSEPPE – Con introduzione
 
 
PER CONOSCERE LA VITA DI ALCUNE GRANDI SANTI FEMMINILI:
 
“Attirami, noi correremo (Ct 1,4). Quando la santità è donna. Tratti esistenziali di 12 sante” – Nelle librerie cattoliche
 
La storia di Cecilia Eusepi, della Beata Eustochio, della Beata Liduina di Schiedam, di Maria Esperanza, di santa Teresina di Liseux, di Teresa Newmann, di Francesca Lancellotti e di santa Maria bertilla Boscardin e di altre sante.
 
PER LA LETTURA PERSONALE: 
 
“Meditazioni con Filotea” – di Elsa Bertilla Sinico
 
L’autrice confronta la propria esistenza alla luce di Filotea, il personaggio inventato da san Francesco di Sales
 
UNA STORIA VERA DI CONVERSIONE:
 
“Petali di una camelia: storia vera di un convertito” – di N. Ros e L. Vador
 
La storia vera di Vincenzo Ferrari, che dopo tanti anni lontano da Dio vive una singolare esperienza di conversione e di vicinanza della Madonna – Il linguaggio e lo stile sono romanzati, ma la storia è reale come anche disponibile al colloquio il protagonista stesso.
 
TUTTI I LIBRI IN VERSI DI GABRIELLA MANTOVANI:
 
  “Una piccola sfumatura” – 
 
   “Di sole parole” – Antologia poetica
 
In tutto sette pubblicazioni subito disponibili: “Alito di vento”, “Guida i miei passi”, “Una lanterna accesa”, ecc.

EDIZIONI E CENACOLO LA CASA DI MIRIAM – APERTI 24H TUTTI I GIORNI – INCONTRI DI PREGHIERA IN CHIESA ED IN SEDE – 

DISTRIBUZIONE DIRETTA – 30 LIBRERIE CATTOLICHE AFFILIATE – SERVIZIO NO-STOP DI EDIZIONE, PUBBLICAZIONE, PROMOZIONE E DISTRIBUZIONE – CON CONTINUA PERMANENZA IN PREGHIERA DEL CENACOLO

“In te sembra che Adamo non sia passato”

(su una frase di Alessandro di Hales rivolta a San Bonaventura)

Una frase di un maestro di San Bonaventura, Alessandro di Hales, riferita al “dottore serafico” di Bagnoregio, può farci molto riflettere su tante cose:
“In te sembra che Adamo non sia passato”.

Il teologo, maestro del futuro Dottore della Chiesa, si riferiva alla purezza ed alla limpidezza tanto del cuore quanto dell’intelletto del giovane studente, che egli ebbe il dono di incamerare tra i propri allievi.

“Adamo che non passa in noi”: potremmo porci a nostra volta la stessa questione. Certo è vero, si tratta evidentemente di un’immagine che – tanto più se pronunciata da un teologo così preparato – parte ovviamente dal presupposto che tutti siamo figli di Adamo in quanto all’eredità del peccato originale. Tuttavia vi è una possibilità realistica in questa frase, e forse non solo per il santo Bonaventura, ma anche per noi, alle prese con le nostre molto meno “serafiche” debolezze umane. La possibilità, cioè, che quanto di “adamitico” abbia attraversato la nostra esistenza, possa rimanere innocuo, nonostante la gravità del suo giogo, ora assuefatto integralmente dalla luce di Cristo che si rispecchia in ogni latitudine della nostra vita. Essere apertamente visibili in quanto opera di Cristo che si muove ed esiste nel mondo, senza camuffamenti né compromessi con il mondo stesso, luminosi, radiosi nella nostra speranza verso il bene eterno del Cielo.
Ad alcuni una realtà di questo genere può certamente dar fastidio, così come dava fastidio la stessa santa e coltissima intelligenza di Bonaventura a suo tempo. E tuttavia per molti altri una tale realtà esistenziale non può che rivelarsi contagiosa ed indurre verso la medesima celestiale imitazione.
Così anche noi, come Bonaventura, potremmo iniziare da oggi a vivere e a testimoniare Cristo nel mondo “come se in noi Adamo non fosse mai passato”.
Amen

Preghiera speciale

a S. Michele Arcangelo

dal 3° volume del libro “Liberaci dal male” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – 
 
Noi ti ringraziamo e ti lodiamo, Signore Gesù,
perché nella tua premurosa cura con la quale hai disposto
che nulla al creato mancasse per la perfetta glorificazione del tuo nome,
hai posto quale sentinella celeste della tua creazione le milizie angeliche, specchio fedele e puro della tua magnificenza,
affinché difendessero in particolare l’immagine tua, impressa in noi,
dalle insidie degli angeli ribelli, moralmente decaduti
e spiritualmente condannati per la loro ribellione a te
ed al tuo proposito redentore sul genere umano.
Perché secondo gerarchia, poi,
come conviene ad una struttura salda e compatta,
la guardia angelica fosse ordinata ed efficace,
hai voluto che l’Arcangelo San Michele, vivente serafino di Dio,
stesse al comando della tua schiera,
combattendo in tuo nome contro Satana,
fonte primitiva di ogni disobbedienza creata,
per metterlo a tacere con la virtù dell’obbedienza
e della fedeltà al nome del Signore.
Nella sua immediata percezione della tua bontà, per dar gloria al tuo nome, radunando tutte le schiere angeliche fedeli alla tua Parola di conoscenza nell’intuitivo e perfetto discernimento spirituale del bene e del male,
S. Michele ha vinto Satana
nella battaglia celeste antecedente la creazione del mondo,
cacciandolo via dal luogo santo da te preposto
quale Regno d’immacolata purezza ed eterna pace,
la tua stessa intimità divina, precipitandolo temporaneamente là dove,
pur ancora a suo modo capace di offendere il tuo nome,
la giustizia trionfante della tua incarnazione e della tua passione
ha compiuto la definitiva realizzazione del suo annientamento
e il tuo ritorno in terra, nel giorno da te preparato,
per sempre lo getterà via da qualunque partecipazione
allo splendore della tua forma, riflessa nell’umana creatura.
Ora preghiamo per questo l’Arcangelo San Michele,
rendendo per mezzo suo gloria a te, Signore del cielo e della terra,
affinché per quel che rimane ancora in possesso del nemico infernale
e di tutte le orribili e decadute creature angeliche
che offendono la tua santità, la tua bellezza e la tua divinità,
in noi intervenga lui quale insuperabile difensore,
schiacciando ancora il capo di quella serpe intellettuale
che con la sua tentazione disorienta i nostri passi, deboli come siamo,
nel cammino verso la nostra eterna consolazione.
Fugga da noi Satana, per intercessione di San Michele Arcangelo.
Il suo capo superbo sia piegato, la sua furia sia placata
dalla fedeltà al nome dell’Altissimo,
che con lo stesso amore con il quale nella storia ha creato noi,
creature umane, prima della storia ha creato lui, natura spirituale,
e lo ha posto a guida e comando delle angeliche schiere.
Tremi Satana per la presenza in nostro favore di San Michele Arcangelo: lussuria, superbia, malizia, furto, menzogna, bestemmia,
idolatria, ossessione retrocedano immediatamente da noi,
dal nostro consorzio familiare e relazionale,
per lasciar posto alla pura, intensa, profonda vittoria del dono di noi stessi, del nostro umano sacrificio, della nostra partecipazione all’amore di Cristo, nostro Signore e nostro Dio. Amen

