La verità cristiana secondo il biblista Ignace de la Potterie

La verità cristiana secondo il biblista Ignace de la Potterie
(da un suo studio cristologico):
 
 
 
“[…] Ricordiamo brevemente quale sia la concezione classica della verità, venuta dalla Grecia antica. Per i Greci la verità è fondamentalmente qualcosa di oggettivo: la verità è la realtà stessa di una cosa, in quanto è conosciuta, in quanto si svela allo spirito; è quindi l’essere in quanto è manifestazione, rivelazione, apertura, luce per lo spirito. Si può anche parlare della verità dello spirito, quando lo spirito si apre alla verità delle cose. La verità in questo caso consiste nella corrispondenza dello spirito con la realtà. Questa è la concezione più diffusa, più comune della verità. Conoscere la verità, quindi, significa conoscere le cose come sono realmente.
Se paragoniamo questa teoria classica della verità con le idee moderne esposte all’inizio, saltano immediatamente agli occhi delle differenze significative. La concezione greca era caratterizzata dal rispetto dell’oggettività, mentre l’esistenzialismo moderno mette la verità nel soggetto, nell’esperienza personale dell’uomo, nell’autenticità del suo comportamento, nella sua forza creatrice. Un’altra differenza è connessa con la prima: per l’intellettualismo greco la verità era oggetto di contemplazione: secondo il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti di ispirazione platonica, la beatitudine consiste nel “contemplare la bellezza della verità“; è una verità statica, non spinge all’azione […]
La verità cristiana non è identica alla verità dei Greci. […] La frase di Nietzsche, “il cristianesimo è platonismo per il popolo”, mi pare inaccettabile. C’è sempre stata una differenza fra cristianesimo e platonismo: il cristianesimo è una religione rivelata, non è una filosofia, anche se si serve di concetti filosofici per formulare ed esplicitare il suo pensiero.
La distinzione fra platonismo e cristianesimo appare molto chiara nella nozione di verità. … Nei primi secoli, Dio veniva più volte chiamato “il Dio della verità” o “il Padre della verità”. Con queste formule i cristiani non volevano esprimere l’idea platonica che Dio è la realtà suprema (idea indubbiamente giusta, ma che non corrispondeva alle loro aspirazioni); queste formule significavano per loro Dio come colui che ha rivolto a noi la sua parola, Dio come fonte della verità e della rivelazione.
La verità cristiana non è dunque, come nella filosofia greca, l’essere assoluto di Dio stesso, ma la parola di Dio, la divina rivelazione, comunicataci in Gesù Cristo, e che diventa per noi la norma della vita e la fonte della santificazione. Ireneo scriveva: “Dio diede ai suoi apostoli il potere di predicare il Vangelo; per mezzo loro conosciamo la verità, cioè la dottrina del Figlio di Dio”.
Osserviamo in questo testo l’equivalenza delle tre espressioni: il Vangelo, la verità, la dottrina del Figlio di Dio. Nei secoli successivi troviamo tutta una serie di espressioni dove quel significato della parola “verità” appare immediatamente; ecco alcune di queste formule: la verità cristiana, la verità cattolica, la verità della fede, la luce della verità, la spada della verità.
È dunque una cosa ovvia: per la tradizione cristiana la verità è la divina rivelazione, il messaggio della salvezza, la vera fede, la dottrina del Vangelo predicata dalla Chiesa.
Tuttavia, la nozione cristiana di verità ha conosciuto delle variazioni analoghe a quelle riscontrate nel concetto profano di verità. Ma mentre per quest’ultima si passava progressivamente ad una concezione sempre più soggettiva e personale della verità, si può dire che il concetto cristiano ha conosciuto una evoluzione in senso contrario. Nella tradizione antica, la verità della rivelazione aveva, sì, un carattere oggettivo, ma era allo stesso tempo concreta e personale: veniva identificata col Vangelo predicato, era strettamente connessa con Dio, “il Padre della verità”, e più ancora con Gesù Cristo, il quale, come in S. Giovanni, veniva chiamato diverse volte “la Verità” […]
Nella teologia moderna, invece, dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano II, appare una progressiva intellettualizzazione della concezione della verità; questa veniva presentata in maniera molto più astratta: la rivelazione veniva concepita come un sistema, una dottrina, come un insieme di verità rivelate (al plurale) comunicate da Dio e contenute nei libri della Scrittura o nella Tradizione, e proposte alla nostra fede dal Magistero ecclesiastico; perciò la Scrittura e la Tradizione erano considerate come dei documenti, come le due fonti della rivelazione.
La Dei Verbum (Vaticano II), cambiò radicalmente quella presentazione intellettualistica della verità, ritornando ad una concezione più personale, molto più vicina alla S. Scrittura e alla tradizione antica. La verità viene presentata dal Concilio come la manifestazione di Dio nella storia della salvezza, manifestazione che si realizza pienamente nella persona di Cristo […]
