La persona come fine

La persona come fine

Paul Ricoeur

(Dall’articolo di Paul Ricœur, “Simpatia e rispetto: fenomenologia ed etica della seconda persona”,
in F. Riva (a cura di), “Il Pensiero dell’altro”, Ed. Lavoro, Roma 2008, pp. 29-33)

“Gli esseri razionali – come afferma Kant – sono chiamati “persone” perché la loro natura li designa già come fini in sé, cioè come qualcosa che non può essere utilizzato semplicemente come mezzo, qualcosa che, di conseguenza, limita in proporzione ogni facoltà di agire a mio piacimento e che è un oggetto di rispetto. […] Limite non significa qui né limitazione della possibilità di conoscere (limite dal punto di vista speculativo), né limitazione della possibilità di agire (per incapacità empirica), ma limite pratico-etico. Il limite è qui pura alterità: un altro vale ed esiste, esiste e vale di fronte a me. E la sua alterità si distingue per il fatto che mette un limite alla mia tendenza a determinare tutte le cose come una mira delle mie inclinazioni e ad includerla così intenzionalmente in me come oggetto delle mie inclinazioni.

[…]. Kant lo riassume con la bella parola “umanità”, che chiama fine oggettivo in quanto “condizione suprema che limita tutti i fini soggettivi”, o a anche in quanto “condizione limitativa suprema di tutti i mezzi”. Attraverso il rispetto, la persona si trova immediatamente situata in un ambito di persone la cui alterità reciproca è rigorosamente fondata sulla loro irriducibilità, in qualsiasi caso, a dei mezzi; detto diversamente, la loro esistenza è la loro dignità, il loro valore non commerciale e che non ha prezzo. Quando ogni persona non soltanto mi appare, ma si pone in modo assoluto come fine in sé che limita le mie pretese di oggettivarla tecnicamente e di utilizzarla praticamente, è allora che esiste nello stesso tempo “per me e in sé”. In breve, l’esistenza dell’altro è una “esistenza-valore”. L’illusione delle fenomenologie della simpatia consiste nel fatto che l’esistenza dell’altro sussisterebbe ancora in maniera percettiva o affettiva se l’altro avesse perso la dimensione etica della sua dignità.

Nel linguaggio kantiano l’esistenza dell’altro è un postulato, cioè una proposizione esistenziale implicata nel principio della moralità. Non si arriva a questo postulato con la semplice riflessione sugli atti del Cogito, ma con l’analisi delle intenzioni della volontà buona; questa intenzione implica l’atto di situare se stessi in un tutto di persone come membro e sovrano della comunità etica che le persone formerebbero tutte insieme se ciascuno si situasse in rapporto a tutti secondo la reciprocità del rispetto.

[…] È il rispetto che strappa ininterrottamente la simpatia alla sua tendenza romantica sia a perdersi nell’altro, sia ad assorbire l’altro in sé – tendenza che Max Scheler ha colto bene chiamandola “fusione eteropatica” o “idiopatica”; è attraverso il rispetto che provo inoltre compassione per la gioia e la sofferenza dell’altro come sua e non come mia; il rispetto scava infine la “distanza fenomenologica” tra gli esseri, mettendo l’altro al riparo dagli sconfinamenti della mia sensibilità indiscreta: la simpatia colpisce e divora con il cuore, il rispetto veglia da lontano. Si potrebbe affermare abbastanza giustamente che la simpatia, secondo Max Scheler, è una fusione affettiva corretta dal rispetto; se la sua struttura è paradossale, questo paradosso non è un dato, un fatto inerte che si costata: è un’opera; e non si può dunque parlare di una “situazione fenomenologica di fatto”. Usando un altro linguaggio, si potrebbe mettere il rispetto sul piano delle “prese di posizione”; è una presa di posizione che riprende daccapo il materiale affettivo e lo innalza al rango del sentimento; il sentimento della simpatia è così, come la generosità cartesiana, una attenzione in una passione, una passione del libero arbitrio. Il fenomenologo non si trova quindi di fronte ad uno spettacolo psicologico, ma di fronte ad una disposizione passivo-attiva, che può venire meno e alla quale la riflessione collabora attivamente: allo stesso modo è il momento di “presa di posizione” immanente alla simpatia, cioè la spontaneità volitiva che opera nel cuore dell’affetto, che può diventare cattiva e che, in effetti, è già sempre misteriosamente cattiva.

Possiamo allora chiamare “trans-affettivo” il momento del rispetto, benché non si dia se non in un affetto che ristruttura interiormente. Credo sia ciò che Kant vuole dire nella “Critica della ragion pratica” quando, riprendendo con un procedimento sintetico il tema del rispetto a partire dall’autonomia, oppone il rispetto in quanto “movente a priori” agli altri moventi empirici della sensibilità; lo chiama allora un sentimento “prodotto spontaneamente”, in opposizione agli altri affetti che sono “subiti o ricevuti per influenza”: difatti è come l’impronta della facoltà di agire sulla facoltà di desiderare.

Per acquisire il senso della simpatia era dunque necessario passare attraverso il dubbio sulla simpatia stessa, ed accedere al momento puro del rispetto pratico. Solo a questo punto abbiamo il diritto di dire che la simpatia ed il rispetto sono un unico e medesimo “vissuto”: la simpatia è il rispetto considerato nella sua materia affettiva, cioè nella sua radice di vitalità, nel suo slancio e nella sua confusione; il rispetto è la simpatia considerata nella sua forma pratica ed etica, ossia come posizione attiva di un altro Sé, di un alter ego.