Per alcuni che dimenticano il valore dell’Eucaristia:

un estratto dalla “Ecclesia de Eucharistia”,

di S. Giovanni Paolo II:

I, 11 “[…] La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza. Questa non rimane confinata nel passato, giacché « tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi ».
Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e « si effettua l’opera della nostra redenzione ». Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede, di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli. Questa fede il Magistero della Chiesa ha continuamente ribadito con gioiosa gratitudine per l’inestimabile dono. Desidero ancora una volta richiamare questa verità, ponendomi con voi, miei carissimi fratelli e sorelle, in adorazione davanti a questo Mistero: Mistero grande, Mistero di misericordia. Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino « all’estremo » (cfr Gv 13,1), un amore che non conosce misura.
I,12. Questo aspetto di carità universale del Sacramento eucaristico è fondato sulle parole stesse del Salvatore. Istituendolo, egli non si limitò a dire « Questo è il mio corpo », « questo è il mio sangue », ma aggiunse « dato per voi…versato per voi » (Lc 22,19-20). Non affermò soltanto che ciò che dava loro da mangiare e da bere era il suo corpo e il suo sangue, ma ne espresse altresì il valore sacrificale, rendendo presente in modo sacramentale il suo sacrificio, che si sarebbe compiuto sulla Croce alcune ore dopo per la salvezza di tutti. « La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della Croce e il sacro banchetto della comunione al corpo e al sangue del Signore ».
La Chiesa vive continuamente del sacrificio redentore, e ad esso accede non soltanto per mezzo di un ricordo pieno di fede, ma anche in un contatto attuale, poiché questo sacrificio ritorna presente, perpetuandosi sacramentalmente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato. In questo modo l’Eucaristia applica agli uomini d’oggi la riconciliazione ottenuta una volta per tutte da Cristo per l’umanità di ogni tempo. In effetti, « il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio ». Lo diceva efficacemente già san Giovanni Crisostomo: « Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo. […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà ».
La Messa rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica. Quello che si ripete è la celebrazione memoriale, l’« ostensione memoriale » (memorialis demonstratio) di esso, per cui l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo si rende sempre attuale nel tempo. La natura sacrificale del Mistero eucaristico non può essere, pertanto, intesa come qualcosa a sé stante, indipendentemente dalla Croce o con un riferimento solo indiretto al sacrificio del Calvario […]”
www.lacasadimiriam.altervista.org

UNA BELLISSIMA RIFLESSIONE DI

J. H. NEWMANN (SANTO) SUL CRISTIANESIMO:

“Il Cristianesimo da troppo tempo esiste sulla terra perché occorra dare una prova che esso è un fatto appartenente alla storia del mondo. Il suo genio, il suo carattere, le sue dottrine, i suoi precetti e i suoi fini non possono essere annoverati tra le cose che interessano soltanto le opinioni e i ragionamenti dei singoli […]. Il Cristianesimo non è una teoria nata in uno studio o in un chiostro. Da molto tempo ha travalicato la lettera dei documenti e le argomentazioni di spiriti individuali per divenire un bene pubblico. La sua voce si è sparsa in tutti i paesi e le sue parole sono giunte fino ai confini del mondo. Fin dalla sua prima origine, ha avuto un’esistenza oggettiva e si è inserito in mezzo alla moltitudine degli uomini. Il mondo è, infatti, la sua dimora. Quindi, per conoscerne la natura, dobbiamo investigarne la presenza nel mondo ed ascoltare la testimonianza che il mondo porta su di esso”.
(J.H. Newmann, Lo sviluppo della dottrina cristiana”, a cura di L. Orbetello, Jaca Book, Milano 2002, p. 43)

Da un sentimento di invidia non gestito, può scaturire una possessione diabolica o un’ossessione psichica nel soggetto che lo attualizza:

Tra le varie ragioni per cui Satana viene a dimorare in un corpo, lo si comprenda, non vi sono solo quelle connesse alle frequentazioni di indovini, maghi, prostitute e via dicendo, pur essendo tutte forme, queste, di un suo facile ingresso nell’esperienza personale di un soggetto.
In molti casi, infatti, la sorgente del suo ingresso nell’economia esistenziale di una persona, come se uno gli avesse aperto la porta della propria vita, è un misconosciuto sentimento di invidia per il bene dell’altro, esistente nel proprio cuore, una sofferenza per il successo dell’altro sul posto di lavoro, nella sua famiglia, nella sua vita in genere. Facciamo attenzione perché da un sentimento di invidia può germogliare un odio incontrollato ed imperituro verso l’altro difficilissimo da estirpare dal proprio cuore e che, non meno di altre cattive azioni, può davvero far permanere Satana in sé e far scaturire fenomeni ossessivi e/o addirittura possessivi, nella misura in cui esso conduce a cattive derive comportamentali (ad esempio l’invidia verso qualcuno può condurre ad augurargli il male, a consultare un mago, a fargli il malocchio o a commettere direttamente atti di violenza nei suoi riguardi, ecc.)
Quando Gesù ci esorta a pregare per i nostri nemici, ci vuole proprio tutelare rispetto a questo rischio intrinseco ad un sentimento di protratto risentimento verso l’altro, che in ultima istanza relega il soggetto che lo vive ad una condizione di schiavitù verso Satana che lo ispira (e tanto più lo fomenta, dal momento che se percepisce che una persona con il suo comportamento urta il nostro autodominio, tanto più istigherà quella persona a comportarsi in quel modo nei nostri riguardi).
Amen.

Edizioni Cattoliche e Cenacolo La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

Sulle espressioni Figlio di Dio e Parola di Dio riferite a Cristo

Proprio mentre preparavamo questo articolo ci balzava agli occhi – casualmente – una notizia di qualche anno fa (non che le cose siano molto cambiate, tuttavia) – di come in Pakistan desse fastidio ad alcuni cosiddetti “estremisti musulmani” che i cristiani (dentro la loro Chiesa, nb.) usassero l’espressione “Figlio di Dio” riferita a Gesù Cristo.

