L’errore dialettico di Karl Barth

L’errore dialettico di Karl Barth[1]

Karl Barth

Dal suo studio “L’Epistola ai Romani”,

Titolo originale “Der Römerbrief” (1954), tr. it. di G. Miegge, Feltrinelli, 3ª Ed., Milano 2009, pp. 313-318

“Dio, il puro limite e il puro inizio di tutto quello che siamo, abbiamo e facciamo, Dio che sta di fronte in infinita differenza qualitativa all’uomo e a tutto quello che è umano e non è mai e in nessun luogo uguale a quello che noi chiamiamo Dio, che sperimentiamo, presentiamo, adoriamo come Dio, Dio che oppone a ogni inquietudine umana un “Alt!” incondizionato e ad ogni umana quiete un incondizionato “Avanti!”, il “Sì” del nostro “No” e il “No” del nostro Sì!”, il Primo e l’Ultimo, e come tale lo Sconosciuto, Dio che non è una grandezza tra altre nella sfera di realtà a noi nota, Dio il Signore , il creatore e il Redentore è l’Iddio vivente! Ed ecco l’Evangelo, il messaggio salutare di Gesù Cristo: questo Dio nascosto, il Vivente, si rivela come tale, l’impossibile come tale viene a balenare al di sopra del regno apparentemente infinito del possibile, l’invisibile al di sopra del visibile, l’al-di-là al di sopra dell’al-di-qua, non come un secondo oggetto, diverso, separato, ma come la sua verità qui ed ora velata, come l’origine alla quale tutto è riferito, come la soppressione di ogni relatività e perciò come la realtà di tutte le realtà relative; il regno, l’ineluttabilità, l’esistenzialità, la vittoria e la gloria di Dio, nonostante, anzi a motivo della temporalità, finitezza e transitorietà della vita dell’uomo, non può rimanere nascosto; la conoscenza di questo Dio, la fede in lui che nell’amore diventa energia, la possibilità, non mai realizzata in alcun attimo, è offerta all’uomo: la possibilità di essere quello che egli è in Dio: un figliolo di Dio e di essere, come questo uomo in questo mondo, un uomo sottoposto al giudizio, mirante alla giustizia, aspettante la redenzione e per grazia già libero.

E ora, di fronte al messaggio salutare di Gesù Cristo: Israele, la Chiesa, il mondo della religione, com’è nella storia e aggiungiamo pure: come appare nella storia nel suo aspetto più puro, più potente, più conforme alla sua essenza; poiché non parliamo della chiesa degenerata ma della chiesa perfetta, ideale. Sta di fronte? Come una posizione contro un’altra posizione? Vi è qui alcuno che vuole avere ragione contro un altro che ha torto?

Basilea

Sì, certamente, all’Evangelo sta di fronte la Chiesa[2] come la personificazione dell’ultima possibilità umana al-di-qua della impossibile possibilità di Dio. Qui l’abisso si spalanca come in nessun altro luogo. Qui appare chiaramente che l’uomo è malato di Dio. Poiché la Chiesa è il luogo dove, al-di-qua dell’abisso che separa l’uomo da Dio, la rivelazione è diventata or ora da eterna temporale, è diventata or ora qualche cosa di dato, di consueto, di ovvio, dove il lampo celeste è diventato un fuoco continuo, la privazione e la scoperta un possesso e un godimento, la quiete divina agitazione umana, e il turbamento divino quiete umana, dove l’al-di-là diventa un secondo dato metafisico di fronte all’al-di-qua e appunto perciò un semplice prolungamento dell’al-di-qua. La chiesa è il sito dove l’uomo sa e ha ogni sorta di cose di Dio e perciò non sa e non ha nulla di lui, dove Dio sembra ricondotto dal principio e dalla fine che non conosciamo nella zona intermedia che conosciamo, dove non è più necessario riflettere ad ogni istante che si deve morire per diventare savi, ma si ha fede, speranza e amore nel modo più diretto, dove si è figli di Dio nel modo più diretto, dove il regno di Dio è atteso e promosso nel modo più diretto, come se tutte queste fossero cose che si possono essere, avere, aspettare o elaborare. La Chiesa è il tentativo più o meno vasto ed energico di umanizzare, temporalizzare, oggettivizzare, mondanizzare il divino[3], di farne un qualcosa di pratico, e tutto ciò per il bene degli uomini che non possono vivere senza Dio, ma neppure con l’Iddio vivente (vedi il “grande Inquisitore!”), in una parola: il tentativo di rendere concepibile la via inconcepibile, eppure inevitabile. In questo la Chiesa Cattolica ha ottenuto un successo decisamente migliore, mentre il protestantesimo soffre relativamente di più del fatto che quello che l’uomo farebbe così volentieri come uomo di Chiesa, in fin dei conti non può avere accesso. È chiaro che l’antitesi dell’Evangelo e della Chiesa è fondamentale e infinita su tutta la linea. Dunque: è certo che vi è qui una posizione contro un’altra posizione. È certo che qui qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto. L’Evangelo è la soppressione della Chiesa e la Chiesa è la soppressione dell’Evangelo.

