“La grazia suppone la natura” – Una rilettura di San Tommaso d’Aquino da parte di S. Paolo VI

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“La grazia suppone la natura” – Una rilettura di San Tommaso d’Aquino da parte di S. Paolo VI ***

“[…] Tutta la costruzione dottrinale di San Tommaso è infatti fondata su quell’aureo principio, da lui enunciato fin dalle prime pagine della Summa Theologiae, secondo il quale la grazia suppone e perfeziona la natura e la natura si subordina alla grazia, la ragione alla fede, l’amore umano alla carità. Tutta l’ampia sfera di valori in cui si sviluppa l’impulso vitale della natura umana – essere, intelligenza, amore – è supposta e penetrata di energie nuove dall’infusione della grazia, che è principio di vita eterna. Così la stessa perfezione completa dell’uomo naturale si attua – attraverso un processo di purificazione redentiva e di elevazione santificatrice – nell’ordine soprannaturale, che ha il suo definitivo compimento nella beatitudine celeste, ma che già in questa vita dà luogo a una armonica composizione di valori, difficile da attuare come la stessa vita cristiana, ma affascinante. […]”

 

  1. Si può dire che superando una certa fase di esagerato soprannaturalismo delle scuole medioevali, e insieme resistendo al secolarismo che si diffondeva nelle scuole europee mediante la versione naturalistica dell’aristotelismo, Tommaso seppe mostrare – in sede di teoria della cultura e con la pratica attuazione del suo lavoro scientifico – come si uniscano nel pensiero e nella vita l’assoluta fedeltà alla Parola di Dio e la massima apertura al mondo e ai suoi valori, lo slancio dell’innovazione e del progresso e la fondazione d’ogni costruzione sul terreno solido della tradizione.

Egli, infatti, non solo si preoccupò di conoscere le nuove idee, i nuovi problemi, le nuove proposte e contestazioni della ragione di fronte alla fede, ma anche di investigare il contenuto, anzitutto, della Sacra Scrittura, che spiegò fin dai primi anni del suo insegnamento a Parigi, dei Padri e scrittori cristiani, della tradizione teologica e giuridica della Chiesa, e insieme di ogni filosofia precedente e contemporanea, non solo aristotelica, ma anche platonica, neo-platonica, romana, cristiana, araba, giudaica, senza pretendere di operare una rottura col passato, la quale lo avrebbe privato della sua radice; si può dire che egli avesse assimilato questa massima di San Paolo: non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te (Rom. 11, 18).

Per questa stessa ragione egli fu fedelissimo al Magistero della Chiesa, che custodisce e determina la regola della fede per tutti i credenti, e prima di tutto per i teologi, in forza della istituzione divina e dell’assistenza assicurata da Cristo ai Pastori del suo gregge. Ma, soprattutto nel Magistero del Pontefice Romano egli riconosceva la definitiva autorità direttiva e risolutrice delle questioni riguardanti la fede (14), e, proprio per questo, al suo giudizio, in punto di morte, forse perché consapevole dell’ampia e ardita azione innovatrice da lui svolta, sottomise tutta la propria opera […]”.

*** San Paolo VI, Lettera Lumen ecclesiae, nn. 8-9, 20 novembre 1974

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