Il valore della confessione sacramentale frequente (contro il pensiero di alcuni sacerdoti contemporanei)

Il valore della confessione sacramentale frequente (contro il pensiero di alcuni sacerdoti contemporanei)

Sul fatto che oggi, rispetto a tempi precedenti, sia di per sé una cosa non semplicissima trovare un confessore disponibile in maniera frequente, se ne potrebbe parlare a lungo e in contesti di analisi differenti (sociali, vocazionali, ecclesiali, ecc.); sul fatto che, tuttavia, data questa oggettività, debba allora essere minimizzato di per se stesso il valore sacramentale della confessione, se ne deve discutere invece con urgenza, poiché un orientamento piuttosto pericoloso, che da semplice “cambio di mentalità” rischia oggettivamente di assumere la forma di vera convinzione dogmatica, è verosimilmente in atto in ambito cattolico e la suddetta carenza di confessori (non solo dovuta al calo vocazionale) a suo modo viene appunto a testimoniarlo.
La scorsa settimana, ad esempio, durante la (brevissima) omelia di una S. Messa feriale in una Chiesa di Torino, un salesiano ha detto apertamente: “Non serve confessarsi, salvo avere proprio dei peccati gravi…”. Se da un lato, giustamente, questa definizione salvaguarda la necessità di una purificazione di coscienza dinanzi ad una materia grave, al contempo minimizza il senso sacramentale della confessione riconducendolo in pratica unicamente a quel punto specifico, cioè la materia grave relativamente alla propria condotta. Di per se stesso, un primo elemento è proprio intrinseco a questo: la confessione sacramentale, infatti, è un fondamentale ausilio in ordine al riconoscimento della propria colpa per il penitente, per cui esortando quest’ultimo a presentarsi a questo salvifico sacramento unicamente in coscienza di atti gravi è al contempo de-formare la sua stessa coscienza nella medesima possibilità di tale riconoscimento. Inoltre la gravità di una materia morale non dipende unicamente dal soggettivo stato di coscienza del penitente: quando il salmista invoca la misericordia divina affermando “Assolvimi dalle colpe che non vedo” (Sal 18,32), poiché appunto certe mancanze morali non vengono da lui autorecepite, evoca proprio l’insufficienza del singolo dinanzi alla propria coscienza, tanto più se essa è disabituata ad un colloquio frequente e ad un incontro costante con la misericordia divina per il tramite del confessore. Il rischio è il posizionamento di sé a giudice della propria coscienza in maniera progressivamente totalitaria, in modo che la confessione stessa, in senso sacramentale, venga concepita quale inutile confidenza privata.
Stupisce la “salesianità” di quel sacerdote, essendo stato don Bosco assolutamente inverso a questo ordine di approccio al confessionale, innanzitutto per quanto atteneva la propria coscienza. Si confessava infatti settimanalmente, ma spesso ammetteva, al pari di un altro grande santo, Luigi Gonzaga, l’urgenza di una confessione addirittura quotidiana. Erano altri tempi, certo, da un punto di vista di intendimento sia della confessione, sia della fede stessa, nonché dal punto di vista della stessa “logistica” confessionale (chi mai oggi potrebbe trovare un confessore quotidianamente?). Tuttavia la sostanza teologica rispetto al sacramento è molto eloquente e non va assolutamente dispersa.
La confessione è infatti un fondamentale momento di incontro con la misericordia divina che non va in nulla relativizzato per quanto attiene la propria struttura: disposizione del cuore, riconoscimento di sé in quanto peccatore (e non solo per l’evidenza di atti gravi), la volontà di cambiamento, il senso della penitenza, la sincerità di coscienza, il desiderio del perdono divino, ecc.
Ciò non va posto secondo statistiche temporali, come se dipendesse, similmente ai tribunali umani, unicamente dall’evidenza delle prove. Dio parla al cuore del singolo in modo invisibile e, con la collaborazione di quest’ultimo, gli evidenzia ogni singola macchia od elemento che possano in qualche maniera distanziarlo dalla incommensurabilità della sua grazia. Ivi la confessione sacramentale assume allora un’urgenza ancora più fondamentale […]

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