Karl Barth 2

Ma chi sono coloro che stanno qui di fronte? Dio e l’uomo! Non uomini e uomini! Non Saul-Paulo e gli altri farisei! Non il banditore dell’Evangelo e l’uomo di Chiesa. Questa antitesi non è infinita, anzi, è molto finita. Non esiste, sulle labbra umane, una proclamazione pura, non ecclesiastica, dell’Evangelo. Il banditore dell’Evangelo è come tale sempre anche uomo di Chiesa, partecipe della distretta e della colpa della Chiesa. L’incognito divino è strettamente conservato in tutta la chiarezza e univocità dell’Evangelo. Nessuno può parlare di Dio se non nella similitudine del pensare, fare, avere e aver ragione – umano anche quando parlasse in lingue di fuoco. Noi pure non possiamo altrimenti. Ogni apparato umano col quale intendiamo instaurare, tutelare ordinare la relazione dell’uomo con Dio è ecclesiastico. Anche noi vogliamo rendere concepibile la “via inconcepibile”, concepibile come l’inconcepibile, naturalmente; ma quando mai un uomo di Chiesa ha avuto una intenzione diversa? Quando, nella similitudine del corruttibile, l’incorruttibile non è veduto, anche noi serviamo la Chiesa e non annunciamo l’Evangelo, e chi tranne Dio potrebbe preservarci da questa verosimilissima eventualità? Similitudine della infrangibile unità della verità è la fatale, rumorosa sistematicità in cui il discorso intorno a Dio deve presentarsi, se vuole essere esauriente e non indisciplinato. Simbolo della personalità di Dio, eterno fondamento di ogni cosa, è il fatto sconcertante che nessuno può parlare seriamente di Dio senza parlare in larga misura di sé. Simbolo del fatto che lo Spirito è un miracoloso assoluto, è il paradosso, quest’ultimo disperato strumento del discorso umano. Similitudine della impetuosa, diretta rivendicazione che il pensiero dell’eternità accampa su di noi, è la penosa, quasi intollerabile unilateralità ed esclusività che può evitare soltanto colui che parla d’altro. Quale predicatore dell’Evangelo potrebbe impedire che “per quelli di fuori tutto si compia in parabole”, che in tutto quello che dice essi vedano soltanto il tentativo di imporre loro una nuova, fantastica, strana dottrina, dalla quale essi non si lasciano sbalzar di sella, contro la quale, anzi, intendono difendere la loro propria ortodossia che conoscono bene; e sono giustificati e salvati e sono sottratti all’influenza di tutto quello che egli dice loro dal fatto che dopo tutto egli è soltanto un uomo che parla ad altri uomini, che anche questo colloqui si svolgono nella Chiesa, dove notoriamente nulla è preso sul serio in senso esistenziale, perché effettivamente nulla di quello che si dice nella Chiesa è detto seriamente in senso esistenziale. Chi può impedire questo scandalo, questo insuccesso dell’Evangelo? Nessuno! Noi potremmo fare i salti più insensati alla gloria di Dio e infine camminare sulle nostre mani (1Cor 13,1ss): anche questo sarebbe inteso in un senso ecclesiastico e non esistenziale. Chi può insegnarci a parlare di Dio esistenzialmente e non ecclesiasticamente? Nessuno! Soltanto Dio. Ma quando lo fa, rimane nell’incognito. Noi non abbiamo nessuna opportunità di avere ragione contro altri che abbiano torto contro di noi. Il punto di vista di Dio viene preservato di fronte a tutti i nostri punti di vista. Egli ha ragione e noi tutti abbiamo torto.

