Il “potere dei miracoli” di Gesù riconosciuto da Erode

Se anche il re Erode – credeva (a modo suo) nei miracoli, pur non essendo certamente discepolo di Gesù, né mai lo divenne, ma anzi morì con l’odio “tremendo” nei suoi riguardi (perché il suo interesse per Gesù era di natura puramente invidiosa e curiosa), ebbene, allora non si capisce il perché di tanta insistenza nel voler negare i miracoli operati da Gesù nella sua esperienza storica, come segno della sua potenza. Matteo scrive chiaramente: “In quel tempo Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: “Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti: perciò la potenza dei miracoli opera in lui” (Mt 14,1-2).

La “potenza dei miracoli” va intesa nel senso di “opere miracolose in atto” (δυνάμεις ἐνεργοῦσιν); ciò significa che al re Erode era ben noto il fatto che, ciò che Gesù compiva, trascendesse l’ordine naturale di un possibile fenomeno. La sua comprensione del mistero di Gesù è però rimasta ferma al di qua della verità della sua manifestazione, intrisa di incomprensione e di elementi superstiziosi: l’oggettività del miracolo è stata in tal senso “muragliata”, in Erode, da pregiudizi di ordine vario, tra cui anzitutto la sua personale antipatia per Gesù unita al contempo al timore nei suoi riguardi.

Erode rappresenta il classico soggetto per cui valgono le parole di Gesù in relazione all’impossibilità di salvarsi per chi non crede in lui: credere nell’esistenza di eventi prodigiosi, infatti, senza tuttavia giungere a riconoscere Gesù Cristo quale loro unico operatore, non conduce ad alcuna salvezza; tanto più, inversamente, la negazione delle opere di Gesù in quanto “miracolose”, non può davvero condurre a Gesù stesso in termini di fede e di salvezza. In entrambi i casi Gesù rimane estrinseco al soggetto, alla sua esperienza personale e dunque “passa oltre”, pur segnando la persona, senza che questa possa beneficiare della sua salvezza.

Amen

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