L’espressione è tuttavia fondamentale per la nostra fede cattolica – purché compresa sino in fondo – come anche l’altra espressione, molto citata in questa ricorrenza odierna voluta da Papa Francesco, ossia “Parola di Dio”. Si tratta di due espressioni, infatti, che pur vere e cattolicamente inappellabili, in realtà rischiano un’ambiguità di ordine più teologico che semantico. Figlio è tale, infatti, del Padre. La Parola è “divina”, a sua volta, in quanto “del Padre”. La specificazione “di Dio” dopo il termine Figlio e dopo il termine Parola, in tal senso rischia di creare un’ambiguità teologica qualora appaiano disgiunti da una parte Dio e dall’altra il suo Figlio/Parola. Come se, appunto, da un lato ci fosse Dio, dall’altro il suo Figlio (Figlio di Dio) e la sua Parola (Parola di Dio). Quando Caifa, Sommo Sacerdote, vuole disintegrare ogni dubbio sull’identità di Gesù (a sua volta in qualche modo “somigliante” – nell’intolleranza verso l’espressione “Figlio di Dio” – a quegli estremisti citati sopra), pone al diretto interessato (Gesù) la domanda circa la sua filiazione in termini teologicamente ambigui (nel senso di arzigogolati): “σὺ εἶ ὁ Χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ εὐλογητοῦ;” (ossia letteralmente: “Sei tui il Figlio del Benedetto?”). Gesù risponde affermativamente; pur tuttavia, quando deve descrivere se stesso, dinanzi al sommo sacerdote preferisce riutilizzare l’espressione “Figlio dell’uomo” per parlare di sé: “ἐκ δεξιῶν καθήμενον τῆς δυνάμεως” (ossia “seduto alla destra della Potenza” – Cfr. Mc 14,61-62). La famosa professione di fede di Pietro, a suo modo, evidenzia ulteriormente la questione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (σὺ εἶ ὁ Χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ τοῦ ζῶντος – Mt 16,16). Allo stesso modo l’esclamazione di Natanaele ad inizio del Vangelo di Giovanni: “ῥαββεί, σὺ εἶ ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ” (Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, Gv 1,50). Si tratta infatti di due affermazioni certamente vere, da un punto di vista teologico fondamentale, pur tuttavia in certo modo equivoche, complice il fatto – che Gesù considera – dell’inesperienza teologica dei suoi due apostoli. La filiazione affermata in Gesù, realtà vera in cui crediamo, è infatti riferibile unicamente al Padre. Dire “Figlio di Dio”, dentro una tradizione ebraica in cui anche il popolo d’Israele poteva essere denominato così, come pure alcuni singoli e particolari uomini della storia di quel popolo, non esprime in sé tutta la pregnanza semantica di questo termine applicato a Gesù, la cui persona, ricordiamo è sempre e solo quella divina, nonostante la duplice natura. Lo stesso discorso vale per il termine “Parola”(Verbo) di Dio. Giovanni, nel suo prologo, chiarisce ogni dubbio dicendo subito che “Il Verbo era Dio”. Se identificata con Dio stesso, la Parola/Verbo non può propriamente essere “di Dio”, ma appunto “del Padre”. Non è dunque certo errata l’espressione Parola di Dio, laddove più che un complemento di specificazione, in quel “di Dio” si intraveda una qualificazione della natura della stessa parola, cioè l’essere divina. Se considerata da un punto di vista “personale”, tuttavia, la Parola è sempre del Padre, come il Figlio è tale sempre in riferimento al Padre.

Forse quegli estremisti islamici di cui abbiamo parlato sopra – e con loro i neo-eredi del pensiero di Caifa – potrebbero quantomeno riflettere un po’ su ciò che tanto detestano, il Cristo, il Figlio/Parola del Padre, Dio Egli stesso da un punto di vista prima semantico e poi teologico, e capire perché la fede cattolica giustamente crede in lui come Figlio/Parola di Dio.

Amen.

“Cristo è prima delle sue figure, anche se appare dopo di esse in quanto essere storico” – dal libro di H. de Lubac, Cattolicismo:

“Il carattere storico della religione di Israele non si comprende in tutta la sua originalità se non per quello che esso è divenuto nella religione di Cristo. Non dimentichiamo che l’ebraismo non ha la sua spiegazione in se stesso.
La Verità, non è forse anteriore ad ogni età? Non è forse quel divino Logos di cui Filone diceva che “è il più antico dei figli di Dio?”. “Mai” – dirà ancora Tertulliano – “l’ombra esiste prima del corpo, né la copia precede l’originale”. Ora, tale è l’originalità sconcertante del fatto cristiano: è la sostanza e il modello, è la Verità la cui ombra e il cui riflesso si trovano nel fatto ebraico anteriore. Umbra Evangelii et Ecclesiae congregationis in Lege. È che il fatto cristiano si riassume in Cristo, il Cristo che, in quanto Messia, aveva da venire e doveva essere storicamente preparato, come il capolavoro è preceduto da una serie di abbozzi ma che, in quanto “immagine del Dio invisibile” e “primo nato di tutta la creazione”, è l’Esemplare universale. Il figlio di David, il desiderato dalle genti è anche quella misteriosa montagna sulla quale Mosè contempla le forme ideali di tutto ciò che doveva istituire per la formazione del popolo di Dio. In quanto trascendente e preesistente, Cristo è prima delle sue figure, anche se appare dopo di esse in quanto essere storico, fatto uomo. È tutta la Legge che dice con Giovanni Battista: “Colui che viene dopo di me, fu fatto prima di me”. Ma, vivente sintesi dell’eterno e del temporale, nelle sue dualità è uno: non si può separare il Cristo preesistente dal Cristo nato da donna, morto e risuscitato. […] Colui che il Padre “in questi ultimi tempi” aveva inviato, è quello stesso per mezzo del quale aveva “fatto i secoli”. Posteriore nella durata, ma anteriore come l’eternità lo è al tempo, Cristo ci appare preceduto dalle ombre e dalle figure che egli ha proiettato da se stesso nel popolo ebreo”. (H. de Lubac, Cattolicismo, ed. it. Jaca Book, vol 7/3, Milano 1978 pp. 123-124)

“Per il sangue di Gesù” – Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 4 volumi – Francesco G. Silletta – Presto anche il 4° volume – Edizioni La Casa di Miriam:

Il sangue di Gesù purifichi ora innanzitutto il nostro pensiero.
Dal nostro pensiero infatti si muovono i nostri atti. E dunque anche i nostri atti siano purificati dal sangue di Gesù.
Ora siamo nel pensiero e nell’atto cosparsi dal sangue di Gesù. Siamo cioè resi limpidi e puri. Abbiamo un intelletto nuovo,
per pensare cose meravigliose, in profondità, per elaborare concetti, per ricordare con gioia ogni momento bello della nostra vita, ma anche della storia degli altri, della stessa storia creata.
Abbiamo una mente trasparente, capace di discernere il bene in ogni sua espressione. Siamo rinnovati anche nella nostra volontà. Vogliamo cioè fare il bene, amare intensamente tutto ciò che in quanto creature possiamo amare: innanzitutto Dio, nella sua perfezione tripersonale, e dunque gli uomini e le donne di questo mondo e la creazione stessa.
Siamo cosparsi del sangue di Gesù. Il nostro peccato non ha più niente da rivendicare. Si tratta infatti di memoria bruciata, le cui ceneri il vento dello Spirito ha disperso per sempre, in modo che siano pezzi irrecuperabili di un tutto distrutto per sempre. Siamo di Gesù, perché ora abbiamo il suo stesso sangue. Chi può spezzare un legame di sangue con il Creatore? Quale malvagia potenza potrà separarci dal suo amore? Ora invochiamo il sangue di Gesù anche sul nostro corpo mortale. Interamente domandiamo di essere cosparsi da quel sangue redentore. Tutto del nostro corpo, ogni anomalia, malattia, disturbo, imperfezione, impurità, sia riempito del sangue vivificatore di Gesù. Dalla mente al corpo il sangue di Gesù ci restituisce una identità perfetta. Perfetta nella nostra limitazione. Abbiamo un corpo nuovo. Ora le nostre mani sono strumenti di Dio per compiere attività sante e caritatevoli. I nostri piedi occorrono a strumento di lunghe traversate di evangelizzazione. Il nostro cuore è rinnovato nel suo ardore, lo stomaco nella sua utilità organica. Tutto è sanato in noi, perché cosparso del sangue di Gesù.
E dunque siamo pieni di gioia. Satana è vinto anche in noi e attraverso di noi. Lodiamo Gesù senza sosta, senza fine, per quanto ha fatto per noi. In Cielo saremo per sempre con lui. Della terra non avremo alcuna nostalgia. L’amore seminato qui ritornerà fruttificato. Gli affetti che lasceremo qui li ritroveremo accanto a noi. Tutto sarà gioia senza fine. Grazie, Gesù, per il tuo sangue. Amen.
“Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 4 volumi – Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

