CatholicSaints.Info » Blog Archive » Saints of the Day – Blessed John Duns  Scotus

 

Duns Scoto e l’Immacolata – Dall’udienza di Benedetto XVI dedicata al pensatore francescano del 7 luglio 2010:

 

“[…] Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo – evento assolutamente centrale nella storia della salvezza – a prima vista poteva apparire compromessa da una simile affermazione. Duns Scoto espose allora un argomento, che verrà poi adottato anche dal beato Papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Questo argomento è quello della “Redenzione preventiva”, secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. I Francescani accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.

A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull’Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà, nelle espressioni dell’arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei, cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare le realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente e conservare l’umiltà e la semplicità dei piccoli! […]”

 

Testi sulla teologia medievale disponibili in sede

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Un particolare molto interessante sulla parola “Verità” in ebraico

 

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Un particolare molto interessante sulla parola “Verità” in ebraico

In ebraico la parola “verità” si dice: “emet” (originale eb. “אמת”).
Come si nota, conoscendo l’alfabeto ebraico (il cosiddetto “alef-bet”), la prima lettera della parola “verità” è la stessa prima lettera dell’alfabeto, ossia “alef” (eb. א). In mezzo, vi è la lettera “mem” (eb. מ), che è anche nel mezzo dell’alfabeto. L’ultima, è la lettera “thav”
(eb. ת), che è l’ultima dell’alfabeto. Gli studiosi ebrei sostengono così che “la verità” è comprensiva di tutto, “dalla alef alla thav”, cioè dalla “a alla zeta”. Bella riflessione. Amen

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Interlocutori diretti e altri strumentali nel linguaggio salmico

Spesso si commette l’errore di intendere alcune parole dei Salmi come riferite – a livello immediato – a persone umane. Di qui, la falsa comprensione di esse come se fossero eccessivamente rigorose verso gli uomini, e poco “misericordiose”. In realtà vi sono cause e cause del linguaggio salmico, interlocutori diretti e altri strumentali, cause reali e cause occasionali, e via dicendo. Questo per dire che – in certi casi – alcune parole di condanna sono rivolte non agli uomini, ma agli esseri spirituali decaduti, che muovono gli uomini al male.
Leggiamo ad esempio queste due quartine (dal Salmo 5):
 
5,10 Non c’è sincerità sulla loro bocca,
è pieno di perfidia il loro cuore;
la loro gola è un sepolcro aperto,
la loro lingua seduce.
 
5,11 Condannali, o Dio,
soccombano alle loro trame,
per i tanti loro delitti disperdili,
perché a te si sono ribellati.
 
Si può vedere come il linguaggio sia aspro e una maledizione di fondo – nelle parole esposte – graviti nelle intenzioni di chi parla. Ma il termine di queste parole – più che gli uomini (e dunque esseri carnali) – sono esseri spirituali che già – una volta per sempre – si sono decisi contro Dio e contro la sua legge e che seducono gli uomini verso il male.
Di qui la condanna senza appello del salmista.
Prima di definire l’Antico Testamento – e i Salmi in specie – come “antimisericordiosi” tout-court, è necessario discernere gli attori della scena linguistica, i soggetti e gli oggetti verbalizzati e il senso spirituale della lettera, nonché il contesto nel quale esso viene svelato.
Amen

“Hanno tremato di spavento, perché Dio è con la stirpe del giusto” (Salmo 14,5)

“Hanno tremato di spavento,

perché Dio è con la stirpe del giusto”.

(Salmo 14,5)

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Il “giusto” qui è il Cristo. La sua stirpe siamo noi, cioè la sua Chiesa. Coloro che hanno tremato di spavento sono anzitutto i demoni, vedendo anticipatamente Colui che per noi si incarna, patisce, muore e risorge. E con loro tremano tutti i loro umani seguaci, i “malfattori”, coloro che nella storia sono i rinnegatori del Giusto ed i persecutori del povero.

Tutto è in figura, ovviamente, si parla di ciò che sarà. E ciò nonostante non viene trascurata la storia attuale del Salmista, poiché già nel suo tempo, in modo appunto prefigurativo, la giustizia era oppressa dal malvagio, e l’ira di Dio era attesa come imminente su di lui.

Storicità e simbolismo devono sempre viaggiare insieme nella lettura biblica.

Amen

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– Sull’errore di chi considera i Magi come autori di una menzogna ad Erode, che generò in risposta la strage degli innocenti ***

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– Sull’errore di chi considera i Magi come autori di una menzogna ad Erode, che generò in risposta la strage degli innocenti ***

Mai intendere gli eventi – tanto più quelli storico-salvifici – con impeto soggettivista e senza una adeguata conoscenza. Pensiamo ad esempio all’evento della visita dei Magi ad Erode, raccontato da Matteo. Si dice anzitutto che quei sapienti fossero dal tetrarca in cerca di “colui che è nato, il re dei Giudei”. Il loro fine ultimo – specificato allo stesso Erode – è l’adorazione. In verità essi non hanno domandato direttamente notizia del “Cristo”: data la loro provenienza così remota rispetto all’Israele di quel tempo, questo termine poteva anche non appartenere al lo ro linguaggio. Piuttosto, è stato Erode a introdurre il termine “Cristo” dinanzi a loro e ai sapienti della sua corte, evidentemente connettendo la soggettività domandata dai Magi con quella stessa del Cristo atteso nei secoli.

Ora, vi è un elemento che accomuna – ma soltanto intellettualmente – Erode ed i Magi, ed è quello della “stella”. Essa viene nominata dal tetrarca in modo soltanto “temporale”, cioè come calcolo del tempo intercorso dalla sua prima manifestazione ai Magi. In lui non vi è alcuna fede in un segno del cielo, ma solo utilità finalizzata a qualcosa di brutto che già si muove nelle sue intenzioni. I Magi invece evocano la stella come un segno trascendente, una guida misteriosa che li ha condotti sin lì e che ancora li condurrà al luogo della santa Natività.

La stella è il crocevia che separa la via di Erode da quella dei Magi: intellettuale e insieme teologica. Infatti, dopo l’incontro oggettivo con il Bambino a Betlemme, i Magi, illuminati in un sogno, scelgono una via distinta per tornare nella loro terra: possiamo cogliere molte cose in questo cambio direzionale – che contravviene alla raccomandazione di Erode di tornare da lui affinché lui stesso possa portare la sua adorazione al Santo Bambino. I Magi passano dalla via della Stella a quella nuova dello Spirito, che è la via della salvezza. Erode invece stagna nella sua incredulità e superbia. Non si muove da se stesso. Di qui la sua ira – tutta esistenziale – nel vedersi vinto dai Magi: vinto nell’amore per Colui che è nato, che trasforma i cuori ed indica una nuova via di salvezza, “un’altra strada” dell’esistenza. E allora Erode si ferma alla “stella”: la utilizza in modo strumentale, al fine di contare, alla luce del suo passaggio, il tempo passato dalla nascita del “Cristo” a Betlemme al momento attuale – dove Erode non è esistenzialmente in nulla mutato, e stabilire un male peggiore (dopo quello del non cambiamento esistenziale), ossia lo sterminio dei bambini nati a Betlemme in quel lasso di tempo che la “stella” indica oggettivamente.

I Magi, in un certo modo, salvano se stessi, ma senza volerlo – non ne hanno alcuna colpa, anzi, obbediscono all’illuminazione avuta in sogno – disobbedendo ad Erode generano lo sterminio di tante vite innocenti.

Accadesse oggi un evento di questo tipo, in molti si accanirebbero contro i Magi, conducendo loro l’accusa di essere i colpevoli di questo evento così drammatico. “Sarebbe bastato che fosse ro tornati da Erode” – direbbero in tanti – “e quei bambini non sarebbero stati uccisi”.

Questa è una lettura falsa – tipica del superficialismo di massa – di un evento storico (indipendentemente qui dalla storicità dell’evento dei Magi). Si legga bene il Vangelo di Matteo. La partenza dei Magi da Betlemme “per un’altra strada”, introduce a sua volta una successiva partenza – di ispirazione angelica – della stessa Santa Famiglia “per un altro Paese”, ossia l’Egitto: questo a motivo delle intenzioni di Erode, che l’angelo stesso – in un sogno a Giuseppe – svela come “omicide”.

In quella iniziale raccomandazione di Erode ai Magi di “tornare” da lui dopo aver conosciuto il Bambino, vi è quindi un fondamento intenzionale di natura omicida, il quale è totalmente indipendente dalla scelta successiva dei Magi di “tornare per un’altra strada”. Fossero tornati da Erode, infatti, l’intento omicida del tetrarca si sarebbe ugualmente concretizzato contro quei bambini innocenti.

La “stella” deve essere una guida, non il fine di una sequela teologica. Il Cristo è questo fine, e unicamente lui, dinanzi al quale si cambia strada, si muta nell’esistenza, si acquisisce un nuovo spirito intellettuale e teologico. La stella deve condurre a Cristo, non ri-condurre a lui come vorrebbe Erode. Il passato non ha posto dinanzi alla verità della novità di Cristo: esso muore con la “stella” nel momento in cui Cristo nasce. Non a caso Matte non cita più quella stella per il ritorno a casa dei Magi. Essa ha compiuto il suo fine: condurre a Cristo. Dopo tale conduzione, essa non serve più. Il Battista dirà qualcosa di simile nella sua predicazione al Giordano, una volta battezzato Gesù stesso.

Il colpevole dell’evento della strage degli innocenti, quindi, è fondamentalmente Erode, il quale non ha superato l’esame del suo stesso orgoglio e, pur accettando la notizia della “stella”, non ha accettato davvero la notizia di Cristo, agendo di conseguenza.

*** (F.G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741)

 

La SS. Trinità – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
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233 I cristiani sono battezzati « nel nome » – e non « nei nomi » – del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; 277 infatti non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità.

234 Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella « gerarchia delle verità » di fede. «Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato».

236 I Padri della Chiesa fanno una distinzione tra la Teologia e l’Economia, designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita. Attraverso l’Economia ci è rivelata la Teologia; ma, inversamente, è la Teologia che illumina tutta l’Economia. Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l’intelligenza di tutte le sue opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azioni.

237 La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei « misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati ». 280 Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell’opera della creazione e nella sua rivelazione lungo il corso dell’Antico Testamento. Ma l’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d’Israele, prima dell’incarnazione del Figlio di Dio e dell’invio dello Spirito Santo.”

Amen

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Sul vero primo Evangelista

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Il fatto, che molti sostengono con argomenti vari, di Marco come primo (assoluto) Evangelista, lascia tuttavia alcuni dubbi, tutti da verificare. Uno di questi è il fatto che il primo – stando a questa soluzione – a scrivere il Vangelo “di” Gesù sia stato uno non appartenente ai Dodici. Questo già di suo lascia un po’ di disagio, di tipo “autoritativo”. Il secondo è la possibilità che il primo a raccontare in un Vangelo la vita e l’insegnamento di Gesù, eviti totalmente di parlare della sua nascita e della sua infanzia, così decisive nella conoscenza di Gesù come Dio-uomo. Tra l’altro – secondo alcuni studiosi – il capitolo 16 di Marco originale terminerebbe senza alcun racconto della risurrezione di Gesù, aggiunta soltanto dopo da alcuni redattori. E ancora, stupisce che la prima composizione del Vangelo non sia destinata – come lo è il Vangelo di Marco – agli Ebrei, immediati, almeno di diritto, destinatari della testimonianza evangelica: cosa che invece accade in Matteo. L’ìpotesi di un Vangelo pre-canonico, scritto in aramaico, dallo stesso Matteo, come fonte iniziale dei successivi Vangeli, ci viene da supporre che possa essere, ancora, più che sussistente. Matteo, il più “ebreo” degli Evangelisti, non era affatto sprovveduto sia da un punto di vista della testimonianza che della stessa capacità di scrittura, abituato già nella sua attività storica ad un dato genere di riportazioni, e quel “Seguimi” di Gesù a lui, può dirsi un invito non solo teologico, ma anche testuale. Amen

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Le quattro virtù cardinali – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

Le quattro virtù cardinali (per vivere secondo la grazia e non secondo il mondo) – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
 
1806 La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo «accorto controlla i suoi passi» (Prv 14,15). «Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera» (1 Pt 4,7). La prudenza è la «retta norma dell’azione», scrive san Tommaso sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta «auriga virtutum – cocchiere delle virtù»: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.
1807 La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata «virtù di religione». La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri Sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. «Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia» (Lv 19,15). «Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Col 4,1).
1808 La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. «Mia forza

e mio canto è il Signore» (Sal 118,14). «Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).
1809 La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: «Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri» (Sir 18,30). Nel Nuovo Testamento è chiamata «moderazione» o «sobrietà». Noi dobbiamo «vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2,12).
Amen
 
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Il versetto 5 del Primo capitolo della Prima Lettera di S. Giovanni

Il versetto 5 del Primo capitolo della Prima Lettera di S. Giovanni, molto simile al versetto 5 del Primo capitolo del Vangelo di San Giovanni, ambedue simili al versetto 5 del Primo capitolo della Genesi:

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Prima Lettera di S. Giovanni

1,5 Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna.

Vangelo di San Giovanni

1,5 La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

Genesi

1,5 E chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

 

Ciò testimonia (non solo questo, ovviamente), come alla fonte dei due scritti neotestamentari vi sia il medesimo autore, il cui pensiero aveva un momento nucleico nell’identificazione di Gesù come Luce in opposizione alle tenebre del male, prefigurato già nel testo genesiaco. Amen

 

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Sacrificio, istituzione della Nuova Alleanza ed eredità senza fine – Da uno studio di Robert Abeynaike ***

Sacrificio, istituzione della Nuova Alleanza ed eredità senza fine – Da uno studio di Robert Abeynaike ***
 
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“[…] Come esito della nostra indagine possiamo affermare che l’ultima cena fu: un sacrificio in cui Cristo “offrì se stesso a Dio” (cfr. Lettera agli Ebrei, 9, 14) per la remissione dei peccati; la promulgazione della Nuova Alleanza da parte di Cristo; la disposizione di un testamento, in cui Gesù lasciava in “eredità eterna” (cfr. Lettera agli Ebrei, 9, 15) ai suoi discepoli, il regno del suo Padre (cfr. Matteo, 26, 29; Luca, 22, 29-30).
Per tutti e tre i motivi la sua morte in croce adesso doveva seguire ineluttabilmente. Le parole e le azioni di Cristo all’ultima cena erano, infatti, tutte indirizzate verso il loro adempimento nella sua morte, senza la quale, non avrebbero avuto nessun senso o valore.
Ma, la morte di Gesù non doveva essere la fine della sua opera redentrice. Come, infatti, il punto culminante della cerimonia del Giorno d’Espiazione era l’ingresso del sommo sacerdote levitico con il sangue sacrificale nel santuario terrestre per portare a compimento l’espiazione dei peccati, così anche Cristo nella sua ascensione era entrato nel santuario celeste “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” (Lettera agli Ebrei, 9, 24); “procurandoci così una redenzione eterna” (Lettera agli Ebrei, 9, 12). Appunto perché Cristo “offrì se stesso con uno Spirito eterno” (Lettera agli Ebrei, 9, 14), il suo sacrificio ha una eterna efficacia, ed Egli rimane “sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek” (Lettera agli Ebrei, 6, 20). Abbiamo dunque, potremmo dire, un “Giorno di Espiazione” che dura per sempre, cui l’autore si riferisce quando dice: “Il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente” (Lettera agli Ebrei, 9, 14). E ancora: “Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario (celeste) per mezzo del sangue di Gesù… e un sacerdote grande sopra la casa di Dio accostiamoci… (Lettera agli Ebrei, 10, 19-22). In un altra occasione egli parla di cristiani come di un popolo che si è accostato “al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, al Dio giudice di tutti e a Gesù, mediatore della nuova alleanza e al sangue dell’aspersione…” (Lettera agli Ebrei, 12, 22-24). Il “sangue di Gesù” è per il nostro autore un simbolo plastico per indicare i frutti della redenzione, ossia quei beni a cui i cristiani hanno accesso, un accesso che dal contesto di questi passaggi si può intravedere appunto nella Celebrazione eucaristica. […]”
 
*** (Robert Abeynaike, L’essenza della celebrazione eucaristica secondo il Nuovo Testamento – Ultima cena e sacrificio) – Pubblicato in L’Osservatore Romano, 24 luglio 2009.
 
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Novena a San Giovanni Paolo II

Inizio novena a San Giovanni Paolo II

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A te, noi chiediamo aiuto,

Santo Pastore che tanto hai amato, servito e difeso il gregge di Cristo, affinché la nostra fede, per la tua intercessione, sia sempre

rafforzata, il nostro amore per Gesù sia reso immacolato dalle infatuazioni e dalle contaminazioni del mondo, e la nostra amicizia con Dio costantemente rinsaldata.

Tu che tanto hai narrato al popolo dei fedeli sulla potenza dello Spirito Santo e del prodigio della sua grazia, testimoniando sino all’ultimo, con l’esempio del tuo dolore, cosa significhi portare la croce con Cristo, fa’ che anche noi, alla luce dello Spirito di liberazione, siamo resi una realtà unica con Cristo, anche attraverso il transito della croce sulle spalle della nostra esistenza.

Concedici di avere in te il medesimo amore per la Madonna, che tutto conosce e consola di ciò che appartiene all’intimità dei nostri giorni. Amen.

Giovanni Paolo II, prega per noi. Amen.

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San Cirillo e la sua lettera a Nestorio sulla divinità di Cristo e sulla vera maternità di Maria ***

San Cirillo e la sua lettera a Nestorio sulla divinità di Cristo e sulla vera maternità di Maria ***

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“Così si può affermare che, pur sussistendo prima dei secoli, ed essendo stato generato dal Padre, Egli è stato generato anche secondo la carne da una donna; ma ciò non significa che la sua divina natura abbia avuto inizio nella santa Vergine, né che essa avesse bisogno di una seconda nascita dopo quella del Padre (sarebbe infatti senza motivo, oltre che sciocco, dire che colui che esisteva prima di tutti i secoli, e che è coeterno al Padre, abbia bisogno di una seconda generazione per esistere); ma poiché per noi e per la nostra salvezza, ha assunto l’umana natura in unità di persona, ed è nato da una donna, così si dice che è nato secondo la carne. Non dobbiamo pensare, infatti, che prima sia stato generato un uomo qualsiasi dalla santa Vergine, e che poi sia disceso in lui il Verbo: ma che, invece, unica realtà fin dal seno della madre, sia nato secondo la carne, accettando la nascita della propria carne.

Così, diciamo che egli ha sofferto ed è risuscitato, non che il Verbo di Dio ha sofferto nella propria natura le percosse, i fori dei chiodi, e le altre ferite (la divinità, infatti non può soffrire, perché senza corpo); ma poiché queste cose le ha sopportate il corpo che era divenuto suo, si dice che egli abbia sofferto per noi: colui, infatti, che non poteva soffrire, era nel corpo che soffriva. Allo stesso modo spieghiamo la sua morte. Certo, il Verbo di Dio, secondo la sua natura, è immortale, incorruttibile, vita, datore di vita; ma, di nuovo, poiché il corpo da lui assunto, per grazia di Dio, come dice Paolo, ha gustato la morte per ciascuno di noi, si dice che egli abbia sofferto la morte per noi. Non che egli abbia provato la morte per quanto riguarda la sua natura (sarebbe stoltezza dire o pensare ciò), ma perché, come ho detto poco fa, la sua carne ha gustato la morte. Così pure, risorto il suo corpo, parliamo di resurrezione del Verbo; non perché sia stato soggetto alla corruzione – non sia mai detto – ma perché è risuscitato il suo corpo […]”.

 

Allo stesso modo, confesseremo un solo Cristo un solo Signore; non adoreremo l’uomo e il Verbo insieme, col pericolo di introdurre una parvenza di divisione dicendo ‘insieme’, ma adoriamo un unico e medesimo Cristo, perché il suo corpo non è estraneo al Verbo, quel corpo con cui siede vicino al Padre; e non sono certo due Figli a sedere col Padre ma uno, con la propria carne, nella sua unità. Se noi rigettiamo l’unità di persona, perché impossibile o indegna (del Verbo), arriviamo a dire che vi sono due Figli: è necessario, infatti definire bene ogni cosa, e dire da una parte che l’uomo è stato onorato col titolo di figlio (di Dio), e che, d’altra parte il Verbo di Dio ha il nome e la realtà della filiazione. Non dobbiamo perciò dividere in due figli l’unico Signore Gesù Cristo. E ciò non gioverebbe in alcun modo alla fede ancorché alcuni parlino di unione delle persone: poiché non dice la Scrittura che il Verbo di Dio sì è unita la persona di un uomo ma che si fece carne. Ora, che il Verbo si sia fatto carne non è altro se non che è divenuto partecipe, come noi, della carne e del sangue: fece proprio il nostro corpo, e fu generato come un uomo da una donna, senza perdere la sua divinità o l’essere nato dal Padre, ma rimanendo, anche nell’assunzione della carne, quello che era”.

(SECONDA LETTERA DI CIRILLO A NESTORIO)

 

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Anche Barabba si chiamava di nome “Gesù”?

Anche Barabba si chiamava di nome “Gesù”?

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Alcuni manoscritti (copie del Nuovo Testamento) riportano, accanto al nome di Barabba in Mt 27,20-21, il nome di “Gesù”, come se cioè il famoso delinquente, rilasciato da Pilato al posto di Gesù Cristo, si chiamasse a sua volta, con primo nome, Gesù.

Le Bibbie contemporanee omettono questo nome vicino a Barabba, tuttavia è un dato oggettivo che alcuni manoscritti lo presentano chiaramente. Il fatto, tuttavia, pesa contro la verità, e non solo testuale, ma anche teologica. Sappiamo dagli studi testuali che quando vi è una differenza fra dei manoscritti, di natura testuale, si dà privilegio alla lezione più difficile se questa va contro il pensiero del copista. Qui ciò avviene palesemente. Quale copista, infatti, avrebbe “sponte sua” chiamato “Barabba” con il nome di “Gesù”, se non lo avesse fatto lo stesso Evangelista per primo?

Ovviamente sono ipotesi, ma oggettive e documentate. Se poi pensiamo alla scena di Pilato che chiede ai Giudei “chi dei due condannati” vogliano sia salvato, se “Gesù il Cristo” o “Barabba” (che significa “figlio del padre”), allora l’accostamento del nome di Gesù – possibile – da parte di Matteo, andrebbe teologicamente a crea re un contesto teologico molto significativo: “Gesù il Cristo”, oppure (scimmiottatura diabolica) “Gesù, ‘figlio del padre’ -“?

Amen

 

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Critica testuale – Una normativa interna al testo

R. Dupont-Roc, Il metodo della critica testuale, in D. Marguerat (a cura di), Introduzione al Nuovo Testamento, Claudiana, Torino 2004, pp. 524-529
Un certo numero di principi o di regole pratiche servono spesso come criteri; bisogna utilizzarli con prudenza e destrezza, poiché in questi campi non c’è una regola assoluta:
– lectio brevior: la lezione più breve è la più probabile; gli scribi hanno sempre avuto la tendenza a precisare, a spiegare per facilitare la lettura;
– lectio difficilior: per la stessa ragione, la lezione più difficile è la più probabile; si corregge un testo per renderlo più accessibile e non per renderlo oscuro!
– lectio difformis: nei passi paralleli dei vangeli, sarà preferita una versione differente poiché sfugge alla tendenza generale all’uniformazione;
– lectio quae alias explicat: infine, bisogna sempre preferire la lezione che ­spiega le altre e che può essere indicata come «variante-fonte». Tischendorf riteneva che fosse «la prima tra tutte le regole»; ingloba tutte le altre e deve essere considerata come il criterio essenziale per stabilire il testo. L. Vaganay la chiamava, con spirito, il «filo d’Arianna» del testualista.
Mostreremo con qualche esempio che queste regole restano sempre indicative, e che il testualista entra in dialogo con la critica letteraria, tenendo conto del contesto vicino, del vocabolario e dello stile propri di un autore, e a volte anche del progetto letterario e teologico di un’opera.

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Arcangeli, ma anche Serafini: Michele, Gabriele e Raffaele

Arcangeli, ma anche Serafini: Michele, Gabriele e Raffaele

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La gran bella ricorrenza di oggi dei tre santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (nella Chiesa orientale gli arcangeli sono sette), deve lasciarci riflettere e al contempo contemplare alcuni misteri di queste figure bibliche, che tuttavia la teologia nel tempo ha razionalizzato molto, con ulteriori conoscenze su di essi. Tutti ad esempio ricordiamo Michele come il “principe della milizia celeste”: tuttavia, se si considera in modo equivoco il titolo di “arcangelo” a lui (giustamente, cf. Lettera di Giuda) attribuito, non si capisce come possa essere davvero a capo dei cori angelici unicamente con questo titolo. Infatti, come sappiamo dallo Pseudo Dionigi – teologo del V secolo – e dalla sua opera “La gerarchia celeste”, una cosa sono i “Serafini” (lett. “I brucianti”), e un’altra, molte classi più giù, gli “arcangeli”. Si capisce come se Michele fosse “solo” un arcangelo, non potrebbe comandare le gerarchie celesti, essendo i Serafini (cf. Isaia 6,1-3) i più vicini a Dio. Ciò implica che oltre che “arcangelo”, Michele e gli altri due siano anche dei Serafini per essenza. Inoltre, vi è un ulteriore grande mistero. Nella storia dei mistici cattolici, ad esempio, alcuni hanno visto per rivelazione privata il loro “angelo custode” (gli “angeli” sono l’ultima classe della gerarchia celeste), e alcuni hanno scoperto, come ad esempio Natuzza Evolo, che il loro angelo custode fosse proprio san Michele Arcangelo. La classificazione dello Pseudo-Dionigi – validissima al punto da influenzare tutta l’angelologia medievale – è di certo importante, ma non deve essere equivocata, né assolutizzata. Michele comanda, ma come Serafino, non come “arcangelo”. Lo stesso Lucifero, evocato in Isaia 14, apparteneva alla medesima classe angelica.

Lo studio dell’angelologia deve così fondersi intensamente con la preghiera: mai utilizzare in modo equivoco gli attributi angelici e mai al di fuori dell’economia biblica, cioè di ciò che la Bibbia dice sugli angeli tutti (in verità ne cita pochissimi, per nome, di buoni e cattivi, ma spessissimo il termine “angelo” in se stesso). La preghiera a questi grandi “inviati” e “ministri” celesti del divino consiglio è fondamentale per non essere soli sia da un punto di vista esistenziale, sia teologico che spirituale. L’Apocalisse evoca per nome, ad esempio, san Michele, ma è soltanto la preghiera, unita alla conoscenza esegetica e teologica, che fa luce sul senso di quella misteriosa battaglia avvenuta in cielo, antecedente alla creazione dell’uomo e che vide sconfitto “il superiore” (Satana), dall’inferiore per natura (Michele). Ciò illumina sull’importanza dell’umiltà, della piena adesione a Dio nella battaglia contro chi a Dio si ribella, sia esso di natura spirituale (i demoni) sia di natura umana (gli uomini mossi dai demoni). Amen

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Con Cenacolo 24h

Tel. 3405892741

 

Sulla storicità di Adamo, contro una visione solo “tipologica”

O batismo e os caminhos de conversão demonstram o legado de São João  Batista – Diocese de Santo André

 

 

Se Adamo fosse davvero un “nome collettivo”, una “tipizzazione” dell’uomo in senso universale – come insegnano alcuni esegeti – dovrebbe essere tale anche Gesù Cristo, il “nuovo Adamo”: non un uomo storico e singolare, cioè “quell’uomo Gesù di Nazaret”, ma un “tipo”, una pura figura rappresentativa, ossia una cosa inaudita. La fissazione sulla lettera testuale biblica rischia di compromettere molto il senso salvifico sincronico della stessa Scrittura. Dio parla sempre a un “tu”, e in Adamo questo “tu”, non può essere accomiatato unicamente in un “noi” tipologico dell’umanità di ogni tempo, poiché così si viola la specificità, la singolarità e l’unicità di quel “tu” che è Adamo, che è Eva, che è Cristo, che è la Madonna e così ogni biblico testimone della salvezza di Cristo (un ragionamento di questo tipo, infatti, alcuni esegeti l’hanno fatto anche per il Discepolo Amato, assunto unicamente quale “simbolo” della Chiesa, non come uomo storico, Giovanni Apostolo).

Noi la pensiamo così.

Amen

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Tel. 3405892741

Piazza del Monastero 3 – Torino

 

 

Pio XII, la Regina e la corredentrice

Parlando di Maria Regina, è lo stesso Papa Pio XII ad intendere il concetto di “Corredentrice”. Dunque perché tanta disattesa sulla proclamazione del dogma? Leggiamo cosa scrive Pio XII ***
 
The Clerics Regular Minor and the Immaculate Heart of Mary – Adorno Fathers
 
 
“[…] l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità.
[…] Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. […]
Si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione», per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»; se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo. […]”
Amen
*** (Pio XII, Lett. Enc. AD CAELI REGINAM, n. 3)

 

Sant’Agostino e la continenza della carne, della bocca e del cuore***

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Sant’Agostino e la continenza della carne, della bocca e del cuore***

La continenza che ci attendiamo dal Signore non è necessaria soltanto per frenare le passioni carnali propriamente dette. Lo dimostra il salmo, là dove cantiamo: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – quella della continenza – sulle mie labbra (Cf. Sal 140,3). Da questa testimonianza del libro divino, se prendiamo la parola bocca nel senso esatto in cui occorre intenderla, ci convinceremo qual grande dono di Dio sia la continenza della bocca. […] C’è nel nostro interno un’altra bocca, quella del cuore; ed è qui che desiderava fosse posta dal Signore una guardia e un uscio, quello della continenza, colui che pronunziò le parole del salmo e le scrisse perché le ripetessimo. Ci sono infatti molte parole che non pronunziamo con la bocca ma gridiamo con il cuore. E viceversa non ci sono parole che noi pronunziamo con la voce attraverso la bocca, se il cuore non ce le detta. […] Con le parole: Poni, Signore, una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra voleva intendere la bocca interiore del cuore. Lo indica assai chiaramente quel che soggiunge subito appresso: Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne (Sal 140,3-4). Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. […] Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza. […]”

(S. Agostino, La continenza)

Testi disponibili in sede

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La storia dei santi ANDREA KIM TAE-GÔN, (Presbitero), PAOLO CHÔNG HA-SANG, e compagni martiri

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Non tutti sanno che la Chiesa coreana è stata fondata inizialmente da un gruppo di laici, verso la fine del 1700. Essa derivò dalla trasmissione, in quella terra, dell’insegnamento del gesuita missionario Matteo Ricci, la cui conoscenza fu introdotta in Corea da alcuni coraggiosi sacerdoti cinesi che ivi si recavano saltuariamente in missione. Alcuni laici, quindi, fondarono la prima comunità cristiana in Corea. In poco tempo fu necessario, per quella comunità, l’invio di un sacerdote dalla Cina, cosa che avvenne quando in Corea fu inviato il sacerdote Chu-mun-mo. Questa bella fioritura della fede cristiana, che divenne ora anche una vera pratica liturgica, fu immediatamente combattuta dal governo coreano, che uccise il suddetto sacerdote. Era stato infatti posto un decreto che vietava la pratica cristiana in Corea (1802) e perseguitava tutti coloro che si dichiaravano di Cristo. Anche i due sacerdoti e il vescovo che – questa volta da Parigi – vennero in Corea dopo il martirio di Chu-mun-mo, vennero uccisi. La Corea diveniva terra di sangue per la fede cristiana.

Il martire Andrea Kim Taegon si forma in questo contesto di persecuzione. Suo padre, a soli 44 ani, è morto martire. La sua casa è una sede battesimale per molti neofiti coreani. Egli prende la via del sacerdozio, ma a sua volta, nel 1846, viene ucciso.

Dal canto suo, il laico Paolo Chong Hasang è stato un instancabile testimone della fede cristiana in Corea, con metà della sua famiglia uccisa dalle persecuzioni. Di lui si contano una quindicina di viaggi missionari tra Cina e Corea, per favorire l’ingresso di sacerdoti e vescovi. Venne per questo ucciso martire il 22 settembre 1839.

Amen

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San Roberto Bellarmino – Dottore della Chiesa

San Roberto Bellarmino – Dottore della Chiesa

Da un’udienza di Benedetto XVI del 23 febbraio 2011

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” […] San Roberto Bellarmino svolse un ruolo importante nella Chiesa degli ultimi decenni del secolo XVI e dei primi del secolo successivo. Le sue Controversiae costituirono un punto di riferimento, ancora valido, per l’ecclesiologia cattolica sulle questioni circa la Rivelazione, la natura della Chiesa, i Sacramenti e l’antropologia teologica. In esse appare accentuato l’aspetto istituzionale della Chiesa, a motivo degli errori che allora circolavano su tali questioni. Tuttavia Bellarmino chiarì anche gli aspetti invisibili della Chiesa come Corpo Mistico e li illustrò con l’analogia del corpo e dell’anima, al fine di descrivere il rapporto tra le ricchezze interiori della Chiesa e gli aspetti esteriori che la rendono percepibile. In questa monumentale opera, che tenta di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, egli evita ogni taglio polemico e aggressivo nei confronti delle idee della Riforma, ma utilizzando gli argomenti della ragione e della Tradizione della Chiesa, illustra in modo chiaro ed efficace la dottrina cattolica.