Rivolgendoci ora direttamente alla Scrittura, vogliamo esaminare più a fondo quella nozione di verità rivelata.
1. Il tema viene dall’AT. Nella tradizione sapienziale e in Daniele, l’ultimo dei grandi profeti, la verità designa la dottrina di sapienza, la verità rivelata. In diversi testi passa in primo piano l’idea di rivelazione. La verità designa allora la rivelazione del piano divino della salvezza. In uno degli inni di Qumran si legge, per esempio, questa preghiera: “Voglio lodarti o Signore, perché tu mi hai dato l’intelligenza della tua verità e mi hai fatto conoscere i tuoi meravigliosi misteri”
2. Nel NT i testi dove si parla più frequentemente della verità, sono gli scritti più teologici, cioé le lettere paoline e giovannee, e il Quarto Vangelo.
a) Per Paolo, la verità si identifica col messaggio del Vangelo (Gal 2,5-14); egli ricorda ai cristiani di Efeso: “Voi avete udito la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza” (Ef 1,13). Pertanto giungere alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4; 2Tm 3,7) vuol dire accogliere la buona novella della salvezza, aderire alla vera fede, farsi cristiano.
La verità predicata dall’apostolo non è una teoria astratta, un sistema dottrinale; al centro del suo messaggio sta la persona di Cristo. Paolo dice agli Efesini: “La verità è in Gesù” (Ef 4,21). Accogliere la verità del Vangelo significa per lui: “Imparare il Cristo … udire di lui, essere ammaestrato in lui “ (Ef 4,20-21). Nella seconda lettera ai Corinti, Paolo sottolinea con forza che la parola del Vangelo è la rivelazione del mistero di Cristo: lo scopo della sua opera apostolica è di manifestare la verità, di far rifulgere lo splendore del Vangelo della gloria del Cristo, … 2 Cor 4,2-6)
b) Ma l’autore che ha approfondito di più il tema della verità e che ha fortemente messo in risalto la sua relazione col mistero di Cristo è indubbiamente san Giovanni
Per l’autore del QV, Gesù è innanzitutto il Rivelatore del Padre. L’evangelista descrive la sua missione nei seguenti termini: “Colui che viene dal cielo, è superiore a tutti, e attesta ciò che ha veduto e udito; eppure nessuno accetta la sua testimonianza” (Gv 3,31-32) […]
E Gesù stesso dichiara ai Giudei di Gerusalemme: “Io vi ho proclamato la verità, quale io l’ho udita da Dio … Ma a me, che vi dico la verità, non credete (8,40-45)
Se l’idea di rivelazione è tanto centrale per san Giovanni, si capisce bene come egli abbia scritto nel prologo: “La legge fu data da Mosè; la grazia e la verità (la pienezza della rivelazione) venne a noi in Gesù Cristo “ (1,17)
Ma il testo fondamentale si trova nei discorsi di Gesù all’ultima Cena: “Io sono la via, la verità e la vita” (14,6). Gesù si chiama la verità, non nel senso della metafisica platonica, come se egli volesse svelare in se stesso l’essere assoluto e divino. Gesù usa qui il linguaggio della tradizione biblica e giudaica in cui la “verità” è un messaggio di salvezza, la parola di rivelazione: egli è dunque la verità, in quanto egli, l’uomo Gesù, è per noi la pienezza della rivelazione.
Approfondire la verità cristiana vuol dire: approfondire il mistero di Cristo, scoprire sempre più, nel processo stesso della nostra fede, che egli, l’uomo Gesù, si manifesta a noi come Figlio di Dio; così Cristo è per noi anche la vita, perché, nella comunione con lui, partecipiamo alla vita di Dio. In questo invito sta tutto il senso della vita cristiana […]
Per attuare e realizzare questa vocazione, viene mandato ai credenti il Paraclito, chiamato nel QV lo Spirito di verità. Compito suo non è di portare una nuova rivelazione, un’altra verità, distinta da quella di Gesù, ma di far comprendere, di far interiorizzare e assimilare la verità di Gesù. Cristo stesso diceva nell’ultima Cena: “Lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel mio nome, egli vi insegnerà e vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto” (14,28); “Lo Spirito di verità vi condurrà verso tutta intera la verità” (16,13). La missione dello Spirito sarà dunque di far penetrare nel cuore dei credenti il messaggio di Gesù, di darne loro una comprensione personale e esistenziale, un’intelligenza di fede.
Così si potrà sviluppare la vita nuova dei discepoli di Cristo; per San Giovanni questa vita è una vita nella verità, una vita nella luce di Cristo. Più che in ogni altro autore del NT egli insiste sul ruolo della verità nella vita dei credenti. La verità non è per lui, come per il pensiero greco, un oggetto di pura contemplazione intellettuale, ma il principio fondamentale della morale cristiana, della trasformazione e del rinnovamento dell’uomo. Perciò san Giovanni usa molte espressioni per descrivere la funzione della verità nel comportamento e nell’agire del cristiano. […]”
(Ignace de la Potterie)
 
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