Il Beato Cesare de Bus

Eremo di S. Jaques

Dal libro di Fernando Rea, “Un Catechista”, Marietti, Roma 1963, pp. 62-67.

[…] Al contrario del gusto degli oratori sacri dell’epoca che amavano sovraccaricare i loro sermoni di greco e di latino, di citazioni profane e di allusioni mitologiche per distinguersi con simile sfarzo di erudizione, Cesare sdegnava ogni rinomanza ed era fermo allo scopo che si era prefisso fin dalla prima volta che era salito in pulpito: non dire mai nulla che non tendesse alla maggior gloria di Dio e profitto alle anime. La ponderata lettura dei Santi Padri e la pietà gli avevano ispirato il buon gusto dell’eloquenza sacra. I suoi catechismi, le sue prediche, erano composte in uno stile così naturale, elegante e devoto che entusiasmava alla pietà chi l’ascoltava. La sua eloquenza era senza sfarzo e accessibile a tutti: le sue parole familiari e comuni, ma proprie, atte a suscitare l’attenzione e a prevenire in suo favore la stima e l’affetto degli uditori. Non ricusava mai di andare a predicare dovunque richiedessero la sua presenza e talvolta affrontava viaggi faticosi che lo spossavano, ma era ben lieto di soffrire qualche disagio nell’annunciare la parola di Dio.

Nei giorni festivi il canonico de Bus predicava nella cattedrale di Cavaillon con tale profondità di dottrina e con tale soddisfazione dei fedeli che se ne conservò il ricordo per molti anni dopo la sua morte. I documenti dell’epoca ci informano che tanta era la folla di uditori che gremivano la chiesa dove parlava, che era necessario procurarsi il posto due o tre ore prima. Non era raro il caso che le sue parole suscitassero tra i fedeli un subitaneo e sentito pentimento. Una volta una dama di Cavaillon, dopo aver assistito ad una predica del de Bus, si alzò dal suo posto piangente per i propri peccati e, dirigendosi verso il predicatore, a voce alta lo supplicò di volerla confessare perché se non l’avesse fatto subito non l’avrebbe fatto più.

Oltre che dal pulpito si distinse, in modo del tutto particolare, nel confessionale, dove rimaneva dalle cinque alle sei ore, talvolta fino a sera inoltrata. La schiera dei penitenti che chiedevano di potersi confessare dal canonico de Bus aumentava sempre di più e, a qualsiasi ora del giorno, andavano a cercarlo perfino in casa.

Padre Cesare era sempre pronto, affabile e non faceva mai aspettare nessuno per timore di lasciar fuggire quei momenti favorevoli ad un sincero pentimento che, con ogni probabilità, non sarebbero mai più tornati. Quanti si presentavano erano benvenuti, i poveri come i ricchi, senza alcuna distinzione, se non per i più bisognosi, gli ignoranti, gli infermi. Dotato di finissima intuizione, quando gli si avvicinava un qualche penitente, vedeva e scopriva ciò che aveva nel cuore e, con grave commozione, gli diceva quello che non poteva liberamente cavargli dalla bocca, ma con una maniera così delicata e affettuosa che lo costringeva a confessare ogni più segreta colpa. Non vi era imbarazzo di coscienza che non dissipasse, non passione dissimulata che non conoscesse, non imperfezione nascosta che non scoprisse, non amor proprio così celato che non sfuggisse al suo rimprovero

Beato Cesare de Bus

L’anima di Cesare de Bus ardeva di amor santo di Dio e, considerando le tristi condizioni in cui si trovava il clero di Cavaillon, con l’approvazione del vescovo Monsignor Escot, pensò alla costituzione di una pia confraternita tra ecclesiastici da porre sotto il patrocinio di San Bernardo. Sarebbe stata una scuola di virtù, fiamma ardente che avrebbe riacceso lo zelo all’apostolato. Una simile fondazione che legava ciascun iscritto nel comune intento di progredire nella santità, si diffuse in tal modo che, più tardi, si ritenne opportuno di ammettervi anche qualche laico particolarmente dotato.

I congregati che regolarmente si incontravano in riunioni e conferenze il cui fecondo animatore era de Bus, non tardarono a manifestarsi come uomini nuovi ed il loro rinnovamento spirituale si estese beneficamente ad altri confratelli e nelle chiese di Cavaillon.

A rendere stabile una così bella e salutare istituzione, dopo averne compilati i relativi regolamenti, illuminati di cristiana prudenza, si ottenne da papa Gregorio XIII un Breve di erezione. Nel documento pontificio si faceva una particolare menzione del canonico Cesare de Bus che veniva nominato primo Rettore di detta Confraternita. In questa occasione furono pure accordate speciali indulgenze a quanti si fossero ad essa aggregati.

L’ambìto riconoscimento da Roma era una conquista per Cesare de Bus che, in questo periodo, spinto dall’amore per la penitenza e la solitudine, lasciò la casa paterna e fissò la sua dimora in una cella oscura, angusta e malsana nel chiostro della cattedrale. In questa specie di volontaria prigionia rimase per ben tre anni, non potendo il suo spirito umile, sobrio ed austero conciliarsi con i riguardi affettuosi che riceveva in casa dalle sorelle, con i piaceri della tavola che vi si imbandiva e l’agiatezza che vi abbondava. Una vita da eremita, confortata oltre che dalla preghiera e dalle grazie che il Signore gli elargiva, dalla compagnia del buon amico Don Ferriol, che, di tanto in tanto, lo andava a visitare.