San Bellarmino offre così un modello di preghiera, anima di ogni attività: una preghiera che ascolta la Parola del Signore, che è appagata nel contemplarne la grandezza, che non si ripiega su se stessa, ma è lieta di abbandonarsi a Dio. Un segno distintivo della spiritualità del Bellarmino è la percezione viva e personale dell’immensa bontà di Dio, per cui il nostro Santo si sentiva veramente figlio amato da Dio ed era fonte di grande gioia il raccogliersi, con serenità e semplicità, in preghiera, in contemplazione di Dio. Nel suo libro De ascensione mentis in Deum – Elevazione della mente a Dio – composto sullo schema dell’Itinerarium di san Bonaventura, esclama: «O anima, il tuo esemplare è Dio, bellezza infinita, luce senza ombre, splendore che supera quello della luna e del sole. Alza gli occhi a Dio nel quale si trovano gli archetipi di tutte le cose, e dal quale, come da una fonte di infinita fecondità, deriva questa varietà quasi infinita delle cose. Pertanto devi concludere: chi trova Dio trova ogni cosa, chi perde Dio perde ogni cosa». […]”

(Benedetto XVI, Udienza, 23 febbraio 2011)

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Beata Vergine Maria Addolorata – Il testo italiano dello “Stabat Mater” ***

Beata Vergine Maria Addolorata – Il testo italiano dello “Stabat Mater” ***

Change Your Life with the Seven Sorrows of Our Lady | The Divine Mercy

La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
su cui pendeva il Figlio.
E il suo animo gemente,
contristato e dolente
era trafitto da una spada.
Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!
Come si rattristava, si doleva
la Pia Madre vedendo
le pene del celebre Figlio!
Chi non piangerebbe
al vedere la Madre di Cristo
in tanto supplizio?
Chi non si rattristerebbe
al contemplare la pia Madre
dolente accanto al Figlio?
A causa dei peccati del suo popolo
Ella vide Gesù nei tormenti,
sottoposto ai flagelli.
Vide il suo dolce Figlio
che moriva, abbandonato da tutti,
mentre esalava lo spirito.
Oh, Madre, fonte d’amore,
fammi provare lo stesso dolore
perché possa piangere con te.
Fa’ che il mio cuore arda
nell’amare Cristo Dio
per fare cosa a lui gradita.
Santa Madre, fai questo:
imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso
fortemente nel mio cuore.
Del tuo figlio ferito
che si è degnato di patire per me,
dividi con me le pene.
Fammi piangere intensamente con te,
condividendo il dolore del Crocifisso,
finché io vivrò.
Accanto alla Croce desidero stare con te,
in tua compagnia,
nel compianto.
O Vergine gloriosa fra le vergini
non essere aspra con me,
fammi piangere con te.
Fa’ che io porti la morte di Cristo,
avere parte alla sua passione
e ricordarmi delle sue piaghe.
Fa’ che sia ferito delle sue ferite,
che mi inebri con la Croce
e del sangue del tuo Figlio.
Che io non sia bruciato dalle fiamme,
che io sia, o Vergine, da te difeso
nel giorno del giudizio.
Fa’ che io sia protetto dalla Croce,
che io sia fortificato dalla morte di Cristo,
consolato dalla grazia.
E quando il mio corpo morirà
fa’ che all’anima sia data
la gloria del Paradiso.
Amen.

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All’Arcangelo Raffaele – di F. G. Silletta

All’Arcangelo Raffaele – di F. G. Silletta ***

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Noi ti invochiamo, arcangelo Raffaele,

che per la volontà del nostro Dio,

ne contempli il volto e perseveri al suo servizio,

quale messaggero obbediente della sua grazia

e potenza istantanea della sua guarigione per noi.

Tu che intuisci i divini disegni

e ne attui al suo comando la realizzazione,

intercedi perché la bellezza della divina salvezza

discenda su di noi nella forma storica

della salute del corpo e dello spirito,

della purezza interiore e di quella luce

che dona pace a tutta la nostra persona.

Vieni in nostro aiuto, per infondere benedizione,

liberazione e guarigione sulle piaghe della nostra vita,

affinché resi sani, forti e purificati

dalle sataniche malizie,

accettiamo con gioia la nostra chiamata alla santità,

nel dominio di noi stessi,

nel superamento delle tribolazioni

e nella vittoria sul male.

Amen

*** Dal libro in 4 volumi – “Liberaci dal male” –

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AUTORE, TEMPO DI COMPOSIZIONE E VERITÀ STORICA DEL LIBRO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

Stupendo documento tutto da legge e della Pontificia Commissione Biblica sulla verità storica e letteraria degli Atti degli Apostoli, redatto in maniera di domanda e risposta (fonte: vatican.va):
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PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA – AUTORE, TEMPO DI COMPOSIZIONE – E VERITÀ STORICA DEL LIBRO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI:

Ai seguenti dubbi presentati, la Pontificia Commissione Biblica ha deciso di rispondere come segue:

  1. Tenendo conto in primo luogo della tradizione della Chiesa universale, che risale fin dai primi scrittori ecclesiastici ed essendo attenti ai caratteri interni al libro degli Atti, sia considerato in sé, sia nella sua relazione con il terzo Vangelo, soprattutto in ciò che concerne l’affinità e la mutua connessione di entrambi i prologhi (Luc. 1,14; Act. 1,1-2), si deve tenere per certo che il libro che ha per titolo Atti degli Apostoli, ha per autore l’evangelista Luca?

Risposta: Sì.

  1. Per ragioni critiche, desunte sia dalla lingua e dallo stile, sia dal modo di narrare, sia dall’unità di scopo e di dottrina, si può dimostrare che il libro degli Atti degli Apostoli deve essere attribuito ad un solo autore e che, di conseguenza è priva di ogni fondamento l’opinione di scrittori recenti che ritiene che Luca non sia l’unico autore del libro, bensì siano da ammettersi diversi autori per lo stesso libro?

Risposta: Sì per entrambe le parti.

III. In particolare, quelle importanti pericopi degli Atti in cui, interrotto l’uso della terza persona, si introduce la prima plurale (Wirstücke), indeboliscono l’unità di composizione e l’autenticità, o piuttosto si deve dire che, considerate da un punto di vista storico e filologico, confermano tale unità?

Risposta: No per la prima parte, Sì per la seconda.

  1. Per il fatto che lo stesso libro si chiuda bruscamente appena dopo aver fatto menzione dei due anni della prigionia romana di Paolo, si può dedurre che l’autore abbia scritto un altro volume ora perduto, o che avesse avuto l’intenzione di scriverlo, e, di conseguenza, si può differire la data di composizione del libro degli Atti molto tempo dopo tale prigionia, o piuttosto si deve ritenere con diritto e ragione che Luca ha terminato il libro verso la fine della prima prigionia romana dell’Apostolo Paolo?

Risposta: No per la prima parte, Sì per la seconda.

  1. Se si considerano ad un tempo sia le frequenti e facili relazioni che senza dubbio Luca aveva con i primi e principali fondatori della Chiesa Palestinese e con Paolo, l’Apostolo delle genti, del quale fu aiutante nella predicazione evangelica e compagno nei viaggi, sia la solita sua abilità e diligenza nella ricerca dei testimoni e nell’osservazione dei fatti con i suoi occhi, sia finalmente l’accordo, per la maggior parte evidente e ammirevole, del libro degli Atti con le stesse lettere di Paolo e con i documenti storici più veridici, si deve tenere per certo che Luca abbia avuto fra le mani fonti assolutamente degne di fede e che se ne sia servito in modo accurato, esatto e fedele, in modo da rivendicare con diritto una piena autorità storica?

Risposta: Sì.

  1. Le difficoltà che qua e là di solito si oppongono, generate sia da fatti soprannaturali narrati da Luca; sia dal modo di esporre alcuni discorsi, i quali, essendo riassunti, si considerano inventati e adattati alle circostanze; sia da alcuni passi, almeno apparentemente discordanti dalla storia profana o biblica; sia infine da alcune narrazioni che sembrano essere in contraddizione sia con lo stesso autore degli Atti, sia con altri autori sacri, sono forse tali da mettere in dubbio, o almeno in qualche modo da diminuire l’autorità storica degli Atti?

Risposta: No.

Città del Vaticano, 12 giugno 1913

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Novena a Sant’Agostino

Inizio Novena a Sant’Agostino (Festa il 28 agosto) – Il testo da recitare per nove giorni – Preghiamo l’intercessione di una delle menti cattoliche più significative di ogni tempo, oltre che di un vescovo e sacerdote tra i più grandi della storia cristiana:

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  1. Per quella vivissima consolazione che voi, o glorioso s. Agostino, arrecaste a s. Monica, vostra madre, e a tutta quanta la Chiesa, allorquando, animato dall’esempio del romano Vittorino o dai discorsi ora pubblici, ora privati, del gran Vescovo di Milano, s. Ambrogio, e di s. Simpliciano e di Alipio, risolveste finalmente di convertirvi, ottenete a noi tutti la grazia di approfittare continuamente degli esempi e dei consigli dei virtuosi, onde arrecare al cielo tanto di gioia con la nostra vita avvenire, quanto di tristezza gli abbiamo cagionato con tanti mancamenti nella nostra vita, passata.

Gloria al Padre

  1. Per quella fervorosa riconoscenza onde, appena convertito, vi deste a studiare la divina legge tanto da noi violata, e ad eccitare negli altri l’amore e la stima con gli ammirabili trattati dell’Anima, della Provvidenza o della Vita felice; quindi appena rigenerato alla grazia per mezzo del santo battesimo, intuonaste unitamente a s. Ambrogio un inno affatto nuovo, il quale non respira che la fede la più viva, o la carità la più ardente, ottenete a noi tutti la grazia di essere sempre riconoscenti a tutti i favori del cielo, onde impegnare l’Altissimo a diffonderne sopra di noi una copia sempre maggiore.

Gloria al Padre

III. Per quell’ardentissimo zelo onde in tutto il tempo di vostra vita vi applicaste a confutare e a convertire ogni sorta di eretici e specialmente i Manichei, ch’erano stati i maestri ed i complici delle vostre giovanili licenze, ottenete a noi tutti la grazia di procurare con ogni sforzo la conversione dei cattivi, e il miglioramento dei buoni, per così riparare gli scandali che potessimo aver dati con il nostro viver poco conforme alla fede santissima che professiamo.

Gloria al Padre

  1. Per quell’umiltà profondissima onde voi, o glorioso s. Agostino, vi reputaste sempre indegno, non solo d’ogni ecclesiastica dignità, ma ancora della sacerdotale ordinazione; e per quella fedeltà inalterabile, con cui, ordinato, vostro malgrado, dal santo vescovo Valerio, disimpegnaste tutti gli uffici a voi affidati di predicatore, di vicario, e osservaste tutto le regole del nuovo Ordine monastico da voi istituito, ottenete a noi tutti la grazia di riputarci sempre immeritevoli di qualunque carica, di qualunque distinzione, e di adempiere sempre esattamente tutti gli obblighi del nostro stato.

Gloria al Padre

  1. Per quell’abbondanza di lumi soprannaturali, dei quali foste arricchito, o glorioso s. Agostino, per cui diveniste il flagello più terribile di tutti i nemici del Cristianesimo, il maestro di tutti i sapienti, l’anima di tutti i Concili, l’oracolo di tutta la Chiesa, fino ad essere da S. Paolino chiamato il Sole della terra, o da Sulpizio un’ape industriosa che mentre nutrisce con il suo miele tutti i fedeli, uccide col suo pungiglione tutti gli eretici, ottenete a noi tutti la grazia di impiegare sempre le nostre forze corporali o spirituali a sostenere o difendere la verità della fede, e procurar sempre maggiore la dilatazione e la gloria della comun madre la Chiesa.

Gloria al Padre

  1. Per quella custodia singolare che voi aveste, o glorioso s. Agostino, della vostra purità e dell’altrui reputazione, per cui, dopo la vostra conversione, non soffriste mai la compagnia di persone mormoratrici, ottenete a noi tutti la grazia di odiare e di fuggire tutto quello che potesse contaminare anche leggermente la nostra coscienza o l’altrui fama.

Gloria al Padre

VII. Per quell’ammirabile sollecitudine con cui voi, o glorioso s. Agostino, rivedeste nella vostra vecchiaia tutte quante le vostre opere e ritrattaste in apposito libro tutte le sentenze che vi sembravano meno esatte, o per quella vivissima carità, onde nell’assedio che desolava la vostra carissima Ippona, domandaste al Signore la grazia d’essere, come il divino pastore, sacrificato per la salute delle proprio pecore, ottenete a noi tutti la grazia di emendare con prontezza ogni errore, di sopportar con rassegnazione tutte le avversità della terra, e d’esser sempre disposti a perdere anche la vita per il bene dei nostri fratelli, onde partecipare con voi all’eterna beatitudine del paradiso.

Gloria al Padre

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino –

 

 

L’importante testo di Gs 24,14-29

The Bible Journey | Joshua conquers the Southern Cities

Il testo di Giosuè, 24,14-29 è molto importante e meriterebbe di essere meditato a lungo anche da noi cristiani di oggi. Molte cose, infatti, vengono rivelate in questo testo e si possono cogliere solo con una continua rilettura e preghiera nello Spirito – Il Testo:

In quei giorni, Giosuè disse al popolo: «Ora, dunque, temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà. Eliminate gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume e in Egitto e servite il Signore. Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore».

Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano la terra. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».

Giosuè disse al popolo: «Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà». Il popolo rispose a Giosuè: «No! Noi serviremo il Signore».

Giosuè disse allora al popolo: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelti il Signore per servirlo!». Risposero: «Siamo testimoni!».

«Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele!».

Il popolo rispose a Giosuè: «Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!». Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. Scrisse queste parole nel libro della legge di Dio. Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore. Infine, Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio». Poi Giosuè congedò il popolo, ciascuno alla sua eredità.

Dopo questi fatti, Giosuè figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni.

Amen

 

 

Rimanete nel mio amore – Meditazione serale alla Casa di Miriam del 13 agosto 2021

Questa sera dalle 21,30: Meditazione serale alla Casa di Miriam – Presto un libro/raccolta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Segue S. Rosario e preghiera per la guarigione allo Spirito Santo:

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Signore Gesù Cristo,

che ci hai esortati a rimanere nel tuo amore, perché in te davvero non si percepisce altra necessità che lo stato attuale del permanere in te, eccoci che questa sera ci uniamo a te, con queste persone qui presenti, per rendere gloria al tuo nome, per ricevere luce e consolazione per la vita eterna. Noi ti seguiamo, Signore, secondo la via che tu tracci per noi e che nello Spirito ci indichi di seguire, affinché non urti contro lo scoglio del peccato il nostro piede e noi non perdiamo l’orientamento fra le tenebre di questo mondo. Questa strada che ci indichi è la stessa strada che tu hai percorso al tempo della tua incarnazione nella storia, è la strada che conduce alla croce, intravedendo già la risurrezione al di là della sua significazione terrena. Noi andiamo dunque con te verso la croce, portando la croce, sapendo che tu sei stato crocifisso prima di noi e che non occorre per un discepolo essere più del suo Maestro. Per questo noi siamo qui, ora, a ringraziarti per questo cammino che ci indichi, affinché la croce non ci metta paura, qualunque sia la natura che tu disponi per noi, sapendo che ci sei tu, Verità infinita, Onnipotente Dio, accanto a noi nel portarla. Noi ci fidiamo di te, Signore Gesù, e non abbiamo dubbi che qualsiasi cosa tu disponga per la nostra vita, qualsiasi cosa tu permetta o lasci che avvenga, abbia un senso che tu solo conosci, ed un senso in ultima istanza per il nostro bene e per quello dei nostri fratelli. Ora dunque ti preghiamo senza pensare in alcun modo al nostro vantaggio materiale, alle nostre umane aspirazioni, ai beni di questo mondo, a tutto ciò che quanto più pensato, può legare il nostro cuore e costernare il nostro spirito, allontanandolo dalla tua Verità. Nulla ci interessa di diverso da questo, Signore Gesù: la Verità. Ma noi sappiamo che la verità non è un’esposizione filosofica, non un tracciato matematico o un’esperienza scientifica, ma sei Tu, persona vivente, Dio, Figlio incarnato, venuto per noi affinché ti conoscessimo e, per tuo mezzo, conoscessimo l’amore del Padre, per amare Te e Lui come conviene, nello Spirito Santo, a quanti in Te vengono resi figli di Dio. Siamo tuoi, Gesù.Rimaniamo in te. Non vogliamo che questo “essere” tuoi sia tuttavia un’esperienza temporanea, transitoria, passeggera, destinata a lasciare il posto ad altre esperienze. No. Noi vogliamo permanere in te, essere totalmente e sempre in te e con te, e professare sempre e dovunque questa nostra essenza, l’essenza cristiana.Mandaci il tuo Spirito, allora, Signore nostro, affinché tutto sia spezzato di quanto ostruisce questo percorso, affinché tutto sia lavato di ciò che rende impura questa aspirazione, affinché tutto sia cancellato di quanto, del nostro agito, la contraddice e la deturpa. Sappiamo e crediamo che nulla ti è impossibile, mai. Tu ci chiami, adesso, e noi siamo qui per te. Ascolta dunque la nostra preghiera e lascia che possiamo,nella tua Parola, trovare consolazione e pace. Amen

Meditazioni serali alla Casa di Miriam – Presto un libro/raccolta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero 3 Torino – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sichem, città dell’antico Israele dal grande valore biblico

Sichem, città dell’antico Israele dal grande valore biblico
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Questa città antica, viene menzionata nella Sacra Scrittura soprattutto in riferimento ai grandi patriarchi e ai grandi personaggi pre-esodiani e immediatamente post-esodiani (Giosuè, ecc.). Di significativo questa città conosce, per esempio, la sepoltura in loco di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Nella Genesi (12,6) si menziona il viaggio di Abramo, di sua moglie Sara, di Lot e di tutti gli altri carovanieri, i quali sostarono appunto a Sichem, presso la Quercia di More, dove abitavano i “Cananei”. Nella stessa Sichem è detto, sempre nella Genesi, che anche Giacobbe per un tempo si accampò (Gen 33,18). Ma è soprattutto la grande adunanza istituita da Giosuè per volere divino e raccontata in Giosuè 24, a rendere famosa questa località al lettore anticotestamentario. Ivi infatti, avvenuto l’Esodo dall’Egitto, gli Israeliti professarono la loro adesione alla volontà divina e alle disposizioni di Dio nei loro riguardi relativamente al loro assestamento nella terra promessa. Questa stessa città, posta a oltre 60 km da Gerusalemme, divenne capitale del Regno d’Israele al tempo della sua divisione da Giuda e può corrispondere, verosimilmente, alla città di Sicar (nome aramaico), nella quale, come è scritto in Gv 4,6: “Gesù giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio”.

Della città di Sichem rimangono oggi dei resti archeologici molto importanti. Dopo la caduta israelitica del 70 d.C. ad opera dei Romani, in loco venne fondata la città di Flavia Neapolis, l’odierna Nablus.

L’esistenza storica della città di Sichem, fra le varie testimonianze, è provata anche dalle cosiddette “Lettere di El-Amarna”,luogo residenziale del faraone Amenofi IV, nel contesto delle quali (erano lettere di rapporti “internazionali” del faraone), la città compare menzionata ben 14 volte.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

 

Meditazione serale alla Casa di Miriam del 12 agosto 2021

Meditazione serale alla Casa di Miriam del 12 agosto 2021 – Ore 21,30 – Segue S. Rosario e preghiera per la guarigione – Presto un libro/raccolta in pubblicazione:

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Signore Gesù, ora vogliamo fermare ogni nostra attività e porci alla tua presenza, affinché tu sia presente fra noi e disponibile ad ascoltarci. Non ci interessa nulla di ciò che eventualmente abbiamo lasciato di incompiuto dei nostri lavori, o degli appuntamenti o possibilità che questa sera potrebbe offrirci. A noi interessi tu, in modo primaziale ed assoluto. Ci interessa parlare con te, contemplarti nel nostro spirito, avvertire quanto sia grande il tuo amore quando qualcuno ti chiama, ti invita a partecipare intensamente della propria esistenza. Tu sei il Signore dell’esistenza. Tu ce la doni, tu la richiami, tu la disponi, tu operi in noi e per mezzo nostro. Ora, dunque, lascia che possiamo lodarti e benedire il tuo nome, ringraziandoti per tutto ciò che ci hai donato quest’oggi e sino a questo giorno della nostra vita. La tua pazienza, che ha saputo attenderci nelle nostre cadute, nelle nostre aritmie spirituali, nei nostri dubbi, sia benedetta e lodata. La tua sapienza, che ha prestabilito ogni cosa affinché fossimo redenti da te, per mezzo del tuo sangue, ed ora potessimo renderti grazie in questa preghiera, sia benedetta e lodata. Il tuo nome, sia lodato, Signore Gesù. Perché non abbiamo altro Signore all’infuori di te, sempre buono e generoso con chi ti cerca, sempre mite e disponibile al perdono con chi te lo domanda, sempre sollecito a sovvenire i nostri bisogni e le nostre difficoltà. Lascia che possiamo dedicarti almeno quest’ora, in riparazione di tante nostre ore gettate al vento nella nosta vita, persi dietro ideali inutili, evanescenti e contropoducenti la nosta fomazione umana e cristiana. Lasciaci questa ora, questa santa ora di preghiera nella quale deporre tutto, della nostra giornata e della nostra intera esistenza, ai piedi della tua croce, affinché il tuo sangue purifichi ogni cosa di ciòche non si addice alla nostra vocazione, di ciò che  è stato macchiato dai nostri peccati, dalla nostra superbia e dal nostro orgoglio. Lascia che possiamo venire a te, per trovare conforto e consolazione, rifugio e speranza, perché nulla ci spaventi della vita, nulla ponga ostruzione alla nostra fede in te, Signore di ogni cosa, Redentore nostro, nostra attesa Dimora nel Cielo. Ascolta dunque la nostra preghiera, che tu stesso ispiri al nostro cuore, affinché questa sera – qualunque sia la natura del domani – possiamo porre un intenso sigillo nel tuo cuore come tuoi amici, appartenenti a te, fissi in te e per questo santificati da te, protetti da te, benedetti da te. Ti ringraziamo, Gesù, perché sei il nostro Salvatore. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

L’importanza del nostro “Amen”

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Quando alla fine delle preghiere o durante la Santa Messa siamo chiamati a professare il nostro “Amen”, dobbiamo farlo con piena partecipazione, mai per abitudine o con disattenzione spirituale. In quella parola, infatti – che spesso e ripetutamente Gesù stesso utilizza ad introduzione di alcuni suoi discorsi (es. “In verità, in verità vi dico…”), è contenuta la nostra certezza, la solidità della nostra fede, la nostra piena e certa adesione di verità a quanto precedentemente professato nella liturgia o nella preghiera personale.

“Amen” diventa così un termine tutt’altro che rituale della nostra fede, ma specifico, singolare e determinante. Amen: solidità! Amen: certezza! Amen: verità! Amen: sia davvero così! Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Il 2° e il 3° anatema del 2° Concilio di Costantinopoli

Il secondo e il terzo “Anatema” del Secondo Concilio di Costantinopoli (anno 553), mettono particolarmente l’enfasi sulla vera natura umano-divina di Gesù Cristo, sull’unicità della sua Persona, sulla sua eterna filiazione divina, sulla perpetua verginità di Maria. Leggiamo i testi di questi due anatemi:
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  1. Se qualcuno non confessa che due sono le nascite del Verbo di Dio, una prima dei secoli dal Padre, fuori dal tempo e incorporale, l’altra in questi nostri ultimi tempi (13), quando egli è disceso dai cieli, s’è incarnato nella santa e gloriosa madre di Dio e sempre vergine Maria, ed è nato da essa, sia anatema.

III. Se qualcuno afferma che il Verbo di Dio che opera miracoli non è lo stesso Cristo che ha sofferto, o anche che il Dio Verbo si è unito col Cristo nato dalla donna, o che egli è in lui come uno in un altro; e non confessa invece, un solo e medesimo signore nostro Gesù Cristo, Verbo di Dio, che si è incarnato e fatto uomo, al quale appartengono sia le meraviglie che le sofferenze che volontariamente ha sopportato nella sua carne, costui sia anatema.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

S. Agostino sull’utilità del credere

Scrive S. Agostino sulla necessità di credere, prima ancora di ragionare sul creduto: ***
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“[…] chi può tollerare che professino di appartenere a Cristo coloro che pretendono che non si creda a nulla fino a che non avranno offerto agli stolti ragioni assolutamente evidenti a proposito di Dio? Al contrario, vediamo che Cristo, secondo quanto insegna quella storia alla quale anch’essi credono, non volle nulla prima e con più forza della fede in Lui, perché quelli con i quali aveva a che fare non erano ancora capaci di comprendere i misteri divini. Quale altro effetto, infatti, provocano così grandi e così numerosi miracoli, quando egli stesso diceva che li compiva soltanto perché si credesse in Lui? Egli guidava gli stolti con la fede, voi li guidate con la ragione. Egli chiamava ad alta voce per essere creduto, voi gridate in segno di opposizione. Egli aveva parole di lode per i credenti, voi li rimproverate. […]

(S. Agostino, L’utilità del credere)

Testi disponibili alla Casa di Miriam – Aperto anche la domenica tutto agosto – Edizioni e Libreria Cattolica – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

“Preghiera a Gesù per imparare ad amarlo” – di Francesco G. Silletta –

“Preghiera a Gesù per imparare ad amarlo” – di Francesco G. Silletta – Dalle “Meditazioni serali alla Casa di Miriam” – presto in un libro/raccolta:

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Noi ti preghiamo, Signore Gesù,
che nel tuo amore senza misura,
ci hai esortati a raccoglierci attorno a te,
di rimanere in te,
di venire a te, con atteggiamento umile,
mite, parsimonioso delle proprie facoltà,
affinché tu stesso ci dia luce, ristoro e consolazione.
Eccoci dunque al tuo cospetto,
dolcissimo Gesù,
perché possiamo beneficiare adesso
di tutto ciò che di terreno ci hai promesso
nell’attesa della grande tua promessa eterna,
la contemplazione del volto divino per sempre.
Ora lascia che in questo piccolo nostro mondo,
il mondo della nostra anima,
dove lo spirito si eleva quale suo maestoso riferimento a te,
possiamo permanere realmente nel tuo amore,
nonostante tutte le nostre miserie,
i nostri impedimenti morali,
le nostre fratture rispetto alla santità
e le nostre cadute.
Siamo tuoi, Gesù,
proprio come coloro per i quali,
storicamente, ti sei offerto nell’ultima cena:
noi siamo parte di loro,
come loro sono stati prefigurazione di noi.
Vogliamo amarti Gesù,
con sincerità di cuore,
senza inganno, né menzogna, né diniego, né tradimento.
Solo perché tu sei Gesù,
l’amore vero, che non mente, che non delude.
Questa sera vogliamo amarti in modo particolare,
dopo che in questa giornata in molti modi
il demonio ha cercato di disilluderci rispetto a te,
alla verità cristiana, alla buona e santa condotta
di chi segue te per le vie del mondo.
Rispondi a modo tuo, Signore,
a queste interferenze diaboliche,
mandando via per noi,
con la tua potenza invincibile,
tutto ciò che cerca di tormentarci
e di allontanarci da te.
E tanto più forte sarà la voce contraria
al vento dolce del tuo Spirito,
tanto più potente sia il frastuono stesso
del tuo Spirito in noi,
che cacci via ogni oscurità malvagia,
sia essa spirituale, materiale, corporale o di qualsiasi altra natura.
Rimani tu, Gesù, in noi, e noi permanentemente con te.
Se tu sei con noi, nulla può inquietarci, spaventarci,
farci credere qualsiasi falsa verità,
perché tu sei verità, una e indivisibile,
e con amore paziente ci insegni cosa sia giusto fare,
dire, pensare, considerare, ricordare, ragionare:
tutto il resto vada via,
perché non appartenendo a te,
non appartiene neppure a noi.
Amaci Gesù. E insegnaci ad amarti.
Sempre. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h Tel.3405892741
Piazza del Monastero 3 Torino

 

 

 “La mia ora è forse giunta?” (Gv 2,4b) – Sul Cardinal Vanhoye, noto biblista

 “La mia ora è forse giunta?” (Gv 2,4b) – Morto il Cardinal Vanhoye, noto biblista

Avendo a suo tempo (anno 2014) preparato una tesi dottorale sulla figura del Discepolo Amato, presso l’Ateneo Pontificio della Santa Croce, ebbi modo – indiretto – di confrontarmi spesso con alcuni testi e soprattutto articoli (nelle varie riviste teologiche esistenti), del Cardinal Vanhoye, per ragioni tutt’altro che fortuite. Chi mi conosce, da un punto di vista teologico biblico, sa quanto – ad esempio – mi senta legato alla figura dell’esegeta belga (deceduto nel 2003) Ignace de la Potterie. Questi, come gli esperti sanno, era a sua volta molto legato al professor Vanhoye, sia per il medesimo rapporto con il Pontificio Istituto Biblico, sia direttamente su alcuni – non su tutti – argomenti biblico-esegetici.

Del Cardinal Vanhoye, in particolare, a me – umile e giovane teologo (tanto più quando redigevo la mia tesi dottorale, poco più che trentenne), colpì molto una interpretazione molto tecnica e schiettamente biblica di un versetto del racconto dello sposalizio di Cana. Il riferimento l’ho citato poi nella stessa pubblicazione dottorale, intitolata “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione”. Si tratta di un’ipotesi, fondata sul greco biblico, secondo la quale – mi colpì molto questa proposta – l’espressione di Gesù: “Non è giunta la mia ora” (Gv 2,4), non andrebbe interpretata come pura “negazione”, ma in un senso interrogativo, come a chiedere: “La mia ora è forse giunta?”.

Lo stesso Ignace de la Potterie è stata la fonte che mi ha rimandato poi al Vanhoye. Qui non sto a spiegare le ragioni tecnico-letterarie secondo le quali ha ragionato il Vanhoye. Certo è che cambia di molto il senso del racconto di Cana, soprattutto da un punto di vista della relazione fra Maria e Gesù, se quella frase di Gesù, che per tanti secoli – e ancora oggi – è stata interpretata negativamente, come un voler “rimettere la Madre al suo posto” (cfr. ad es. S. Giovanni Crisostomo e persino S. Ireneo a riguardo), ebbene, venisse invece interpretata come una domanda di chi è colto da stupore: “La mia ora è forse giunta?”.

Noi sappiamo che Gesù tutto concede a sua madre. Questa interpretazione di Cana cambierebbe tanti paradigmi in tal senso.

Amen

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L’importanza di partecipare spiritualmente alla preghiera eucaristica

Praying With the Whole Church: The Liturgy of the Hours — Catholic Women in  Business

L’importanza di vivere con il cuore le parole che il celebrante, durante la preghiera eucaristica, rivolge a Dio per noi, è immensa: qui possiamo offrire davvero noi stessi, spiritualmente, come sacrificio gradito a Dio. Meditiamo le splendide parole dopo il “Mistero della fede”:

Celebrando il memoriale

della morte e risurrezione del tuo Figlio,

ti offriamo, Padre,

il pane della vita e il calice della salvezza,

e ti rendiamo grazie

per averci ammessi alla tua presenza

a compiere il servizio sacerdotale.

Ti preghiamo umilmente:

per la comunione

al corpo e al sangue di Cristo

lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.

Ricordati, Padre, della tua Chiesa

diffusa su tutta la terra:

rendila perfetta nell’amore

in unione con il nostro Papa N.,

il nostro Vescovo N.,

e tutto l’ordine sacerdotale.

Ricòrdati dei nostri fratelli,

che si sono addormentati

nella speranza della risurrezione,

e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza:

ammettili a godere la luce del tuo volto.

Di noi tutti abbi misericordia:

donaci di aver parte alla vita eterna,

insieme con la beata Maria,

Vergine e Madre di Dio,

con gli apostoli e tutti i santi,

che in ogni tempo ti furono graditi:

e in Gesù Cristo tuo Figlio

canteremo la tua gloria.

