La psicologia dell’ateismo di Paul Vitz

 – La psicologia dell’ateismo di Paul Vitz – 

Paul Vitz
Contrariamente a quanto affermava il pedagogista W. Kilpatrick, secondo il quale, parlando seriamente, fra Cristianesimo e psicologia sussiste un’insanabile contraddizione epistemologica, per cui posti a diretto confronto, l’uno elimina l’altra, il confronto fra lo statuto cristiano e l’analisi psicologica non necessariamente è destinato ad una così drammatica relazione di opposizione.
A ben guardare la natura storica e biblica del Cristianesimo, infatti, emerge quanto esso contempli nel suo stesso fondamento un orientamento “psicologico”, intendendo qui la “psiche” secondo la sua originaria e mai superata connotazione linguistica greca. La prospettiva di una credenza cristiana quale derivato di una sovrastruttura della mente può a ben donde ritenersi superficiale, soprattutto osservando alcuni aspetti di coloro che, fra i “grandi” psicologi degli ultimi due secoli, ne hanno sostenuto, inversamente, l’esistenza.
In questa prospettiva, ci pare molto interessante il lavoro bibliografico di uno psicologo americano forse ancora troppo poco conosciuto in Italia (alcuni suoi libri non sono ad esempio stati tradotti in italiano), e pur tuttavia assai rispettato a livello mondiale in ordine al suo pensiero psicologico e alla struttura della sua argomentazione. Si tratta dello psicologo Paul Vitz, il famoso autore, fra le molte opere, del libro intitolato “Faith of the Fatherless, the Psychology of Atheism”.
Associando dialetticamente ateismo e paternità, l’autore intravede un’eziologia nuova, per certi aspetti inversa a quella del sentire comune, del fenomeno ateistico. Egli, infatti, con un certo coraggio investigativo, capovolge l’orientamento secondo il quale una irrazionalità di fondo contraddistingue sempre la prospettiva cristiana, correlata ad istanze immature e a mutevoli situazioni carenziali in seno al soggetto credente, a bisogni intrinseci soddisfatti nella proiezione paternalistica verso un Dio Padre. L’appagamento cristiano, secondo questa strutturazione comune, non è altro che la risultante di un riflettere la propria insoddisfazione esistenziale entro un “compensatore” divino in grado di colmare il vuoto interiormente vigente, deponendo dunque presso qualcun altro, percepito come un “Dio” in questa operazione di transizione, l’ordine compensativo della propria carenza. Si capisce come, secondo questa prospettiva, il Cristianesimo di fatto razionalmente non sussista, o meglio, “sussista” solo in termini di delegazione proiettiva.
Proprio contrapponendosi a questo modo di intendere il Cristianesimo, lo psicologo Vitz capovolge la prospettiva ivi tracciata legittimando la prospettiva cristiana proprio rispedendo indietro l’accusa profonda di “religione della proiezione”. Dopo un percorso di conversione vissuto in prima persona, Vitz tende ad armonizzare i rapporti fra psicologia e teologia cristiana, evidenziando l’esistenza di un reciproco ordine di nutrimento epistemologico. La psicologia, infatti, nella sua tensione analitica rispetto alla libertà dell’uomo, è destinata per lui a favorire, anziché ostacolare, la comprensione di Dio in quanto Padre, ricevendo a sua volta dalla teologia un’illuminazione fondamentale in ordine alla vera natura del soggetto umano.
Valorizzazione delle virtù ed etica del perdono sono due elementi “innovativi” rispetto ad una eziologia classica centrata sul “passato” che, secondo il nostro autore, permettono al soggetto uno slancio “trasfigurante” il proprio ordine esistenziale.
In ordine alla questione della proiezione interiore rispetto ad una paternità divina, ritenuta ateisticamente quale mera illusione sostitutiva, Vitz capovolge questa latitudine del pensiero, dimostrando come siano stati propri alcuni grandi pensatori atei, soprattutto della storia recente, a nascondere “dietro” il loro ateismo una profonda urgenza carenziale rispetto alla propria esperienza di paternità umana. Il principio di alienazione e avversione a Dio, dunque, riguarda in molti casi proprio coloro che sono stati segnati da una deludente o drammatica relazione con il padre, la quale è divenuta per essi fonte di opposizione reattiva in ordine alla realtà della paternità divina.
Osservando le esistenze personali dei maggiori contestatori della fondatezza razionale del Cristianesimo, i quali fondano la propria critica proprio insistendo sull’idea di paternità ad esso intrinseca, Vitz sviscera come tali posizioni siano condizionate, a livello personale, proprio da ciò che si viene più estrinsecamente a contestare, cioè per l’appunto la relazione di paternità, la quale nelle loro esistenze private risulta fortemente condizionata, ad esempio, dalla morte del padre in età infantile, oppure da una cattiva o avvilente relazione con lui nel tempo adolescenziale.
L’assenza del padre, quindi, più che un condizionamento tipico di coloro che affermano la propria fede in Dio Padre, pare inversamente, secondo il nostro autore, un fardello intrinseco ed inconscio di quanti, con particolare impeto, ne combattono i principi e la stessa fondatezza razionale.
Tra i vari esempi che egli elabora nell’opera “Faith of the Fatherless”, è emblematico quello di Nietzsche, il cui padre morì quando lui aveva soltanto 5 anni:
“Nel suo rifiuto di Dio e del Cristianesimo” – scrive l’autore – “non è difficile rinvenire un rifiuto inconscio per la malattia di suo padre”. Un altro esempio riguarda l’esistenza del filosofo ateo J.P. Sartre, anch’egli rimasto senza padre in età infantile:
“Sartre” – scrive ancora il Vitz – “è rimasto tutta la vita ossessionato dal tema della paternità, fino ad elaborare un pensiero filosofico in cui l’assenza del padre e di Dio costituisca il punto di partenza per una vera e realizzante esistenza”.
La possibilità di assolutizzare il pur pregevole lavoro investigativo di Paul Vitz rispetto all’esistenza privata dei grandi oppositori della paternità divina, forse non è del tutto concreta da un punto di vista pratico. Tuttavia ci sembra di poter elogiare l’attenzione biografica che questo psicologo mette in atto rispetto alle affermazioni di grandi psicologi e contestatori di Dio che, con le loro pubbliche teorie, hanno sconvolto e talvolta abolito lo slancio di fede di molti loro seguaci o semplici lettori. Procedere oltre l’apparenza testuale, osservando quel vissuto personale che questi stessi psicologi hanno analizzato negli altri, può rivelare in essi delle sorprese non immediatamente contestualizzabili a partire dalla semplice e spesso intrigante etichettatura pubblica con cui determinate loro teorie vengono presentate, condizionando ed infatuando in questo processo molte esistenze umane.

Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam
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