Era logico che parenti e amici sopportassero, di malumore, l’austera vita claustrale di Cesare e cercassero in ogni modo di rimuoverlo da una simile intenzione che a loro sembrava degna di un folle. Tutto il giorno rimaneva chiuso nella fredda celletta, la cui finestra si apriva su di un cortiletto adornato da una doppia fila di eleganti colonnine del chiostro. Al centro, circondata di piante e su di un basamento di pietra, una antica immagine della Madonna con il Bambino. Lasciava la cella solo per celebrare la Messa in cattedrale o per passeggiare lentamente nel recinto del chiostro.

Ai digiuni che già fedelmente praticava il venerdì e il sabato, aggiunse la più rigorosa astinenza dalle carni come dal pesce per l’intera settimana e al cilicio che indossava, sostituì una maglia di ferro che portava giorno e notte sulla carne nuda. Tanta era la sofferenza che gli recava un simile supplizio, che dopo circa sei mesi dovette ritornare all’uso del cilicio.

Per giaciglio aveva solo poca paglia ed una povera coperta. La scarsezza e la cattiva

qualità dei cibi che prendeva, la povertà squallida della dimora, la semplicità dell’abito, tutto accusava il rigore severo della sua penitenza che rese ancora più austera quando lesse un libro sulla vita del Cardinale Borromeo.

Per attendere più a lungo alla preghiera e alla meditazione, rubava al riposo la maggior parte della notte. Si levava dal pagliericcio quando fuori era ancora buio e, senza nemmeno accendere la lucerna, si prostrava lungo, disteso per terra, in orazione. Prendeva quella scomoda posizione in segno della sua meschinità di fronte a Dio, creatore del cielo e della terra e, talvolta, poneva delle pietruzze sotto le ginocchia per stare ancora più scomodo. Rimaneva lunghe ore assorto nella contemplazione consolante delle verità eterne, innalzandosi con la mente sopra tutto il creato, ammirando le infinite perfezioni di Dio, riguardava poi le cose e gli avvenimenti, che più ci affannano in questo mondo, come un’ombra che si dilegui in un batter d’ali. Il pensiero era talmente preso dalla considerazione dell’onnipotenza di Dio, da renderlo completamente insensibile al mondo esterno. Scendeva poi con il pensiero sulla propria nullità, sull’ardimento avuto nell’offendere la Maestà Divina e, pieno di vergogna, piangeva i peccati commessi.

In questo periodo di santa solitudine, mise mano ad alcune opere letterarie che poi, ultimate più avanti negli anni, offriranno al lettore il quadro più completo della vivida spiritualità di Cesare de Bus. Compose bellissimi dialoghi tra l’anima e Dio, un catechismo per fanciulli, discorsi sul Cantico dei Cantici, appunti su omelie intorno alla spiegazione del Vangelo domenicale. La vita di sacrificio e di stenti che si era imposto, non tardò a far sentire i suoi effetti. Un’acuta infiammazione agli occhi lo faceva lacrimare quando era esposto alla troppa luce, mentre le sue membra, prima robuste, apparivano affaticate. A causa del persistente arrossamento degli occhi, dovette interrompere gli studi cui si dedicava con profitto, offrendo ogni sofferenza al Signore. Malgrado la salute malferma, non tralasciò mai di visitare gli ammalati e chi soffriva più di lui. Si intratteneva amorevolmente presso il loro capezzale. Diceva loro parole di conforto e, dolcemente, quando ne erano lontani, li riportava all’osservanza della legge di Dio.

Cavaillon

Vale la pena, a riguardo, rammentare un fatto che ha del soprannaturale. Maddalena de Chassain, gentildonna di Cavaillon, era da lungo tempo affetta da male grave ed incurabile. Ridotta in condizioni così disperate, i medici non potevano fare altro che consegnarla per prepararsi a ricevere i Sacramenti. Questo consiglio fece disperare la povera inferma che si lamentava di giorno e di notte perché non voleva morire. Qualsiasi tentativo per farla avvicinare da un sacerdote era stato vano, rigettava imprecando qualsiasi persona che parlasse di religione e di Dio. Ostinata in questo folle pensiero, non si trovò nessuno che riuscisse a persuaderla. Cesare de Bus, venuto a conoscenza dell’ostinazione di quella nobildonna, non tardò a recarsi di persona in casa dell’inferma.

Tanta era la fama di santità di quel sacerdote che Maddalena de Chassain non lo fece cacciar via dai servi ma, con rispetto, l’ascoltò, pur non accondiscendendo a confessarsi. Visto come ogni tentativo fosse inutile, de Bus, ispirato certamente da Dio, con voce solenne assicurò la malata che qualora si confessasse, pentendosi sinceramente dei propri peccati, avrebbe riacquistato non solo la salute dell’anima ma anche quella del corpo. Il Signore volle che, per intercessione del suo servo Cesare de Bus, così realmente avvenisse.

Madama de Chassain fu per tutta la vita grata al Signore per la grazia ricevuta e visse ancora lunghi anni, esempio di virtù per la città di Cavaillon.

Fonte: Edizioni La Casa di Miriam Torino

Imparare a pregare

Quante domande inutili si pongono a volte gli studiosi, per un puro senso di curiosità che in nulla fruttifica la fede comune – e nemmeno la loro. E così si perde tempo intellettuale, alle volte, in questioni cristologiche totalmente inutili da conoscere adesso, in questo tempo storico della nostra esistenza, piuttosto che concentrarsi su altre questioni ben più importanti per quanto attiene alla nostra fede ed alla nostra stessa salvezza eterna.
Una di queste è certamente la preghiera, non come luogo comune sulla bocca di quanti dicono: “Pregate”, ma poi non solo non pregano loro, ma neppure ci tengono davvero che la gente impari a pregare, a “vivere” la preghiera come fondamento stesso della propria giornata. Perché pregare – atto del quale viene riferito che Gesù stesso lo compisse continuamente, persino per nottate intere – non è un’attività “in più” della nostra vita, fra le varie possibili da compiere. Esistere, per il cristiano, è pregare. Ogni attività va infatti offerta a Dio come lode e ringraziamento, come offerta e sacrificio, come disposizione dello spirito a crescere sempre di più nella fede e nell’obbedienza, nell’umiltà e nella santità. Preghiera è liberazione continua, se davvero offerta a Cristo Signore. Dunque occorre fondare questa esigenza della preghiera in un contesto pratico che agevoli la sua diffusione fra la gente, l’amore per la preghiera, affinché essa divenga un continuo bisogno avvertito dal cuore delle persone.
E per imparare a pregare, il primo passo è lo stesso pregare. Per pregare meglio, il primo passo è ancora pregare. Per diventare santi, occorre pregare. Pregare sempre, pregare bene, pregare con partecipazione, sia in termini esplicitamente verbali, secondo l’insegnamento della Chiesa, sia in termini spirituali, con un linguaggio proprio e spontaneo, sia anche in termini pratici, offrendo quanto si compie, si pensa o si vive a Gesù come una preghiera del cuore.
Amen

“Sul rapporto fra uomo di peccato e uomo Figlio di Dio” – estratto dallo studio di Francois-Xavier Durwell, “La risurrezione di Gesù. Mistero di salvezza” – pp. 49-50

“Così come a motivo della carne, Cristo è condannato anche a causa della legge: la maledizione con la quale essa colpisce un popolo trasgressore (Gal 3,10) pesa pure su di lui che appartiene a quel popolo secondo la carne. Tale appartenenza dà luogo a una reazione catena: “Nato da donna (ebrea), nato sotto la legge”, è colpito da maledizione e muore in croce (Gal 4,4; 3,13). In Gal 2,19 Paolo scrive: “Sono morto alla legge”, espressione che va intesa in questo modo: con Cristo, al quale sono unito, sono morto alla legge.