Per Cristo, con Cristo e in Cristo,

a te, Dio Padre onnipotente

nell’unità dello Spirito Santo

ogni onore e gloria

per tutti i secoli dei secoli.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

“La vera esistenza dei demoni e il pensiero ufficiale della Chiesa” –

“La vera esistenza dei demoni e il pensiero ufficiale della Chiesa” –
Un documento importante della Congregazione per la Dottrina della Fede di qualche anno fa, spiega cosa da sempre la Chiesa abbia insegnato riguardo all’esistenza dei demoni:

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“[…] Certi critici, ritenendo di poter identificare la posizione propria di Gesù, pretendono che nessuna sua parola garantirebbe la realtà del mondo demoniaco, mentre l’affermazione della sua esistenza rifletterebbe piuttosto, là dove ricorre, le idee di scritti giudaici, oppure dipenderebbe da tradizioni neotestamentarie e non da Cristo; poiché essa non farebbe parte del messaggio evangelico centrale, non impegnerebbe più, oggi, la nostra fede e noi saremmo liberi di abbandonarla. Altri, più obiettivi e più radicali nello stesso tempo, accettano le asserzioni della sacra scrittura sui demoni nel loro senso ovvio, ma aggiungono subito che, nel mondo d’oggi, esse non sarebbero accettabili neppure per i cristiani. Anch’essi, dunque, le eliminano. Per alcuni, infine, l’idea di satana, qualunque ne sia l’origine, non avrebbe più importanza e, attardandosi a giustificarla, il nostro insegnamento perderebbe credito e farebbe ombra al discorso su Dio, che, solo, merita il nostro interesse. Per gli uni e per gli altri, finalmente, i nomi di satana e del diavolo non sarebbero altro che personificazioni mitiche e funzionali, il cui significato sarebbe soltanto quello di sottolineare drammaticamente l’influsso del male e del peccato sulla umanità. […]
[…] Di fronte a postulati di questo genere e per rispondere al loro processo mentale, dobbiamo, in breve, fermarci anzitutto al nuovo testamento per invocarne la testimonianza e l’autorità.

Prima di ricordare con quale indipendenza di spirito Gesù si sia sempre comportato nei confronti delle opinioni del suo tempo, è importante notare che i suoi contemporanei non avevano tutti, a proposito di angeli e di demoni, la credenza comune che certuni sembrano oggi loro attribuire e dalla quale Gesù stesso dipenderebbe. […]

[…] i sadducei non ammettevano «né risurrezione, né angelo, né spirito», cioè, come il testo viene inteso da buoni interpreti, non credevano alla risurrezione e, quindi, neppure agli angeli e ai demoni.3 Così, a proposito di satana, dei demoni e degli angeli, l’opinione dei contemporanei sembra divisa tra due concezioni diametralmente opposte; […]

Pretendere dunque oggi che il discorso di Gesù su satana esprima soltanto una dottrina mutuata dall’ambiente, senza importanza per la fede universale, appare, di primo acchito, come un’opinione poco informata sull’epoca e la personalità del Maestro. […]
Anche le principali guarigioni di ossessi furono da Cristo compiute in momenti che risultano decisivi nei racconti del suo ministero. I suoi esorcismi ponevano e orientavano il problema della sua missione e della sua persona, come provano a sufficienza le reazioni che suscitarono.5 […]

Senza mettere mai satana al centro del suo vangelo, Gesù ne parlò tuttavia solo in momenti evidentemente cruciali e con dichiarazioni importanti. Prima di tutto diede inizio al suo ministero pubblico accettando di essere tentato dal diavolo nel deserto: il racconto di Marco, proprio a motivo della sua sobrietà, è decisivo quanto quello di Matteo e di Luca.6 Contro questo avversario egli mise in guardia nel discorso sulla montagna, e nella preghiera che insegnò ai suoi, il Padre nostro, come ammettono oggi molti esegeti,7 appoggiati sulla testimonianza di parecchie liturgie.8
Nelle parabole, Gesù attribuì a satana gli ostacoli incontrati dalla sua predicazione,9 come nel caso della zizzania nel campo del padre di famiglia.10 A Simon Pietro egli annunziò che « la potenza degli inferi » avrebbe tentato di prevalere sulla Chiesa,11 che satana lo avrebbe passato al vaglio insieme con gli altri apostoli.12 Al momento di lasciare il cenacolo, Cristo dichiarò imminente la venuta del « principe di questo mondo ».13 Nel Getsemani, quando i soldati gli misero addosso le mani per arrestarlo, affermò ch’era giunta l’ora della « potenza delle tenebre »:14 ciò nonostante, egli sapeva e aveva dichiarato nel cenacolo che «il principe di questo mondo era ormai condannato ».15 Questi fatti e queste dichiarazioni – bene inquadrati, ripetuti e concordanti – non sono casuali e non è possibile trattarli come dati favolistici da smitizzare.
Si impone perciò la conclusione: satana, che Gesù aveva affrontato con i suoi esorcismi, che aveva incontrato nel deserto e nella passione, non può essere il semplice prodotto della facoltà umana di favoleggiare e di personificare le idee, oppure un relitto aberrante di un lin­guaggio culturale primitivo.

NEGLI SCRITTI PAOLINI:
[…] Paolo distingue bene satana dal peccato. L’apostolo, il quale davanti alla « legge del peccato che sente nelle sue membra » confessa anzitutto la sua impotenza senza la grazia,17 è quello stesso che, con estrema decisione, invita a resistere a satana,18 a non farsi dominare da lui, a non dargli occasione o vantaggio19 e a schiacciarlo sotto i piedi.20 Perché satana è per lui una entità personale, « il dio di questo mondo »,21

LA DOTTRINA GENERALE DEI PADRI
Fin dal II secolo della nostra era Melitone di Sardi aveva scritto un’opera « Sul demonio »35 e sarebbe difficile citare un solo padre che su questo argomento abbia taciuto. Ovviamente, i più attenti a mettere in luce l’azione del diavolo furono quelli che illustrarono il disegno divino nella storia, specialmente sant’Ireneo e Tertulliano, i quali affrontarono successivamente il dualismo gnostico e Marcione; poi la volta di Vittorino di Pettau, e finalmente di sant’Agostino. Sant’Ireneo insegnò che il diavolo è un « angelo apostata »;36 che Cristo, ricapitolando in se stesso la guerra di questo nemico contro di noi, dovette affrontarlo agli inizi del suo ministero.37 Con maggiore ampiezza e vigore sant’Agostino lo mostrò all’opera nella lotta delle « due città », che hanno origine in cielo, quando le prime creature di Dio, gli angeli, si dichiararono fedeli o infedeli al loro Signore;38 nella società dei peccatori egli vide un « corpo » mistico del diavolo,39 di cui parlerà più tardi, nei Moralia in Job, anche s. Gregorio magno.40

IL CONCILIO LATERANENSE IV (1215)
E IL SUO ENUNCIATO DEMONOLOGICO

« Noi crediamo fermamente e professiamo con semplicità… un principio unico dell’universo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e corporee: con la sua onnipotenza all’inizio del tempo egli creò insieme dal nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la corporea, cioè gli angeli e il mondo, poi la creatura umana che appartiene in qualche modo all’una e all’altra, composta di spirito e di corpo. Perché il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma son diventati cattivi da se stessi, per propria iniziativa; quanto all’uomo, egli ha peccato per istigazione del diavolo ».43

Sul diavolo e i demoni il Concilio si limita ad affermare che, creature dell’unico Dio, essi non sono sostanzialmente cattivi, ma lo divennero per il loro libero arbitrio. Non vengono precisati né il loro numero né la loro colpa, né l’estensione del loro potere: queste questioni, estranee allora al problema dogmatico, furono lasciate alle discussioni scolastiche.

L’INSEGNAMENTO COMUNE DEI PAPI E DEI CONCILI

Nella metà del V secolo, alla vigilia del Concilio di Calcedonia, il «Tomo » del papa san Leone magno a Flaviano precisò uno dei fini della economia della salvezza evocando la vittoria sulla morte e sul diavolo che secondo le lettera agli ebrei ne detiene l’impero.98 Più tardi, quando il Concilio di Firenze parlò della redenzione, la presentò biblicamente come una liberazione dal dominio del diavolo.99 Il Concilio di Trento, riassumendo la dottrina di san Paolo, dichiara che l’uomo peccatore « è sotto la potenza del diavolo e della morte »;100 salvandoci, Dio « ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati ».101 Commettere il peccato dopo il battesimo è « abbandonarsi in potere del demonio ».102 Questa è infatti la fede primitiva e universale della Chiesa, attestata fin dai primi secoli nella liturgia della iniziazione cristiana, quando i catecumeni, sul punto di essere battezzati, rinunciavano a satana, professavano la loro fede nella santissima Trinità e aderivano a Cristo loro Salvatore.103
È per questo che il Concilio Vaticano II, che si è interessato più del presente della Chiesa che della dottrina della creazione, non ha mancato di mettere in guardia contro l’attività di satana e dei demoni.
[…]
In breve, in ciò che concerne la demonologia, la posizione della Chiesa è chiara e ferma. È vero che nel corso dei secoli l’esistenza di satana e dei demoni non è stata mai fatta oggetto di una affermazione esplicita del suo magistero. La ragione è che la questione non fu mai posta in questi termini: gli eretici e i fedeli, ugualmente fondandosi sulla sacra scrittura, erano d’accordo nel riconoscere la loro esistenza e i loro principali misfatti. Per questo, oggi, quando è messa in dubbio la realtà demoniaca, è necessario riferirsi – come abbiamo poco fa ricordato – alla fede costante e universale della Chiesa e alla sua fonte maggiore: l’insegnamento di Cristo.
[…] Resta per certo che la realtà demoniaca, attestata concretamente da quello che chiamiamo il mistero del male, rimane ancora oggi un enigma che avvolge la vita cristiana. Noi non sappiamo molto meglio degli apostoli perché il Signore lo permette, né come lo fa servire ai suoi disegni, ma potrebbe accadere che, nella nostra civiltà invaghita di orizzontalismo secolare, le esplosioni inattese di questo mistero offrano un senso meno refrattario alla comprensione. Esse obbligano l’uomo a guardare più lontano, più in alto, al di là delle immediate evidenze; attraverso la minaccia e la prepotenza del male, che impediscono il nostro cammino, ci permettono di discernere resistenza di un aldilà da decifrare, e di volgerci allora verso Cristo per ascoltare da lui la buona novella della salvezza offerta come grazia. […]”

(CONG. PER LA DOTT. DELLA FEDE, “FEDE CRISTIANA E DEMONOLOGIA” in L’Osservatore Romano, 26 giugno 1975 (cfr Enchiridion Vaticanum, vol. 5, nn. 1347-1393, pp. 830-879).
Per le note, rimandiamo al sito vatican.va

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Piazza del Monastero 3 Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

L’essenza non cristiana del concetto di “fortuna” – Un commento sulle “Ritrattazioni” di sant’Agostino:

L’essenza non cristiana del concetto di “fortuna” – Un commento sulle “Ritrattazioni” di sant’Agostino:

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Uno struggente Agostino “ritratta” se stesso (cfr. il suo libro scritto “da vecchio”, cioè le “Ritrattazioni”), relativamente ad alcuni punti, frasi, espressioni, concetti o addirittura singole parole da lui pubblicate nella vasta sua letteratura giovanile e tardo-giovanile.

Ora, ci colpisce in positivo – perché siamo perfettamente d’accordo – la prima delle sue “ritrattazioni”, ossia la prima cosa che sant’Agostino si dispiace di avere scritto e ora vuole a suo modo correggere. Si tratta di un concetto palesemente espresso nel libro giovanile (precedente il suo battesimo) intitolato “Contro gli Accademici”. Questo concetto – che sant’Agostino ora, da vecchio – ritratta, è quello di “fortuna”.

Scrive testualmente nelle sue “Ritrattazioni”:

“In questi miei tre libri (“Contro gli Accademici, ndr) non approvo di aver tanto spesso fatto il nome della fortuna, anche se non era mio intendimento che con questa denominazione si designasse una qualche divinità, ma solo il fortuito verificarsi di eventi favorevoli o sfavorevoli attinenti alla nostra persona fisica o al mondo esterno. Di qui quei vocaboli che nessuno scrupolo religioso ci vieta di pronunciare: Per caso, forse, per sorte, per avventura, fortuitamente. Il che non toglie, tuttavia, che tutto ciò che viene interpretato in questi termini vada, comunque, ricondotto all’azione provvidenziale di Dio. È quanto, del resto, io stesso non ho passato sotto silenzio in quest’opera quando affermo: Forse quella che prende comunemente il nome di fortuna è retta da un ordine misterioso e null’altro è quello che negli eventi chiamiamo caso se non ciò di cui ci sfugge il senso e la causa·. È vero, ho affermato questo. Mi pento però ugualmente di avere in quel passo menzionato in questo modo la fortuna: mi capita infatti di constatare che gli uomini hanno la pessima abitudine di dire: “·L’ha voluto la fortuna·”, quando si dovrebbe dire: “·L’ha voluto Iddio”.

 

Anche in altre opere sant’Agostino ammette di avere mal utilizzato questo concetto – dal sapore pagano – di “fortuna”. Ad esempio, in un suo libro – anche questo giovanile – intitolato “La felicità”. Scrive infatti Agostino: “Mi rimprovero di avere anche lì nominato spesso la fortuna”.

 

Occorre evidenziare come davvero sia grande, geniale ma al contempo umilissimo questo incomparabile pensatore cristiano. Già nel suo libro sulla Trinità (un capolavoro teologico), nell’introduzione avvisava il lettore della portata del suo limite e di quanto fosse rischiosa la sua avventura teologica in quell’opera, data la natura dell’argomento. Ora, nell’analisi di queste “Ritrattazioni”, scopriamo di Agostino anche la capacità di volgersi indietro rispetto a se stesso, andando – più che a correggere – direttamente a “ritrattare” alcuni elementi della propria scrittura, senza alcuna vergogna, né orgoglio.

Ciò edifica ulteriormente la caratura non solo teologica, ma anche umana e morale di questo genio del pensiero cristiano. Amen

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Il culto in spirito e verità – da una udienza di S. Giovanni Paolo II (12 dicembre 1990)

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Il culto in spirito e verità – da una udienza di S. Giovanni Paolo II (12 dicembre 1990)

 

“[…] 5. San Paolo insiste nel ribadire che lo Spirito Santo opera la santificazione umana e forma la comunione ecclesiale dei credenti, partecipi della sua stessa santità. Infatti gli uomini, “lavati, santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo”, diventano santi “nello Spirito del nostro Dio”. “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6, 11. 17). E questa santità diventa il vero culto del Dio vivo: il “culto nello Spirito di Dio” (Fil 3, 3).

Questa dottrina di Paolo va messa in relazione con le parole di Cristo riportate nel Vangelo di Giovanni, sui “veri adoratori”, che “adorano il Padre in spirito e verità . . . Il Padre vuole avere tali adoratori” (Gv 4, 23-24). Questo culto “in spirito e verità” ha in Cristo la radice da cui si sviluppa tutta la pianta, da lui vivificata mediante lo Spirito, come dirà Gesù stesso nel cenacolo: “Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 14). Tutto l’“opus laudis” nello Spirito Santo è il “vero culto” reso al Padre dal Figlio-Verbo incarnato, e partecipato ai credenti dallo Spirito Santo. È dunque anche la glorificazione del Figlio stesso nel Padre.

  1. La partecipazione dello Spirito Santo ai credenti e alla Chiesa avviene anche sotto tutti gli altri aspetti della santificazione: la purificazione dal peccato (cf. 1 Pt 4, 8), l’illuminazione dell’intelletto (Gv 14, 26; 1 Gv 2, 27), l’osservanza dei comandamenti (Gv 14, 23), la perseveranza nel cammino verso la vita eterna (Ef 1, 13-14; Rm 8, 14-16), l’ascolto di ciò che lo Spirito stesso “dice alle Chiese” (Ap 2,7). […]”

(S. Giovanni Paolo II, Udienza generale del 12 dicembre 1990)

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Sulla santità del corpo

Sulla santità del corpo – da una Catechesi di S. Giovanni Paolo II ***
 
John Paul II - Death, Miracles & Facts - Biography
 
“[…] L’astensione «dalla impudicizia», che implica il mantenimento del corpo «con santità e rispetto», permette di dedurre che, secondo la dottrina dell’Apostolo (Paolo), la purezza è una «capacità» incentrata sulla dignità del corpo, cioè sulla dignità della persona in relazione al proprio corpo, alla femminilità o mascolinità che in questo corpo si manifesta. La purezza, intesa come «capacità», è
appunto espressione e frutto della vita «secondo lo Spirito» nel pieno significato dell’espressione, cioè come nuova capacità dell’essere umano, in cui porta frutto il dono dello Spirito Santo. Queste due dimensioni della purezza – la dimensione morale, ossia la virtù, e la dimensione carismatica, ossia il dono dello Spirito Santo – sono presenti e strettamente connesse nel messaggio di Paolo. Ciò viene posto in particolare rilievo dall’Apostolo nella prima Lettera ai Corinzi, in cui egli chiama il corpo «tempio (quindi: dimora e santuario) dello Spirito Santo».
 
2. «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio e non appartenete a voi stessi?» – chiede Paolo ai Corinzi, dopo averli prima istruiti con molta severità circa le esigenze morali della purezza. «Fuggite la prostituzione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo». La nota peculiare del peccato che l’Apostolo qui stigmatizza sta nel fatto che tale peccato, diversamente da tutti gli altri, è «contro il corpo» (mentre gli altri peccati sono «fuori del corpo»). Così, dunque, nella terminologia paolina troviamo la motivazione per le espressioni: «i peccati del corpo» o i «peccati carnali». Peccati che sono in contrapposizione appunto con quella virtù, in forza della quale l’uomo mantiene «il proprio corpo con santità e rispetto».
 
3. Tali peccati portano con sé la «profanazione» del corpo: privano il corpo della donna o dell’uomo del rispetto ad esso dovuto a motivo della dignità della persona. Tuttavia, l’Apostolo va oltre: secondo lui il peccato contro il corpo è pure «profanazione del tempio». Della dignità del corpo umano, agli occhi di Paolo, decide non soltanto lo spirito umano, grazie a cui l’uomo si costituisce come soggetto personale, ma ancor più la realtà soprannaturale che è la dimora e la continua presenza dello Spirito Santo nell’uomo – nella sua anima e nel suo corpo – come frutto della redenzione compiuta da Cristo. Ne consegue che il «corpo» dell’uomo ormai non è più soltanto «proprio».
E non soltanto per il motivo che è corpo della persona, esso merita quel rispetto, la cui manifestazione nella condotta reciproca degli uomini, maschi e femmine, costituisce la virtù della
purezza. Quando l’Apostolo scrive: «Il vostro corpo è tempio dello Spirito che è in voi e che avete da Dio», intende indicare ancora un’altra fonte della dignità del corpo, appunto lo Spirito Santo, che è anche fonte del dovere morale derivante da tale dignità. […]”
*** (S. Giovanni Paolo II, Udienza generale, 11 febbraio 1981)
 
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La libertà – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

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La libertà – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica ***

1730 Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti. « Dio volle, infatti, lasciare l’uomo “in balia del suo proprio volere” (Sir 15,14) perché così esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione»

«L’uomo è dotato di ragione, e in questo è simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere»

1731 La libertà è il potere, radicato nella ragione e nella volontà, di agire o di non agire, di fare questo o quello, di porre così da se stessi azioni deliberate. Grazie al libero arbitrio ciascuno dispone di sé. La libertà è nell’uomo una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà. La libertà raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine.

1732 Finché non si è definitivamente fissata nel suo bene ultimo che è Dio, la libertà implica la possibilità di scegliere tra il bene e il male, e conseguentemente quella di avanzare nel cammino di perfezione oppure di venire meno e di peccare. Essa contraddistingue gli atti propriamente umani. Diventa sorgente di lode o di biasimo, di merito o di demerito.

1733 Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c’è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato.

1734 La libertà rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari. Il progresso nella virtù, la conoscenza del bene e l’ascesi accrescono il dominio della volontà sui propri atti.

Amen

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Parole di S. Giovanni Paolo II sul demonio

Parole di San Giovanni Paolo II sul demonio

(Dall’angelus del 13 agosto 1986):

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“Questa “caduta”, che presenta il carattere del rifiuto di Dio con il conseguente stato di “dannazione”, consiste nella libera scelta di quegli spiriti creati, che hanno radicalmente e irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo regno, usurpando i suoi diritti sovrani e tentando di sovvertire l’economia della salvezza e lo stesso ordinamento dell’intero creato. Un riflesso di questo atteggiamento lo si ritrova nelle parole del tentatore ai progenitori: “diventerete come Dio” o “come dèi” (cf. Gen 3, 5). Così lo spirito maligno tenta di trapiantare nell’uomo l’atteggiamento di rivalità, di insubordinazione e di opposizione a Dio, che è diventato quasi la motivazione di tutta la sua esistenza.

  1. Nell’Antico Testamento la narrazione della caduta dell’uomo, riportata nel libro della Genesi, contiene un riferimento all’atteggiamento di antagonismo che satana vuole comunicare all’uomo per portarlo alla trasgressione. (cf. Gen 3, 5) Anche nel libro di Giobbe (cf. Gb 1, 11; 2, 5. 7) leggiamo che satana cerca di far nascere la ribellione nell’uomo che soffre. Nel libro della Sapienza (cf. Sap 2, 24) satana è presentato come l’artefice della morte, che è entrata nella storia dell’uomo assieme al peccato.
  2. La Chiesa, nel Concilio Lateranense IV (1215), insegna che il diavolo (o satana) e gli altri demoni “sono stati creati buoni da Dio ma sono diventati cattivi per loro propria volontà”. Infatti leggiamo nella Lettera di san Giuda: “. . . gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la loro dimora, il Signore li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno” (Gd 6). Similmente nella seconda Lettera di san Pietro si parla di “angeli che avevano peccato” e che Dio “non risparmiò, ma . . . precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio” (2 Pt 2, 4). È chiaro che se Dio “non perdona” il peccato degli angeli lo fa perché essi rimangono nel loro peccato, perché sono eternamente “nelle catene” di quella scelta che hanno operato all’inizio, respingendo Dio, contro la verità del Bene supremo e definitivo che è Dio stesso. In questo senso scrive san Giovanni che “il diavolo è peccatore fin dal principio . . .” (1 Gv 3, 8). E “sin dal principio” egli è stato omicida e “non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui” (Gv 8, 4) […]”

Amen

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“Fino a quando, Signore?” – Meditazione alla Casa di Miriam del Salmo 13

“Fino a quando, o Signore, continuerai a dimenticarmi?” – Meditazione serale alla Casa di Miriam del 1° versetto del Salmo 13 (12) – Il testo della meditazione:

Perché un testo biblico – qualunque esso sia – possa essere compreso (sin dove, ovviamente, la limitatezza della nostra intelligenza permette una comprensione), occorre non considerarlo mai “da solo”, ma sempre contestualizzarlo in un insieme, dove esso è inserito. Sia esso una pericope, sia su più larga scala un capitolo intero, oppure un contesto di natura distinta (ad esempio un discorso di Gesù, un racconto di miracolo, ecc.). Sempre, tuttavia, è necessario agganciare la parola o il versetto che si intende meditare o commentare al contesto suo nativo nel quale viene proposto. In questo caso, aprendo il Salmo, questo versetto si deve considerare nell’insieme – quantomeno – della prima cinquina di espressioni (racchiuse in due versetti), che anche noi ora meditiamo:
“Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? Fino a quando su di me trionferà il nemico?” (vv. 2-3)
Si tratta, evidentemente, di una chiara lamentazione del salmista, che tuttavia anche il nostro cuore, spesso, evoca e ripropone, forse in forme distinte, ma tuttavia identiche nella sostanza. Chiedere a Dio, con un tono a suo modo oppresso, quanto durerà una determinata situazione negativa, che oscura la luce della gioia e della speranza nel proprio cuore. Addirittura, qui, Dio viene a suo modo accusato di “dimenticarsi” di colui che grida la propria angoscia. In un suo commento a questo Salmo, il biblista Ravasi fa notare che, nella forma ebraica, questo versetto suona così: “Fino a quando per sempre mi dimenticherai?”.
Siamo anche noi, per l’appunto, spesse volte cointerpreti di questo canto. L’autore, tuttavia, come forse neppure noi, non è “totalmente” disperato. Se così fosse, non avrebbe alcun senso neppure rivolgersi a Dio, che è Luce per essenza. Nonostante il carattere drammatico della multipla lamentela, infatti, il fatto stesso che essa venga rivolta a Dio testimonia di una intrinseca “speranza” nella disperazione: questo filo di speranza è ciò che rende per questo ancora in qualche modo “positiva” la visula del mondo, della vita e della morte stessa che il cantore di questo Salmo – e spesso noi con lui – ripone nel suo dramma esistenziale.
La sua lamentela, tuttavia, non è affatto generica e senza riferimenti concreti. Egli conosce la natura del suo dolore e in qualche modo anche le cause di esso, seppure qualificate attraverso immagini piuttosto onnicomprensive rispetto all’individualità dei singoli fenomeni dolorosi. Il dolore del Salmista è prodotto dalla percezione – anzitutto – della dimenticanza di Dio nei suoi riguardi: tale dimenticanza, tuttavia, è a sua volta generata nella coscienza del Salmista da una concatenazione di “drammi” interiori da lui esperiti: gli affanni, la tristezza e, più di tutto, il senso di sopraffazione e di vittoria, nei suoi riguardi, da parte del nemico. Chi sia, concretamente, questo nemico, il Salmista non lo dice a Dio e neppure al suo lettore. Anche noi, spesso, evidenziamo un dolore, una situazione drammatica, la “scagliamo” addosso a Dio, ma non gli diciamo chi sia colui o che cosa che la produca concretamente. Ci limitiamo ad accusare Dio di non intervenire, senza tuttavia domandargli nello specifico la liberazione da qualcuno. Quel “nemico” rimane così – come in questo Salmo – a suo modo nascosto nella nostra lamentazione. Certi esegeti dicono possa trattarsi della morte stessa. A noi pare che non sia così, anche se, più avanti, la morte stessa viene evocata dalle parole invocatorie: “Non mi sorprenda il sonno della morte”.
Qui il Salmista si limita ad esporre la propria esausta situazione di dolore. Dio dal canto suo non si offende per questa deposizione di tristezza, ne accoglie il grido, lo assume nel proprio ascolto. E provvede. Dio sempre provvede alla nostra situazione esistenziale di dolore, ogni volta che lo invochiamo o – come nel caso di questo Salmo – in qualche modo lo chiamiamo in causa in quanto “agente inattivo”, “difesa dimenticante del suo custodito”. L’autore presuppone anche una tempistica prolungata del proprio dolore. “Fino a quando” lascia presagire una continuità alle spalle ed il terrore di una progressione in avanti della propria condizione. Per questo espelle il proprio lamento ed esplode il proprio grido verso Dio. Nonostante il tono, è un grido “verso”, non un grido “contro” Dio. Anche noi dobbiamo saper discernere questo differenziale modo di approcciarci a Dio nel nostro dolore. Dio non è mai un capo d’accusa a cui attribuire la responsabilità di un nostro male, ma può e deve essere il termine “verso cui” sale la nostra supplica liberatoria.
Non lasciamo dunque spaventare, nella nostra esistenza, dalle nostre inquietudini e paure, dal senso di fallimento o di continuità nel dolore. Il Salmista ci insegna come porci a confronto con Colui che tutto conosce, tutto ascolta e a tutto provvede della nostra esistenza, senza che la disperazione mai prevalga, pur forte il senso di debolezza: la speranza è sempre viva, infatti, in chi cerca Dio ed alla sua misericordia depone il proprio lamento”
Amen
“Meditazioni serali alla Casa di Miriam” –

Presto in un libro/raccolta le nostre meditazioni in sede – Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

San Benedetto – “Il tentativo di avvelenamento” – dai “Dialoghi” di S. Gregorio Magno

San Benedetto – “Il tentativo di avvelenamento” – dai “Dialoghi” di S. Gregorio Magno***

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“[…] cosa purtroppo notoria che chi si comporta male trova sempre fastidio nella vita dei buoni; e così quei malvagi si accordarono di cercar qualche mezzo per togliergli addirittura la vita. Ci furono vari pareri e infine decisero di mescolare veleno nel vino, e a mensa, secondo una loro usanza, presentarono all’abate per la benedizione il recipiente di vetro che conteneva la mortale bevanda.

Si alzò sull’istante, senza alterare minimamente la mitezza del volto e la tranquillità della mente, fece radunare i fratelli e disse semplicemente così: “Io chiedo al Signore che voglia perdonarvi, fratelli cari: ma come mai vi è venuto in mente di macchinare questa trama contro di me? Vi avevo detto che i nostri costumi non si potevano accordare: vedete se è vero? Adesso dunque basta così; cercatevi pure un superiore che stia bene con la vostra mentalità, perché io, dopo questo fatto, non me la sento più di rimanere con voi”.

E se ne tornò alla grotta solitaria che tanto amava, ed abitava lì, solo solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall’alto vede ogni cosa. […]”

Benedetto alzò la mano e tracciò il segno della croce.

Il recipiente era sorretto in mano ad una certa distanza: il santo segno ridusse in frantumi quel vaso di morte, come se al posto di una benedizione vi fosse stata scagliata una pietra. Comprese subito l’uomo di Dio che quel vaso non poteva contenere che una bevanda di morte, perché non aveva potuto resistere al segno che dona la vita.

*** S. Gregorio Magno, “Dialoghi”, Libro II, n. 3 – Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam –

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

La corona angelica – Testo:

La corona angelica – Testo/libretto e corona in plastica e/o vetro disponibili alla Casa di Miriam:

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Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.
(Gloria al Padre) Amen.

S. Michele Arcangelo, difendici nella lotta, per essere salvati nell’estremo giudizio

1a Invocazione

Ad intercessione di S. Michele e del celeste coro dei Serafini, ci renda il Signore degni della fiamma di perfetta carità.
Pater, tre Ave al 1° Coro Angelico.

2a invocazione

Ad intercessione di S. Michele Arcangelo e del Coro celeste dei Cherubini, voglia il Signore darci la grazia di abbandonare la vita del peccato e correre in quella della cristiana perfezione.
Pater, tre Ave al 2° Coro Angelico.

3a invocazione

Ad intercessione di S. Michele Arcangelo e del sacro Coro dei Troni, infonda il Signore nei nostri cuori lo spirito di vera e sincera umiltà. Pater, tre Ave al 3° Coro Angelico.

4a invocazione

Ad intercessione di S. Michele Arcangelo e del coro celeste delle Dominazioni, ci dia grazia il Signore di dominare i nostri sensi e correggere le corrotte passioni.
Pater, tre Ave al 4° Coro Angelico.

5a invocazione

Ad intercessione di S. Michele e del celeste Coro delle Potestà, il Signore si degni di proteggere le anime nostre dalle insidie e tentazioni del demonio.
Pater, tre Ave al 5° Coro Angelico.

6a invocazione

Ad intercessione di S. Michele e del Coro delle ammirabili Virtù celesti, non permetta il Signore che cadiamo nelle tentazioni, ma ci liberi dal male.
Pater, tre Ave al 6° Coro Angelico.

7a invocazione

Ad intercessione di S. Michele e del Coro celeste dei Principati, riempia Dio le anime nostre dello spirito di vera e sincera obbedienza.
Pater, tre Ave al 7° Coro Angelico.

8a invocazione

Ad intercessione di S. Michele e del Coro celeste degli Arcangeli, ci conceda il Signore il dono della perseveranza nella fede e nelle opere buone.
Pater, tre Ave al 8° Coro Angelico.

9a invocazione

Ad intercessione di S. Michele e del Coro celeste di tutti gli Angeli, si degni il Signore concederci di essere da essi custoditi nella vita presente e poi introdotti nella gloria dei cieli.
Pater, tre Ave al 9° Coro Angelico.

Un Padre nostro a San Michele.
Un Padre nostro a San Gabriele.
Un Padre nostro a San Raffaele.
Un Padre nostro all’Angelo Custode.

Preghiamo
Onnipotente, sempiterno Dio, che con prodigio di bontà e misericordia, per la salvezza degli uomini hai eletto a Principe della tua Chiesa il glorioso San Michele, concedici, mediante la sua benefica protezione, di essere liberi da tutti i nostri spirituali nemici. Nell’ora della nostra morte non ci molesti l’antico avversario, ma sia il tuo Arcangelo Michele a condurci alla presenza della tua divina Maestà. Amen.

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Eucaristia e celibato sacerdotale – dalla Sacramentum Caritatis

“Eucaristia e celibato sacerdotale” – dal n° 24 dell’esortazione ap. Sacramentum Caritatis, di Benedetto XVI ***
 
24. I Padri sinodali hanno voluto sottolineare che il sacerdozio ministeriale richiede, attraverso l’Ordinazione, la piena configurazione a Cristo. Pur nel rispetto della differente prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente una ricchezza inestimabile, e confermato anche dalla prassi orientale di scegliere i Vescovi solo tra coloro che vivono nel celibato e che tiene in grande onore la scelta del celibato operata da numerosi presbiteri. In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l’offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio.(75) Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito. Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso. Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa. In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il Concilio Vaticano II (76) e con i Sommi Pontefici miei predecessori (77), ribadisco la bellezza e l’importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l’obbligatorietà per la tradizione latina. Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società.
*** (Benedetto XVI, Es. apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007)
 
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Dagli scritti di S. Agostino Roscelli

Dagli scritti di Sant’Agostino Roscelli ***
CatholicSaints.Info » Blog Archive » The Three Hours Agony of Our Lord Jesus  Christ, by Father Peter Guilday

“Ogni dolore, causato dall’apprensione dell’anima, è assai più tormentoso di qualunque altro che si possa soffrire nel corpo, perché l’anima, essendo la parte più nobile dell’uomo, è anche la più sensibile, per cui ogni pena più la ferisce e più l’addolora. Chi può immaginare quale atrocissimo spasimo avrà sofferto Gesù, nel succedersi ad uno ad uno nella sua mente di quei barbari strazi, che avrebbe poi subito durante il corso della sua acerba passione?