Resentment

Il rispetto, dicevo, giustifica la simpatia: la giustifica in un primo modo eliminando il suo equivoco, mantenendo l’alterità degli esseri che la fusione affettiva tende ad annullare; la giustifica una seconda volta privilegiandola tra altri affetti intersoggettivi. Dal punto di vista descrittivo, lo si è visto, la simpatia non rivela le relazioni con l’altro più dell’antipatia, della timidezza e della vergogna, dell’ira e dell’odio, dell’invidia e della gelosia. La superiorità della simpatia sugli altri affetti intersoggettivi è data dalla sua affinità con l’etica del rispetto; la sua superiorità esistenziale come rivelazione di una esistenza estranea è in realtà una superiorità etica.

Per capire bene questo punto bisogna tentare di collocare gli altri affetti in rapporto al rispetto. È infatti possibile scoprire analiticamente in ciascuno un momento di “presa di posizione” nei confronti dell’altro, e quindi un atto di giudizio, di valutazione dell’esistenza-valore dell’altro: è da questo punto di vista che ogni affetto intersoggettivo può essere situato in rapporto al rispetto. Abbozziamo questa analisi a proposito dell’odio. In un senso è un affetto che implica una presa di posizione che svaluta l’esistenza-valore dell’altro: colui che odia tenta di svilire l’altro tra le cose che vengono calpestate. Ma l’odio è una presa di posizione composta: la valutazione negativa dell’esistenza-valore dell’altro è in conflitto con una valutazione positiva che cerca di annullare. È da questo conflitto che deriva il dinamismo dell’odio; è perché non riesco a cancellare in me l’apprezzamento della sua esistenza, che lo pone di fronte a me con uguale diritto, che mi accanisco su di lui per annullare il rimprovero rivolto contro me stesso dal valore dell’altro, riconosciuto dal rispetto nascosto più in profondità del mio odio. C’è dunque del rispetto sconsolato nell’odio, del rispetto indispettito, se così posso dire.

Questa analisi dell’odio può essere spinta oltre soltanto mettendo in gioco i movimenti complessi della colpevolezza e della cattiva coscienza. Il conflitto all’interno della stessa coscienza, tra il rispetto che pone l’altro e l’odio che lo depone, innesca un processo che cresce da se stesso senza fine e rende infelice la coscienza. Il rispetto, infatti, confluisce sull’altro in un modo che incrimina senza sosta l’odio: sentendosi incriminato, colui che odia tenta di rifiutare la sua colpevolezza, di allontanarla proiettandola sull’altro; lo accusa; accusandolo, lo sminuisce; ed il fenomeno circolare, innescato dal rimprovero irradiato dall’invincibile rispetto, si rimette in moto da se stesso e si conserva per ripetizione. Se il disprezzo riuscisse a soffocare il rispetto, potrebbe abbastanza facilmente annullare il valore-esistenza dell’altro; l’altro svalutato sarebbe un utensile, un oggetto, ed il disprezzo si consumerebbe nel successo, rendendo l’anima soddisfatta: il tempo del disprezzo sarebbe anche il tempo della felicità. Ma l’esperienza comune e la storia mostrano a sufficienza che il disprezzo non raggiunge mai il suo scopo e che il suo piacere non viene mai consumato.

Ciò che distingue la simpatia dagli affetti negativi è la felicità. La sua felicità non è soltanto quella della consonanza affettiva con l’altro – cosa che l’istinto concede a poco prezzo – ma quella della consonanza etica tra un affetto patetico e la valutazione assoluta del rispetto. Gli affetti negativi comportano sofferenza morale; sono improntati all’infelicità della dissonanza che è sentita come colpa, rifiutata come tale e aggravata dal tentativo fallito di discolparsi: colui che odia sente oscuramente che è cattivo, non lo accetta, detesta se stesso e tenta di espiare nell’altro il suo disprezzo. Se non altro è ancora l’innocenza del rispetto che gli permette di soffrire odiando: bisogna essere originariamente innocente per essere originariamente colpevole: l’infelicità, costituita di rimprovero e di fallimento, tra tutti gli affetti intersoggettivi negativi testimonia ancora questa innocenza svanita; le passioni sorgono nell’innocenza del rispetto come una catastrofe della comunicazione; il rispetto fornisce la trama intersoggettiva originaria sulla quale si tesse l’infelicità del geloso, dell’invidioso, del lussurioso. La consonanza e la dissonanza con il rispetto fanno quindi parte della struttura etica di tutti gli affetti intersoggettivi tramite la “presa di posizione” che li determina praticamente. Attraverso il rispetto l’altro continua ad essere oscuramente riconosciuto, anche quando è appassionatamente soppresso e negato nelle intenzioni o nei fatti.

È per questo che la simpatia, come compassione attiva, ha il significato eccezionale di guarire gli affetti malati e di rigenerare l’anima ingiusta. La simpatia era stata chiamata poco fa la materia del rispetto: si può ora chiamarla lo splendore del rispetto: infatti, è quest’ultimo che fa della simpatia un affetto purificatore, in virtù della sua prossimità etica nei confronti del rispetto.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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