Nessuno viene salvato per il solo fatto di morire. La morte non abolisce affatto la carne e la sua debolezza, o l’appartenenza al peccato e il regno della legge: li consacra e li proclama, invece. Se fosse soltanto morto, Cristo non avrebbe fatto altro che soccombere, come gli altri, alla morte. La sua morte, invece, è liberatrice. Essa annulla ciò di cui è l’emblema. Morendo a causa del peccato, della debolezza della carne e delle esigenze della legge, Cristo muore a tutto ciò. Prima di tutto al peccato: “Mandando il suo Figlio in una carne simile a quella del peccato… Dio ha condannato il peccato nella carne” (Rm 8,3). Sulla croce Dio abolisce il nostro peccato nella carne di Cristo: “Il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato” (Rm 6,6). San Paolo suppone che il corpo del peccato sia stato distrutto prima di tutto in Cristo: “Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato” (Rm 6,10). Ormai egli è senza peccato, come si azzarda a dire Eb 9,28.

Egli muore alla sua debolezza, poiché “morì una volta per tutte” (Rm 6,10) e non è più sottomesso alla mortalità. Non avendo ormai alcuna relazione con il peccato, la sua parusia si compirà con potenza.

Muore alla legge. L’apostolo dice di essere morto alla legge perché è unito a Cristo che è morto alla legge (Gal 2,19). Ogni cristiano condivide tale privilegio: “Anche voi siete stati messi a morte quanto alla legge, mediante il corpo di Cristo” nel quale la legge si è estinta (Rm 7,4; cfr. Ef 2,15). Sulla croce è stato inchiodato e annullato il debito contratto con la legge (Col 2,14).

Dopo di ciò, si rivela in Gesù un essere nuovo. Prima “nato secondo la carne”, secondo la condizione degli uomini da salvare, viene poi “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo spirito di santificazione” (Rm 1,4), cioè conforme alla sua santità primordiale. A colui che si è spogliato di se stesso fino alla morte, Dio accorda il nome sovrano, la potenza e la gloria divine, così che l’universo proclami che “Gesù Cristo è il Signore” (Fil 2,9-11). Colui che Dio “ha fatto peccato” (2Cor 5,21) è diventato “giustizia… e santificazione”(1Cor 1,30).

Nelle fasi successive della sua esistenza, Gesù Cristo si presenta in maniera contrapposta come un uomo nella carne di peccato e di debolezza e un uomo Figlio di Dio nella santità e potenza. Gesù passa dall’uno all’altro come in un processo di giustificazione […]”

“Preghiera di liberazione alla Madre di misericordia” – di Francesco G. Silletta

dal libro “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” (3 volumi) –  Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Tel. 3405892741 – Torino
 
 
Ci siano i tuoi occhi, Santa Madre,
a farci da scudo contro l’invidia di Satana,
le tue mani a sciogliere i lacci con cui lega
il nostro incedere, il tuo cuore a palpitare purificazione e speranza,
laddove lui infonde disperazione ed ansia.
Quando Satana mente, tu ispiraci la verità;
quando aggredisce, sii nostro scudo e rimedio;
se insinua nella nostra coscienza pensieri distorti, ripristina il loro corso
ed orientaci verso il bene.
Te lo chiediamo in nome della maternità
che il tuo Figlio crocifisso
ha voluto per te rispetto a noi,
esuli fra le nostre confuse esistenze di peccato e di perversione.
Salvaci, Maria, da quanti ci odiano,
da quanti ci molestano, da quanti ci offendono.
Tu sei Madre provvidente,
nulla ti sfugge della nostra esistenza, presente, passata e futura.
Lascia allora che possiamo trovare in te
rifugio e consolazione dai mali del mondo
che oscurano la nostra speranza.
Liberaci dal male
prodotto dai nostri stessi fratelli e, ancor di più, tuoi figli.
I loro legamenti, i loro cattivi auguri,
le loro fatture, macchinazioni, invidie, stratagemmi oscuri:
sia tutto sciolto dal potere del tuo amore.
Le credenze occulte, l’appartenenza al male,
le offerte contro il nostro bene, le adunanze,
gli spergiuri: nulla valga della loro associazione al Maligno,
né intacchi affatto la nostra pace, la nostra vita.
Perdona ciò che della nostra condotta
impedisce o rallenta l’azione materna
che vorresti esercitare su di noi.
Fa’ che la nostra umiliazione
sia per il tuo Figlio condizione rigenerante
di favore e di grazia
e qualunque vincolo con il passato,
con il doloroso peso della memoria,
con il perfido serpente che,
attraverso la nostra vita precedente,
vuole chiuderci in un vicolo cieco
di disperazione e di malinconia,
in questo stesso istante proceda in senso inverso
rispetto alla direzione prospettata dalle forze avverse
e su di loro unicamente ricada.
Noi ci appelliamo a quel dolore che ti ha avvolta, ma non vinta,
durante la Passione di tuo Figlio, per noi;
ci rivolgiamo a quello scudo di fortezza, pur nella sofferenza più atroce,
con cui hai difeso la tua verginale esistenza dalla sfida del Maligno
durante il ripudio umano del Santo ed innocente Redentore nostro.
In virtù di questa forza che troviamo in te,
che riceviamo da te, per i tuoi stessi meriti,
ti supplichiamo, Madre nostra, di liberarci
da qualsiasi forza malefica operata su di noi e contro di noi,
e di integrarci pienamente
fra gli eletti alla vita in Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.
Amen.
(Francesco G. Silletta – “Liberaci dal male” – 3 voll. – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino)
 

Preghiera per l’illuminazione della coscienza

(di Francesco G. Silletta)

Signore nostro Dio, che hai detto “la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto” (Is 58,8), noi ci raduniamo qui alla tua presenza, supplicando da te luce e perdono. Luce, per vedere e comprendere le volte che ti abbiamo rifiutato, non ti abbiamo reso attenzione e abbiamo trascurato il tuo consiglio (cfr. Pr 1,24-25); perdono, perché ci siamo affidati alle nostre umane ricchezze, e “la ricchezza rende malvagi” (Ab 2,5).

Tu conosci il nostro cuore, Signore, ed ogni nostro segreto ti è noto: “Può un uomo frodare Dio?” (Mal 3,8). Eppure anche noi ti abbiamo frodato ed ora rimaniamo vittime del nostro agito. Ora noi di supplichiamo, nostro Dio e nostra Verità, affinché le tue orme non rimangano invisibili (cfr. Sal 76,20), affinché ci rendiamo conto del tuo amore misericordioso e purifichiamo la nostra esistenza, perché conoscere te è giustizia perfetta, conoscere te è radice di immortalità (cfr. Sap 15,3).