Al vedere quel fiele che gli avrebbe amareggiato le labbra; quelle spine che, traforandogli le tempia, l’avrebbero incoronato Re di dolori; quei chiodi spuntati che trapassandogli a viva forza mani e piedi, gli avrebbero contratto ogni nervo; quegli stiramenti crudeli della crocifissione per i quali gli sarebbero state slogate tutte le ossa; quell’orribile tempesta di flagelli che, scaricata sopra il suo dorso, gli avrebbe stritolato le carni, come un nembo di grandine infrange l’erba e le spighe del campo, il buon Gesù talmente si afflisse e si addolorò che, non potendo più reggere all’intimo contrasto tra lo spirito e l’umanità, indebolito e sgomento, si accasciò agonizzante al suolo. […]”

*** (S.A. Roscelli, Sulla passione di nostro Signore Gesù Cristo – Omelia del Venerdì Santo)

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Il modernismo – Cos’era? – di Francesco G. Silletta

Cos’era, davvero, “teologicamente” il modernismo? – Dal libro “L’essenza del Cristianesimo in Romano Guardini” – di Francesco G. Silletta – Copyright Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam:

“I primi segnali di un intento teologico atto a cogliere quel che della religione cristiana è veramente strutturante, si registrano in un modo sistematico già in J.A. Mohler (1796-1838), secondo il quale “il Cristianesimo non è espressione, forma o locuzione, bensì è vita interiore, forza santa; ed ogni espressione concettuale, ogni dogma, ha valore solo in quanto esprime la vita intima che esso presuppone, anzi racchiude” . Affermando che la domanda su Cristo è sempre una domanda storica, Mohler pone quale elemento nucleico l’unità della Chiesa, in virtù dello Spirito Santo, “che prima ancora che l’autorità gerarchica, è il vero principio dell’esistenza e di tale unità” .

L’idea romantica di un organismo vivente, l’attenzione posta all’aspetto materno della storia e quindi il desiderio di un ritorno alla tradizione dei Padri sono elementi comuni anche a J.H. Newman (1801-1890), altro osservatore della natura del Cristianesimo e per questo assieme a Mohler fu “un pensatore decisivo per Guardini” . Anche senza offrire una economia strutturale riguardo l’essenza del Cristianesimo, il teologo inglese guarda alla sua datità concreta, alla sua “evoluzione storica” (tema poi fortemente ripreso dalla teologia modernista), alla sua percepibilità umana, alla possibilità di dare ad esso un assenso: “Per cogliere il senso della Rivelazione, Newman è convinto che bisogna considerare il Cristianesimo, prima ancora che dottrina di fede, un evento, una realtà storica che, nella sua dinamica […], si dispiega necessariamente in dottrina chiarificante l’esperienza di fede, come sviluppo coerente ed organico dell’unica parola detta una volta per sempre in Cristo e continuamente nella vita della sua Chiesa” .

Un caso di ricerca sistematica della natura del Cristianesimo, seppur in una prospettiva epistemologica antitetica rispetto a quella guardiniana ed in un contesto religioso oramai prossimo al pensiero modernista, è offerto dal pensiero dell’hegeliano dissidente Ludwig Feuerbach (1804-1872), autore del celebre testo intitolato, appunto, “L’essenza del Cristianesimo” (1841). Per Feuerbach, esponente di rilievo dell’ateismo teorico, “la coscienza di Dio è l’autocoscienza dell’uomo, la conoscenza di Dio è l’autoconoscenza dell’uomo” , per cui l’uomo, nell’atto religioso, “rende oggettiva la sua essenza e rende poi se stesso oggetto di questa essenza oggettivata, trasformata in soggetto, in una persona […]. Così l’uomo, in Dio ed attraverso Dio, ha come fine solo se stesso” . Se la religione in generale, per Feuerbach, rappresenta uno sdoppiamento dell’uomo con se stesso, il Cristianesimo in modo particolare costituisce un’illusione alienante per l’uomo stesso e per quanto il filosofo tedesco lo riconosca come religione complessa, esso giace entro un tessuto di menzogne e di inganni contraddittori; la stessa parvenza teologica, in realtà, occulta ciò che è l’Essere nella sua realtà effettiva.

Guardando al Cristianesimo come alla espressione massima dell’illusione dell’uomo, riconosciuta in tono minore come presente anche nelle altre religioni, Feuerbach scrive che “la religione, almeno quella cristiana, è il rapportarsi dell’uomo a sé, o più correttamente alla propria essenza; tuttavia, è il rapportarsi alla propria essenza come se tale essenza fosse altra da lui. L’essenza divina non è altro che l’essenza umana” .

In conclusione, il Dio cristiano è un’invenzione dell’uomo, e “se l’uomo trova vera pace in Dio, la trova solo perché Dio è la sua vera essenza, poiché qui soltanto è presso se stesso” , cosicché “il Dio divenuto uomo è soltanto l’apparire dell’uomo divenuto Dio” .

Al decostruttivismo di Feuerbach è seguito circa sessant’anni dopo il riduttivismo del luterano Adolf von Harnack (1851-1930), anche lui autore di un’opera intitolata “L’essenza del Cristianesimo” (1900) . Questi fu collega di Romano Guardini all’Università di Berlino, anche se a quel tempo la notorietà dei due era ben diversa, considerato l’ambiente protestante della suddetta università. A questo proposito, riferendosi al tempo in cui gli venne assegnata la cattedra di Weltanschauung cattolica a Berlino, Guardini afferma: “I bidelli non mi hanno mai salutato e poteva succedere che il portiere, alla domanda dove tenesse lezione il professor Romano Guardini, rispondesse: ‘Da noi non c’è nessun professor Guardini’. L’avviso delle mie lezioni, inoltre, era posto dopo quello dell’insegnante di ginnastica” .

Von Harnack affermò la presenza di elementi non essenziali del Cristianesimo penetrati dentro la dottrina cristiana, a ragione degli strettissimi intrecci fra la filosofia greca e la Chiesa primitiva. Era necessaria, allora, una rilettura storico-critica del Cristianesimo, scevra da legami con la Chiesa, come egli stesso afferma: “Che cos’è egli stesso afferma: “Che cos’è il Cristianesimo? Cos’è stato? Cos’è diventato? Vogliamo tentare di rispondere a questa domanda in senso storico, cioè con i mezzi della scienza storica e con l’esperienza di vita che ci viene dalla storia” . Per il teologo luterano era per questo necessario “distinguere la polpa dalla buccia” , attraverso un approccio ai Testi Sacri liberato da mediazioni di autorità, per poter estrarre il vero “kernel”, l’autentico nucleo cristiano, e dimostrare che il Cristianesimo autentico, cioè il “Vangelo di Gesù”, è molto diverso dall’elaborazione dottrinale e dogmatica tipica del “Vangelo su Gesù” . Convinto che la ricerca storica fosse il solo strumento per comprendere il passato e costruire il presente, accusando la dogmatica di aver costruito una metafisica su un “Cristo immaginato”, von Harnack giunge a sostenere che nel Vangelo non c’è il Figlio, ma il Padre solo , che Gesù stesso non aveva l’intenzione di fondare una Chiesa gerarchica, “ma soltanto di annunciare il Regno di Dio che possiede un valore esclusivamente interiore e privato e prescinde dalle sovrastrutture posteriori che vi si sono incrociate” .

Un’altra visione del Cristianesimo, fondata sulla necessità del metodo storico-critico è quella offerta dall’esegeta cattolico francese Alfred Loisy (1857-1940), una delle figure principali del modernismo cristiano. Sacerdote e biblista, Loisy sostiene l’unicità del criterio storico per la comprensione della verità cristiana, per cui anche ai Testi Sacri occorre applicare le regole generali valide per ogni interpretazione di documenti . La sua opera più conosciuta è quella intitolata “Il Vangelo e la Chiesa” (1902), tra le cui pagine è presente una critica al pensiero di von Harnack, seguita cinque anni dopo dal libro intitolato “I Vangeli sinottici” e cdefinisce come un’opera monumentale della quale non esiste niente di meglio fra i commentari ai Sinottici , e che invece gli produsse la scomunica nel 1907 per le proprie tesi moderniste. La visione del Cristianesimo di Loisy è costruita su una concezione dell’esegesi biblica radicata in un profondo razionalismo storico, in quanto, a differenza ad esempio di Blondel, risolve il reale entro i parametri della storia, per cui lo stesso Cristianesimo deve essere depurato dall’interpretazione della metafisica scolastica. Il fissismo storico di Loisy lo porta ad alcuni punti di contatto proprio con colui che intendeva attaccare, von Harnack, laddove entrambi “pensano la divinità di Cristo sulla base di una figura storica inizialmente disegnata dai discepoli: Cristo ‘ottenne’ gradualmente la sua divinità nelle azioni creatrici di miti delle diverse comunità, con un lavoro di secoli” . L’orizzonte teologico di Loisy, così delineato, lo porta al punto di pervenire alla negazione del soprannaturale . Tuttavia, se con von Harnack condivide la non intenzionalità di Gesù circa il fondare una Chiesa, e nemmeno una religione, contesta al teologo luterano il fatto che i dogmi siano in contrasto con i Vangeli, per quanto egli radicalizzi il concetto di “evoluzione del dogma” sino a sostenere che i dogmi siano mutevoli, poiché solo la Verità, e non la sua formulazione, è immutabile .

Loisy pensa il Cristianesimo come “religione dell’umanità”, della quale mantiene il contenuto etico, ma rimette in discussione i parametri fondamentali; nega, per fare un esempio, la storicità della crocifissione di Cristo, di cui si parla soltanto nel deposito della fede, e gli stessi Vangeli secondo lui sono una “creazione della Chiesa”. Nel 1932 tutte le opere di Loisy furono messe all’Indice.

Molto legato a Schleiermacher (1768-1834), che fondava la centralità del Cristianesimo nella dimensione del sentimento e non proibiva ad alcun libro “di diventare Bibbia” , il teologo protestante Louis Auguste Sabatier (1839-1901) propone una concezione del Cristianesimo come una “religione del cuore”, contrapponendo al carattere intellettuale dei dogmi proclamati nei secoli la spontaneità dell’esperienza dell’amore di Dio Padre culminante in Gesù Cristo. Il Cristianesimo, quindi, sarebbe una rivelazione intima di Dio, una istanza soggettiva e non oggettiva, che si è realizzata in Gesù con particolare intensità e che si ripete nell’anima dei suoi discepoli . Secondo Sabatier il nucleo del Cristianesimo è proprio “la coscienza religiosa di Gesù” , dove tuttavia il termine “coscienza” assume, con degli influssi romantici, un carattere di “sentimento” personale di Gesù, un’istanza interiore in virtù della quale Gesù stesso riconosce una sua particolare relazione al Padre. L’orizzonte teologico è in questo autore ancora segnato dal contesto del proprio tempo, volto a sottolineare la distanza fra il Gesù storico e il Cristo della fede, come riporta Forni Rosa: “La Gesù-latria, il culto separato dell’uomo Gesù, è nel Cristianesimo un’idolatria positiva, come l’adorazione della Vergine e dei santi” . Tuttavia, per Sabatier il pensiero di Gesù ha subito un’evoluzione, è stato cioè anch’esso segnato dalla legge del divenire, tuttavia ciò che in lui era espressione di una religione del cuore, i suoi discepoli lo hanno trasformato in una fissità dogmatica.

Dal canto suo, il sacerdote e teologo Lucien Laberthonnière (1860-1932), direttore degli “Annales de philosophie chrétienne” dal 1905 al 1913, discepolo di Maurice Blondel, concepisce l’essenza cristiana secondo il “metodo d’immanenza” blondeliano, fondandola sull’azione-carità, per poter scoprire in se stessi il vero senso della Rivelazione. L’oggetto della fede cristiana viene quindi prospettato in una dimensione fortemente interiorizzata, anche attraverso una incomprensione, una sorta di adattamento modernista dell’interiorità agostiniana, posta in antitesi all’imposizione esterna dell’auctoritas. Il Laberthonnière “sviluppa la tesi della radicale opposizione fra il pensiero greco e l’atteggiamento cristiano, accusando la scolastica di aver corrotto la genuina dottrina evangelica con l’introduzione della logica aristotelica e dell’ontologia intellettualistica”. La sua visione dell’essenza cristiana si pone allora come radicalmente antitomista, proprio nel tempo storico in cui la Neoscolastica aveva un influsso fondamentale nell’ambito della teologia cattolica romana. Secondo lui nessuna filosofia è compatibile con il Cristianesimo, dato che esso soltanto è l’unica filosofia: nessun contributo razionale può essere consegnato alla fede cristiana. In questo senso, come riporta A. Livi dal Laberthonnière, “Tommaso ha tentato di ‘battezzare’ Aristotele con il risultato di ‘paganizzare’ il Cristianesimo” . Il suo studio sulla filosofia della religione (“Essais de philosophie religieuse”, 1903) fu condannato dalla Chiesa cattolica tre anni dopo la pubblicazione, mentre la collezione degli Annales dal 1905 al 1913, da lui diretta durante la proprietà di Blondel, è stata messa all’Indice nel 1913. Come osserva Forni Rosa, “il provvedimento colpisce specialmente Laberthonnière, ma anche il progetto culturale a cui Blondel aveva partecipato” .

Fra gli studiosi del Cristianesimo nella Germania di inizio Novecento, compare anche lo storico delle religioni Friedrich Heiler (1892-1967), luterano convertito dal cattolicesimo. Contemporaneo e ben noto a Romano Guardini, Heiler scrive un’opera intitolata “Il Cattolicesimo, la sua idea e il suo aspetto” , in cui, come afferma Zucal, indica il Cattolicesimo come una “complexio oppositorum”, un’unità sommaria di tutte le tendenze religiose ad esso precedenti, “null’altro che il frutto di un sincretismo religioso” . Dopo avere discusso nel 1917 all’Università di Monaco la tesi dottorale intitolata “La preghiera” (“Das Gebet”), pur abbracciando la fede luterana rapportarsi ad essa, come attestano il suo interesse per san Francesco d’Assisi, la celebrazione della messa secondo l’antico rito cristiano e la sua stessa idea di una “cattolicità evangelica”. Risente molto del pensiero modernista, in particolar modo di quello di Loisy, cui pure dedica un testo intitolato: “Alfred Loisy, 1857–1940, il padre del modernismo cattolico”. Secondo Karl Adam, Heiler appartiene a quella teologia critica che contesta risolutamente qualunque rapporto immediato fra Gesù e la Chiesa ; secondo Heiler, che definisce il Cattolicesimo come un microcosmo di tutte le religioni, ciò che è evidente è che “Gesù non ha fondato la Chiesa universale dei secoli a venire. Gesù e la Chiesa cattolica romana non sono infatti uniti da nessun legame, fra i due vi è un abisso” , per cui la cattolicizzazione del Cristianesimo è successiva, pur immediatamente susseguente, alla morte di Gesù. Fondando l’essenza della religione soltanto sulla preghiera, fortemente attratto anche da altre identità religiose non cristiane, in particolar modo il Buddhismo, Heiler guarda al sacro come ad un mistero inquietante, ed invoca un’unità metadottrinale, un’unica sintesi di tutti i più grandi ideali religiosi. […]”

(Copyright Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Francesco G. Silletta – “L’essenza del Cristianesimo in Romano Guardini”)

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“Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1)

“Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1)

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Sino alla fine: di che cosa? Perché l’amore, certo, non ha fine. Dunque questa frase giovannea, introduttiva al suo racconto della lavanda dei piedi, non va intesa certo nel senso di “sino alla fine dell’amore”, nel senso di un termine massimale di quello stesso amore, giunto al suo termine. Il greco giovanneo usa qui il ricorrente termine “τέλος” (fine, compimento). Esso, ad esempio, viene usato da Matteo quando dice: “Chi resisterà fino alla fine, sarà salvo” (Mt 10,22). Sempre in Matteo, parlando dei tempi ultimi e dei segni che li faranno presagire, si usa questo termine per dire “non sarà ancora la fine” (24,6). Un altro uso, anche extrabiblico, è quello del termine in oggetto per dire che Cristo ha portato la Legge alla fine.

Ora, al di là dei molti altri casi in cui questo termine viene usato nella Sacra Scrittura e in particolare nei Vangeli, in questo brano di Giovanni, dove è detto che Cristo amò i suoi sino alla fine, questa “fine” deve essere a nostro avviso rapportata unicamente all’esperienza storica di Cristo stesso: dunque non all’amore di per se stesso considerato (che, appunto, non ha fine), né alla comprensione stessa degli Apostoli, niente affatto, in quel momento storico, pervenuta alla propria “fine”, nel senso appunto di compimento. “Sino alla fine”, ci pare, indica qui in Giovanni unicamente il compimento estremo dell’ora preannunciata, nel quale appunto, massimamente e senza alcuna interruzione, l’amore di Cristo per i suoi viene a manifestarsi. Se considerata da questo punto di vista, allora l’espressione di Giovanni, “li amò sino alla fine”, collocata a inizio del capitolo 13 (che a suo modo evoca l’ultima cena di Gesù con i suoi), ha pure un senso profetico, dal momento che in senso stretto “la fine”, cioè la morte di Cristo, deve compiersi alcuni momenti dopo questo evento. Giovanni intende annunciare al lettore che da quell’ora del Santo Pasto al momento culminante sulla croce (dove ancora compare il termine usato per “la fine”, cioè “τέλος” (Pensiamo al famoso: “Tutto è compiuto”), l’amore di Cristo viene a manifestarsi nella parte terminale della propria storicità: esso continuerà, dopo quell’ora, in eterno, ma a livello storico, “sino alla fine”, dall’Ultima Cena l’amore di Cristo per i suoi conosce una cinetica intensissima e per questo enfatizzata dal narratore giovanneo.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Il relativismo in teologia: l’abolizione della cristologia – di J. Ratzinger

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Il relativismo in teologia: l’abolizione della cristologia

Questa situazione può essere colta con particolare evidenza nelle affermazioni di uno dei fondatori ed esponenti principali di tale teologia, il presbiteriano americano J. Hick, che prende le mosse dalla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno: non siamo in grado di raggiungere la realtà ultima in se stessa, ma possiamo solo vederla con diverse “lenti” nel suo apparire, attraverso il nostro modo di percepire. Tutto quello che percepiamo non è la realtà vera e propria, come è in se stessa, ma solo il suo riflesso nel nostro sistema di misura. Questo principio, che Hick in un primo tempo aveva tentato di formulare ancora in un contesto cristocentrico, dopo un soggiorno in India, durato un anno, con una rivoluzione copernicana del suo pensiero (come egli stesso afferma) è stato da lui trasformato in una nuova forma di teocentrismo. L’identificazione di una singola figura storica, Gesù di Nazareth, con la “realtà” stessa, ossia con il Dio vivente, viene respinta come una ricaduta nel mito; Gesù viene espressamente relativizzato come uno dei tanti geni religiosi. Ciò che è assoluto, oppure Colui che è l’assoluto, non può darsi nella storia, dove si hanno solo modelli, solo figure ideali che ci rinviano al totalmente altro, il quale non si può afferrare come tale nella storia. È chiaro che anche la Chiesa, il dogma, i sacramenti non possono più avere il valore di necessità assoluta. Attribuire a questi mezzi finiti un carattere assoluto, considerarli anzi come un incontro reale con la verità, valida per tutti, del Dio che si rivela, significherebbe collocare su un piano assoluto ciò che è particolare e travisare perciò l’infinità del Dio totalmente altro.

In base a questa concezione, che ha assunto oggi una posizione rilevante, anche al di là delle tesi di Hick, il ritenere che vi sia realmente una verità, una verità vincolante e valida nella storia stessa, nella figura di Gesù Cristo e della fede della Chiesa, viene ritenuto un fondamentalismo che si presenta come un autentico attentato contro lo spirito moderno e come una minaccia multiforme contro il suo bene principale, la tolleranza e la libertà. Anche il concetto di dialogo, che nella tradizione platonica e cristiana aveva acquisito una funzione significativa, assume ora un senso diverso. Diventa addirittura l’essenza del Credo relativista e l’opposto della “conversione” e della missione: in una concezione relativista dialogo significa porre su uno stesso piano la propria posizione o la propria fede e le convinzioni degli altri, e in linea di principio non ritenerla più vera della posizione dell’altro. Solo se suppongo veramente che l’altro abbia tanto ragione quanto me, o anche di più, sono realmente all’altezza del dialogo. Il dialogo dovrebbe essere uno scambio tra posizioni fondamentalmente paritetiche e perciò tra loro relative, con lo scopo di raggiungere il massimo di cooperazione o d’integrazione tra le varie concezioni religiose (2). Il dissolvimento relativista della cristologia e quindi anche dell’ecclesiologia diventa perciò un precetto fondamentale della religione. Per tornare a Hick: la fede nella divinità di uno solo, così egli dice, condurrebbe al fanatismo e al particolarismo, alla dissociazione tra fede e amore; ma questo è appunto ciò che si deve evitare (3).

 

La preghiera alla Madonna con cui si conclude l’enciclica Spe salvi, di Benedetto XVI

La meravigliosa preghiera alla Madonna con cui si conclude l’enciclica Spe salvi, di Benedetto XVI (n. 50) – Noi la recitiamo insieme – Il testo:
 
Feast of Our Lady of Mount Carmel - The Catholic Sun
“Santa Maria, tu appartenevi a quelle anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano « il conforto d’Israele » (Lc 2,25) e attendevano, come Anna, « la redenzione di Gerusalemme » (Lc 2,38). Tu vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza – della promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (cfr Lc 1,55). Così comprendiamo il santo timore che ti assalì, quando l’angelo del Signore entrò nella tua camera e ti disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e l’attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo « sì », la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia. Tu ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo compito e hai detto « sì »: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l’immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti della storia. Ma accanto alla gioia che, nel tuo Magnificat, con le parole e col canto hai diffuso nei secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del servo di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo splendore degli angeli che portavano la buona novella ai pastori, ma al tempo stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile. Il vecchio Simeone ti parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore (cfr Lc 2,35), del segno di contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l’attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse crescere la nuova famiglia, per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto svilupparsi con l’apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la sua parola (cfr Lc 11,27s). Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell’attività di Gesù tu, già nella sinagoga di Nazaret, dovesti sperimentare la verità della parola sul « segno di contraddizione » (cfr Lc 4,28ss)”.
Amen
 
(Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi, 30 novembre 2007, n. 50)
TESTI DISPONIBILI ALLA CASA DI MIRIAM –
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino –

 

“La grazia suppone la natura” – Una rilettura di San Tommaso d’Aquino da parte di S. Paolo VI

Know Jesus and his grace | BiblePortal

“La grazia suppone la natura” – Una rilettura di San Tommaso d’Aquino da parte di S. Paolo VI ***

“[…] Tutta la costruzione dottrinale di San Tommaso è infatti fondata su quell’aureo principio, da lui enunciato fin dalle prime pagine della Summa Theologiae, secondo il quale la grazia suppone e perfeziona la natura e la natura si subordina alla grazia, la ragione alla fede, l’amore umano alla carità. Tutta l’ampia sfera di valori in cui si sviluppa l’impulso vitale della natura umana – essere, intelligenza, amore – è supposta e penetrata di energie nuove dall’infusione della grazia, che è principio di vita eterna. Così la stessa perfezione completa dell’uomo naturale si attua – attraverso un processo di purificazione redentiva e di elevazione santificatrice – nell’ordine soprannaturale, che ha il suo definitivo compimento nella beatitudine celeste, ma che già in questa vita dà luogo a una armonica composizione di valori, difficile da attuare come la stessa vita cristiana, ma affascinante. […]”

 

  1. Si può dire che superando una certa fase di esagerato soprannaturalismo delle scuole medioevali, e insieme resistendo al secolarismo che si diffondeva nelle scuole europee mediante la versione naturalistica dell’aristotelismo, Tommaso seppe mostrare – in sede di teoria della cultura e con la pratica attuazione del suo lavoro scientifico – come si uniscano nel pensiero e nella vita l’assoluta fedeltà alla Parola di Dio e la massima apertura al mondo e ai suoi valori, lo slancio dell’innovazione e del progresso e la fondazione d’ogni costruzione sul terreno solido della tradizione.

Egli, infatti, non solo si preoccupò di conoscere le nuove idee, i nuovi problemi, le nuove proposte e contestazioni della ragione di fronte alla fede, ma anche di investigare il contenuto, anzitutto, della Sacra Scrittura, che spiegò fin dai primi anni del suo insegnamento a Parigi, dei Padri e scrittori cristiani, della tradizione teologica e giuridica della Chiesa, e insieme di ogni filosofia precedente e contemporanea, non solo aristotelica, ma anche platonica, neo-platonica, romana, cristiana, araba, giudaica, senza pretendere di operare una rottura col passato, la quale lo avrebbe privato della sua radice; si può dire che egli avesse assimilato questa massima di San Paolo: non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te (Rom. 11, 18).

Per questa stessa ragione egli fu fedelissimo al Magistero della Chiesa, che custodisce e determina la regola della fede per tutti i credenti, e prima di tutto per i teologi, in forza della istituzione divina e dell’assistenza assicurata da Cristo ai Pastori del suo gregge. Ma, soprattutto nel Magistero del Pontefice Romano egli riconosceva la definitiva autorità direttiva e risolutrice delle questioni riguardanti la fede (14), e, proprio per questo, al suo giudizio, in punto di morte, forse perché consapevole dell’ampia e ardita azione innovatrice da lui svolta, sottomise tutta la propria opera […]”.

*** San Paolo VI, Lettera Lumen ecclesiae, nn. 8-9, 20 novembre 1974

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Il Salmo 129 (128) – Con commento dall’esposizione di Sant’Agostino ***

Agnus Dei Triumphantis - Jose Luis Castrillo

Il Salmo 129 (128) – Con commento dall’esposizione di Sant’Agostino ***

Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza

– lo dica Israele -,

quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,

ma su di me non hanno prevalso!

Sul mio dorso hanno arato gli aratori,

hanno scavato lunghi solchi.

Il Signore è giusto:

ha spezzato le funi dei malvagi.

Si vergognino e volgano le spalle

tutti quelli che odiano Sion.

Siano come l’erba dei tetti:

prima che sia strappata, è già secca;

non riempie la mano al mietitore

né il grembo a chi raccoglie covoni.

I passanti non possono dire:

»La benedizione del Signore sia su di voi,

vi benediciamo nel nome del Signore».

 

Dice S. Agostino a commento dei versetti 1-3: “Spesso e fin dalla mia giovinezza mi hanno combattuta. È la Chiesa che parla di coloro che le tocca sopportare, e pare voglia dire: Ma è forse da adesso? Da gran tempo esiste la Chiesa: essa è sulla terra da quando furono chiamati i primi santi. Un tempo risultò costituita dal solo Abele, e fu combattuta da Caino, fratello cattivo e sciagurato. Poi fu costituita dal solo Enoch, e lo si dovette sottrarre di fra mezzo agli iniqui. Poi fu costituita dalla famiglia di Noè, e dovette sostenere l’opposizione di tutti coloro che perirono nel diluvio, quando solamente l’arca restò a galleggiare sui marosi finché non toccò la terraferma. In seguito la Chiesa fu costituita dal solo Abramo, e ben note ci sono le prove che ebbe a subire da parte dei cattivi; poi risultò formata esclusivamente da Lot, figlio di suo fratello, e dalla famiglia di lui, residente a Sodoma, e dei sodomiti dovette affrontare gli abusi e la perversione finché Dio non intervenne a liberarlo. Più tardi la Chiesa fu costituita dal popolo d’Israele, ma ebbe a tollerare l’odio del faraone e degli egiziani. Nell’ambito della Chiesa così costituita, cioè all’interno dello stesso popolo israelitico, la Chiesa cominciò a contare certi santi quali Mosè e altri, i quali però dovettero soffrire da parte dei giudei iniqui, sebbene popolo d’Israele. E così si giunse al nostro Signore Gesù Cristo e cominciò a predicarsi il Vangelo. Era già stato detto nei salmi: Ho annunziato e parlato; si sono moltiplicati oltre il numero. Che significa: Oltre il numero? Hanno creduto non solo quelli che rientravano nel numero dei santi, ma sono entrati [nella Chiesa] anche altri, oltrepassando questo numero. Vi sono entrati molti giusti, ma in numero anche maggiore gli iniqui. Ed è giocoforza che i giusti tollerino gli iniqui. Ma da quando? Da quando c’è la Chiesa. Forse che capita solo adesso, quando può farne il computo o vi torna col ricordo? Non si stupisca quindi la Chiesa né alcuno di coloro che fan parte della Chiesa intendendo formare un membro sano di lei. Ascolti la sua stessa madre, la Chiesa cioè, e lei gli dirà proprio questo: Non meravigliarti di tali cose, o figlio! Spesso [e] fin dalla mia giovinezza mi hanno combattuta. […]”

(S. Agostino, Esposizione sul Salmo 128)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

San Giovanni il Battista – Grande festa, ma chi lo ricorda, ordinariamente, nella preghiera personale?

Can I Get Baptized Where Jesus Was Baptized? | Baptismal Site of Jesus |  Where Was Jesus Baptized? | - Beliefnet

San Giovanni il Battista – Grande festa, ma chi lo ricorda, ordinariamente, nella preghiera personale?

Oggi, 24 giugno, ricorre come ogni anno la memoria di San Giovanni il Battista. La figura è maestosa ed imponente, sia da un punto di vista storico (la sua parentela con Gesù Cristo, nostro Signore), sia da un punto di vista teologico (è il precursore del Messia, a suo modo ultimo dei profeti), sia da un punto di vista religioso (pratica un battesimo di conversione e predica pentimento e contrizione in nome del Dio Altissimo). Vi sono poi tante altre ragioni solenni per evocare l’importanza di questa figura biblica. Una di queste è certamente il suo carisma, tanto da un punto di vista locutorio (dalla cerchia dei suoi discepoli derivano almeno due fra i più significativi Apostoli di Cristo), sia esistenziale (un rigore nel costume e nell’alimentazione singolarissimi). Gesù Cristo stesso parla di lui, e in modo più che elogiativo, al punto da definirlo “il più grande tra i nati di donna”, espressione certamente da non fraintendere, tanto più alla luce della precisazione successiva “ma il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui”, e che comunque pone assolutamente in alto la sua valenza umana e teologica. Abbiamo molti buoni motivi, quindi, per soffermarci oggi, innanzitutto nella Santa Messa e, successivamente anche in privato, a meditare la Liturgia della Parola e i brani del Vangelo che raccontano di lui, il quale è “battezzatore” non soltanto di folle di gente, ma dello stesso Cristo, infinitamente solidale con l’umanità al punto da volersi egli stesso immergere, sotto la guida del Battista, nelle acque del Giordano. La materia evangelica è peraltro molto ampia a riguardo, dal momento che tutti e quattro gli Evangelisti a loro modo parlano di Giovanni il Battista e non solo riferendosi al Battesimo di Gesù, ma anche in altri contesti.

Ci domandiamo allora, alla luce di tutta questa grandezza teologica, come mai questo Santo, realmente gigantesco, viene così poco evocato nella devozione comune dei fedeli cristiani. Pensiamo ad esempio a quanto di più – senza ovviamente voler istituire delle graduatorie infantili – si evochino nella preghiera, nella devozione e in tanti altri modi spirituali personaggi come San Pio, San Francesco, Sant’Antonio, eccetera. Il Battista, invece, pur essendo immensamente vicino a Gesù tanto nella storia quanto addirittura nel sangue (ovviamente umanamente parlando) raramente, a livello personale, entra nelle preghiere di intercessione o di altra natura praticate dalla pia devozione cattolica e dai fedeli comuni.

Chissà. Forse rimane di lui una immagine – piuttosto caricaturale – molto sobria e austera, quasi fredda ed amorfa. I due Apostoli che dal suo insegnamento prendono la via della sequela di Cristo paiono nella tradizione molto più calorosi e, in qualche modo, “simpatici” (ovviamente secondo categorie del tutto umane di valutazione). Forse, ancora, il Battista è inteso come una figura “piatta”, sempre uguale a se stessa, che non cambia mai stile, che non coinvolge per particolarità di costume o di linguaggio. O forse chissà per quale altro motivo: tuttavia, se è vero che a livello istituzionale e liturgico la Chiesa dedica a lui addirittura due momenti liturgici (quello della morte e quello della natività), è pur vero che nel cuore dei fedeli egli sembra molto lontano dalla partecipazione e dall’interesse di natura personale (altra cosa ovviamente sono le feste sociali che portano il suo nome e che nulla hanno a che fare con la figura evangelica).

