Da Cana al Cenacolo

 

Da Cana al Cenacolo

di Francesco Gastone Silletta

Il Discepolo Amato foto

Anteprima del nuovo libro: “Amato perché amante – Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – ISBN 9788894057119 © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – € 37,00 – pp. 368

“[…] Soltanto nel capitolo 13, proprio nel contesto dell’ultima cena, il narratore introduce l’epiteto “ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς” (“quello che Gesù amava” – Gv 13,23) per qualificare l’identità di questo discepolo (μαθητὴς). Si tratta di un titolo singolare, riferito a lui anche in alcune istanze narrative successive (19,26; 21,7.20) e, in un altro caso (20,2), mediante un leggero cambiamento verbale: “ὃν ἐφίλει ὁ Ἰησοῦς” (“colui al quale Gesù voleva bene”):
“Ora, accanto a Simon Pietro, compare una figura nuova, di cui l’autore ha volontariamente nascosto la presenza fino a quel momento e che si cela dietro l’appellativo di ‘discepolo che Gesù amava’. Ormai Pietro e lui sono spesso insieme con, a più riprese per questo discepolo, un ruolo di intermediario in favore di Pietro. Appoggiato qui sul petto del Maestro, il Discepolo Amato (di seguito, DA) occupa, in questa cena testamentaria, il posto dell’erede. Simon Pietro passa attraverso di lui per ottenere un’informazione dal Maestro” (A. Marchadour – N.B: le fonti non sono elencate in questo post).
Soltanto il narratore utilizza il titolo di “discepolo che Gesù amava” in riferimento a questo personaggio, mai il personaggio in riferimento a se stesso, neppure altri personaggi in riferimento a lui. Nella narrazione non viene esplicitata la provenienza fontale di questo epiteto, come invece accade, per esempio, in Mc 3,17 relativamente al titolo di “Βοανηργές” (figli del tuono), attribuito da Gesù ai due figli di Zebedeo. Leggiamo allora il testo di Gv 13,23:
“Ora, uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù”.
Osserviamo come il testo, qui, dia per presupposta nel lettore (implicito) la conoscenza dell’identità storica di questo DA: l’informazione che questi si trovasse “a tavola al fianco di Gesù” non viene fornita come se si stesse parlando di un discepolo sconosciuto al lettore, bensì piuttosto proprio di “quel” discepolo conosciuto come colui che Gesù amava (ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς). Più che voler rivelare al lettore, quindi, l’esistenza di un discepolo che Gesù amava, la narrazione intende qui rivelare che proprio costui, che il lettore implicito già conosce, si trovasse in quel frangente a tavola al fianco di Gesù:
“La prima sua caratteristica – quella di ‘uno dei discepoli’ – sta a dire che si tratta anzitutto di uno di quelli che hanno aderito alla sua chiamata e che, al pari degli altri, sulla spinta della grande testimonianza di Giovanni il Battista (1,19-34.35-39), fu segnato dall’esperienza diretta di quelle ‘parole di vita’ che solo Gesù possedeva. […] Narrativamente parlando, ha quindi alle spalle una lunga trafila percorsa come silenziosa comparsa, prima di essere individuato per il suo speciale rapporto con il Signore. Una figura all’inizio di nessuna particolare appariscenza, stagliata su di uno sfondo comune e opaco, il cui tratto di base è appunto quello di avere come tanti altri aderito alla sequela del Signore” (R. Vignolo).
Il versetto di Gv 13,23 pone poi l’accento non solo sul fatto che “il discepolo che Gesù amava” si trovasse a tavola al fianco di Gesù, ma anche su quello che il beneficiario di questa dilezione così singolare di Gesù fosse proprio “uno dei discepoli”, come evidenziato dall’introduzione al versetto: “εἷς ἐκ τῶν μαθητῶν αὐτοῦ”. Si tratta di un momento narrativamente eloquente, strutturato mediante una sottile sintesi comunicativa che così schematizziamo:

1. Uno dei discepoli, cioè uno di coloro che sono stati con Gesù sin dal principio (15,27), era seduto a tavola al fianco di Gesù
2. Tra questi discepoli, uno di loro, godeva di un’intimità particolare con il Maestro (DA)
3. Questa intimità viene espressa narrativamente sottolineando una posizione di “intimità commensale” accanto a Gesù (13,23.25).