Invochiamo il tuo Spirito, Signore, affinché governi il nostro pensiero, illumini le nostre scelte, diriga i nostri passi e ci conduca a te. Salvaci dalla paura di essere tuoi discepoli, Signore Gesù, liberaci dall’inclinazione alla fuga ed al ripiegamento su noi stessi. Non rimanere lontano dai nostri cuori (cfr. Ger 12,2) ma rimani accanto a noi, giorno per giorno, manifestandoci te stesso (cfr. Ez 40,4).

Sia lodato il tuo nome, Signore nostro Dio, per tutte le cose che hai creato: tu che hai gli occhi tanto puri da non poter vedere il male (cfr. Ab 1,13), libera la nostra vita da ogni schiavitù e prigionia, perché voli in alto il nostro cuore e possiamo così essere attirati a te (cfr. Os 2,16) ed ivi contemplare il tuo splendore. Amen.

(Dal libro “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 3 volumi

 

“Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 3 volumi – Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Nelle librerie Cattoliche – anche a Tortona (AL) e a Saluzzo (CN):

Vergine Santa,
che hai tenuto pura la tua via (Cfr. Sal 118,9),
senza mai comprometterti con il peccato
e hai glorificato l’intera creazione
offrendoti ad essa “con tutti i migliori aromi” (Ct 4,14)
in favore della più eccelsa creatura,
l’uomo immagine di Dio,
che Dio stesso ti ha donato come figlio,
affinché sotto la tutela del tuo manto
trovasse ristoro e consolazione:
aiutaci nella nostra lotta contro le forze del male,
che cercano di insuperbire il nostro cuore
ed ostinarci al peccato (cfr. Dn 5,20).
Liberaci innanzitutto dal dubbio
e dalla mancanza di fiducia nella tua protezione:
tutto ciò che ostacola la nostra conoscenza di te,
dei prodigi del tuo amore,
venga per questo stesso amore immediatamente annullato,
ed al contempo in noi si rafforzi la certezza
di essere sempre sotto la tua protezione materna,
comunque si evolvano le cose della terra
e la nostra esistenza.
Liberaci dal desiderio del mondo,
dall’autonomia di giudizio e di valutazione
che ci conduce ad essere superbi, presuntuosi, autosufficienti rispetto al dono della parola di tuo Figlio.
Liberaci da ogni voce satanica che disturba la pace
e l’armonia della nostra coscienza:
sia sempre rivolta a Gesù, il nostro Signore,
ogni nostra attività mentale e psichica,
affinché mai Satana abbia la vittoria su di noi
attraverso il fomite del dubbio,
l’insinuazione del sospetto
e la malizia del peccato.
Rimani insieme a noi ogni momento,
dolcissima Madre Maria,
perché qualunque demonio
e legione di demoni
siano bruciati via,
lontani da noi,
nelle dimore infernali.
La tua pace ricolmi il nostri spirito e quello dei nostri cari.
Amen.

Non includere un pensiero ostruttivo, anziché costruttivo, nella tua sete di verità. La verità infatti si comunica di per se stessa, non la si crea né la si costruisce ragionandola.

Non confondere il dono che ti è dato gratuitamente, con quanto di tuo disponi come proprietà autonoma. Sii umile, perché tutto lascerai qui, e sarai giudicato secondo misura di verità
Amen

MEDITIAMO SPESSO LA PASSIONE DEL SIGNORE

Se davvero pensassimo intensamente alla tua passione e la contemplassimo secondo l’intero potenziale della nostra mente che tu stesso ci doni, proveremmo un tale dolore nel vederti crocifisso che guarderemmo con ribrezzo assoluto qualsiasi anche minimo peccato e ci guarderemmo bene dal commetterlo di nuovo. In tal senso Giovanni Apostolo afferma che chi è nato da Dio non pecca. Per questo, in questo tempo di lassismo morale e di confusione religiosa, immergiamoci nel pensiero (non razionale, ma intuitivo e e contemplativo) della croce di Cristo. Da qui saremo mossi verso una nuova libertà, la libertà dalla schiavitù che il peccato comporta per la nostra vita.
Amen

Al bimbo di Nazaret

Caro Gesù,
che ti fai bambino, al punto che l’Onnipotente debba essere condotto per mano, affinché impari a muoversi nel mondo,
a distinguere e conoscere le cose, a camminare da solo:
sotto la tua “culla”, che riconosco come teatro del più grande avvenimento della storia, l’Incarnazione del Figlio divino,
voglio porre come dono qualcosa che non si trova in nessun altro luogo, diverso dal mio cuore e che perciò nessun altro potrà donarti, come ora io faccio con te. Voglio donarti la mia miseria, questo grande contenitore, così pesante nella confezione, dentro il quale uno sopra l’altro sono depositate tante cose, disordinatamente e confusamente. I miei peccati, la mia disobbedienza, la mia superbia, la mia debolezza, l’irriverenza, l’irascibilità, le mie distrazioni.
Quante cose in un solo dono. Un dono che solo un Redentore può accettare come tale. Solo un immenso Amore può ringraziare il donante per un gesto del genere. Solo un bambino Onnisciente, che nasconde la propria sapienza entro l’innocenza di un fanciullo, può rimanere incantato per un simile regalo.
Eppure questo è quanto io posso donarti. Ed oso anche domandarti qualcosa in cambio, per questo dono. Mi permetto persino, nonostante la natura irriverente del mio dono, di sperare che tu voglia contraccambiarlo in maniera adeguata.
In che modo? Donandomi te stesso. La fede in te.
Amen

Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

ATTO D’AMORE A MARIA

(di Francesco G. Silletta)