Ci proponiamo quindi, da oggi – e lo proponiamo a tutti coloro a cui interessa la nostra proposta – un maggiore impegno spirituale nei riguardi della storia, della predicazione, del senso teologico di questa immensa figura evangelica, immediata anticamera del Messia, e di pregare davvero che a suo modo, nella gloria celeste, possa davvero intercedere per la Chiesa, per tutta la cristianità e per tutti i fedeli, lui che è stato in un modo così speciale un vigoroso testimone della venuta del Redentore fra di noi. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Un estratto da P. Gilbert, “E. Przywara: Dio sempre più grande” in La Civiltà Cattolica, II/2020, pp. 244-255

“La similitudine e la dissimilitudine dell’uomo rispetto a Dio” – Da un articolo interessante di P. Gilbert sull’analogia entis secondo il filosofo E. Przywara***:

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“[…] In Przywara, questa tesi indica che l’essere umano ha una dignità «creaturale», cioè una dignità simile alla semplicità del Creatore, ma non identica. È una distinzione che non contraddice né la propria semplicità né il proprio destino di espressività. Il ricorso alla tesi filosofica che distingue l’essenza dall’atto di essere chiarisce questa posizione: per Dio, l’atto di essere coincide con la sua essenza intelligibile; per l’uomo, invece, l’espressione non esaurisce colui che vi si esprime. […]”

*** (P. Gilbert, “E. Przywara: Dio sempre più grande” in La Civiltà Cattolica, II/2020, pp. 244-255)

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“Cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis” – Breve nota sulla teoria della conoscenza in San Tommaso

What does Saint Thomas Aquinas say about Marriage? - Return to Order

“Cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis” (S. Tommaso d’Aquino) – Breve nota sulla teoria della conoscenza in San Tommaso ***:

 

Secondo il pensiero di Tommaso, l’oggetto conosciuto dimora nel conoscente secondo la natura del soggetto stesso conoscente. Su questo fondamento, che egli elabora riprendendo e perfezionando il motto aristotelico (“L’anima è in tutte le cose in qualche modo, poiché conosce tutte le cose”), Tommaso elabora la propria “gnoseologia”, o Teoria della conoscenza, fondata sul principio di astrazione. San Tommaso procede per induzione, intende cogliere l’universale dal particolare, il tutto dall’esperienza del singolo.

A livello di conoscenza, ciò avviene “estraendo” dalla materia individuale la sua forma, cioè la sua “specie” (nel senso latino, appunto, di “aspetto”). La materia, da cui si “astrae”, deve però essere non generica, ma “signata”, cioè “questa” materia, specificatamente intesa: la materia individuale, non la materia in genere.

L’intelletto che astrae da questa materia specifica la sua forma è l’intelletto cosiddetto “agente”. Ciò che Dio conosce “ante rem” (cioè prima ancora che la cosa sia), l’intelletto agente lo conosce “post rem” (dopo la cosa), nel proprio intelletto, adeguandosi alla cosa stessa. Di qui il noto principio secondo cui la verità di una cosa è l’adeguazione dell’intelletto alla cosa stessa (adequatio).

TESTI DI SAN TOMMASO D’AQUINO DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Edizioni Cattoliche e Cenacolo 24h Tel 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino –

 

L’invincibile potere di Maria SS. sulle ossessioni diaboliche

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L’invincibile potere di Maria SS. sulle ossessioni diaboliche

Le ossessioni diaboliche sono un fenomeno che umilia in modo particolare chi le esperisce e ne va soggetto. Spesso si trova infatti a non essere creduto, e se creduto, non fino in fondo compreso, e se compreso, quasi mai completamente aiutato da chi è preposto a questo, solitamente un esorcista o un sacerdote.

Lo diciamo dopo tante consultazioni con esorcisti e sacerdoti. Ciò dipende dalla natura stessa di quel genere di ossessioni che, proprio perché “diaboliche”, hanno il demonio quale origine, ma anche il demonio quale continuo motore e dinamica intrinseca, la quale è finalizzata non solo alla confusione e, progressivamente, alla disperazione dell’anima vittima, ma anche alla confusione e al progressivo stancamento dello stesso esorcista o sacerdote.

Essa non è necessariamente – come alcuni pensano – viziata da un primitivo incontro volontario della vittima con il demonio, come se cioè fosse stata essa, almeno una prima volta, a mettersi da sola in sua balia. Vi sono forme ossessive che attanagliano anche le menti più pure e i cuori più limpidi, e che anzi, proprio per questa ragione il demonio con tutta la sua rabbia tenta di legare e di avvinghiare, creando attorno a quell’anima un terribile isolamento spirituale.

Anche l’esorcista più ben disposto, infatti, tende prima o dopo a cedere, per stanchezza, per affaticamento, per continui insuccessi o per dubbi interiori a loro volta innestati dal demonio, rispetto alla liberazione di quell’anima o addirittura al fatto che si tratti davvero di una presenza diabolica.

La Madonna, tuttavia, non abbandona mai alcuno dei suoi figli, ma anzi, tanto più li vede schiacciati dal male, tanto più si china in loro aiuto. Noi ci facciamo continuamente testimoni di questa potenza invincibile di Maria contro qualsiasi forma di invadenza diabolica, ivi compresa quella terribile, snervante, continua, logorante delle ossessioni diaboliche. Tutto infatti ha un senso, e per chi è umile e vive nella Chiesa questo è sempre un senso di salvezza, di purificazione e di beneficio, per sé e per gli altri.

Preghiamo allora sempre la Madonna, in particolare il Santo Rosario, senza mai credere che Ella si dimentichi di qualcuno o sia inferiore, per potenza, agli assalti del maligno, il quale è perdente di proprio e sempre perderà, schiacciato sotto i piedi di Maria.

Amen. Ave Maria.

Francesco G. Silletta – 4 volumi – “Liberaci dal male” – Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

I tessuti per la S. Messa

Disponibili alla Casa di Miriam i tessuti per la S. Messa. Ecco cosa sono:

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Si tratta di quattro tessuti, formalmente denominati come:

  1. Il corporale
  2. Il purificatoio
  3. La palla (copri calice)
  4. Il manutergio

Il corporale è un telo normalmente di lino, bianco, privo di decorazioni all’interno (possibili solo sui margini). Esso viene aperto durante l’offertorio e su di esso vengono deposti la patena e il calice

Il purificatoio è un telo anch’esso solitamente di lino, di forma rettangolare, utilizzato per asciugare il calice durante la S. Messa e posto in modo pendente sopra di esso dai due lati.

La palla per il calice, letteralmente significa “sopraveste” è un piccolo tessuto solitamente quadrato, anch’esso di lino, ed è utilizzata per coprire, appunto, il calice e la patena.

Il manutergio è un tessuto di lino. In latino, esso esprime l’atto di “asciugarsi le mani”. Ciò avviene durante l’offertorio e per questo fine esso è utilizzato dal celebrante.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Sull’importanza e l’efficacia della preghiera del “Gloria al Padre”

SS. Trinità dei Pellegrini (@fssp_roma) | Twitter

Sull’importanza e l’efficacia della preghiera del “Gloria al Padre”

Siamo abituati – almeno, chi vive cristianamente – a recitare spesso la preghiera del Gloria al Padre, senza tuttavia, alcune volte, soffermarci davvero con il pensiero su ciò che noi stessi preghiamo. Si tratta di una preghiera breve quanto importante, e per molti motivi. Il primo, forse il più evidente, è che si tratta di una preghiera trinitaria, nella quale riconosciamo come uguali e distinte (e le lodiamo nella loro distinzione) le tre Persone della SS. Trinità.

A noi oggi questa preghiera – purtroppo – è divenuta un po’ abituale: chi, ad esempio, quando ha bisogno di una grazia particolare oppure vive un momento difficile nello spirito o nel corpo, pensa di recitare il “Gloria al Padre”?

Eppure questa preghiera ha un’efficacia speciale dinanzi a Dio, soprattutto per la sua viva appartenenza alla Chiesa. Essa è proprio tale: una preghiera “figlia della Chiesa”, cioè fruttificata dalla ricerca, dalla preghiera comune, dall’illuminazione di grandi padri della Chiesa che hanno riconosciuto – nei primi secoli – l’importanza di rendere la medesima “gloria” al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. In una sua catechesi sul grande San Basilio di Cesarea, diceva a riguardo Benedetto XVI:

“[…] Con zelo e coraggio Basilio seppe opporsi agli eretici, i quali negavano che Gesù Cristo fosse Dio come il Padre (cfr Basilio, Ep. 9,3; Ep. 52,1-3; Contro Eunomio 1,20). Similmente, contro coloro che non accettavano la divinità dello Spirito Santo, egli sostenne che anche lo Spirito è Dio, e «deve essere con il Padre e il Figlio connumerato e conglorificato» (cfr Lo Spirito Santo). Per questo Basilio è uno dei grandi Padri che hanno formulato la dottrina sulla Trinità: l’unico Dio, proprio perché è Amore, è un Dio in tre Persone, le quali formano l’unità più profonda che esista, l’unità divina […]” (Cfr. Benedetto XVI, Udienza del 4 luglio 2007).

La preghiera del Gloria al Padre è quindi una preghiera semplice e preziosissima della nostra cattolica economia spirituale, da recitare per questo sovente, con gioia, senza legare ai nostri personali desideri l’infinità della potenza di Dio.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

San Luigi Gonzaga – Dalla lett. ap. “Singularis illud” di Pio XI

Oggi San Luigi Gonzaga – Patrono della gioventù – Dalla lettera apostolica di Papa Pio XI, Singularis illud ***

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“[…] Luigi, essendosi prefisso di disporre la vita sua a norma di ragioni non « temporali » ma « eterne » — dalle quali che si diparta non può più essere o dirsi uomo spirituale — siffatte ragioni attinte dalla divina rivelazione fu solito considerare e meditare lungamente e profondamente nella solitudine degli Esercizi spirituali, in cui, uscito appena di fanciullo e poi iscritto alla Compagnia di Gesù, di tanto in tanto egli si raccoglieva con sommo frutto e godimento dell’anima. Per la verità, riteniamo assolutamente necessario che i nostri giovani, seguendo l’esempio del Gonzaga, imprimano bene nell’animo questa verità, che cioè la vita umana non si deve tanto rimpicciolire da far sì che si restringa tutta nella ricerca e nel godimento dei beni caduchi, come accade non raramente per i giovani, ma al contrario essa debba essere considerata da noi come un veicolo con il quale, servendo solo a Cristo, tendiamo alla eterna beatitudine. E facilmente i nostri adoloscenti conquisteranno questo giusto concetto della vita se, imitando il celeste Patrono, si allontaneranno talvolta dal tumulto delle cose umane e si applicheranno per alcuni giorni agli Esercizi spirituali che, come testimonia una lunga esperienza, sono nati per conquistare salutarmente e stabilmente gli animi teneri e docili dei giovani.Luigi, come dicemmo, rischiarato dalla luce delle eterne verità, avendo fatto proposito di non lasciar nulla d’intentato pur di condurre una vita innocentissima, perseverò con tale costanza nel proposito, che dal primo uso di ragione fino all’ultimo respiro si conservò immune da ogni macchia di peccato grave; e in particolare conservò così gelosamente il fiore della sua purezza, immune da qualsiasi minimo neo, da meritare che i compagni gli dessero il nome di angelo — quello stesso nome con il quale il popolo cristiano da allora lo ha sempre chiamato — e che il Beato Roberto Bellarmino, che del Santo adolescente fu espertissimo direttore spirituale, lo considerasse garantito nella grazia. […]”

(Pio XI, Lett. Ap. Singularis illud, Sulla figura di Luigi Gonzaga, 13 giugno 1926)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Stupendo pensiero di San Bonaventura***

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Stupendo pensiero di San Bonaventura***

San Bonaventura scrive: “La verità delle cose è l’indivisione dell’ente dall’essere; la verità dei discorsi è l’indivisione dell’ente in relazione all’essere; la verità dei costumi è l’indivisione dell’ente dal fine. – La verità dei costumi è la rettitudine, per la quale l’uomo vive bene, dentro e fuori secondo il dettame del diritto, poiché il diritto è la regola della rettitudine; la verità dei discorsi è la precisa corrispondenza della voce e dell’intelletto; la verità delle cose è la precisa corrispondenza dell’intelletto e della cosa».

(Sofia Vanni Rovighi, San Bonaventura)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Analogia fidei (analogia della fede): cosa vuol dire?

Analogia fidei (analogia della fede): cosa vuol dire? Leggiamo in uno studio pubblicato alcuni anni fa la sua spiegazione ***

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[…] Questa espressione è presente, in origine, nella Lettera ai Romani dell’Apostolo Paolo (“Chi ha il dono della profezia, lo eserciti secondo la misura della fede”, Rm 12,6), ove il termine greco “analoghia” viene impiegato nel senso di “misura”, o “proporzione”. Nella tradizione cattolica questa espressione ha assunto carattere tecnico ad indicare l’adeguatezza e l’armoniosa proporzione tra le verità della fede, che non possono entrare in conflitto fra loro. Il Catechismo della Chiesa Cattolica la esplicita nel modo seguente: “Per ‘analogia della fede’ intendiamo la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione” (CCC 114). Tale analogia guida nell’interpretazione dell’Antico Testamento alla luce del Nuovo, nella comprensione organica e unitaria di tutto il Magistero, nell’elaborazione della teologia alla luce della tradizione. Essa è fondamentale per una retta comprensione dello “sviluppo del dogma”, che non va inteso come un mutamento del contenuto di verità, ma come un approfondimento coerente della comprensione della medesima verità rivelata nell’evolversi delle culture.

La teologia dei riformatori, specie con Karl Barth (1886-1968) ha fatto uso dell’espressione analogia fidei per indicare nella divina rivelazione l’unica fonte della conoscenza di Dio, contrapponendola all’analogia entis, intesa come fondamento della via percorsa dalla ragione naturale per una conoscenza non rivelata di Dio che, nella visione luterana, è negata ‘sic et simpliciter’. […]

*** F. BELLELLI, Cristocentrismo e storia. L’uso dell’analogia nella cristologia di H. U. Von Balthasar, in Divus Thomas, 111/1, Gennaio-Aprile 2008, pp. 21-31, qui pp. 36-37).

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La fede in ciò che non si vede – S. Agostino

La fede in ciò che non si vede – Dal genio ispirato di S. Agostino:
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“[…] Se non devo credere a ciò che non vedo, chi sarà riamato da un altro, dal momento che in se stesso l’amore è invisibile? Pertanto finirà del tutto l’amicizia, perché essa non consiste in altro che nell’amore reciproco. Quale amore, infatti, si potrà ricevere da un altro, se non si crede affatto che sia stato dato?

Con la fine dell’amicizia poi non resteranno saldi nell’animo né i vincoli matrimoniali né quelli di consanguineità né quelli di parentela, poiché anche in essi vi è senz’altro un comune modo di sentire basato sull’amicizia. I coniugi dunque non potranno amarsi a vicenda, quando, non potendo vedere l’amore come tale, l’uno non crederà di essere amato dall’altro. Essi non desidereranno avere figli, poiché non credono che saranno da essi ricambiati.

E costoro, se nascono e crescono, ameranno molto di meno i loro genitori, non vedendo nel loro cuore l’amore verso di sé, dato che è invisibile; naturalmente, però, qualora il credere le cose che non si vedono è segno di colpevole impudenza e non di lodevole fede. Che dire poi degli altri vincoli familiari – tra fratelli, tra sorelle, tra generi e suoceri, tra congiunti di qualsivoglia grado di consanguineità e affinità – se l’amore è incerto e la volontà è sospetta, tanto da parte dei genitori verso i figli quanto da parte dei figli verso i genitori, e quindi finché la dovuta benevolenza non è ricambiata, perché non la si ritiene dovuta quando, non vedendola, non si crede che vi sia nell’altro? D’altra parte, se non è ingenua, è quanto meno odiosa questa cautela per la quale noi non crediamo di essere amati per il fatto che non vediamo l’amore di chi ci ama, e pertanto non ricambiamo a nostra volta coloro che non ci riteniamo in dovere di ricambiare. Fino a tal punto perciò le cose umane sono sconvolte, non credendo ciò che non vediamo, da essere distrutte fino alle fondamenta, se non crediamo a nessuna volontà d’uomo, che di certo non possiamo vedere. Tralascio di dire quante cose della pubblica opinione, della storia ovvero di luoghi in cui non sono mai stati credano coloro che ci riprendono per il fatto che crediamo ciò che non vediamo, e come essi non dicano ” non crediamo perché non abbiamo visto “. Se dicessero ciò, infatti, sarebbero costretti a confessare di non avere alcuna certezza sull’identità dei loro genitori, poiché, anche in questo caso, hanno creduto a quanto altri gli raccontavano, senza peraltro essere capaci di mostrarglielo perché era ormai passato; e, pur non conservando alcun ricordo del tempo della loro nascita, tuttavia hanno dato il pieno consenso a coloro che in seguito gliene hanno parlato. Se così non fosse, inevitabilmente si incorrerebbe in un’irriguardosa mancanza di rispetto nei confronti dei genitori, nel momento stesso in cui si cerca di evitare la temerità di credere in quelle cose che non possiamo vedere […]”.

(S. Agostino, La fede nelle cose che non si vedono)

Testi di S. Agostino disponibili alla Casa di Miriam

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“La terra di Canaan è il nostro corpo” – dai Sermoni di S. Antonio da Padova ***:

“La terra di Canaan è il nostro corpo” – dai Sermoni di S. Antonio da Padova ***:

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  1. […] nel libro dei Numeri si racconta che gli esploratori, mandati da Mosè e dai figli di Israele, percorsero per quaranta giorni tutta la terra di Canaan (cf. Nm 13,26). […] La terra di Canaan è il nostro corpo, con il quale dobbiamo operare, o permutare, con cambio favorevole, le realtà terrene per quelle eterne, le cose passeggere per quelle che resteranno, e questo sempre nel­l’umil­tà del cuore. Di questo commercio leggiamo nei Proverbi, quando si parla della donna forte: “Gustò e vide che il suo commer­cio andava bene” (Pro 31,18). Nota che dice due cose: gustò e vide. La donna forte, cioè l’anima, gusta quando, con il sano palato della mente, prova le delizie della gloria celeste, per amore della quale di­sprezza il regno di questo mondo e tutte le sue ricchezze; e in questo modo, con l’andar del tempo, con l’occhio penetrante della ragione, vede e comprende che è un buon affare vendere tutto quello che ha e darne il ricavato ai poveri (cf. Mt 19,21), e poi, spoglia di tutto, seguire Cristo nudo. È quello che dice Giobbe: “Pelle per pelle, e tutto quanto l’uomo ha, è pronto a darlo per la sua anima” (Gb 2,4). L’uomo, provando e constatando quanto è buono il Signore (cf. Sal 33,9), dà e scambia la pelle della grandezza di questo mondo per la pelle della gloria celeste. Ed è anche disposto a conse­gnare al carnefice e al torturatore il suo corpo mortale di pelle ed esporlo alla spada e alla morte, in cambio della pelle gloriosa del corpo immortale. Giustamente il nostro corpo è chiamato “pelle”: infatti, come la pelle più viene lavata e più si deteriora, così il nostro corpo quanto più viene nutrito con delicatezza e infiacchito dai piaceri, tanto più presto perde le forze, invecchia e si copre di rughe. E per la sua anima l’uomo dev’essere disposto a dare non solo la pelle, ma anche tutto ciò che possiede, per meritare di sentirsi dire, come agli apostoli che avevano abbandonato la pelle e tutto il resto: “Sederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19,28).

*** (S. Antonio da Padova, Sermoni, IV, 22)

Testi disponibili alla Casa di Miriam

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La legge della carità come legge che ci rende veri figli di Dio – dagli scritti di San Tommaso d’Aquino***

La legge della carità come legge che ci rende veri figli di Dio – dagli scritti di San Tommaso d’Aquino***

La legge naturale è il dono inscritto da Dio nella ragione stessa dell’uomo, perché egli possa comprendere in maniera appunto “naturale” ciò che è bene e ciò che non lo è.

San Tommaso, in un modo sintetico e geniale, distingueva l’esistenza di quattro “leggi” con le quali l’uomo nella propria esperienza è venuto e si viene a confrontare.

La prima, appunto, è la legge naturale. La seconda – suo malgrado – è la legge della concupiscenza, istituita a motivo della primitiva disubbidienza e rimasta incisa nell’animo umano per opera del diavolo. Essa è il fomite verso il peccato che, nella forza della grazia, l’uomo può comunque vincere e soprassedere.

La terza legge è quella di Mosè, temporanea, transitoria e finalizzata. Essa è una legge che Tommaso descrive come inscritta più su una logica del “timore” che non “dell’amore”. Non fare il male, cioè, unicamente per timore di Dio piuttosto che non per amore verso di lui.

Questo passaggio verso l’amore è dato dalla quarta “legge”, la legge di Cristo, con il suo duplice precetto di amare Dio e di amare il prossimo. Questa legge, dice Tommaso, ci rende figli veri, e non schiavi come quella mosaica, e rende l’uomo realmente padrone dei propri atti.

Amen

*** (Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Commento ai due precetti della carità)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Meditazione e preghiera serale alla Casa di Miriam dell’11 giugno 2021

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Adesso ci poniamo in contemplazione del Signore. Per riuscire in questo proposito – nonostante tanti rumori del mondo che, in questa serata calda, vengono da fuori – occorre imporsi due previe disposizioni: la pazienza e l’umiltà. La pazienza ci aiuterà a non gettare tutto a monte, di questa nostra preghiera, solo perché sentiamo tante voci all’esterno, tante grida, tanti rumori tipici di una serata mondana, distanti dal silenzio che vorremmo regnasse intorno a noi. San Giacomo inizia la sua lettera proprio esortandoci all’acquisizione di questa pazienza, che fortifica la nostra fede.

L’umiltà, invece, è proprio necessaria per farci comprendere che se non fosse l’amore di Dio a riunirci qui, in questo venerdì sera, da noi stessi non saremmo mai capaci né di pregare bene, né, come detto, di pervenire ad una vera contemplazione di Cristo.

Cristo, però, è in ogni luogo. Certo è anche là fuori, dove in molti corrono ognuno ai propri divertimenti o alle proprie personali faccende; tuttavia è tanto di più dove due o tre si riuniscono nel suo Nome, per porre lui al centro della propria esperienza attuale. E noi siamo qui riuniti proprio nel suo Nome: dunque lui è qui tra noi in modo particolare, attraverso una presenza speciale che certo non ci fa migliori o superiori a nessuno, ma semplicemente edifica in noi una fortunosa occasione di partecipare del suo amore.

Ecco. Oggi, venerdì, è un giorno cristianamente di per se stesso speciale. Il Signore ha scelto infatti, nella sua prescienza, proprio questo giorno per compiere il proprio sacrificio sulla croce. Noi siamo chiamati a non considerare, dunque, questo giorno come se fosse uno come gli altri. Certo è vero: ogni volta che si contempli la passione di Cristo, non è questione di venerdì, di sabato o di altro giorno, ma del cuore unito a Cristo. Tuttavia è vero anche che il fatto che ci sia dato di riunirci di venerdì va colto come dono speciale, non casuale, dell’amore di Cristo: ci è infatti suggerito un elemento particolare, prelibato, per rendere maggiormente efficace la nostra contemplazione, ossia la ricorrenza settimanale del ricordo della crocifissione di Cristo avvenuta di venerdì. La misericordia di Cristo ci riunisce questa sera qui insieme, tuttavia, ancora donandoci qualcosa d’altro, come prezioso elemento di meditazione e preghiera: oggi la Chiesa, infatti, in tutta la terra festeggia il Sacratissimo Cuore di Gesù, trafitto sulla croce. Da quel cuore sono uscite le sorgenti della nostra salvezza.

Abbiamo dunque molti elementi che ci possono indurre ad abbandonare noi stessi, per il tempo di questa preghiera insieme, ed unirci all’amore di Cristo, a farci guidare unicamente da lui. Iniziamo con il segno della Croce, perché possiamo porci alla presenza del nostro Dio Trinità: nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo. Amen. Diciamolo con convinzione, questo “Amen”. Diciamolo sempre attentamente anche durante la Messa e in ogni altra ricorrenza liturgica: è il nostro modo linguistico di affermare la nostra adesione spirituale al volere divino.

Amen, quindi. Si compia ora ciò che Cristo vuole per noi. E Cristo vuole che attraverso questo momento di preghiera insieme, contemplandolo spiritualmente con la Parola e la preghiera che lo Spirito ci suggerisce, raggiungiamo una nuova elevazione spirituale. Il mondo resti fuori, per questo tempo. Il suo rumore non pervada il nostro cuore. Ivi infatti sta venendo a prendere dimora Gesù Cristo, che il mondo lo ha vinto, con tutte le sue illusioni e inganni, le sue impurità e le sue menzogne. Lasciamo che soltanto Cristo sia l’Ospite delizioso del nostro cuore. In un certo senso, riflettendo sulla festa odierna del Sacro Cuore, così violentemente trafitto per i nostri peccati, possiamo in qualche modo “dare” a Cristo un altro cuore, il nostro, perché ivi trovi una nuova “sede” per far fluire la sua pace, il suo amore, il suo battito continuo di grazia e di pace.

Lasciamo indietro non soltanto il mondo, ma anche noi stessi con tutte le nostre preoccupazioni, ansie, stanchezze, progetti, agitazioni e qualsiasi altra forma di contenuto spirituale. Andiamo dietro a noi stessi. Svuotiamoci completamente di tutto. L’umiltà che chiediamo a Cristo ci aiuterà non a nasconderci dietro a noi stessi, ma a venirne fuori liberati da ogni schiavitù che, lungo questa giornata, ci ha legati fra tante tribolazioni.

Ringraziamo allora Gesù, per tutto quello che abbiamo ricevuto quest’oggi. Diciamo insieme:

“Dio Padre, noi ti ringraziamo per il dono che tuo Figlio ci ha fatto della sua incarnazione, morte e risurrezione. Ora ti domandiamo lo Spirito Santo, perché in questa preghiera insieme l’opera di tuo Figlio si ravvivi nel nostro spirito e così possiamo renderti grazie, benedire il tuo nome, lodarti per tutto ciò che nella tua bontà, di personale, ci hai elargito oggi”. Amen

Non spaventiamoci della nostra difficoltà a rimanere concentrati su ogni aspetto della nostra preghiera. Lo Spirito Santo è la nostra guida. Offriamo al Signore anche la nostra limitatezza spirituale. Aiutiamoci con la lettura del Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi…”. Facciamo nostro insieme l’intero testo di questo Salmo (ed ora si legge il Salmo 1…)

Non siamo qui per teologare, né per argomentare scientificamente alcunché. Siamo qui per pregare e dare a Dio il nostro amore in Cristo, nello Spirito Santo. Quindi se qualche frase di questo Salmo sfugge alla nostra comprensione, evidenziamola allo Spirito stesso, perché la spieghi al nostro cuore, secondo la sua metodologia. E la metodologia dello Spirito Santo è sempre quella dell’amore. Andiamo allora in cerca di questo amore che ci viene dato, tramite la divina parola di questo Salmo, per poterlo a nostra volta infondere in ognuno di noi. Diventiamo una cosa sola fra noi. Ecco compiuto già il primo prodigio dello Spirito. Il Sacro Cuore di Gesù ci sta unendo tutti in una cosa sola, nel suo Spirito.

Diciamo insieme: “Padre nostro… (e si reciti la preghiera).

Dio si manifesta adesso a noi come nostro Padre premuroso, lieto della nostra iniziativa. Suo Figlio ci viene dato come dono compensatorio della nostra disposizione. Lo Spirito rallegra la nostra unione. Abbiamo detto bene: “Sia fatta la tua volontà”. Rimarchiamo nella nostra meditazione questo aspetto da noi stessi pronunciato, pensando a tutte le volte che siamo noi, con il nostro amor proprio, a voler tenere le redini dell’andamento delle cose. No. Sia fatta la volontà di Dio. La volontà di Dio sappiamo infatti che è comunque indirizzata al nostro bene e alla nostra santificazione. Chiediamo perdono per ogni oppressione personale, per ogni imposizione imposta alla volontà di Dio rispetto al suo compimento in noi.

Ecco. Fermiamoci allora, illuminati dallo Spirito, sulla lettura del Vangelo. Non prendiamo questa sera un testo a caso. La liturgia della Messa odierna ci dà molti spunti per riflettere. Il Vangelo odierno è infatti quello che ci narra la crocifissione di Gesù, la consegna della Madre al discepolo, il colpo di lancia. In tutti e tre questi avvenimenti noi siamo, ognuno a suo modo, in qualche modo coinvolti attivamente. Preghiamo lo Spirito perché ci indichi il modo esatto in cui ciò accade. Accade adesso, anche se Gesù lo ha previsto a suo tempo per il tempo futuro. Noi siamo adesso, non allora. Siamo qui, portando con noi la contemplazione di quell’evento passato nella storia, ma vivo nella nostra meditazione. E dunque lo Spirito ci orienti in questo cammino. Letto il brano del Vangelo, diciamo insieme la sequenza allo Spirito Santo: “Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal Cielo….”

Ora prendiamo la Coroncina del Rosario. Siamo certi che attraverso di esso, molte grazie ci saranno accordate e molte lo saranno a tante altre persone, vive o defunte. Oggi ci uniamo alla passione di Cristo attraverso la recita dei misteri del dolore. Iniziamo allora insieme la recita del S. Rosario….

 

 

Un estratto dalla Trinità di R. di San Vittore

Trinity: Absolute Knowledge And Knowability - William Hemsworth

Abbiamo conoscenza delle cose in tre modi, se non erro. Alcune cose le constatiamo nell’esperienza, altre le colleghiamo con il ragionamento, di altre siamo certi per la fede. Per esperienza abbiamo notizia delle cose temporali; alla conoscenza delle cose eterne assurgiamo ora con il ragionamento, ora con la fede. Infatti, alcune delle verità che dobbiamo credere, non solo sono sopra la ragione, ma sembrano essere anche contro la ragione, se non vengono considerate con profonda e sottilissima indagine, o non sono rese manifeste dalla divina rivelazione. Nella conoscenza o asserzione di queste verità siamo soliti appoggiarci più alla fede che alla ragione, più sull’autorità che sull’argomentazione […]. Dunque è nostra intenzione, in quest’opera, addurre, per quanto Dio ce lo permetterà, non solo argomenti probabili, ma anche dimostrativi di ciò che crediamo […]”

(R. di San Vittore, La Trinità, I,1,4)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Sant’Agostino sul potere dei demoni

File:Francesco Maffei San Miguel arcángel venciendo a Lucifer 1640-1660.  Oleo sobre piedra. 80 x 75 cm. Museo Thyssen-Bornemisza.jpg - Wikimedia  Commons

Sant’Agostino sul potere dei demoni***

“(I demoni) spesso ricevono il potere di provocare malattie e di viziare persino l’aria, rendendola malsana; di incitare gli uomini perversi e amanti dei privilegi terreni ad azioni malvagie; e da questi costumi traggono la certezza che costoro finiranno per intendersela con chi li incita a tali azioni. Quindi incitano, in forme stupefacenti e invisibili, […], insinuandosi nei corpi degli uomini a loro insaputa e intrufolandosi nei loro pensieri attraverso alcune visioni fantastiche, sia da desti che da dormienti.

Talvolta poi predicono in anticipo non le proprie azioni, ma eventi futuri, conosciuti in anticipo sulla base di segni naturali, che gli uomini non sono in condizione di percepire. Se infatti il medico formula previsioni di cui non è capace chi ignora la sua arte, non per questo lo si deve ritenere divino. Perché stupirsi allora se, come egli prevede malattie future più o meno infauste a seconda di sbalzi o modificazioni di temperatura del corpo umano, allo stesso modo i demoni prevedono tempeste future a seconda dello stato o dell’evoluzione atmosferica, a loro ben nota, ma ignota a noi?

Talvolta apprendono alla perfezione anche i disegni degli uomini, non solo quelli dichiarati verbalmente, ma anche concepiti soltanto con il pensiero, quando l’anima riesce ad esprimere taluni segni nel corpo; a partire da questi preannunziano anche molti eventi futuri, che stupiscono evidentemente gli altri, che non conoscono tali disegni. Come, ad esempio, un’emozione più intensa appare sul viso, in modo che anche gli uomini riconoscano esteriormente qualcosa che si compie interiormente, così non deve essere incredibile se dei pensieri più miti vengono in qualche modo significati attraverso il corpo, risultando inconoscibili alla rozza sensibilità degli uomini, ma conoscibili alla sensibilità penetrante dei demoni.

Ben distante la divinazione dei demoni dalla profondità delle profezie. Il più delle volte i demoni sono ingannati e ingannano.

