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La nudità senza vergogna (Gen 2,25)

5. La nudità senza vergogna (Gen 2,25): la partecipazione allo stesso “vedere” di Dio

 

Dopo l’analisi della solitudine originaria e la comprensione dell’originaria unità, è necessario qui porsi in una prospettiva analitica rispetto alla nudità originaria dell’uomo maschio-femmina, così come viene descritta in Gen 2,25: “Tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”. È importante sottolineare che questo testo inserisce il termine “vergogna” con una prospettiva privativa, nel senso appunto di “mancanza-assenza”; diversamente, il brano di Gen 3,7 in cui si parla della vergogna di Adamo ed Eva rispetto alla loro nudità dopo il peccato originale ha un valore di evidenza-presenza. L’autore di Gen 2,25, rifacendosi al contesto dell’innocenza originaria, implicitamente sviluppa una metafisica della vergogna (e conseguentemente anche del pudore), fortemente rilevante per la morale sessuale nella misura in cui permette di comprendere quella condizione “di principio”, a cui Cristo stesso rimanda (Mt 19) e che ha segnato l’esperienza di Adamo ed Eva prima del peccato originale.

In questa prospettiva è necessario accostarsi al testo attraverso una metodologia di osservazione dal carattere psicologico ed etico, capace di espletare correttamente cosa si intenda per vergogna e, pertanto, cosa significhi per l’uomo maschio-femmina originario uno stato di completa assenza di questa. “Vergogna” deriva dal latino vereor, cioè rispetto, timore rispettoso, che nell’inglese viene reso con shame, un termine più operativo che indica un nascondere, un coprire[1]. Dal punto di vista fenomenologico, legato al soggettivismo personale, il concetto di vergogna esprime una sensazione di essere scoperti, l’avvertenza di un senso di improvvisa nudità che produce come causa immediata il desiderio di sparire, di farsi invisibili. Lo stesso Giovanni Paolo II si è a lungo soffermato su un’analisi psicologica della vergogna nel contesto della sua Morale Sessuale personalistica proposta in Amore e responsabilità (1960), in cui lega fortemente la vergogna e il pudore all’ambito psichico della persona, per cui essi risultano come una sorta di dissimulazione del proprio sé, che si percepisce come violato in quella interiorità che appartiene unicamente al sé medesimo[2]. Il filosofo Sartre rispetto alla vergogna scrive che essa “nella sua struttura prima è vergogna di fronte a qualcuno”[3], nella misura in cui lo sguardo di questo qualcuno genera in se stessi un nuovo essere destinato pertanto a sopportare nuove qualificazioni. Secondo il filosofo francese lo sguardo altrui ha la forza di diventare un carnefice per colui che lo riceve, poiché, per quanto egli stesso abbia bisogno dello sguardo degli altri proprio per il suo essere persona in relazione, tale sguardo compromette la capacità di autodominio del soggetto guardato, nel senso che questi perde il controllo della situazione, non ne è più il padrone ma soltanto uno spettatore. In una condizione del genere, “altrui è in vantaggio su di me” e io sono schiavo in quanto appaio agli altri e “in quanto sono intimamente dipendente nel mio essere. In quanto sono oggetto di valori che giungono a qualificarmi senza che possa agire su questa qualificazione, e neanche conoscerla, io sono uno schiavo”[4]. Di fatto questa prospettiva della vergogna rende la presenza degli altri su di sé, simbolizzata dallo sguardo, entitativamente equiparabile all’inferno e pertanto insostenibile.

Indubbiamente la vergogna richiede e premette un certo livello di coscienza, essendo essa un’emozione complessa che in qualche modo interroga un sé preesistente, si confronta con una realtà propria che evidentemente già si conosce. Nel caso poi della vergogna sessuale, essa presuppone una coscienza del proprio corpo e della propria sessualità che, sostanzialmente, nell’atto della vergogna e del pudore si esprimono in una tendenza a nascondere i propri valori sessuali proprio perché riconosciuti come possibili oggetti di godimento[5].

Rimandando al paragrafo primo della seconda parte di questa trattazione l’analisi della vergogna di Adamo ed Eva rispetto ai loro corpi dopo il peccato originale, occorre invece qui sottolineare come, nel testo di Gen 2,25 la vergogna ed il conseguente pudore siano due realtà totalmente assenti, non solo in senso figurato, ma empiricamente e concretamente.       