Vergine Maria,
Io (dire il proprio nome) in questo momento mi pongo alla tua presenza, umilmente, come tuo figlio. Non mi volto né a destra né a sinistra, né verso altra latitudine della mia esistenza. Rinuncio al mio passato e non cerco nulla del futuro: solo mi immergo in quest’attimo presente, tenendo fisso il mio sguardo ed aperto il mio cuore alla santità purissima di te, madre mia, che mi sei dinanzi. Nella mia coscienza in questo momento ci sei solo tu: il mio mondo inizia e finisce con te, per il tempo della mia preghiera. Tu sei mia madre, io lo confesso con gioia. So che per questa maternità non mi abbandonerai mai, né permetterai che io vada perduto. Le mie colpe le conosci, i miei limiti ti sono già presenti, tutto sai di me. Per questo non voglio darti nulla di ciò che già tu conosca. Piuttosto voglio ora darti questo mio momento di intenso amore per te. Voglio dirti che ti amo con tutto il mio cuore e che voglio rimanere sempre con te, sotto la tua protezione. Voglio dichiararti che la tua maternità è la mia più grande gioia, il vincolo che mi lega a te è la certezza della mia pace. Voglio confessarti che nulla mi fa paura di quanto di cattivo e malvagio è nel mondo, poiché so che tu non mi lascerai mai in balia di esso. E se del male abita in me, se qualcosa di negativo percuote la mia pace, so che per questo momento presente, in cui mi trovo davanti a te, tu mi libererai e farai di me una persona nuova, felice, lieta, gioiosa, consapevole che il più grande dono che tuo Figlio potesse darmi, assieme alla sua stessa vita, è la tua maternità.
Ti chiedo questo, madre mia: prendi le mie parole presenti come un sigillo per l’eternità. Se un giorno la vita dovesse confondermi anche solo il tempo di un istante, tu tieni fisso a mente questo mio atto d’amore per te. Ed ogni mia possibile debolezza, ansia o leggerezza mentale o corporale, sia compensata ai tuoi occhi dalla profondità di questo mio intenso atto d’amore per te.
Ora, proprio in questo istante di vicinanza amorevole tra madre e figlio, ti domando protezione, Maria Santissima: innanzitutto per me stesso, per la mia mente, per il mio corpo, per la mia fede, affinché, essendo risanato io per primo, possa a mia volta provvedere a quanti soffrono accanto a me o lontano da me. E dunque curati anche dei miei familiari, di ogni membro della mia famiglia e dei miei amici. Curati dell’umanità intera, che ha bisogno di te come madre, consapevole o meno che ne sia.
Ti supplico, Maria, perché adesso le mie parole termineranno qui: tu però ricordale per sempre, come una preghiera destinata a durare tutto il tempo della mia vita, e se un giorno mi vedrai lontano, chiamami accanto a te per questa preghiera; e se mai mi vedessi triste, o afflitto, o malato, o in difficoltà, guariscimi per queste parole che oggi, in questo breve momento, ho confessato al tuo cuore dal mio stesso cuore.
Io amo te, Maria, come mia Madre. Salvami ora e sempre dal nemico infernale. Amen.
(Testo di Francesco G. Silletta)

Dal libro “Liberaci dal male” (volume 4)
Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam
Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

LA SEPOLTURA DI GESÙ AD OPERA DI DUE GIUDEI (Gv 19,38-42)

dal saggio teologico “Amato perché amante” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam:
Il narratore attribuisce espressamente a Giuseppe di Arimatea l’iniziativa della sepoltura:
“Dopo questi fatti, Giuseppe di Arimatea, cheera un discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei giudei, chiese a Pilato di rimuovere il corpo di Gesù e Pilato glielo permise” (19,38).
Sino a questo momento del Vangelo, il lettore non ha ancora conosciuto esplicitamente questo personaggio, mai menzionato prima nel racconto. Il lettore è tuttavia già a conoscenza, per l’informazione ricevuta in 12,42, che alcuni notabili avevano creduto in Gesù e, seppure segretamente, per timore dei giudei, ne avevano accolto la sequela.
Nella pericope della sepoltura (19,38-42) il narratore mantiene piuttosto in ombra l’identità di questo personaggio. Di lui, oltre il nome “Giuseppe”, vengono riferite solo la sua città natale, Arimatea , la sua complessa opera di mediazione presso Pilato per la deposizione del corpo di Gesù, assieme alle successive operazioni della sepoltura e, soprattutto, la sua appartenenza ai “discepoli” di Gesù: 
“Le ulteriori notizie circa la figura di Giuseppe, fornite dai Sinottici, sono interessanti: a) è ricco, secondo Mt 27,57; b) è un rispettabile membro del consiglio (sinedrio), secondo Mc 15,43 e Lc 23,50; c) è un uomo buono e santo che non approvava quello che veniva fatto a Gesù, secondo Lc 23,50-51. Giovanni nessuna di queste notizie, per quanto egli, in realtà, associ Giuseppe a Nicodemo, che era un membro del sinedrio, forse in implicito accordo con b)” (cfr. PRETE B., Vangelo secondo Giovanni. Traduzione e commento […]). 
Il segreto relativo al discepolato di Giuseppe è utile al lettore per comprendere il successo della sua richiesta a Pilato relativamente alla deposizione del corpo di Gesù, dal momento che difficilmente il prefetto avrebbe fatto questa concessione ad un pubblico seguace del condannato:
“Come discepolo egli mostra venerazione e interessamento per la salma del Maestro; come membro del sinedrio può presentarsi a Pilato per chiedere la rimozione del corpo di Cristo. […] Il permesso gli fu facilmente accordato, poiché secondo gli usi romani il corpo dei condannati doveva essere rilasciato a coloro che lo richiedevano. Si può pensare che Giuseppe di Arimatea avesse richiesto la salma di Gesù quando la delegazione del sinedrio si recò da Pilato per pregarlo di accelerare la morte dei crocifissi per rimuovere i cadaveri” (cfr. BROWN R.E., Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, […]).
Se Giuseppe di Arimatea è presentato da solo nel volgere la sua richiesta a Pilato, non è descritto da solo nell’attuazione della deposizione del corpo di Gesù. Alcuni codici testimoniano in particolar modo:
“Essi quindi vennero e rimossero il corpo di Gesù” (19,38).
Si tratta di un’operazione descritta al plurale, introducendo probabilmente in anticipo il personaggio presentato al versetto seguente, Nicodemo, descritto come complice di Giuseppe nell’attuazione della sepoltura di Gesù. Ora, di Nicodemo il lettore conosce la trasformazione comportamentale descritta in precedenza, in 3,2 (cfr. 7,50) ed ora narrativamente rievocata:
“Venne anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da Gesù di notte, portando con sé una mistura di mirra e di aloè di circa cento libbre” (19,39):
“Il richiamare alla memoria una identificazione è caratteristico dello stile giovanneo. Tale richiamo viene fatto con maggiore frequenza per quei personaggi che sono tipici della tradizione giovannea, o che hanno una parte speciale in quella tradizione; per esempio, Maria di Betania (11,2), Lazzaro (12,1), Filippo (12,21), Natanaele (21,2), il DA (21,20)” (cfr. BROWN R.E., Giovanni. Commento al Vangelo spirituale[…].
La quantità di mistura (μίγμα) specificata dal testo (circa cento libbre), corrisponde ad un quantitativo enorme, degno di una sepoltura regale . Soltanto il quarto Vangelo menziona questi aromi, del tutto assenti nei Sinottici, evocando un rimando al Salmo 44,9a:
“Le tue vesti sono tutte mirra, aloè e cassia”.
[...] Di Nicodemo non viene specificata la fede in Gesù, né il suo rango sociale e neppure, diversamente da Giuseppe di Arimatea, l’appartenenza seppur segreta ai “discepoli” di Gesù. Sottolineando la sua presenza assieme a Giuseppe nell’episodio della sepoltura di Gesù, il narratore vuole evidentemente dimostrare come “l’annuncio che, una volta elevato da terra, Gesù avrebbe attirato a sé tutti gli uomini inizia a compiersi in questi due giusti che non appartengono alla cerchia di coloro che si erano dichiarati per lui” (cfr. LÉON-DUFOUR X., Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni […])
Francesco G. Silletta – “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – Nuova Edizione – Edizioni La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org
 
 
 
 

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