Con un potere come questo e di questa portata, sono molte le cose che i demoni preannunziano, restando tuttavia ben distante da loro la profondità di quella profezia che Dio compie per mezzo dei suoi santi angeli e dei Profeti. Se questi infatti preannunziano qualcosa a partire da quel disegno divino, per preannunziare ascoltano; e quando predicono cose che hanno ascoltato da quella fonte, non ingannano e non sono ingannati: sono oracoli assolutamente veritieri di angeli e di profeti. […]

In altre predizioni, invece, i demoni il più delle volte sono ingannati e ingannano. Sicuramente sono ingannati perché, mentre preannunziano i propri disegni, improvvisamente giunge qualche comando dall’alto, che sconvolge tutte le loro decisioni. È come se alcune persone, sottomesse ad altre, decidano qualcosa, pensando che i loro superiori non lo proibiranno, e promettano di farlo, ma coloro che dispongono di un’autorità più grande improvvisamente proibiscono tutto questo progetto premeditato in virtù di un’altra decisione superiore. Sono anche ingannati quando conoscono in anticipo alcuni fenomeni che hanno una causa naturale, come li conoscono i medici, o i navigatori, o gli agricoltori, ma in una forma di gran lunga più penetrante ed eccellente, grazie alla sensibilità più lesta e più versatile di un corpo aereo; ciò avviene perché anche questi fenomeni, in modo inaspettato e improvviso, dagli angeli, devoti servitori del sommo Dio, sono modificati secondo un altro disegno sconosciuto ai demoni. È come se ad un malato sopraggiunga qualcosa dall’esterno, che lo porterà alla morte, mentre il medico aveva promesso che l’avrebbe scampata, sulla base di precedenti sintomi autentici di guarigione; oppure se un navigatore, sulla base di una previsione atmosferica, avesse predetto che avrebbe soffiato a lungo quel vento al quale Cristo Signore, mentre era in barca con i discepoli, comandò di cessare, e si fece una grande bonaccia […]”

(S. Agostino, Il potere divinatorio dei demoni)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

La Tradizione Apostolica – Che cos’è? – Dal Catechismo

FrKevinEstabrook: January 26 2018 - Sts. Timothy and Titus - Apostolic  Succession in Scripture and Tradition

La Tradizione Apostolica – Che cos’é? – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica ***

La Tradizione apostolica

75 «Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio, ordinò agli Apostoli, comunicando loro i doni divini, di predicare a tutti il Vangelo che, promesso prima per mezzo dei profeti, egli aveva adempiuto e promulgato con la sua parola, come fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale».

La predicazione apostolica…

76 La trasmissione del Vangelo, secondo il comando del Signore, è stata fatta in due modi:

— Oralmente, «dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, negli esempi e nelle istituzioni trasmisero ciò che o avevano ricevuto dalla bocca, dalla vita in comune e dalle opere di Cristo, o avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo»;

— Per iscritto, «da quegli Apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza».

…continuata attraverso la successione apostolica

77 «Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come successori i Vescovi, ad essi “affidando il loro proprio compito di magistero”». Infatti, «la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi».

78 Questa trasmissione viva, compiuta nello Spirito Santo, è chiamata Tradizione, in quanto è distinta dalla Sacra Scrittura, sebbene sia ad essa strettamente legata. Per suo tramite «la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni, tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede». «Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega».

79 In tal modo la comunicazione, che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente e operante nella Chiesa: «Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo».

  1. Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura

Una sorgente comune…

80 «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine». L’una e l’altra rendono presente e fecondo nella Chiesa il mistero di Cristo, il quale ha promesso di rimanere con i suoi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

…due lodi differenti di trasmissione

81 «La Sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino».

«La sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano».

82 Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione, «attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto».

Tradizione apostolica e tradizioni ecclesiali

83 La Tradizione di cui qui parliamo è quella che proviene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. In realtà, la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.

Vanno distinte da questa le «tradizioni» teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali.

Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in forme adatte ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste «tradizioni» possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero della Chiesa. […]

Amen

*** (Catechismo della Chiesa Cattolica, Prima Parte, Sezione Prima, Articolo 2, 1, nn. 75-83)

TESTI DEL CATECHISMO SUBITO DISPONIBILI ALLA CASA DI MIRIAM – Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Piazza del Monastero 3 Torino Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

In Cristo è il superamento di ogni prova – di Francesco G. Silletta

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Nella prova dobbiamo sempre pensare cristianamente due cose: la subiamo con Cristo ed è una prova che, per quanto dolorosa e forte possa essere, è necessariamente passeggere. Il fatto di avere Cristo che patisce con noi (sempre che lo si invochi e lo si accetti), impone a quella prova di lasciare prima o dopo colui che soffre, destinandolo, una volta liberato da essa, a una condizione molto migliore – infinitamente più bella – di quella sperimentata prima che la prova incombesse. Al punto che quello stesso soggetto, prima così provato, ora ringrazia Cristo non solo per essere stato con lui “durante” la prova – breve o lunga che sia stata (e alle volte può durare tutta una vita!) – ma per il fatto stesso di averla ricevuta, di essere stato così intensamente provato.

Non è un caso che molti santi addirittura “rimpiangessero” il soffrire (qualunque esso sia stato nella loro vita), proprio per l’indicibile mistero di grazia che si avverte tanto nel patire-con-Cristo che nell’esito liberante della sua vicinanza.

Ciò che ci male e di terribile vediamo quotidianamente attorno a noi (e non occorre andare chissà dove per rendersene conto), sappiamo allora con Cristo che è un attacco, una “prova” alla nostra pace cristiana, alla nostra fede e alla nostra sensibilità cristiane, ma vi è Cristo stesso intrinseco a questa prova, il nostro amore per lui che lo attrae in nostro favore e ci dà la vittoria, qualunque natura quella prova possieda: sia essa una prova spirituale (ad esempio una tentazione, una ossessione, un dolore interiore eccetera), sia essa una prova corporale (una malattia, un incidente, o qualsiasi altra esperienza) o ancora morale (un’offesa ricevuta, una calunnia, una minaccia, eccetera). Cristo è in noi prima, durante e dopo la prova, e lo è sempre come Redentore, vero Dio provato nella sua umanità prima di noi e molto più di noi.

A tal punto possiamo fondere la nostra esperienza di dolore a quella di Cristo da divenire talmente partecipi che quasi ringraziamo Dio, in Cristo, per quella prova, per tutto ciò che attraverso di essa ci ha insegnato, rivelato e concretamente donato: la grazia di Cristo, che non passerà mai più e non permetterà mai più che siamo ancorar provati, nel giorno e nell’ora che Cristo stesso lo vorrà, assorbendo il tempo storico nella sua infinita eternità d’amore e di gloria.

Chi, a quel punto, oserà ancora provare colui che è nelle mani di Cristo? Chi oserà presentarsi a lui con aria di sfida, come per provare i suoi eletti? Siamo di Cristo. Sempre. Vittoriosi sul male, sul peccato e sul mondo, assorbito e reso schiavo dal peccato.

Per questo nella prova scopriamo di poter trascendere il mondo e di essere già – in qualche modo – resi santi in Cristo per la partecipazione al suo mistero infinito d’amore. Amen

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Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741

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“In principio” – secondo Origene

Who Was Jesus, the Man? | Live Science

Il grande Origene (secondo secolo), interpretava l’espressione “in principio”, con la quale inizia la Genesi e l’intera Sacra Scrittura (Gen 1,1) non in senso “temporale”, come a dire: “Prima di tutto”, ma in senso teologico-filiale, ossia: “Nel principio”, cioè “Nel suo Logos Dio creò…”. Scrive testualmente il teologo alessandrino:

“In principio Dio fece il cielo e la terra (Gen 1,1). Qual è il principio di tutte le cose, se non il nostro Signore e salvatore di tutti, Cristo Gesù, il primogenito di tutta la creazione (cfr 1 Tim 4,10; Col 1,15)? In questo principio, dunque, cioè nel suo Verbo, Dio fece il cielo e la terra, come dice anche l’evangelista Giovanni all’inizio del suo Vangelo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutte le cose furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto (Gv 1, 1-3). Dunque qui non parla di un qualche principio temporale, ma dice che nel principio, cioè nel Salvatore, sono stati fatti il cielo e la terra, e tutte le cose che sono state create. […]”

L’interpretazione di Origene ci pare – anche alla luce del seguito della sua riflessione che invitiamo a leggere e a meditare – assolutamente convincente. L’intenzione dell’agiografo ci pare infatti proprio quella di evidenziare un “principio” non temporale, ma “ontologico”, il Logos, lo stesso Pensiero di Dio. Amen

(Cfr. Origene, Omelie sulla Genesi, I,1)

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Dal bellissimo “Grande canone” di S. Andrea di Creta

Dal bellissimo “Grande canone” di S. Andrea di Creta – Un estratto:
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“[…] Non avere orrore di me, o Salvatore, non respingermi dal tuo volto, togli da me il pesante giogo, il giogo del peccato, e dammi, nella tua amorosa pietà, la remissione delle colpe.

Salvatore, le mie colpe volontarie e involontarie, quelle manifeste e quelle nascoste, conosciute e sconosciute: tutto perdona, tu che sei Dio; sii a me propizio e salvami.

Gloria al Padre… (continua)

(S. Andrea di Creta, Grande Canone, I)

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Un’omelia di Benedetto XVI sul Corpus Domini

Un’omelia di Benedetto XVI sul Corpus Domini (23 giugno 2011) – Fonte: vatican.va:
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“[…] Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall’Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche.

[…] Ritorniamo ora all’atto di Gesù nell’Ultima Cena. Che cosa è avvenuto in quel momento? Quando Egli disse: Questo è il mio corpo che è donato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e per la moltitudine, che cosa accadde? Gesù in quel gesto anticipa l’evento del Calvario. Egli accetta per amore tutta la passione, con il suo travaglio e la sua violenza, fino alla morte di croce; accettandola in questo modo la trasforma in un atto di donazione. Questa è la trasformazione di cui il mondo ha più bisogno, perché lo redime dall’interno, lo apre alle dimensioni del Regno dei cieli. Ma questo rinnovamento del mondo Dio vuole realizzarlo sempre attraverso la stessa via seguita da Cristo, quella via, anzi, che è Lui stesso. Non c’è nulla di magico nel Cristianesimo. Non ci sono scorciatoie, ma tutto passa attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che si spezza per dare vita, la logica della fede che sposta le montagne con la forza mite di Dio. Per questo Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia ed il cosmo attraverso questa catena di trasformazioni, di cui l’Eucaristia è il sacramento. Mediante il pane e il vino consacrati, in cui è realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma noi, assimilandoci a Lui: ci coinvolge nella sua opera di redenzione, rendendoci capaci, per la grazia dello Spirito Santo, di vivere secondo la sua stessa logica di donazione, come chicchi di grano uniti a Lui ed in Lui. Così si seminano e vanno maturando nei solchi della storia l’unità e la pace, che sono il fine a cui tendiamo, secondo il disegno di Dio. […]”

(Benedetto XVI, Omelia del 23 giugno 2011)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741

Piazza del Monastero 3 Torino

 

 

Dall’introduzione al 4° volume di “Liberaci dal male”

Feast of the Most Precious Blood of Jesus (2018) by Silverstream Priory

Preghiera introduttiva al 4° volume di “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam:

 

Signore Gesù, vieni ad aiutarci,

quando la notte della paura confonde il giorno della gioia,

e quando il giorno dell’euforia

confonde la notte del silenzio.

Liberaci da ciò che distorce la quiete della nostra natura,

dalle avversità spirituali che seminano angoscia

nella pace del nostro cuore

e tentano di disorientarci,

di confonderci e di agitarci.

Tu sei la nostra pace,

in te non c’è contraddizione, tu non ami a tempo,

perché sei amore e continui ad espandere la tua bellezza

fra le disarmonie dei nostri vissuti,

delle nostre intolleranze e personali ambiguità.

Aiutaci, allora, ad ancorarci a te,

come misura di verità della nostra vita,

senza ripensamenti, senza cambiamenti di percorso,

senza alcuna tristezza.

Per la verità del tuo nome, benedicici, o Signore.

Amen.

4 volumi – “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam –

Piazza del Monastero 3 Torino – Tel. 3405892741

 

Sui miracoli sensibili e su quelli spirituali operati da Gesù nella storia

“[…] Troviamo che dal Signore furono risuscitati tre morti in modo visibile, ma un gran numero in modo invisibile. Ma chi può sapere quanti morti risuscitò in modo visibile? Poiché non tutte le opere compiute dal Signore sono state scritte. Lo dice Giovanni: Gesù fece molte altre opere; se fossero scritte tutte, penso che tutto il mondo non potrebbe contenere i libri in cui registrarle 5. Molti altri dunque sono stati senza dubbio risuscitati, ma solo tre sono stati non senza motivo ricordati. Gesù Cristo nostro Signore ciò che faceva in modo sensibile voleva che fosse inteso anche in senso spirituale. Se faceva i miracoli, non era solo in vista dei miracoli, ma allo scopo che ciò ch’era meraviglioso per chi vedeva fosse vero anche per chi lo comprendeva. […] Coloro che videro i miracoli di Cristo ma non capirono che cosa significassero e che cosa in certo qual modo insegnassero a quanti li capivano, si meravigliarono solo ch’erano stati compiuti; altri al contrario non solo rimasero meravigliati che fossero stati fatti, ma arrivarono anche a capirne il significato. Simili a costoro dobbiamo essere noi alla scuola di Cristo. In effetti chi dice che Cristo fece i miracoli unicamente perché fossero solo miracoli, potrebbe dire pure che egli non sapeva che non fosse la stagione di quei frutti quando cercò fichi su un albero (cfr. Mc 11,13). Non era ancor giunto il tempo di quel frutto, come dice l’Evangelista; eppure, avendo fame, ha cercato i frutti in quell’albero. Non sapeva forse Cristo ciò che sapeva un contadino? Ciò che sapeva il coltivatore dell’albero non lo sapeva forse il creatore dell’albero? Quando dunque, essendo affamato, cercò i frutti sull’albero, volle far capire che aveva fame di qualcosa ma cercava qualcos’altro; trovò l’albero senza frutti ma pieno di foglie, lo maledisse e quello seccò. Che cosa aveva fatto l’albero non portando frutti (cfr. Mt 21,18-19)? Che colpa derivava dal fatto che l’albero non aveva prodotto frutti? Ci sono però alcuni che non possono produrre frutti a causa della propria volontà. La sterilità è una colpa, quando la fecondità dipende dalla volontà. I giudei dunque che avevano le parole della Legge, ma non le opere, erano pieni di foglie ma non producevano frutti. Ho detto ciò per convincervi che nostro Signore Gesù Cristo fece i miracoli per indicare con essi qualcos’altro, perché oltre al fatto ch’erano opere mirabili, grandi e divine, imparassimo da essi anche qualche altra cosa. […]”

(S. Agostino, Discorso n. 98)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino

 

Coroncina alla Divina Provvidenza – di San Giovanni Calabria

Our Mother of Divine Providence - "Sacred Kernel of Christianity"

Coroncina alla Divina Provvidenza – di San Giovanni Calabria – Il testo:

Il nostro aiuto è nel nome del Signore. 

Egli ha fatto cielo e terra.

Sui grani maggiori:

Sacratissimo Cuore di Gesù, pensaci tu. 

Purissimo Cuore di Maria, pensaci tu. 

Sui grani minori:

Santissima Provvidenza di Dio, provvedici (ripetere dieci volte)

(Dopo ogni decina si ripete: Sacratissimo Cuore di Gesù, pensaci tu. Purissimo Cuore di Maria, pensaci tu)

Alla fine della Coroncina:

Guardaci, o Madre, con occhi di pietà. 

Soccorrici, o Regina, con la tua carità.

Ave Maria…

O Padre, Figlio, Spirito Santo:

Santissima Trinità, Maria, angeli e santi tutti del Paradiso,

queste grazie vi domandiamo per il Sangue di Gesù Cristo.

Gloria al Padre…

In onore di San Giuseppe – Gloria al Padre…
In suffragio delle anime del Purgatorio – L’eterno riposo…

Per i nostri benefattori:
Degnati, o Signore, di retribuire con la vita eterna 

tutti coloro che ci fanno del bene per la gloria del tuo santo Nome. Amen.

 

Per implorare la guarigione del corpo e dello spirito

*** (Testo di Francesco G. Silletta – 4 volumi – “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero 3 Torino – Tel. 3405892741  www.lacasadimiriam.altervista.org)

Savior and Lamb Statue feed my sheep statue Christ statue

Tu sei stato fra la gente, Gesù, sovraccarica di piaghe, di dolori, di malattie, di infermità e anche di tanta incredulità, durezza del cuore, irrisoluta superbia e cecità spirituale. Eppure sei passato ovunque la tua sapienza ti conducesse, fra le vie della terra eletta da Dio per questa missione del Verbo incarnato, risanando chiunque nel cuore manifestasse una minima, anche solo parvente, apertura di fede in te come Messia e Salvatore. Hai guarito tante persone dalle loro malattie, senza curarti della loro riconoscenza o gratitudine. Hai guarito disturbi fisici e spirituali umanamente non soggetti a guarigione e lo hai fatto mediante modalità distinte, ognuna finalizzata ad un certo genere di comprensione della tua onnipotenza, della tua salvezza. Hai guarito mediante imposizione delle mani, o mediante la saliva, o mediante altri segni sensibili, ma anche hai voluto guarire taluni unicamente mediante la potenza della tua parola, affinché fosse manifesto che, se da un lato, umanamente, ricerchiamo dei segni visibili per credere, dall’altro la fede in te non è soggetta ad alcun segno, né la tua potenza di guarigione è vincolata a materia alcuna per manifestarsi ed essere efficace.

Nella nostra sofferenza di quest’ora, Gesù, ti domandiamo pietà della nostra incredulità, dopo tanta esperienza di te fatta attraverso la storia, la trasmissione della tua opera, l’interiore mozione dello Spirito, la tua salvifica comunione e tanti, tanti innumerevoli altri segni che ci hai dato affinché credessimo in te e, credendo, ricevessimo in noi la vita che non muore.

Ti chiediamo perdono per le nostre infedeltà, dinanzi a te che sempre rimani fedele nei nostri riguardi e mai contraddici la tua promessa d’amore eterno per noi.

Lascia che la tua misericordia possa davvero entrare in noi come salvifico rimedio a tanta ingratitudine, a tanta nostra miseria, e giungere a risanare innanzitutto il nostro spirito, il nostro sguardo interiore, la nostra fede in te. Forti di una illuminata conoscenza della Verità, mediante l’esperienza di te che tu stesso infondi al nostro spirito umano, ti chiediamo di guarire anche le piaghe della nostra esistenza, le ferite del nostro corpo, le nostre malattie fisiche, tutto ciò che grava sulla nostra ordinaria esistenza terrena alla maniera di un giogo pesante e oppressivo per la nostra vita nel mondo.

Guariscici, Signore, perché per te guarire è amare, amare è testimoniare te stesso nella tua Verità di Figlio di Dio venuto per salvarci. Permettici di stare bene nel corpo e nello spirito – se la tua volontà lo vuole – e di ricevere ora una manifestazione particolare della tua potenza di guarigione e di liberazione, perché tutto il male in noi sia vinto, spezzato, allontanato ed espulso, lasciandoci liberi di respirare secondo la salute che tu hai infuso alla creazione nell’atto stesso di crearla, di muoverci secondo la dinamica e il movimento con cui hai stabilito che il nostro corpo potesse spostarsi fisicamente nello spazio da te predisposto in terra, di nutrirci, di vedere, di sentire, di pensare, di ricordare, di mantenere sana la nostra condizione fisica, mentale, spirituale. Sia tutto secondo l’ordine della guarigione, per la tua glorificazione in noi, ciò che ora ti veniamo umilmente ad offrire dinanzi alla tua croce. A te, miseramente ucciso dalla nostra colpa, noi per la stessa miseria domandiamo guarigione, proprio in forza delle tue ferite, dei tuoi dolori, dei tuoi patimenti subiti per noi e da noi procurati.

Tu non ripaghi secondo il male, ma tutto orienti, dei tuoi atti, verso il nostro maggior bene. Ti domandiamo allora – nell’umiltà e nel decoro di chi sa di non meritare alcunché – una completa guarigione da tutte le nostre malattie ed infermità, unicamente perché vedendoci sani e liberi dal male, secondo la misura della tua bellezza, tu possa offrire al Padre il segno visibile della nostra guarigione quale manifestazione della tua obbedienza a lui, e a noi l’infinito abbassamento del tuo amore per noi, e da tutto ciò possa generarsi in noi una rinnovata e salda fede in te, unico Signore e Dio, Gesù Cristo Salvatore. Amen

*** (Testo di Francesco G. Silletta – 4 volumi – “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero 3 Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org)

Tredicina a S. Antonio

Saint Anthony of Padua: the 5 Miracles | Savelli Religious

Per la Tredicina a S. Antonio (festa il 13 giugno):

  1. O Signore, che hai reso sant’Antonio apostolo del Vangelo, concedici, per la sua intercessione, una fede forte e umile e fa’ che la nostra vita sia coerente con il Credo che professiamo.

Gloria al Padre…

  1. O Dio onnipotente, che hai reso sant’Antonio costruttore di pace e di fraterna carità, guarda alle vittime della violenza e della guerra, e fa’ che in questo mondo sconvolto e pieno di tensioni possiamo essere coraggiosi testimoni della non-violenza, della promozione umana e della pace.

Gloria al Padre…

  1. O Dio, che hai concesso a sant’Antonio il dono delle guarigioni e dei miracoli, concedici la salute dell’anima e del corpo. Dona serenità e conforto a quanti si raccomandano alle nostre preghiere e rendici disponibili al servizio verso i malati, gli anziani, gli infelici.

Gloria al Padre…

  1. O Signore, che hai fatto di sant’Antonio un infaticabile predicatore del Vangelo sulle strade degli uomini, proteggi, nella tua paterna misericordia, i viandanti, i profughi, gli emigrati, tieni lontano da loro ogni pericolo e guida i loro passi sulla via della pace.

Gloria al Padre…

  1. O Dio onnipotente, che hai concesso a sant’Antonio di ricongiungere anche le membra staccate dal corpo, riunisci tutti i cristiani nella tua Chiesa una e santa e fa’ che vivano il mistero dell’unità, così da essere un cuor solo e un’anima sola.

Gloria al Padre…

  1. O Signore Gesù, che hai reso sant’Antonio grande maestro di vita spirituale, fa’ che possiamo rinnovare la nostra vita secondo gli insegnamenti del Vangelo e delle beatitudini, e rendici promotori di vita spirituale per i nostri fratelli.

Gloria al Padre…

  1. O Gesù, che hai dato a sant’Antonio la grazia incomparabile di stringerti, come bambino, tra le sue braccia, benedici i nostri figli e fa’ che crescano buoni, sani e vivano nel santo timor di Dio.

Gloria al Padre…

  1. O Gesù misericordioso, che hai dato a sant’Antonio sapienza e doni per guidare le anime alla santità per mezzo della predicazione e del sacro ministero, fa’ che ci accostiamo con umiltà e fede al sacramento della riconciliazione, grande dono del tuo amore per noi.

Gloria al Padre…

  1. O Spirito Santo, che in sant’Antonio hai dato alla Chiesa e al mondo un grande maestro della sacra dottrina, fa’ che tutti coloro che sono al servizio dell’informazione sentano la loro grande responsabilità e servano la verità nella carità e nel rispetto della persona umana.

Gloria al Padre…

  1. O Signore, che sei il padrone della messe, per intercessione di sant’Antonio manda molti e degni religiosi e sacerdoti nel tuo campo, riempili del tuo amore e ricolmali di zelo e di generosità.

Gloria al Padre…

  1. O Gesù che hai chiamato il papa a essere pastore universale, sommo sacerdote e annunziatore di verità e di pace, per intercessione di sant’Antonio, sostienilo e confortalo nella sua missione.

Gloria al Padre…

  1. O Dio-Trinità, che hai dato a sant’Antonio la grazia di conoscere, amare e glorificare la Vergine Maria, madre di Gesù e madre nostra, concedi a noi di accostarci sempre fiduciosi al suo cuore di madre, per poter meglio servire, amare e glorificare te, che sei l’Amore.

Gloria al Padre…

  1. O Signore, che hai concesso a sant’Antonio di andare incontro a sorella morte con animo sereno, orienta la nostra vita a te; assisti i moribondi, dona la pace eterna alle anime dei nostri fratelli defunti.

Gloria al Padre…

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741

Piazza del Monastero 3 Torino

 

 

L’importanza della fede in S. Tommaso d’Aquino

L’importanza della fede ferma e pura –

San Tommaso d’Aquino predicava così***:

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si può ancora aggiungere che Dio non manca di avallare l’autenticità delle verità di fede. Quando un re invia delle lettere contrassegnate col proprio sigillo, nessuno può metterne in dubbio l’autenticità. Altrettanto possiamo dire a proposito del nostro assunto: le verità di fede che i santi hanno creduto e poi tramandato fino a noi risultano autenticate da quel sigillo di Dio che sono i miracoli (ben al di sopra della portata delle semplici creature), coi quali Cristo ha convalidato l’insegnamento degli agiografi e degli apostoli (39).

Che se tu volessi insistere, che i miracoli stessi sfuggono alla diretta esperienza della maggior parte degli uomini, ti risponderò: la storia – comprese le fonti pagane – ci insegna che l’intera umanità credeva negli idoli mentre la fede di Cristo veniva combattuta. Ma da un certo periodo in poi il mondo prese a convertirsi al vangelo. Sapienti, nobili, ricchi, personaggi celebri e autorevoli si convertono nell’ascolto di pochi, semplici e poveri predicatori evangelici.

Ebbene, o questo è un fatto miracoloso, oppure no. Nel primo caso, eccoti la dimostrazione che cercavi. Se tu invece negassi ancora, ti farò notare che un miracolo più prodigioso di questo è addirittura inimmaginabile: che il mondo si sia potuto, senza intervento divino, convertire a Cristo. Mi pare abbastanza chiaro.

Concludendo: nessuno può ragionevolmente dubitare delle verità rivelate e, anzi, deve crederle più di ciò che percepisce attraverso i sensi. La vista, ad esempio, può ingannarsi, mentre la sapienza di Dio è assolutamente infallibile […]”

*** (S. Tommaso, Commento al Simbolo degli Apostoli)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 Piazza del Monastero 3 Torino

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Consacrazione al S. Cuore di Gesù – di S. Margherita M. Alacoque

Retraite du Sacré-Cœur à Paray-le-Monial - Retraite de Saint Ignace et  autres retraites spirituelles

Inizio mese dedicato al S. Cuore di Gesù – Preghiera di consacrazione al S. Cuore di S. Margherita Maria Alacoque:

Io (nome e cognome),

dono e consacro al Cuore adorabile di nostro Signore Gesù Cristo

la mia persona e la mia vita, (la mia famiglia/il mio matrimonio),

le mie azioni, pene e sofferenze,

per non voler più servirmi d’alcuna parte del mio essere,

che per onorarlo, amarlo e glorificarlo.

È questa la mia volontà irrevocabile:

essere tutto suo e fare ogni cosa per suo amore,

rinunciando di cuore a tutto ciò che potrebbe dispiacergli.

Ti scelgo, o Sacro Cuore, come unico oggetto del mio amore,

come custode della mia via, pegno della mia salvezza,

rimedio della mia fragilità e incostanza,

riparatore di tutte le colpe della mia vita e rifugio sicuro nell’ora della mia morte.

Sii, o Cuore di bontà, la mia giustificazione presso Dio, tuo Padre,

e allontana da me la sua giusta indignazione.

O Cuore amoroso, pongo tutta la mia fiducia in te,

perché temo tutto dalla mia malizia e debolezza,

ma spero tutto dalla tua bontà.

Consuma, dunque, in me quanto può dispiacerti o resisterti;

il tuo puro amore s’imprima profondamente nel mio cuore,

in modo che non ti possa più scordare o essere da te separato.

Ti chiedo, per la tua bontà, che il mio nome sia scritto in te,

poiché voglio concretizzare tutta la mia felicità

e la mia gloria nel vivere e morire come tuo servo.

Amen.

 

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Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741

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Sul valore della penitenza volontaria agli occhi di Gesù

It is hard to overestimate the storm that is brewing. Only penance and a  complete housecleaning can restore credibility and t… | Catholic art, In  this moment, Jesus

Fare penitenza – secondo l’ispirazione dello Spirito – non è affatto un malsano sensazionalismo o un fanatico gestualismo, bensì una partecipazione più intima, intensa e volontaria ai patimenti di Cristo, non per procurare da se stessi dei presunti meriti, ma inversamente per cancellare con uno strumento che renda esplicita la volontà di umiltà e pentimento – cioè appunto la penitenza – e il desiderio che quante più persone, cominciando da se stessi, siano liberate dal peso delle colpe commesse e della propria tiepidezza nel rimediare ai loro molteplici effetti.

Oggi si è pronti a sacrificarsi – e molto – per cose del tutto vane, fuorvianti spiritualmente se non direttamente peccaminose di per se stesse: eppure “ci si sacrifica” volentieri, come ad esempio mettendo in gioco i soldi, frutto di giorni e giorni di lavoro, per spenderli in frivolezze o peccaminosità. Tuttavia, nonostante questo genere “malsano” di sacrificio, raramente si trovano persone disposte a sacrificarsi per il bene che Cristo desidera per le anime: l’acquisizione delle virtù, la pratica dei sacramenti, la vita contenuta nella purezza, nel decoro morale, nell’umiltà. Per queste cose non solo in molti non si sacrificano, ma anzi, detestano quanti le propongono cristianamente come realtà sante e propizie per l’umana salvezza, quasi fossero delle catene “contro” la libertà di agire, e di agire quasi sempre per il peccato.

La penitenza annienta Satana – che tutti i mali propone agli uomini – in un modo da stordirlo nella sua stessa intelligenza spirituale. Neppure lui, infatti, si aspetta dal soggetto una risposta così drastica alle sue tentazioni: fare penitenza, offrirsi vittima (ovviamente in una maniera santa, ponderata e sotto una direzione spirituale), affinché in nulla Satana possa dirsi vincitore, tanto nel passato, come nel presente e nel futuro dell’anima che opprime con le sue proposte.

La penitenza purifica tutto ciò che di per se stessi non siamo capaci di purificare. E non è vero – come dicono alcuni – che Cristo non domanda questo. Certo è vero che non lo domanda a tutti allo stesso modo, perché ci sono penitenze e penitenze, soggetti e soggetti, storie e storie, peccati e peccati, eccetera. Tuttavia molto spesso è il cuore stesso, purtroppo fiero di sé e addormentato fra i vizi del mondo, ad anticipare la volontà di Cristo con una presunta via di fuga da tutto ciò che porti un odore penitenziale.

Certe penitenze, tuttavia, è Cristo stesso a mandarle a suo modo ad alcune persone in questa vita terrena, per la loro purificazione. Accettarle, da parte di quelle, sarebbe già molto, senza maledirle o imprecare contro il Cielo. Tuttavia la penitenza volontaria è molto più gradita a Cristo, perché attraverso una determinata rinuncia o sofferenza gli si offre qualcosa di libero, di proprio, di vero e di tangibile non per spirito di esaltazione, quasi si avesse a pretendere qualcosa in cambio da lui, bensì di partecipazione alla sua sofferenza per tutti i molteplici peccati che ogni giorno si compiono sotto il Cielo.

Alcune grandi figure di santi e sante hanno vissuto (persino in maniera per noi inarrivabile) delle penitenze estreme, volontarie, continue, come ad esempio Santa Veronica Giuliani. Mai Cristo ha rifiutato – con rimprovero – la loro offerta, ma anzi l’ha benedetta e, accogliendola, l’ha trasformata in fiumi di grazia per una moltitudine di anime, inconsapevoli di ogni cosa.

Amen

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“Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1Gv 2,1)

“Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1Gv 2,1) – una spiegazione del biblista I. de la Potterie

“In qual modo il Cristo Gesù esercita questa funzione di Paraclito presso il Padre? Lo spiega il contesto. Anche nel suo stato di gloria, Gesù sta alla presenza del Padre come “vittima di propiziazione per i nostri peccati” (v. 2). E’ il tema descritto dalle visioni dell’Apocalisse, dove contem¬pliamo «l’Agnello sgozzato» mentre sta ritto davanti al Trono di Dio (Apocalisse 5,6.9.12; 13,8). Tutta l’opera d’espiazione che il Cristo Gesù ha realizzato qui in terra, nel cielo diventa come una grande preghiera d’intercessione che come un «avvocato», un «intercessore», egli rivolge al Padre. Altrove Giovanni applica il termine «Paraclito» costan¬temente allo Spirito Santo, tuttavia non per descriverne la funzione d’intercessione presso Dio, ma per caratteriz¬zare la funzione d’assistenza ch’egli esercita quaggiù pres¬so i credenti. Tali testi appartengono tutti ai discorsi dopo la Cena, i quali costituiscono come il testamento di Gesù prima del suo ritorno al Padre. Dopo una promessa for¬male della venuta del Paraclito, Gesù indica chiaramente i tre principali aspetti dell’attività di questo: la sua fun¬zione d’insegnare, la testimonianza ch’egli rende a Gesù, e correlativamente la sua parte d’accusatore in faccia al mondo. […]

Nell’ultima Cena il cuore dei discepoli si turba all’annun¬cio imprevisto della partenza di Gesù (Giovanni 14,1). Finora egli era restato con loro (16,4; 14,25); ma adesso egli annuncia che resterà con loro soltanto per poco tempo (13, 34): ben presto essi non lo vedranno più (16,11) perché egli va al Padre (16,10). Tuttavia Gesù tornerà subito presso i suoi (14,18) non solo al momento delle apparizioni pasquali, ma per una presenza tutta spirituale ed interiore: allora sol¬tanto i discepoli saranno capaci di vederlo, in una contem¬plazione di fede (14,19). E questo sarà opera dello Spirito Santo, il quale viene chiamato «un altro Paraclito» (14,16) perché continuerà presso i discepoli l’opera che ha iniziato Gesù: nel grande conflitto che oppone Gesù ed il mondo, lo Spirito avrà il compito di difendere la causa di Gesù presso i discepoli e di confermarli nella loro fede. E’ interesse dei discepoli che il Cristo Gesù se ne vada, poiché senza questa dipartita il Paraclito non verrà presso di loro (16,7). Il Padre donerà loro il Paraclito dietro richiesta di Gesù e nel Nome di Gesù (14,16.26); il Cristo Gesù stesso da presso il Padre invierà loro il Paraclito (15,26). Questo Spirito che proviene dal Padre resterà coi discepoli per sempre (14,16), cioè fino alla fine dei tempi: durante tutta la sua permanenza qui in terra, la vita della Chiesa sarà caratterizzata dall’assistenza dello Spirito di verità.

