Il libro di Giona: una conferenza dell’esegeta J.L. Ska

Una conferenza dell’esegeta Jean Louis Ska sul libro del profeta Giona e sul senso del racconto:

HOMILY FOR THE THIRD SUNDAY IN ORDINARY TIME YEAR B (4) - Catholic For Life

“La parola del Signore fu rivolta a Giona” – linguaggio profetico: c’è una parola rivolta a Dio ad un profeta.

Giona figlio di Amidail: è un profeta menzionato nel secondo libro dei Re sotto il regno di Geroboamo II (periodo felice della storia di Israele). L’unico appiglio concreto al libro di Giona. Nel resto “tutto è grande”: il pesce, la rabbia di Giona, la tempesta, ecc. Non è realistico. Una città pagana che si converte in un giorno? C’è un’iperbole.

Giona riceve un ordine e immediatamente esso suscita una aspettativa nel lettore: “Va’ a Ninive”. Giona non obbedisce: “Si alzò per fuggire”. Un profeta di solito obbedisce, al limite fa qualche obiezione, però si fa convincere. Giona invece va a Tarsis, cioè nella direzione opposta di Ninive.

Va nella nave. Scoppia “la grande tempesta”. Una domanda il lettore deve porla: “Perché Giona fugge?” – Non viene detto nel testo: lacuna sui motivi. (Ninive era una città crudele, spietata – Si legga il libro di Naum – Non c’è città peggiore).

Giona non saprebbe, forse, come rivolgersi a Ninive. Non sappiamo però il perché dal testo. C’è un’altra aspettativa nel lettore: l’aspettativa del castigo di Ninive. Ninive ha assediato Gerusalemme nel 701 sotto Ezechia.

Il destinatario è certamente un ebreo che aspetta il castigo di Ninive. Se Giona è mandato a Ninive è perché Dio finalmente si decide ad agire. Ma Giona non vuole essere strumento della giustizia divina.

Giona è nella nave, tranquillo finché non scoppia la tempesta. I marinai buttano parte del carico nel mare. Poi decidono di pregare ognuno il proprio “dio” per salvare la nave. Giona viene svegliato. Gettano le sorti per capire chi sia la causa di quella sciagura, che cadono su Giona.

“Chi sei tu?” – chiedono. Risponde Giona: “Sono ebreo. Temo il Signore del cielo e della terra” (‘Temere’ in ebraico è una parola ambivalente: aver paura, ma anche rispettare, venerare, adorare). Il lettore intende l’ironia verbale: una parola che ha un significato per chi la pronuncia e un altro per il lettore che conosce la situazione. “Se il tuo Dio è quello che ha creato il cielo e il mare, perché allora il mare è così?”.

Giona dice: “Buttatemi nel mare”. I marinai però provano a remare per salvarlo. Alla fine si rassegnano e lo buttano nel mare. Il racconto finisce nel primo capitolo dicendo che “immediatamente si calma la tempesta”. La tempesta è grande, ma anche il timore dei marinai, che dopo offrono sacrifici al Dio di Giona. Dove trovano l’occorrente per offrire un sacrificio sulla nave?

Si tratta di una conversione.

Un “grande” pesce ingoia Giona. Giona non ha pregato sulla nave, ma nel ventre del pesce si ricorda di pregare. Alla fine Giona è “vomitato” (traduzione letteraria) dal pesce. Qui Giona si sveglia e d’un colpo arriva la parola del Signore per la seconda volta. Su, va a Ninive e di’ quello che dirò. Non gli consegna immediatamente il contenuto del messaggio, tuttavia: “Quando sarai arrivato, ti dirò cosa dire”.

Ninive era una “grande” città: ci volevano tre giorni per percorrerla. I Romani percorrevano 30km ogni giorno, perciò le città nel nord europa si trovano normalmente a 30 km di distanza.

Ora, 3 volte trenta fa 90: Ninive è una città di 90 km.

Gionata predica un giorno solo. Non viene detto perché.

Ancora 40 giorni è Ninive sarà capovolta (distrutta).

“Tutta la città credette nel Signore e si mise a digiunare”: mai un profeta ha avuto un tale successo. Un solo giorno e la città più pagana del mondo si converte. “La notizia giunse al re di Ninive che proclamò un digiuno per tutti, pure gli animali”. Nemmeno Gioele si è sognato un digiuno di questo tipo, così radicale.

Il re dice qualcosa che i marinai hanno detto prima: “Forse Dio si pentirà di quello che ha deciso e non periremo” – Il versetto che segue la predica di Giona dice “… e iniziarono un digiuno”. Quando il re stabilisce il digiuno sembra che questo già si stesse facendo (ordina una cosa che già si fa: subito dopo un’iniziativa, si vuol dire qual è stato l’effetto: l’effetto della predica di Giona è la conversione)

“Dal più grande al più piccolo” è un’espressione che indica una totalità (sommario)

Dio si pentì del male che aveva deciso di fare e non lo fece. Tutti felici, tranne Giona.

Fu preso da “grande” collera: “Io lo sapevo che tu sei misericordioso, e perciò sono fuggito…” –  All’inizio del capitolo 4 abbiamo la risposta alla domanda fatta al capitolo 1: perché Giona fugge? Perché non voleva sperimentare il perdono divino: “Sapevo bene che tu perdoni” – Anche qualche lettore, forse, si aspettava la fine di Ninive: ora che tutto finisce bene, poi ricominceranno a fare il male.

“Io preferisco morire, piuttosto che vivere” – dice Giona. I marinai invece avevano detto: “Forse non periremo, se preghiamo” – Opposizione: non vuole unirsi a Dio che perdona.