Karl Barth Scrivania

Che concluderemo? Dobbiamo forse dimenticare Dio, deporre il nostro strumento e servire la Chiesa, cioè gli uomini, come se non ci fosse alcun Evangelo? No. Ma ricordandoci di Dio, adoperando il nostro strumento, predicando l’Evangelo, appunto perché la Chiesa è giudicata per mezzo del Regno di Dio, noi accetteremo questo lavoro indiretto: nella piena, bruciante coscienza della infinita opposizione che vi è tra l’Evangelo e la Chiesa, non ci disinteresseremo della Chiesa, non romperemo la nostra solidarietà con essa; noi accetteremo la Chiesa, noi rimarremo in essa, assumendo la nostra parte di responsabilità e di imputabilità per quello che manca e deve necessariamente mancare alla Chiesa. “Dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me lo attesta nello Spirito Santo: io ho una grande tristezza e un continuo dolore nel mio cuore”. Questo è l’atteggiamento verso la Chiesa che deriva dall’Evangelo. Colui che ascolta e predica l’Evangelo, non sta accanto alla Chiesa in un atteggiamento di incomprensione ostile o di simpatia comprensiva, ma nella Chiesa realmente e personalmente partecipe. Come uno che sa, evidentemente, e perciò come uno che soffre e in nessun caso come uno che trionfa. Egli sa di che natura è l’importanza della Chiesa. Egli la prende sul serio, amaramente sul serio. Egli non ha la ragionevole consolazione di pensare che essa sia un istituto umano, che potrebbe anche non esserci e che il pastorato sia una professione come le altre. Egli sa che si deve credere, predicare, istruire, esortare, pregare; egli sa che la infermità dell’uomo, malato di Dio, deve dichiararsi in sempre nuove forme precisamente in questo sito: egli sa che la possibilità religiosa-ecclesiastica è inevitabile. Egli sa che una relazione tra l’uomo e Dio che non sia ecclesiastica esiste qui ed ora così poco come l’innocenza paradisiaca in generale. Egli porta il suo abito talare senza gettare occhiate furtive nella direzione dei “laici”, presumibilmente migliori e più felici. Ma egli conosce anche l’impossibilità dell’impresa ecclesiastico-religiosa. Egli sa che questo deve fallire perché è in sé inattuabile. Egli sa che la problematicità di questa impresa cresce continuamente e che non cresce con la debolezza della Chiesa, né in proporzione della scarsità della sua influenza o del suo estraniarsi dal mondo, ma con l’ardimento e la forza delle sue così beatifiche, così pratiche illusioni, con la grandezza dei successi che sempre di nuovo le sono consentiti, con l’abilità con la quale sa adattarsi al mondo e alle sue evoluzioni. Egli vede che appunto dove la Chiesa raggiunge il suo scopo come servizio reso dall’uomo all’uomo, essa fallisce al fine di Dio e il giudizio è alla porta. Egli sta, dunque, triste, pensieroso, pieno di interrogativi e di timore nella Chiesa, tanto più, quanto più è la Chiesa. Ma egli sta nella Chiesa, non accanto ad essa come uno spettatore. La sua possibilità è in tutto e per tutto quella della Chiesa e l’impossibilità della Chiesa è la sua impossibilità. La distretta della Chiesa è la sua distretta, la miseria della Chiesa la sua miseria. Egli è solidale con essa appunto in quello che crea fra gli uomini una solidarietà e comunione universale, la privazione della gloria di Dio (Rm 3,23).