Gesù enuncia un principio molto netto: egli non si ma¬nifesterà al mondo (14,22); il Paraclito, il quale dovrà at¬tuare la sua presenza spirituale in mezzo agli uomini, il mondo non può riceverlo perché esso non lo percepisce e non lo riconosce (14,17) […]”.

(I. de la Potterie, Il Paraclito, in I.de la Potterie – S.Lyonnet, La vita secondo lo Spirito. Condizione del cristiano, Editrice AVE, Roma, 1992, cfr. pp.99-123).

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Dal “Verbum caro” di Von Balthasar

PORTALE DI MARIOLOGIA - Maria nell'Estetica teologica e nella Teodrammatica  di H. U. von Balthasar

29. […] La Sacra Scrittura non è identica alla rivelazione (diversamente dai protestanti). Sebbene sia essa stessa Verbo di Dio, lo è nel modo di attestare la propria stessa rivelazione, è il modo di autoattestazione scritta, di fronte al quale ve ne sono altri.

30. Solo Dio misura l’intera estensione della sua rivelazione. […] La Parola di rivelazione è propriamente il Figlio, che parla del Padre nello Spirito.

31. Il passaggio dal Verbo attestante al Verbo attestato è una osmosi continua. Si passa da una netta distinzione ad una identità di fatto.

Legge e profeti erano come la forma prospettica del Verbo che un giorno si sarebbe fatto uomo.

32 il Signore rimane nella carne quello che egli è: il Verbo. Egli non si distacca da quanto è stato detto prima di lui, ma nemmeno da quanto ha detto lui stesso e da quanto viene riferito di lui.

34 La Parola della Scrittura è un dono dello Sposo alla sua sposa, la Chiesa. Essa le è destinata e le appartiene; è però parola di Dio, parola del suo capo e, sotto questo riguardo, sta al di sopra della Chiesa. […] “Quanto più Dio si abbandona alla Chiesa in forma d’uomo e perciò nella forma dell’impotenza, per innalzare e arricchire la Chiesa, tanto più essa si deve umiliare come ancella e adorare nell’abbassamento del Figlio la sua più sublime altezza”

36. Senza la tradizione, anche la scrittura del Nuovo Testamento rimarrebbe veterotestamentaria, avrebbe il carattere di legge e di promessa, e non avrebbe il Verbo Carne di colui che necessariamente dimora e opera nella sua Chiesa anche come vivo corpo eucaristico, donatore di vita quale non esisteva nell’Antica Alleanza.

36 Cristo si consegna alla sua Chiesa nelle due forme come eucaristia e come scrittura, si dà nelle due forme corporee nelle sue mani, ma in modo tale da creare le condizioni per essere nella Chiesa l’unica vita, sempre viva, immutabile e tuttavia infinitamente multiforme, che porta in sé sempre nuove sorprese.

La Scrittura è essa stessa tradizione, in quanto è una delle forme in cui Cristo dona se stesso alla sua Chiesa. Del resto vi era una tradizione prima che esistesse la Scrittura e l’autorità di quest’ultima non potrebbe imporsi senza la tradizione. […]

(Von Balthasar H.U., Verbum caro, ed. it. a cura di E. Guerriero, Morcelliana, Brescia 2005, pp. 29-36)

 

Il Salmo 141 (per la protezione del Signore)

Il Salmo 141 (per l’aiuto del Signore)

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Signore, a te grido, accorri in mio aiuto;

ascolta la mia voce quando t’invoco.

Come incenso salga a te la mia preghiera,

le mie mani alzate come sacrificio della sera.

Poni, Signore, una custodia alla mia bocca,

sorveglia la porta delle mie labbra.

Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male

e compia azioni inique con i peccatori:

che io non gusti i loro cibi deliziosi.

Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri,

ma l’olio dell’empio non profumi il mio capo;

tra le loro malvagità continui la mia preghiera.

Dalla rupe furono gettati i loro capi,

che da me avevano udito dolci parole.

Come si fende e si apre la terra,

le loro ossa furono disperse

alla bocca degli inferi.

A te, Signore mio Dio, sono rivolti i miei occhi;

in te mi rifugio, proteggi la mia vita.

Preservami dal laccio che mi tendono,

dagli agguati dei malfattori.

I malvagi cadano insieme nelle loro reti,

mentre io, incolume, passerò oltre.

Amen

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Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741

Piazza del Monastero 3 Torino

 

 

Von Balthasar, “La presenza” – Significato

Sul significato della parola “presenza” – di H.U. Von Balthasar (qui tratto dal sito vatican.va)

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“Ci sono molti modi di essere presenti. Se due alberi si trovano l’uno vicino all’altro, sono presenti l’uno all’altro, ma in un senso del tutto esteriore ed imperfetto. Non sanno nulla l’uno dell’altro, non si preoccupano l’uno dell’altro e, nonostante la loro vicinanza, rimangono estranei l’uno all’altro. La “presenza”, nel vero senso della parola, comincia solo nel momento in cui due esseri si conoscono spiritualmente e si mettono consapevolmente l’uno di fronte all’altro. Ciò permette di avere nell’interno di loro una sorta di immagine reciproca, per cui l’altro ha, per così dire, una seconda esistenza in colui con il quale è in rapporto. E se una presenza di questo genere è mantenuta nelle persone che si incontrano, essa può diventare una realtà potente, in chi ci conosce e ci ama.

L’immagine dell’altro che ognuno porta in sé è, per così dire, carica di realtà. Anche la solitudine può essere piena della presenza dell’altro”

(H. Urs von Balthasar, Wiarygodna jest tylko milosc, WAM, 1997).

Testi di Von Balthasar disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Edizioni Cattoliche e Cenacolo 24h Tel. 3405892741

Piazza del Monastero 3 Torino –

 

La tipologia dei documenti pontifici

 

Pope Pius XII and doing the right thing | Angelus News

Costituzione Apostolica: è un documento papale (o conciliare), la cui natura testuale ha un valore solenne o particolarmente importante e rispecchia una normativa (“legge”), cioè una disposizione definitiva o di particolare valore. Esso è destinato a tutti i fedeli, ma a seconda della sua natura contenutistica, può esserer distinto in base al suo riferimento “dogmatico”, oppure “pastorale”.

Lettera enciclica: Letteralmente, è una “lettera circolare”, con la quale, cioè, il Papa si esprime ai Vescovi e ai fedeli su determinate e importanti questioni di natura dogmatica, sociale, morale o politica

Esortazione Apostolica: Documento del Papa con il quale si “esorta” a prendere coscienza rispetto ad una realtà dottrinale o a un modo di operare. Spesso riguarda ciò che il Papa stabilisce alla luce di un Sinodo compiuto in precedenza (Esortazione post-sinodale), ma non unicamente.

Lettera apostolica: Si tratta di un documento similare all’Esortazione Apostolica, ma più generico, talvolta indirizzata ad un destinatario particolare. Il suo contenuto richiama comunque un interesse di natura generale per la Chiesa.

Motu proprio: Si tratta di un documento letteralmente realizzato da parte del Papa (o di altra autorità ecclesiastica) “di propria iniziativa”. Esso può essere relativo ad una determinata decisione oppure ad una nomina specifica.

Bolla Pontificia: comunicazione elaborata dalla Cancelleria Pontificia con il sigillo del Papa

Breve Apostolico (o pontificio): è un documenti elaborato dalla Cancelleria Pontificia, che può contenere o meno il sigillo papale, di valore testuale e comunicativo inferiore alla Bolla pontificia

Il Papa può utilizzare anche la forma di comunicazione di una lettera semplice o di un messaggio.

“Quelli che stanno con me non possiedono nulla, ma possiedono Dio” (S. Agostino) – da una conferenza di P. Agostino Trapè ***.

“Quelli che stanno con me non possiedono nulla, ma possiedono Dio” (S. Agostino) – da una conferenza di P. Agostino Trapè ***.

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Nell’osservanza della povertà evangelica S. Agostino vede un segno certo del possesso di Dio. Da qui la gioia di questa scelta, una gioia che si completa con la certezza che con la scelta della povertà evangelica noi siamo nel giusto, cioè diamo al Vangelo la sua autentica interpretazione, proprio perché la nostra interpretazione di oggi coincide con quella degli inizi della Chiesa, quando i primi discepoli di Gesù, quelli che lo avevano visto, che lo avevano sentito parlare, quelli che avevano mangiato con Lui, interpretarono così l’insegnamento del Vangelo: spogliamento totale dai beni terreni per dare a tutti la prova che amavano solo Cristo, cercavano solo Cristo, attendevano solo a Cristo. Tornando indietro di venti secoli nella storia della Chiesa, vogliamo che nella Chiesa di oggi continui ancora quella primavera e si veda l’entusiasmo, l’ardore, la gioia della Chiesa dei

primi giorni […]”

(Omelia del P. Agostino Trapè OSA Tolentino, 4 ottobre 1971)

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Solo in te riposa l’anima mia (Cfr. Sal 61,2)

Drawn to Jesus - Catholic Daily Reflections

Solo in te riposa l’anima mia (cfr. Sal 61,2)

In Cristo, è in lui solo, davvero nel nostro spirito troviamo riposo e pace, consolazione e speranza. Riposo non in senso umano, tuttavia. Se limitato al linguaggio umano, infatti, esso evocherebbe l’interruzione di una attività, il termine, anche solo momentaneo, di una fatica o di un’esperienza particolare, una sosta rispetto alla dinamica di un qualcosa. Riposo, qui, non è affatto un distanziamento dall’attività, ma una deposizione lieta di ognuna di esse nella continua operosità divina, la quale accoglie ogni nostra offerta ed ivi crea per noi uno spazio di pace, nel quale appunto è possibile “riposare”. Riposare, perché non più soggetti ad una continua lotta di pensieri e di sentimenti spesso opposti o senza soluzione di continuità; riposare, perché avvertiti nello spirito di un amore che rallenta e sopisce il carico della paura e della tristezza; riposare, ancora, perché la luce di Cristo genera serenità, senso di quiete, comprensione rispetto all’integralità della propria vita.

Si riconosce quindi il valore necessario del “riposo in Cristo” (non ancora “l’eterno riposo”, ma il riposo qui in terra), al quale Cristo stesso ha chiamato in alcune circostanze i suoi discepoli. Riposare in Cristo è davvero un rimanere in lui, e rimanendo in lui siamo al sicuro da qualsiasi gravità di situazione, carico di difficoltà o incidenza di pericolo. Siamo lieti, in questa permanenza, perché tutto il nostro essere riposa, cioè attualizza in pienezza se stesso, in una economia esistenziale di rinnovata primavera, come scritto nel Salmo: “Su pascoli erbosi mi fai riposare”.

Rimaniamo dunque uniti a Cristo, sempre, ed il santo e sereno riposo ci verrà offerto come anticamera dell’eterna pace preparata per noi, non qui, fra le vicende mondane, ma nel Cielo, nell’eternità stessa di Dio. Amen

 

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Predestinazione e predestinazionismo

Are You Like the Five Wise Virgins? / — Things a Handicapped Man Ponders...

Una cosa è il “predestinazionismo”, un’altra cosa, molto diversa, è la “destinazione previa” (o più semplicemente “predestinazione”) di ogni anima rispetto all’amore di Dio in Cristo.

Il predestinazionismo, propriamente detto, infatti (che ha una origine stoica nei suoi princìpi), di fatto vincola e restringe l’umano agire ad una elezione/valutazione dell’umano già realizzata anticipatamente dal disegno divino (o dalla deità in genere), fra eletti e dannati, fra giusti e colpevoli, fra salvati e perduti. In tal senso, ogni disposizione umana libera, di natura morale, è di fatto vincolata a questa anticipata elezione e non risulta perciò efficace e fruttuosa in termini assoluti.

Tutta un’altra cosa è la destinazione previa a se stesso (predestinazione) che Dio infonde nella creatura umana sin dalla sua stessa creazione (nota è a riguardo l’espressione paolina del “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef. 1,4-6). Se anche qui si parla di “predestinazione” (gr. προορίσας), essa non allude affatto ad una scelta discriminatoria di Dio fra le sue creature umane, le quali non avrebbero dispensazione alcuna, in tal senso, rispetto ad essa. Il fatto che Dio ci abbia prescelti, infatti, non vincola in alcun modo – in senso paolino (e cristiano) la nostra adesione a lui e la possibilità di acquisire dei meriti dinanzi alla sua santità.

Si capisce dunque come “predestinazione” possa applicare un senso di “inutilità” al buon agire morale, oppure, inversamente, motivarlo e produrlo con efficacia maggiore, purché tale “predestinazione” sia intesa in senso “vocativo” e non esclusivista.

Amen

 

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Il Beato Geremia da Valacchia

Parliamo del Santo frate rumeno Geremia da Valacchia (nome originale Jon Stoika)
Szent MOLDVAI (Valahai) JEREMIÁS | Franjevci Subotica - Szabadkai ferencesek

Il nostro santo nasce nel 1556, il 29 giugno, presso Tzazo, in Romania. Maggiorenne, venne in Italia e prese l’abito cappuccino nel 1578 nel convento di Sessa Aurunca. Per 40 anni lavorò come religioso nell’infermeria del convento di S. Eframo Nuovo.

Morì il 5 marzo del 1625.

Era un religioso analfabeta, estremamente povero (e tale rimase per tutta la vita), tanto da non possedere neppure una cella propria dove trascorrere la notte. Tuttavia nonostante il livello culturale, attirava molta gente per il suo modo solare e gioioso di parlare di Cristo e di testimoniare il Vangelo, affermando, ad esempio, che la carità è più dell’estasi.

Un fatto straordinario lo accolse nel 1608. Egli infatti ebbe una rivelazione privata della Vergine Maria, la quale, pur presentandosi a lui in quanto Regina, non aveva corona sul capo, dicendo di se stessa che la sua corona era il suo stesso Figlio.

Un’esperienza certo misteriosa e soprannaturale, che tuttavia ebbe un riverbero estremamente pratico nel nostro Geremia. Egli, infatti, strabordò di letizia, da quella visione, nell’aiutare i poveri nel senso più radicale del termine e secondo l’estensione più ampia del termine “povertà”, fosse cioè quella spirituale (malati, storpi, disoccupati, ecc.), che quella spirituale.

La sua fama divenne ampia e stimata da molti. In alcuni casi la sua “unione” con i derelitti, con gli ultimi, con coloro che davvero nulla possedevano di materiale, era talmente intima da apparire egli stesso un miserabile ricercatore di elemosina e carità, da offrire a tutti i bisognosi che incontrava.

Povero nella cultura, era immensamente ricco nella carità.

San Giovanni Paolo II lo beatificò nel 1983.

Sua madre, rumena, gli aveva suggerito l’Italia come “paese di santi”. Ma giunto nella nostra terra ebbe modo di considerare quanto difficili fossero le cose e di offrire egli stesso, dinanzi ad immense fatiche, un esempio di santità nella propria persona.

Un particolare della sua vita spirituale è quello della singolare affezione alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina.

Possa dunque intercedere per noi questo caro santo cappuccino, per le nostre vite e per la nostra testimonianza cristiana nel mondo.

Amen

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Pregare lo Spirito Santo cosa significa?

A Dove Descending: Part III of III : Clarion Review

Pregare lo Spirito Santo cosa significa?

(Dalle “Meditazioni sulla Pentecoste” – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam)

Lasciar pregare lo Spirito Santo in noi. Lasciare che dica: “Invocami e verrò con potenza”, senza porre alcun ostacolo interiore di natura intellettuale o spirituale. Lasciare che irrompa dentro il nostro cuore gridando – come dice san Paolo – il nome del nostro celeste Papà, per la nostra santificazione in suo Figlio Gesù, senza che da parte nostra sussista alcuna resistenza, opposizione, limitazione. Lasciare che lo Spirito illumini la nostra mente, secondo l’eternità della sua essenza, senza frapporre nostre previe idee o razionalizzazioni, memorie o disquisizioni. Lasciare che tutto trasformi, senza porre noi una misura o un perimetro al suo agire, senza paura di essere realmente trasformati.

Pregare lo Spirito Santo è realtà salvifica continua, che ci viene gratuitamente donata e che in qualsiasi momento del giorno e della notte possiamo approfittare di cogliere e di usufruirne.

Siamo liberi in forza dello Spirito, siamo liberati per la potenza dello Spirito, siamo guariti per la divinità dello Spirito. Tutto è nostro, nello Spirito Santo, persino l’intimità con Dio, che ci appare non più come lontano esistente al di là di noi, ma tangibile e provvido Custode della nostra esistenza, parsimonioso Padre, solerte Figlio, mai domo Spirito che viene incontro a noi, alla nostra miseria e ci eleva sino alle altezze di Dio stesso.

Il Paradiso è dato nella forma di una caparra, su questa terra, nella continua invocazione dello Spirito Santo, la quale non è altro che un nostro cosciente lasciapassare dello Spirito stesso, nella sua dinamica salvifica, dentro le mura del nostro cuore, per abbattere ogni divisione, discordia, ira e consolidare la speranza, cementare la fede, illuminare la nostra coscienza, rinvigorire il nostro corpo e la nostra mente.

Vieni, dunque, Spirito Santo, vieni continuamente, vieni ad abitare in noi sempre, contro i mali di questo mondo, contro le contaminazioni del peccato, salvaci, purificaci, consolaci, edifica in noi la Verità di Cristo, nostro Salvatore e Redentore. Amen

“Meditazioni sulla Pentecoste” – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741

Piazza del Monastero 3 Torino

 

“Numerosi come le tue città, sono i tuoi dèi, o Giuda!” (Ger 2,28) –

Ralph Pallen Coleman, Christ weeps over Jerusalem | Jesus images, Life of  jesus christ, Coleman

“Numerosi come le tue città, sono i tuoi dèi, o Giuda!” (Ger 2,28) –

Così è anche oggi, nonostante l’evento di salvezza operato da Gesù Cristo una volta per sempre

 

Una frase contenuta nel libro di Geremia potrebbe essere traslata ed applicata al nostro tempo contemporaneo, al nostro Paese:

“Numerosi come le tue città, sono i tuoi dèi, o Giuda!”.

Guardiamoci attorno: ci sono “dèi” anche da noi, oggi, e dovunque. Dèi che in realtà non sono niente, se non una invenzione umana, e che lo stesso Dio, per bocca di Geremia, invita alla prova:

“Dove sono gli dèi che ti sei costruito?

Si alzino, se sono capaci di salvarti nel tempo della sventura”.

Possiamo ogni giorno prendere atto di tutto questo ed utilizzare l’intelligenza naturale, che Dio ha impresso in noi, per renderci conto della vanità di ciò a cui rendiamo devozione e omaggio, e farci guidare poi dall’intelligenza soprannaturale, che è puro dono di Dio attualmente, affinché ci conduca a riconoscere dove abita la Verità e dove sia giusto e significativo condurre il nostro cuore.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

San Giuseppe e il “Gesù censito” – Dall’es. ap. Redemptoris Custos

Examen for Masculine Virtue| National Catholic Register

San Giuseppe e il “Gesù censito” – un brano dell’esortazione apostolica di S. Giovanni Paolo II, “Redemptoris Custos” ***

II, 9. Recandosi a Betlemme per il censimento in ossequio alle disposizioni della legittima autorità, Giuseppe adempì nei riguardi del Bambino il compito importante e significativo di inserire ufficialmente il nome «Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (cfr. Gv 1,45) nell’anagrafe dell’impero. Tale iscrizione manifesta in modo palese l’appartenenza di Gesù al genere umano, uomo fra gli uomini, cittadino di questo mondo, soggetto alle leggi e istituzioni civili, ma anche «salvatore del mondo». Origene descrive bene il significato teologico inerente a questo fatto storico, tutt’altro che marginale: «Poiché il primo censimento di tutta la terra avvenne sotto Cesare Augusto, e tra tutti gli altri anche Giuseppe si fece registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta, poiché Gesù venne alla luce prima che il censimento fosse compiuto, a chi consideri con diligente attenzione sembrerà esprimere una sorte di mistero il fatto che nella dichiarazione di tutta la terra dovesse essere censito anche Cristo. In tal modo, con tutti registrato, tutti egli poteva santificare, con tutta la terra inscritto nel censimento, alla terra offriva la comunione con sé, e dopo questa dichiarazione tutti gli uomini della terra scriveva nel libro dei viventi, onde quanti avessero creduto in lui, fossero poi inscritti nel cielo con i Santi di colui a cui è la gloria e l’impero nei secoli dei secoli. Amen» («Hom. XI in Lucam», 6: S. Ch. 87, 194 et 196). […]”

  1. Quale depositario del mistero «nascosto da secoli nella mente di Dio», e che comincia a realizzarsi davanti ai suoi occhi «nella pienezza del tempo», Giuseppe è insieme con Maria, nella notte di Betlemme, testimone privilegiato della venuta del Figlio di Dio nel mondo. Così scrive Luca: «Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,6-7).

Giuseppe fu testimone oculare di questa nascita, avvenuta in condizioni umanamente umilianti, primo annuncio di quella «spoliazione» (cfr. Fil 2,5-8), a cui Cristo liberamente accondiscese per la remissione dei peccati. Nello stesso tempo egli fu testimone dell’adorazione dei pastori, giunti sul luogo della nascita di Gesù dopo che l’angelo aveva recato loro questa grande, lieta notizia (cfr. Lc 2,15-16); più tardi fu anche testimone dell’omaggio dei magi, venuti dall’Oriente (cfr. Mt 2,11). […]”

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Il Beato Faà di Bruno (gloria torinese) e la santa toscana Zita di Lucca

Zita di Lucca - Wikipedia

 

Il Beato Faà di Bruno (gloria torinese) e la santa toscana Zita di Lucca, venerata persino nella Divina Commedia – Incroci di storie di santità e carità:

Quando il Beato Faà di Bruno istituì l’opera di Santa Zita, nel 1859, pensò in cuor suo proprio alla Santa lucchese e, come scrive un autore, “diede il nome di quella Santa povera, umile ragazza di servizio che seppe salire la cima della perfezione cristiana, arrivando agli onori degli altari, vivendo per quarant’anni in casa di onesti padroni, e compiendo i più faticosi lavori”. Lo stesso beato torinese si era prodigato nella costruzione di una delle Chiese più significative della nostra città, la Chiesa appunto di “Nostra Signora del Suffragio e Santa Zita”. Il campanile, alto 83 metri, è una delle “altezze” più elevate della città di Torino. Ciò che ci interessa, tuttavia, è lo spirituale incrocio fra due santi che evidentemente il tempo storico non ha potuto presentare l’una all’altro, ma lo ha fatto la misericordia e la provvidenza di Dio, suscitando nella santa lucchese un encomiabile sforzo di carità verso i poveri che diversi secoli dopo, non con minore economia di intensità, è stato raccolto, testimoniato e prolungato dal Beato torinese. Gloria dunque a questi due santi della nostra Italia, insieme a tutta la comunione dei santi che in ogni tempo Cristo ha donato e prodotto nella sua Chiesa a gloria del suo nome e a manifestazione della sua grandezza. Amen

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“Quando Cristo è una conoscenza accademica, che non cambia la vita” – una straordinaria riflessione di Benedetto XVI ***

“Quando Cristo è una conoscenza accademica, che non cambia la vita” – una straordinaria riflessione di Benedetto XVI ***

Suffer the Little Children | Jesus christ painting, Spiritual paintings,  Malm

“[…] che cosa è la teologia? che cosa siamo noi teologi? come fare bene teologia? Abbiamo sentito che il Signore loda il Padre perché ha nascosto il grande mistero del Figlio, il mistero trinitario, il mistero cristologico, davanti ai sapienti, ai dotti – essi non l’hanno conosciuto –, ma lo ha rivelato ai piccoli, ai népioi, a quelli che non sono dotti, che non hanno una grande cultura. A loro è stato rivelato questo grande mistero.

Poi, durante tutta la vita pubblica del Signore troviamo la stessa cosa. È inaccessibile per i dotti comprendere che questo uomo non dotto, galileo, possa essere realmente il Figlio di Dio. Rimane inaccettabile per loro che Dio, il grande, l’unico, il Dio del cielo e della terra, possa essere presente in questo uomo. Sanno tutto, conoscono anche Isaia 53, tutte le grandi profezie, ma il mistero rimane nascosto. Viene invece rivelato ai piccoli, iniziando dalla Madonna fino ai pescatori del lago di Galilea. Essi conoscono, come pure il capitano romano sotto la croce conosce: questi è il Figlio di Dio.

I fatti essenziali della vita di Gesù non appartengono solo al passato, ma sono presenti, in modi diversi, in tutte le generazioni. E così anche nel nostro tempo, negli ultimi duecento anni, osserviamo la stessa cosa. Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L’essenziale è rimasto nascosto! Si potrebbero facilmente citare grandi nomi della storia della teologia di questi duecento anni, dai quali abbiamo imparato molto, ma non è stato aperto agli occhi del loro cuore il mistero.

Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernadette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia “non scientifica”, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura; fino ai santi e beati del nostro tempo: santa Giuseppina Bakhita, la beata Teresa di Calcutta, san Damiano de Veuster. Potremmo elencarne tanti!

Ma da tutto ciò nasce la questione: perché è così? È il cristianesimo la religione degli stolti, delle persone senza cultura, non formate? Si spegne la fede dove si risveglia la ragione? Come si spiega questo? Forse dobbiamo ancora una volta guardare alla storia. Rimane vero quanto Gesù ha detto, quanto si può osservare in tutti i secoli. E tuttavia c’è una “specie” di piccoli che sono anche dotti. Sotto la croce sta la Madonna, l’umile ancella di Dio e la grande donna illuminata da Dio. E sta anche Giovanni, pescatore del lago di Galilea, ma è quel Giovanni che sarà chiamato giustamente dalla Chiesa “il teologo”, perché realmente ha saputo vedere il mistero di Dio e annunciarlo: con l’occhio dell’aquila è entrato nella luce inaccessibile del mistero divino. Così, anche dopo la Sua risurrezione, il Signore, sulla strada verso Damasco, tocca il cuore di Saulo, che è uno dei dotti che non vedono. Egli stesso, nella prima Lettera a Timoteo, si definisce “ignorante” in quel tempo, nonostante la sua scienza. Ma il Risorto lo tocca: diventa cieco e, al tempo stesso, diventa realmente vedente, comincia a vedere. Il grande dotto diviene un piccolo, e proprio per questo vede la stoltezza di Dio che è saggezza, sapienza più grande di tutte le saggezze umane.

Solo un’osservazione ancora. Questi dotti sapienti, sophói e synetói, nella prima lettura, appaiono in un altro modo. Qui sophía e synesis sono doni dello Spirito Santo che riposano sul Messia, su Cristo. Che cosa significa? Emerge che c’è un duplice uso della ragione e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C’è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio, in tutta la gamma delle scienze, cominciando da quelle naturali, dove un metodo adatto per la ricerca della materia viene universalizzato: in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c’è. E così, infine, anche in teologia: si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico: una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa “captare” certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l’uomo si fa egli stesso la misura: ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi; entra in questo spirito accademico che abbiamo visto negli scribi, i quali rispondono ai Re Magi: non mi tocca; rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità.

E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande. Si tratta di un’altra sophía e synesis, che non esclude dal mistero, ma è proprio comunione con il Signore nel quale riposano sapienza e saggezza, e la loro verità.

In questo momento vogliamo pregare perché il Signore ci dia la vera umiltà. Ci dia la grazia di essere piccoli per poter essere realmente saggi; ci illumini, ci faccia vedere il suo mistero della gioia dello Spirito Santo, ci aiuti a essere veri teologi, che possono annunciare il suo mistero perché toccati nella profondità del proprio cuore, della propria esistenza. Amen.

*** (Benedetto XVI, Omelia durante la S. Messa con i membri della Commissione Teologica Italiana, 1° dicembre 2009, Copyright Libreria Editrice Vaticana)

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La vocazione del profeta Geremia

Lo splendido racconto della vocazione del profeta Geremia, il più “sensibile” (in senso antropologico) dei grandi profeti dell’Antico Testamento:

The Prophetic Calling of Jeremiah « Meaningful Hope

Mi fu rivolta questa parola del Signore:

«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,

prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;

ti ho stabilito profeta delle nazioni».

Risposi: «Ahimè, Signore Dio!

Ecco, io non so parlare, perché sono giovane».

Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono giovane”.

Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò

e dirai tutto quello che io ti ordinerò.

Non aver paura di fronte a loro,

perché io sono con te per proteggerti».

Oracolo del Signore.

Il Signore stese la mano

e mi toccò la bocca,

e il Signore mi disse:

«Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca.

Vedi, oggi ti do autorità

sopra le nazioni e sopra i regni

per sradicare e demolire,

per distruggere e abbattere,

per edificare e piantare».

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo».

Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla».

Mi fu rivolta di nuovo questa parola del Signore: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo una pentola bollente, la cui bocca è inclinata da settentrione». Il Signore mi disse:

«Dal settentrione dilagherà la sventura

su tutti gli abitanti della terra.

Poiché, ecco, io sto per chiamare

tutti i regni del settentrione.

Oracolo del Signore.

Essi verranno

e ognuno porrà il proprio trono

alle porte di Gerusalemme,

contro le sue mura, tutt’intorno,

e contro tutte le città di Giuda.

Allora pronuncerò i miei giudizi contro di loro,

per tutta la loro malvagità,

poiché hanno abbandonato me

e hanno sacrificato ad altri dèi

e adorato idoli fatti con le proprie mani.

Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,

àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;

non spaventarti di fronte a loro,

altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.

Ed ecco, oggi io faccio di te

come una città fortificata,

una colonna di ferro

e un muro di bronzo

contro tutto il paese,

contro i re di Giuda e i suoi capi,

contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,

perché io sono con te per salvarti».

Oracolo del Signore.

(Geremia, 1,4-19)

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Anniversario nascita in terra di S. Giovanni Paolo II – Dall’enciclica “Evangelium vitae”

OUR PATRON SAINTS — The Catholic Center at NYU

Anniversario della nascita in terra di San Giovanni Paolo II (18 maggio 1920) – Un estratto dalla sua enciclica “Evangelium vitae”:

[…] 29. Di fronte alle innumerevoli e gravi minacce alla vita presenti nel mondo contemporaneo, si potrebbe rimanere come sopraffatti dal senso di un’impotenza insuperabile: il bene non potrà mai avere la forza di vincere il male!

È questo il momento nel quale il Popolo di Dio, e in esso ciascun credente, è chiamato a professare, con umiltà e coraggio, la propria fede in Gesù Cristo «il Verbo della vita» (1 Gv 1, 1). Il Vangelo della vita non è una semplice riflessione, anche se originale e profonda, sulla vita umana; neppure è soltanto un comandamento destinato a sensibilizzare la coscienza e a provocare significativi cambiamenti nella società; tanto meno è un’illusoria promessa di un futuro migliore. Il Vangelo della vita è una realtà concreta e personale, perché consiste nell’annuncio della persona stessa di Gesù. All’apostolo Tommaso, e in lui a ogni uomo, Gesù si presenta con queste parole: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). È la stessa identità indicata a Marta, la sorella di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv 11, 25-26). Gesù è il Figlio che dall’eternità riceve la vita dal Padre (cf. Gv 5, 26) ed è venuto tra gli uomini per farli partecipi di questo dono: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

È allora dalla parola, dall’azione, dalla persona stessa di Gesù che all’uomo è data la possibilità di «conoscere» la verità intera circa il valore della vita umana; è da quella «fonte» che gli viene, in particolare, la capacità di «fare» perfettamente tale verità (cf. Gv 3, 21), ossia di assumere e realizzare in pienezza la responsabilità di amare e servire, di difendere e promuovere la vita umana.