Si dice che Giona uscì dalla città, andò ad est, si costruì una capanna ed ivi aspettò cosa dovesse accadere alla città.

Capitolo 4. Il racconto non segue la cronologia, ma la logica: missione e predicazione di Giona, effetto: conversione della città – cambiamento di volontà di Dio – rabbia di Giona.

Cosa ha fatto Giona durante i 39 giorni dopo aver predicato 1 giorno? Durante la notte cresce un ricino. La notte seguente Dio manda un verme che fa morire questo ricino e al mattino non c’è più ombra, quindi manda un forte scirocco da est che fa bruciare la testa di Giona: Giona dice di voler morire. Allora Dio dice a Giona: “Tu sei arrabbiato perché è morta quella pianta, nata e morta in una notte. Allora io, non dovrei forse aver pietà di migliaia di abitanti di Ninive?”.

Giona per la prima volta si rallegra quando vede quel ricino, una pianta.

Giona di fatto non risponde.

Chi risponde alla domanda? Il lettore. Il personaggio presentato nel libro in realtà rappresenta una mentalità, quella di molti lettori del libro di Giona. Viene rivelato alla fine che Giona è il lettore. Per cui è il lettore che deve rispondere: tu vuoi vivere o morire? Riconciliarti con un Dio di misericordia o no?

Dio come tratta Giona? – Il lettore come deve trattarlo?

Il finale è aperto: al lettore viene chiesto di continuare il racconto (come nella parabola del figlio prodigo).

Ci sono tanti tipi di racconto ed ogni racconto propone un itinerario al lettore. Quello di Giona parla di conversione. Il racconto è fatto per cambiare la mentalità di chi la pensa come Giona.

Altri racconti invece hanno un personaggio che è un modello (ad es. i fioretti di S. Francesco, che propongono S. Francesco come modello), cioè racconti edificanti.

Es 24,3-8: Mosè scende dalla montagna, riporta al popolo le parole date da Dio sul monte, costruisce un altare, offre sacrifici, versa una parte del sangue sull’altare, legge il libro, il popolo dice “faremo tutto ciò che è scritto”, allora versa il sangue dall’altra parte: il lettore che legge questo libro è chiamato a ripetere la risposta del popolo d’Israele: “faremo tutto ciò che è scritto”

2Re 22: Giosia fa riparare il tempio, legge il libro che è stato ritrovato (il Deuteronomio): il lettore vede come deve comportarsi.

Ger 36: Anche qui c’è un rotolo letto davanti al re (Ioiakin), che prende un paragrafo, lo taglia e lo butta nel bracere: Geremia dice “Se non ascoltate…, se non siete attenti…”, ecco le conseguenze.

Neemia 8: Esdra legge la Torah davanti a tutto il popolo.

Altri racconti ancora, invece, presentano non una risposta chiara di comportamento data al lettore, ma una proposta di condivisione di una esperienza.

Nel libro di Giobbe non ci sono spiegazioni. Sono i suoi amici a fornirle, ma Dio dice a Giobbe: tu hai parlato bene di me, i tuoi amici no. Giobbe chiede ragioni a Dio. Quel comportamento è lodato da Dio.

In Gen 22: il sacrificio di Isacco. Dio dice “adesso so che tu temi”. Non sappiamo dal principio che è una prova. Non ci viene detto cosa pensa Abramo. C’è un invito per il lettore di condividere il dramma di Abramo (empatia).

Wayne Booth: ci sono tre tipi di interessi (che corrispondono alle tre grandi idee di Platone: vero, bello, buono). Un primo tipo è di tipo cognitivo, intellettuale: si vuol conoscere una verità. Es. Chi è il colpevole? Chi è Gesù Cristo? Luca vuol confermare Teofilo sulla verità degli insegnamenti.  In 1Re 18 si domanda se c’è davvero un profeta. Il secondo elemento è di tipo qualitativo, estetico: vogliamo la conseguenza di un effetto. Es. La storia di Giuseppe: i fratelli lo odiano, vogliamo vedere l’effetto di quest’odio e se la famiglia si potrà ricomporre.  Aspettiamo una qualità. Nell’Esodo, il faraone riduce Israele in schiavitù: vogliamo allora vedere la conseguenza. Gesù si sedette presso il pozzo. Viene la donna. Ci si domanda l’esito di questo incontro. Tre volte nell’Antico Testamento: Gen 24, 29 e Es 2: tre matrimoni nati così. Alla fine del versetto infatti Giovanni aggiunge che era “l’ora sesta”, ciò fa intendere che a quell’ora nessuna viene mai al pozzo. Le ragazze scendono al pozzo per attingere acqua la sera, mai a mezzogiorno. La samaritana va al pozzo quando nessuna donna va mai al pozzo: ci va proprio perché Gesù si è posto al pozzo a quell’ora: il racconto gioca su un’aspettativa, quella di un matrimonio (es. Mosé con Zippora), ma poi la capovolge, trovare l’unico vero sposo. Perché la donna lascia la giara e torna al villaggio? Perché c’è una conversazione sul culto. “Marito” in ebraico si dice “Baal”. Ora la donna ha tanti Baal, ma non un vero marito. Si gioca su uno schema.

La terza categoria di Booth è l’interesse pratico nella sorte dei personaggi, che fine fanno: es. la sorte di Gesù. La sorte di Israele in Egitto. La sorte di Elia: Acab riuscirà a prenderlo?

(Jean Louis Ska, Una conferenza pubblica sul profeta Giona)

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