Ora, come abbiamo anticipato nella parte introduttiva, interpretare la figura del DA secondo la categoria della “migrazione del personaggio” ci pare la soluzione più opportuna di fronte al costante rischio ermeneutico d’intenderlo invece quale stereotipo modello di discepolo perfetto, come invece è inteso da alcuni studiosi. Una comprensione “migratoria” di questo personaggio, infatti, ci sembra rendere meno “statuaria” l’elevata carica cristologica ed ecclesiale dei tratti a lui attribuiti dal narratore (13,23.25), i quali più che intesi secondo l’ordine di una sublimità statica del discepolo, vanno a nostro avviso colti nell’ordine di una progressiva conoscenza storica degli eventi salvifici cui il DA
prende parte in termini oculari. In questo senso il narratore, proprio sottolineando come, oltre che “amato” di un amore singolare da Gesù, questo personaggio sia in primo luogo “un suo discepolo” (13,22), esprime proprio l’idea di una migrazione, piuttosto che non quella di una staticità sublime, poiché il termine “discepolo” è sempre espressione di una migrazione implicita. Si tratta quindi di non anteporre la comprensione simbolica del DA a quella storica, come invece propongono alcuni autori:
“(Il DA rappresenta) il simbolo della superiorità del discepolo in quanto cristiano perfetto, secondo l’ideale del quarto Vangelo, relativamente a Pietro, rappresentante del cristianesimo giudaizzante e primitivo” (A. Loisy).
La stessa relazione incrociata che il capitolo 13 del Quarto Vangelo (di seguito, QV) introduce fra Gesù ed alcuni commensali dell’ultima cena (Giuda, Pietro e il DA), nel contesto della quale emergono alcuni chiaroscuri del personaggio petrino rispetto al DA, non va a nostro avviso intesa in prospettiva dialettica, bensì piuttosto complementare. La medesima migrazione del personaggio, che riguarda tanto Pietro quanto il DA, si manifesta nel contesto ivi presentato come giunta ad un differente stadio nell’uno e nell’altro. Proprio a motivo di ciò va intesa la riverenza petrina nel domandare a Gesù per interposta persona, nonostante il suo primato apostolico, il nome del traditore:
“Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: Di’, chi è colui a cui si riferisce?” (13,24).
La domanda di Pietro al DA, descritta secondo un carattere gestuale prima ancora che linguistico, attesta un’implicita coscienza petrina non tanto del fatto “che Gesù amava” quel discepolo, bensì piuttosto di quanto quest’ultimo avesse inteso maggiormente, rispetto a lui, l’esigenza intrinseca al discepolato di Gesù, come sembra ammettere anche lo Schnackenburg:
“La descrizione di Simon Pietro che con un cenno induce il discepolo a interrogare Gesù, forse intende sottolineare la posizione privilegiata del discepolo […], ma non per sminuire la posizione di Pietro […], ma piuttosto per rafforzare con la riconosciuta autorità di Pietro la stima di cui gode quel discepolo e mettere in risalto la sua confidente vicinanza a Gesù” (R. Schnackenburg).
Ecco perché insistiamo nell’evidenziare come, nel punto di vista del narratore, venga sottolineato come il DA fosse “uno dei discepoli” più ancora che non “colui che Gesù amava”. Il punto di partenza della sua migrazione, infatti, è stato proprio il “discepolato”, rispetto al quale questo personaggio ha maturato una progressiva acquisizione di conoscenza ed una consequenziale attitudine alla sequela. Le tappe principali della sua migrazione infatti, sino al punto di 13,23, sono concentrate proprio sull’implicazione logica reciproca fra la conoscenza e la sequela:

1. La conoscenza e la sequela di GB (Gv 1,35)
2. La conoscenza e la sequela di Gesù (Gv 1,37)
3. La conoscenza della madre di Gesù (2,1-12) e la sua sequela (19,25-27) […]”

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