In Cristo, infatti, è annunciato definitivamente ed è pienamente donato quel Vangelo della vita che, offerto già nella Rivelazione dell’Antico Testamento, ed anzi scritto in qualche modo nel cuore stesso di ogni uomo e donna, risuona in ogni coscienza «dal principio», ossia dalla creazione stessa, così che, nonostante i condizionamenti negativi del peccato, può essere conosciuto nei suoi tratti essenziali anche dalla ragione umana. Come scrive il Concilio Vaticano II, Cristo «con tutta la sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la gloriosa risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» […]”

(S. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, II,29, 25 marzo 1995)

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Meditazione in attesa della Pentecoste – Testo di F.G. Silletta

710 Portraits of Mary Queen of Heaven & Earth ideas | queen of heaven,  blessed mother, mother mary

“Meditazione in attesa della Pentecoste alla Casa di Miriam” – Preghiera di Francesco G. Silletta (Fondatore):
Vergine Maria,
questa sera vogliamo offrirti, nell’attesa del grande evento della Pentecoste, un particolare momento di unione al tuo cuore immacolato, sempre disposto ad avvicinarsi a noi, senza respingerci mai. Noi non abbiamo assistito, storicamente, a quel grande momento epifanico della Pentecoste, nel quale il consorzio apostolico, già grandemente beneficiato della tua presenza materna in esso, ha ricevuto con te questa ulteriore e immensa espressione dell’amore divino, la discesa di Dio stesso nel suo Spirito eterno, che immediatamente ha prodotto nei discepoli di tuo Figlio una rinnovata conoscenza di lui, un più ardente desiderio di testimoniarlo ed una ineffabile capacità di discernere ciò che proviene da lui, come Verità eterna, e ciò che viene dal mondo, nelle sue insidie.
A noi tutto questo, per volontà divina, non è stato concesso in termini storici. Può tuttavia accaderci, non necessariamente con una minore enfasi spirituale, in questo tempo speciale pasquale, nel quale, ancora stupiti ed insieme gioiosi per la notizia della risurrezione dai morti di tuo Figlio – con la quale Egli stesso ha per sempre distrutto la morte stessa – ora ci viene elargito il fascino misterioso e soprannaturale di questa attesa, di questa speranza così lieta e al contempo austera, se vissuta nell’umiltà, la speranza della venuta su di noi, sulle nostre vite, sulle nostre famiglie, di Colui che tutto purifica, tutto edifica, tutto sostiene e tutto inonda di bene, di pace e di salvezza, la memoria stessa dell’operato di tuo Figlio, il Santo Consolatore, il nostro “Difensore”, Colui che conosce i segreti di Dio.
Un evento di tal misura può essere cristianamente vissuto – noi crediamo – unicamente attraverso una intensa e meditata esperienza di obbedienza e di fede, seguendo il tuo materno consiglio. La preghiera del cuore, da te guidata, a te riferita, in te sostenuta, è la miglior invocazione affinché tuo Figlio sia mosso ad inondarci davvero, ognuno di noi, della divina Luce dello Spirito Santo, perché ogni vincolo con il peccato e la morte sia spezzato, perché la nostra anima rifulga di luce, il nostro cuore di purezza, la nostra mente di conoscenza, il nostro intelletto di sapienza e la nostra volontà di una profonda e radicata umiltà.
Invochiamo te, dunque, Madre dolcissima, sposa dello Spirito Santo, quale insostituibile riferimento affinché con questa Pentecoste la nostra esistenza realmente muti il suo percorso, lasciando definitivamente alle sue spalle ogni esperienza di peccato e di compromesso con il male, ogni eventuale e triste ricordo, dolore, sofferenza, tenebra spirituale, perché tutto sia rinnovato in una nuova ed insostituibile forma, la forma vera, reale, eterna, infusa dallo Spirito Santo secondo la sua Divina conoscenza, nel nostro umano spirito, segnato da tante afflizioni e gravato da tanti dispiaceri. Per tuo mezzo, nell’unità filiale al tuo cuore materno, vogliamo vivere intensamente questa attesa, entrando misticamente in quel medesimo luogo dove tu, storicamente, hai vissuto la medesima esperienza di grazia, affinché anche noi, come i convenuti a tale evento, possiamo partecipare della medesima economia di luce, del medesimo effluvio di speranza, di forza, di liberazione dalle catene del male e di vittoria sul Maligno.

Cantiamo con te, dunque, dolcissima Madre, la nostra supplica all’Eterno Consolatore: “Vieni Spirito Santo, vieni in mezzo a noi, vieni ad abitare in noi, fortifica il nostro cuore, libera la nostra mente, purifica la nostra esistenza”.
Siamo certi che pregando con te, non rimarremo delusi e lo Spirito, fosse solo per la tua mediazione materna, davvero si poserà nel nostro cuore ed ivi prenderà dimora, liberandoci da tutto ciò che non conviene ai figli di Dio, redenti in Cristo, e produrrà in noi una vera trasformazione nella fede, nella speranza e nella carità.
Aiutaci tu, dolcissima Madre, ora e sempre. Amen
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Da una splendida catechesi di Benedetto XVI sul teologo medievale Pietro Lombardo***

eucaristía por Antonela (@tole202) | Cathopic

Da una splendida catechesi di Benedetto XVI sul teologo medievale Pietro Lombardo***

(Fonte: vatican.va)

“[…] Il grande merito di Pietro Lombardo è di aver ordinato tutto il materiale, che aveva raccolto e selezionato con cura, in un quadro sistematico e armonioso. Infatti, una delle caratteristiche della teologia è organizzare in modo unitario e ordinato il patrimonio della fede. Egli distribuì pertanto le sentenze, cioè le fonti patristiche sui vari argomenti, in quattro libri. Nel primo libro si tratta di Dio e del mistero trinitario; nel secondo, dell’opera della creazione, del peccato e della Grazia; nel terzo, del Mistero dell’Incarnazione e dell’opera della Redenzione, con un’ampia esposizione sulle virtù. Il quarto libro è dedicato ai sacramenti e alle realtà ultime, quelle della vita eterna, o Novissimi. La visione d’insieme che se ne ricava include quasi tutte le verità della fede cattolica. Questo sguardo sintetico e la presentazione chiara, ordinata, schematica e sempre coerente, spiegano il successo straordinario delle Sentenze di Pietro Lombardo. 

[…] Il testo del Lombardo fu il libro in uso in tutte le scuole di teologia, fino al secolo XVI.[…] Sull’esempio di Pietro Lombardo, invito tutti i teologi e i sacerdoti a tenere sempre presente l’intera visione della dottrina cristiana contro gli odierni rischi di frammentazione e di svalutazione di singole verità […]

Per avere un’idea dell’interesse che ancor oggi può suscitare la lettura delle Sentenze di Pietro Lombardo, propongo due esempi. Ispirandosi al commento di sant’Agostino al libro della Genesi, Pietro si domanda il motivo per cui la creazione della donna avvenne dalla costola di Adamo e non dalla sua testa o dai suoi piedi. E spiega: “Veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna” (Sentenze 3, 18, 3). Poi, sempre sulla base dell’insegnamento patristico, aggiunge: “In questa azione è rappresentato il mistero di Cristo e della Chiesa. Come infatti la donna è stata formata dalla costola di Adamo mentre questi dormiva, così la Chiesa è nata dai sacramenti che iniziarono a scorrere dal costato di Cristo che dormiva sulla Croce, cioè dal sangue e dall’acqua, con cui siamo redenti dalla pena e purificati dalla colpa” (Sentenze 3, 18, 4). Sono riflessioni profonde e valide ancora oggi quando la teologia e la spiritualità del matrimonio cristiano hanno approfondito molto l’analogia con la relazione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa.

In un altro passaggio della sua opera principale, Pietro Lombardo, trattando dei meriti di Cristo, si domanda: “Per quale ragione, allora, [Cristo] volle patire e morire, se le sue virtù erano già sufficienti ad ottenergli tutti i meriti?”. La sua risposta è incisiva ed efficace: “Per te, non per se stesso!”. Poi continua con un’altra domanda e un’altra risposta, che sembrano riprodurre le discussioni che si tenevano durante le lezioni dei maestri di teologia del Medioevo: “E in che senso egli soffrì e morì per me? Affinché la sua passione e la sua morte fossero per te esempio e causa. Esempio di virtù e di umiltà, causa di gloria e di libertà; esempio dato da Dio obbediente fino alla morte; causa della tua liberazione e della tua beatitudine” (Sentenze 3, 18, 5).

Tra i contributi più importanti offerti da Pietro Lombardo alla storia della teologia, vorrei ricordare la sua trattazione sui sacramenti, dei quali ha dato una definizione direi definitiva: “E’ detto sacramento in senso proprio ciò che è segno della grazia di Dio e forma visibile della grazia invisibile, in modo tale da portarne l’immagine ed esserne causa” (4, 1, 4). Con questa definizione Pietro Lombardo coglie l’essenza dei sacramenti: essi sono causa della grazia, hanno la capacità di comunicare realmente la vita divina. I teologi successivi non abbandoneranno più questa visione e utilizzeranno anche la distinzione tra elemento materiale ed elemento formale, introdotta dal “Maestro delle Sentenze”, come venne chiamato Pietro Lombardo. L’elemento materiale è la realtà sensibile e visibile, quello formale sono le parole pronunciate dal ministro. Entrambi sono essenziali per una celebrazione completa e valida dei sacramenti: la materia, la realtà con la quale il Signore ci tocca visibilmente e la parola che dà il significato spirituale. Nel Battesimo, ad esempio, l’elemento materiale è l’acqua che si versa sul capo del bambino e l’elemento formale sono le parole “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il Lombardo, inoltre, chiarì che solo i sacramenti trasmettono oggettivamente la grazia divina e che sono sette: il Battesimo, la Confermazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli Infermi, l’Ordine e il Matrimonio (cfr Sentenze 4, 2, 1). […]”

(Benedetto XVI, Udienza del 30 dicembe 2009) –

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Dall’enciclica Dominus et vivificantem

Dall’enciclica “Dominum et vivificantem”, di San Giovanni Paolo II ***

New Discoveries: A Reduced Version of Ary Scheffer's Christ Consolator

“[…] La suprema e completa autorivelazione di Dio, compiutasi in Cristo, testimoniata dalla predicazione degli apostoli, continua a manifestarsi nella Chiesa mediante la missione dell’invisibile consolatore, lo Spirito di verità. Quanto intimamente questa missione sia collegata con la missione di Cristo, quanto pienamente essa attinga a questa missione di Cristo, consolidando e sviluppando nella storia i suoi frutti salvifici, è espresso dal verbo «prendere»: «Prenderà del mio e ve l’annuncerà». Quasi a spiegare la parola «prenderà», mettendo in chiara evidenza l’unità divina e trinitaria della fonte, Gesù aggiunge: «Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo, ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà». Prendendo del «mio», per ciò stesso egli attingerà a «quello che è del Padre». Alla luce di quel «prenderà», dunque, si possono spiegare ancora le altre parole sullo Spirito Santo, pronunciate da Gesù nel Cenacolo prima della Pasqua, parole significative: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Occorrerà ritornare ancora su queste parole con una riflessione a parte. […]”

*** (S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, I,7, 18 maggio 1986)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Edizioni Cattoliche e Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

Dall’enciclica “Evangelium vitae” di San Giovanni Paolo II ***

JOHN PAUL´S THEOLOGY OF THE BODY – F.I.A.M.C.

Dall’enciclica “Evangelium vitae” di San Giovanni Paolo II ***

2. “L’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio.

L’altezza di questa vocazione soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale. La vita nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e parte integrante dell’intero e unitario processo dell’esistenza umana. Un processo che, inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che raggiungerà il suo pieno compimento nell’eternità (cf. 1 Gv 3, 1-2). Nello stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell’uomo e della donna. Essa, in verità, non è realtà «ultima», ma «penultima»; è comunque realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.

La Chiesa sa che questo Vangelo della vita, consegnatole dal suo Signore, ha un’eco profonda e persuasiva nel cuore di ogni persona, credente e anche non credente, perché esso, mentre ne supera infinitamente le attese, vi corrisponde in modo sorprendente. Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cf. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica. […]”

(S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, 25 marzo 1995)

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Preghiera per la benedizione della casa o di un luogo (di P. Amorth)

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Visita, o Padre, questa casa e tieni lontano le insidie del nemico; vengano i santi angeli a custodirci nella pace, e la tua benedizione rimanga sempre con noi. Per Cristo, nostro Signore. Amen.

Signore Gesù Cristo, che hai comandato ai tuoi apostoli di invocare la pace su quanti abitano le case in cui fossero entrati, santifica, ti preghiamo, questa casa per mezzo della nostra fiduciosa preghiera e del tuo preziosissimo Sangue.

Effondi sopra di essa le tue benedizioni e l’abbondanza della pace. Giunga in essa la salvezza, come giunse alla casa di Zaccheo, quando tu vi sei entrato.

Incarica i tuoi angeli di custodirla e di cacciare via da essa ogni potere del maligno. E concedi che tutti coloro che vi abitano piacciano a te per le loro opere virtuose, così da meritare, quando sarà tempo, di venire accolti nella tua dimora celeste.

Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore.

Amen.

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Sulla crisi dell’esegesi contemporanea (I. de la Potterie)

Da una conferenza di I. de la Potterie del 1998

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” […] È ancora possibile, oggi, un’esegesi cristiana? Paradossalmente, la via per rispondere a questa domanda mi sembra proprio quella di un “ritorno ai Padri”. Non si tratta di raccomandare un puro e semplice recupero della pratica esegetica del medioevo e dei tempi patristici, così come si era sviluppata nei primi secoli. Oggi i contributi della moderna filologia e della precisione critica sono non solo ammessi, ma addirittura richiesti dalla Chiesa nell’approfondimento del testo sacro. Dobbiamo fare, dunque, non solo filologia scientifica ma anche ritorno ai Padri, questa è la proposta per rispondere a questa sfida. Mi riferisco al ritorno allo spirito profondo con cui i Padri si accostavano alla Bibbia: spirito ecclesiale, spirito di fede, ma anche nutrito dalla tradizione della Chiesa. Tale prospettiva libera innanzitutto l’esegesi moderna da quel “dogmatismo critico” che deriva da una concezione illuministica di “ragione” (Kant sta dietro di tutto questo, razionalismo dunque, “la sola ragione e basta”, dice Kant); una ragione chiusa su se stessa intesa come misura di tutte le cose, e non come apertura alla rivelazione che viene dall’alto, da Dio in tutti i suoi fattori. Ma questo non è scientifico! si dice… C’è qui una concezione che mi sembra alla radice della crisi esegetica moderna. Inoltre, tale prospettiva permette di recuperare la validità delle indicazioni del Vaticano II, che invita a leggere e interpretare la Sacra Scrittura “nello stesso Spirito in cui è stata scritta”. La soluzione sta dunque nella grande intuizione dei Padri della Chiesa e del medioevo fino alla Riforma per i quali lo Spirito sta nella lettera perché la Scrittura per loro è ispirata. Se la lettera della Scrittura è ispirata, densa di Spirito, devo io esegeta cristiano e cattolico moderno seguire quelle indicazioni metodologiche di fondo. Se la lettera della Scrittura è densa di Spirito devo condurre la mia analisi del testo biblico fino a raggiungere il suo livello spirituale che sta nella lettera stessa. […]”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero 3 – Torino 

 

Quando Gesù dice: “Vi comando” (ταῦτα ἐντέλλομαι ὑμῖν)

Quando Gesù dice: “Vi comando” –

Su alcune inutili e melense “parafrasi” del termine “comando” da parte di alcuni omileti:

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Perché certi sacerdoti, quando nel Vangelo – come oggi – Gesù usa il termine “vi comando” o similari, cercano sempre di “smorzare” o di “addolcire” (di fatto, mistificandolo), il senso di questo verbo e del relativo sostantivo? Quale paura incute mai questo termine, “comando” (sotto lo vedremo nella forma greca) alla loro predica?

Gesù oggi nel Vangelo ci “comanda” di amarci. Gesù dice di osservare i suoi “comandamenti”. E pone come similitudine se stesso, che osserva i “comandamenti” del Padre. Cosa c’è da smaltire a livello significante? Quasi che occorra preventivamente modificare il termine “comando” con qualcosa che suoni più dolce alle orecchie dell’assemblea?

Il termine greco, usato per “comando”, in Giovanni, è un sostantivo femminile, ἐντολή, ῆς, ἡ (traslitterato: entolé). Ad esempio, in Gv 15,12 si dice: “Questo è il mio comando” (in greco: Αὕτη ἐστὶν ἡ ἐντολὴ ἡ ἐμὴ). Letteralmente, qui, “comando” significa proprio: ingiunzione, ordine, legge.

Gesù, quando utilizza questo termine, non sta ponendo un semplice suggerimento a qualcuno, non dà un mero consiglio: comanda, letteralmente parlando. Questo termine nel Vangelo odierno compare più volte, anche nella forma verbale (“entellomai”), ad esempio al versetto 17: “Questo io vi comando” (ταῦτα ἐντέλλομαι ὑμῖν).

L’obbedienza – a cui siamo chiamati come figli di Dio – non si riferisce forse ad un comando? In senso letterale, infatti, se la realtà esposta fosse un puro consiglio, si direbbe che esso “lo si segue”, non che ad esso “si obbedisca”.

Come possiamo imparare l’obbedienza, se al di là di noi non è posto qualcosa di “imperativo” con la forza di un comando?

Quale natura sua specifica, tuttavia, possiede mai questo comando? Cosa, davvero, ci viene comandato?

Semplicemente, di amare. Amare avendo un preziosissimo modello di riferimento, continuamente a nostra disposizione: il Cristo stesso nel suo amare, nella sua obbedienza al Padre e nel suo donarsi a noi.

Per questo il “comando” si nutre di una volontà, da parte nostra, di adesione: non vi è merito alcuno senza questa nostra volontaria obbedienza alla parola di comando. L’amore diventa così un atto obbedienziale e non soltanto un puro afflato sentimentale.

Cosa c’è dunque da “ammortizzare” – da parte omiletica – quando nel Vangelo si legge che Gesù “ci dà un comando” o ci chiede di seguire i suoi “comandamenti”? Quale sensibilità si teme di scandalizzare mai?

Inversamente, è questo “comando” che ci rafforza, affinché la nostra fede non sia fondata su un puro vento di dottrina, ma solidificata nell’obbedienza alla parola di Cristo Signore, una parola pronunciata sempre in funzione del proprio compimento.

Amen

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Novena a S. Rita per il dono della fede

“Novena a Santa Rita per il dono della fede” – Testo di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – La recitiamo ogni sera sino alla festa del 22 maggio:

St. Rita of Cascia : St. Patrick Catholic Church

A te che sei venerata dalla pia devozione cattolica, come eletta ancella di Dio per le cose che paiono impossibili – e tali paiono per la mancanza di fede piena in Cristo Signore – noi domandiamo previamente che tu interceda per noi, gloriosa Santa Rita, affinché in ogni sua espressione esistenziale, teologica e spirituale la nostra fede si rafforzi, tanto nel credere in Cristo Signore quanto nel glorificare la sua onnipotenza, onniveggenza ed onnisapienza sul creato. Tutto è stato fatto per suo mezzo ed in vista della sua venuta fra noi, ed ogni realtà creata obbedisce ai suoi disegni, si piega ai suoi comandi e si sottopone alla sua disposizione. Dunque la fede che imploriamo, Santa Rita, per tua intercessione divenga per noi certezza della divinità di Cristo, potenza decisionale nel deporre a lui ogni nostra necessità, situazionalità storica, prospettiva esistenziale e speranza futura.

Elevato il nostro spirito nella pienezza della fede in Cristo, ti domandiamo dunque, Santa Rita, di intercedere davvero per noi, affinché nulla ci possa apparire impossibile, se conformato alla volontà salvifica di Cristo, se orientato realmente alla conformazione alla sua Parola e se integralmente sottomesso al suo comando dell’amore. Non apparendoci come impossibile da superare, da risolvere o da attuare, nessuna esperienza di questa terrena esistenza potrà più sottometterci al proprio giogo, facendoci disperare, portandoci nella confusione e nel dolore spirituale. Aiutaci nella fede, Santa Rita, che tu stessa hai saputo accrescere, approfondire e testimoniare nella tua vita storica: reclamala per noi agli occhi del Santo Redentore, perché credendo fermamente, possiamo divenire liberi dalle malizie del nemico, puri nel nostro orientamento sociale e corporale, invincibili nella nostra speranza cristiana, nonostante tutte le tribolazioni di questo mondo, che è stato tuttavia vinto, e vinto per sempre, dal nostro comune Signore Gesù Cristo.

Aiutaci, Santa Rita, ad aumentare la nostra fede in Cristo e a cantare con gli angeli e i santi la potenza del suo nome, dinanzi al quale nulla esiste di impossibile e di insuperabile per il bene ed il trionfo della cristiana carità. Amen

(Pater, Ave, Gloria)

Testo di F.G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero 3 Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Tradizione e rivelazione in Joseph Ratzinger

Tradizione e rivelazione in Joseph Ratzinger^^
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Von Balthasar e Joseph Ratzinger – oltre che su vari altri aspetti teologici – concordavano sostanzialmente su un punto fermo, comune al loro pensiero, ossia il valore della Tradizione come fonte della divina rivelazione. Cosa significa, questo valore?

Tradizione – per chi non è molto familiare ad un certo tipo di linguaggio teologico o spirituale – può essere facilmente confusa con una realtà “reiterata”, a suo modo “antica” e quindi per certi versi “obsoleta”. In realtà, in ambito teologico cattolico, al termine “tradizione” è quasi sempre associato l’aggettivo “viva”, in riferimento alla Chiesa. La tradizione della Chiesa, cioè, è una realtà veramente esprimente il divino rivelarsi, non tuttavia nella forma scritta – da alcuni intesa come univoca esperienza della rivelazione di Dio – ma nella forma orale, trasmessa in maniera appunto “vivente”, comunitaria, sin dalle origini, “nella fede”. Scrive a riguardo Joseph Ratzinger:

“Il fatto che esista la «Tradizione» si fonda innanzitutto sulla non-identità delle due realtà, «Rivelazione» e «Scrittura». Rivelazione infatti indica il complesso di parole e gesta di Dio per l’uomo, cioè una realtà di cui la Scrittura ci informa ma che non è semplicemente la Scrittura stessa.

La rivelazione perciò supera la Scrittura nella stessa misura in cui la realtà trascende la notizia che ce la fa conoscere. Si potrebbe anche dire: la Scrittura è il principio materiale della rivelazione (forse l’unico, forse uno accanto ad altri – è una questione che per il momento può essere lasciata aperta), ma non è la rivelazione stessa.” *** […]

A suo modo, con vocaboli distinti ma identici nella sostanza, anche il Von Balthasar aveva sottolineato questo aspetto della non identità fra Rivelazione e Scrittura: la Tradizione si inserisce come fonte viva di ciò che Dio comunica all’uomo e che non è fissato fra le pagine della Scrittura, ma inciso nei cuori di quanti nella fede hanno conosciuto l’unico Dio e l’unico Salvatore dell’uomo, il Signore Gesù Cristo.

*** (Il passo citato di J. Ratzinger è estratto qui dall’opera di K. Rahner – J. Ratzinger, Rivelazione e Tradizione, nell’edizione Morcelliana, Brescia 2006, p. 36)

Amen

^^ Testi di Joseph Ratzinger disponibili

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Betania, di là del Giordano (Gv 1,28)

Baptism Site “Bethany Beyond the Jordan” (Al-Maghtas) Jordan UNESCO |  Unesco sites, Unesco world heritage site, Israel travel
 
Due località con il medesimo nome, si rinvengono nell’economia evangelica: l’una, più nota anche ai lettori meno confidenziali rispetto alla geografia evangelica, è la Betania vicina a Gerusalemme, nella quale Gesù si recò a più riprese, in modo particolare per rendere visita ai tre fratelli (Lazzaro, Maria, Marta) residenti lì. Molto più misteriosa è invece l’altra Betania, quella che secondo il Vangelo di Giovanni (1,28); cfr. 10,40) rappresenta, “al di là del Giordano”, il luogo iniziale (almeno, uno dei luoghi principali), nel quale il Battista predicava e battezzava, e dove lo stesso Gesù, secondo la tradizione, è stato battezzato da lui. Questo luogo, chiamato in arabo “Al Maghtas”, è poco distante dalla città di Gerico (una decina di chilometri a sud-est) ed è molto suggestivo, anche per le reminiscenze bibliche (oltre a quelle neotestamentarie), che vengono pure ad esso associate dalla tradizione: la traversata del Giordano da parte di Giosuè e i fatti relativi al profeta Elia (cfr. Gs 3s.; cfr. 2Re 3,14s).
Concepito come “luogo dell’attraversamento”, Al-Maghtas è un itinerario profondamente spirituale ed evocativo di per se stesso, già a livello ambientale e naturale, soprattutto se il pensiero, nella sua contemplazione geografica, si associa agli eventi relativi all’incontro battesimale fra il Battista e il nostro Signore Gesù Cristo. Amen
 
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Il Salmo 42

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Fammi giustizia, o Dio,

difendi la mia causa contro gente spietata;

liberami dall’uomo iniquo e fallace.

Tu sei il Dio della mia difesa;

perché mi respingi,

perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?

Manda la tua verità e la tua luce;

siano esse a guidarmi,

mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.

Verrò all’altare di Dio,

al Dio della mia gioia, del mio giubilo.

A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio.

Perché ti rattristi, anima mia,

perché su di me gemi?

Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,

lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

 

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“San Tommaso e la consacrazione nella verità” – Un bellissimo articolo di J. Ratzinger del 1987:

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“San Tommaso e la consacrazione nella verità” – Un bellissimo articolo di J. Ratzinger del 1987:

“La morte di Gesù è il vero Yom Kippur, il giorno della riconciliazione che non finisce più, ed è in questo contesto che troviamo le parole: “Consacrali nella verità”. L’unico bagno che è in grado di renderci idonei a Dio è la verità. Dio è la verità, il suo “sacro” è il suo essere la verità. La consacrazione, di cui abbiamo bisogno per la comunione con Dio, è il bagno della verità: “Consacrali nella verità”. San Tommaso ha collocato la sua vita in queste parole del Signore. La sua fu una vita nella verità, per la verità. Il servizio umile e costante per la verità fu la sua consacrata, il ministero sacerdotale. […] Per capire meglio la sua figura intellettuale e spirituale mi ha aiutato molto una osservazione di Chesterton. Lo scrittore inglese dice: “Se dovessimo dare al dottore angelico un nome sul tipo di quelli che usano i carmelitani, tipo “di Gesù Bambino”, “della Croce”, ecc., non sarebbe difficile trovare il nome appropriato per lui. Dovrebbe essere chiamato: San Tommaso “del Creatore”. La verità espressa nella parola “Creatore” era rimasta sconosciuta ai grandi filosofi greci, i quali avevano indovinato tanti aspetti del mistero di Dio e avevano così preparato il pensiero umano per recepire la luce della rivelazione divina. Tommaso è stato il primo ad interpretare tutte le conseguenze di questo articolo di fede e a scoprire la cerniera esistente tra fede e ragione, la capacità naturale dell’essere umano di ricevere la verità. La convinzione che l’essere nella sua creaturalità è creato da Dio comporta l’ottimismo creaturale; implica la gioiosa certezza che l’essere è buono fino in fondo; indica il Sì alla materia, voluta da Dio non meno dello spirito; implica anche una autonomia dell’essere naturale creato da Dio per essere se stesso, in maniera tale che questo essere rimane in una intima relazione con Dio. La redenzione non è soppressione della natura, dell’io; la redenzione è perfezionamento, completamento dell’essere naturale. Di conseguenza, il credere non si oppone al pensare, al nostro impegno intellettuale, ma anzi lo esige, lo presuppone, lo fa maturare. La filosofia diventa così una necessità per la teologia, il rispetto della sua autonomia è una implicazione della fede, perché la verità consacra. Il coraggio della verità è la conseguenza della fede in Dio Creatore.

San Tommaso ha allargato l’orizzonte del pensiero cristiano. Un fideismo chiuso in se stesso è un atteggiamento di paura e porta in sé l’infedeltà, riduce la fede al positivismo di una fede arbitraria e infine rinuncia alla verità. Se Dio è la verità, se la verità è il “sacro”, la rinuncia alla verità diventa una fuga da Dio. […] L’apertura necessaria per la verità viene dunque minacciata da due parti: viene minacciata da un positivismo fideista, che ha paura di perdere Dio  nell’esporsi alla verità delle creature; viene minacciata, d’altra parte, da un positivismo agnostico, il quale si sente minacciato dalla grandezza di Dio e, perdendo il Creatore, perde anche le creature. […] La verità appare nelle creature solo se il loro carattere creaturale non viene dimenticato. L’essere creatura implica relatività e relazionalità, e la relatività esige l’umiltà. […] Il messaggio delle creature viene percepito bene soltanto se si comprende che per mezzo di esse parla un altro, dal quale vengono, dal quale dipendono, al quale tendono. Ma lo spirito dell’uomo peccatore, dell’uomo autonomo, è proprio uno spirito di dominio e di isolamento. Non è possibile per l’uomo dominare l’essere nella sua totalità. Il desiderio di dominare, il desiderio di essere un dio, autonomo e dominatore, porta così, con una conseguenza inevitabile, all’isolamento e al riduzionismo: l’uomo non cerca più il messaggio proprio delle creature, cerca solo l’applicabilità delle cose per il proprio sistema di vita. Alla falsa umiltà del riduzionismo, San Tommaso oppone la vera umiltà della creatura, che è condizione della grandezza umana: del suo essere chiamato ad ascoltare l’intero messaggio dell’essere. La creatura è come una potente tromba che ci parla di Dio, dice San Gregorio di Nissa. San Tommaso fu un attento uditore di questa tromba e la sua filosofia è un invito permanente ad aprire gli orecchi del nostro spirito, ad andare oltre il puro uso delle cose, fino al punto nel quale esse non sono più soltanto delle cose, ma creature di Dio; fino al punto nel quale le creature ci offrono il bagno sacro della verità. […]

Amore di verità e amore di Gesù sono un’unica cosa indivisibile nella figura spirituale di San Tommaso. Amando Cristo, egli ha amato la verità; cercando una relazione sempre più profonda con Cristo, egli ha ricevuto la forza consacrante della verità. […] La sua vita era desiderio di Cristo, desiderio di Dio, desiderio di verità […]”.

*** (J. Ratzinger, Omelia in occasione della festa di San Tommaso d’Aquino, in Angelicum, Vol. 64, No. 2 1987, pp. 189-192)

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Dai 4 volumi delle “Locuzioni interiori notturne” – di Francesco G. Silletta

4 volumi: “Locuzioni interiori notturne” – Edizioni La Casa di Miriam – Nelle librerie cattoliche:

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“Prega ora un po’ con me. Ciò significa pregare insieme, poiché dove due sono le voci, comune è la preghiera. E questa comunione ti è dato di averla direttamente con Dio, come se una voce fosse la tua e l’altra, divina, la estendesse a se stessa, con la propria, da Dio a Dio. Vedi? Pregare insieme è questo: non soltanto rivolgersi a Dio, ma farlo insieme a lui, in modo che certa sia la credibilità della tua preghiera, la purezza della tua intenzione, l’intensità della tua speranza. Dio non ha bisogno di autopregarsi: la sua volontà è eterna, immutabile e infallibile. Sei tu che hai bisogno di armonizzarti a questa volontà, abbandonando te stesso nelle sue mani. Ma quale abbandono potresti mai operare concretamente, se non fossi io stesso a farmi incontro a te, ad assorbirti in me amorevolmente? Che mai potresti darmi, prima che io già non te l’abbia dato? Ecco il due. Non è vero che è un numero divisorio. Piuttosto è il numero primo della comunione, al di sotto del quale non può darsi comunione alcuna. Ora lasciati armonizzare in questo tu per tu. Sono io a stabilirlo, poiché percepisco in te un affanno interiore. Non farlo divenire oppressione. Non permettere che lieviti in te. Fermalo ora. Con me. Lo facessi ogni volta che, come una nuvola ancora lontana, si avvicina a te, non peccheresti mai, né mai ti sorprenderebbe la paura di esser troppo debole. Io sono la tua forza. Tu la mia gioia. Vederti creatura nel mondo è amore per me, che io stesso amo e conservo nel creato. Anche quando sei agitato, rimane inalterato il mio amore per te. E quando sei caduto, eccomi amante infinito, a rialzarti da terra. Tu sapessi fin dove arriva il mio amore. La croce? No. Oltre non è possibile. Nemmeno per Dio. Poiché nella croce tutto ho manifestato del mio amore, se tu rettamente la intendi. Nella croce ho affisso tutta l’esperienza umana possibile, compresa la tua attuale. Altro non devo aggiungere. Anche il dolore umano ha un limite. E la mia divinità lo ha assunto e manifestato nella sua integralità. Dunque non pensare che potessi fare di più per te. Né rimani a crogiolarti sul fatto che io stia o non stia ad ascoltare le tue richieste. Lascia libera la tua mente da queste cose, poiché non sono io a suggerirtele. Vedi? Due. Due siamo io e te. Non pensare agli altri miliardi di persone esistenti nel mondo. Nessuna di quelle sfugge alla mia coscienza. Ma ora sono qui con te. Voglio pregare con te. Non è già forse questa, paradossalmente, una preghiera che Dio stesso sta rivolgendo a te? Ti sta pregando di pregare. Dio ti sta chiedendo di esaudire una sua richiesta stringente: poter esaudire la tua stessa richiesta, facendosi piccolo insieme a te nella preghiera. Cosa aspetti allora? Sei tentato al male? Eccomi per far tacere quel moto disordinato. Con me accanto se ne andrà. Le tempeste del tuo cuore si calmeranno, se vorrai. Non ti chiedo molto, in fondo. Poter partecipare davvero della dimora del tuo cuore, pregando insieme a te. Ora. Lascia ogni cosa, abbandona ogni altro pensiero. Dio è con te adesso, per il tuo bene”.

Amen

“Locuzioni interiori notturne” – 4 volumi – Edizioni La Casa di Miriam – Nelle librerie cattoliche – Info tel. 3405892741

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