Vaticano II

Questa solidarietà e comunione, considerata umanamente, realisticamente, non può avere alcun limite. “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo al posto dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne”. Meglio non avere alcuna grazia né libertà né Spirito né attesa del giorno veniente, che avere la grazia, la libertà, lo Spirito e l’attesa come spettatore, senza partecipazione, senza sofferenza, senza perplessità, senza tristezza come un disertore e un separato. Questo proprio no: la posizione paradossale nella quale Paolo chiama i Farisei suoi “fratelli”, sinceramente, senza alcuna condiscendenza, senza alcuna riserva esoterica, dove prende interamente sul serio il fatto che egli è “parente secondo la carne” con essi, ove sapendo che essi non sanno ma che neanche egli sa, si piega con essi sotto la pressione dell’incognito divino che è la caratteristica della Chiesa: questa posizione deve essere occupata, col rischio di non salvare la sua anima, col rischio di sembrare in ogni istante infedele a se stesso e di essere accusato dagli altri di insincerità e di opportunismo. Una posizione perduta? Sì, una posizione perduta, ma che come tale deve essere tenuta. Le posizioni che l’uomo fa sue come tali sono tutte posizioni perdute. Questo deve essere chiaro e diventa chiaro quando l’Evangelo è predicato nella Chiesa, quando nella solidarietà del profeta e del sacerdote l’impossibile diventa possibile e il possibile impossibile. Il profeta si dichiara solidale col sacerdote perché sa che si deve affrontare una domanda alla quale soltanto Dio può dare risposta, che questa domanda non si deve tradurre in una nuova lingua umana, che non si tratta di creare un nuovo compito alla vecchia Chiesa o una nuova Chiesa al vecchio compito. Egli sa che anche un’opera di cristianesimo sociale o una università popolare è una chiesa. Egli sa che soltanto la guarigione in Dio può giovare all’ammalato, non un cambiamento per quanto radicale di letto o di ospedale. Egli sa che l’opposizione e la polemica tra queste e queste altre persone deve talora rendere visibile l’antitesi infinita tra L’Evangelo e la Chiesa (e perciò non si può affatto escludere completamente!) ma non può risolvere questa antitesi. Egli dovrà talora opporsi a determinate persone che sembrano avere troppo dimenticato il pensiero dell’eternità, per richiamarle all’oggetto, ma non lo farà mai senza un fondo di autoironia, sapendo di poterlo fare soltanto a guisa di parabola, senza illudersi di seguire lui nuove vie, senza alcuna inclinazione a lasciarsi trascinare nella posizione radicale di uno spregiatore della Chiesa o di un nemico della Chiesa, quant’anche l’invito a seguire questa conseguenza si presentasse a lui con la più grande chiarezza e urgenza, poiché la conseguenza di uscire dalla Chiesa o dalla funzione pastorale è anche meno assennata che quella di togliersi la vita […]”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

[1] L’opera qui di seguito citata corrisponde tuttavia ad una prima fase del pensiero barthiano. In età più matura, infatti, il teologo svizzero svilupperà una teologia fondata su una posizione meno polarmente oppositiva e più morbida fra Dio e l’uomo, come attesterà la sua opera più approfondita e sistematica, la Dogmatica Ecclesiale.


[2] Si noti il carattere fortemente dialettico intrinseco a questa considerazione di Barth: da una parte l’Evangelo, secondo lui, dall’altra, polarmente significata, la Chiesa.

[3] Raggiungiamo qui, probabilmente, l’apice della dialettica barthiana in questa prima fase del suo pensiero: la Chiesa come tentativo di umanizzazione del divino.

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