Anzitutto la nudità originaria rappresenta in maniera tangibile l’abbattimento radicale di quella solitudine sperimentata dall’uomo ‘adam prima della creazione della donna. Essa, infatti, mediante la presa di coscienza dell’io-tu manifesto nei rispettivi corpi, rende l’uomo maschio-femmina consapevole della propria differenziazione sessuata, la quale è il compimento, l’integrazione definitiva dell‘adam con quell’ “aiuto” che Dio gli dona creando la donna, costituendo così un altro Io nella comune umanità. L’alterità evidente derivante dalla presa di coscienza dei propri corpi al contempo suggella quel’unità dei due che comprendono la loro unicità reciproca rispetto al creato, il loro essere sostanza comune destinata alla relazione-donazione reciproca. In questo senso l’uomo maschio-femmina scopre la propria umanità. La nudità originaria rappresenta proprio la pienezza di questa presa di coscienza[6]. Come spiega meravigliosamente Giovanni Paolo II nella sua Teologia del corpo alla luce della Creazione, i progenitori l’uno di fronte all’altra nella propria nudità, prima di sperimentare questo loro essere nudi sperimentano se stessi, il loro reciproco essere umanità. Vedendo se stessi, poi, nella loro comunione, essi percepiscono e scoprono il loro essere immagine di Dio, in un certo senso si guardando trinitariamente. Infatti, alla radice della nudità senza vergogna, vi è quell’innocenza originaria impressa nell’uomo maschio-femmina all’atto creativo, la quale è la riproduzione della stessa innocenza dell’amore intradivino, fondato unicamente sulla logica del dono. Questo guardarsi di Adamo ed Eva è perciò un vedere con gli occhi di Dio la corporeità reciproca, sintesi esteriore di una perfetta pienezza interiore, in cui la persona si riconosce come tale proprio mediante quella diversità sessuale che attesta il significato di integrazione-complementarietà dei due soggetti umani l’uno per l’altra. Il corpo, quindi, viene immediatamente compreso nel suo carattere sponsale e pertanto la nudità viene interpretata subito non tanto secondo il canone del piacere sessuale, bensì secondo la finalità che le è propria, ovvero permettere l’espressione della comunione delle persone. In questo senso è chiaro come Adamo ed Eva, di fronte al loro specchiarsi l’uno nel corpo dell’altra, non avessero alcunché di cui vergognarsi, poiché l’innocenza precede la scoperta della nudità quale veicolo puramente carnale, come invece accadrà dopo il peccato.

La nudità originaria, inoltre, non necessariamente va intesa sempre come “spogliatezza” totale, nel senso che nulla di scandaloso vi sarebbe se si pensasse ad Adamo o ad Eva vestiti[7]. Nudità è invece espressione di una radicale innocenza, la quale però non va intesa come ignoranza o ingenuità. Essa piuttosto rappresenta radicalmente uno stato originario in cui il corpo non veniva affatto interpretato, neanche involontariamente, nella finalità di utilizzare l’altrui corporeità come oggetto del proprio piacere, la qual cosa appunto genererebbe inevitabilmente vergogna e pudore. Non c’è bisogno, pertanto, che Adamo o Eva fossero per forza nudi, poiché qui il “vestirsi” non va significato alla maniera sartriana come dissimulazione di una oggettività rappresentata dal proprio corpo nudo, bensì, semmai, come arricchimento e decorazione di una realtà corporea immune da egoismi e prevaricazioni nei confronti del corpo dell’altro.

I progenitori, pertanto, non avevano alcuna motivazione per nascondersi i propri lineamenti sessuali, e anche qualora l’avessero fatto non sarebbe stato con intenti pudicistici ma semplicemente estetici.

L’innocenza interiore, infatti, frutto della comunione con la Trinità nell’essere immagine dell’uomo maschio-femmina, garantisce una comprensione di sé, mediante il proprio corpo, per cui la vergogna resta un concetto non solo assente, ma completamente sconosciuto.

-Fonte: Francesco Gastone Silletta (Tesi di Laurea in Scienze Religiose)  La Casa di Miriam Torino

                                                 

 
 
 
 

[1] Cfr. GALOTTI A., Vergogna e immagine di sé, si veda il testo intero dell’opera al sito internet http://www.geagea.com/52indi/52_08.htm.

[2] Cfr. WOJTYLA K., Amore e responsabilità, IV edizione, Casa Editrice Marietti, Milano 1980, p. 127.

[3] SARTRE J.P., L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1991, p. 285.

[4] Ivi, p. 338.

[5] Cfr. K. WOJTYLA, Amore e responsabilità, op. cit., p. 128.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, op. cit., p. 69.

[7] SEMEN Y., op. cit., p. 90.

 

Pubblicato da lacasadimiriam

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