Critica testuale – Una normativa interna al testo

R. Dupont-Roc, Il metodo della critica testuale, in D. Marguerat (a cura di), Introduzione al Nuovo Testamento, Claudiana, Torino 2004, pp. 524-529
Un certo numero di principi o di regole pratiche servono spesso come criteri; bisogna utilizzarli con prudenza e destrezza, poiché in questi campi non c’è una regola assoluta:
– lectio brevior: la lezione più breve è la più probabile; gli scribi hanno sempre avuto la tendenza a precisare, a spiegare per facilitare la lettura;
– lectio difficilior: per la stessa ragione, la lezione più difficile è la più probabile; si corregge un testo per renderlo più accessibile e non per renderlo oscuro!
– lectio difformis: nei passi paralleli dei vangeli, sarà preferita una versione differente poiché sfugge alla tendenza generale all’uniformazione;
– lectio quae alias explicat: infine, bisogna sempre preferire la lezione che ­spiega le altre e che può essere indicata come «variante-fonte». Tischendorf riteneva che fosse «la prima tra tutte le regole»; ingloba tutte le altre e deve essere considerata come il criterio essenziale per stabilire il testo. L. Vaganay la chiamava, con spirito, il «filo d’Arianna» del testualista.
Mostreremo con qualche esempio che queste regole restano sempre indicative, e che il testualista entra in dialogo con la critica letteraria, tenendo conto del contesto vicino, del vocabolario e dello stile propri di un autore, e a volte anche del progetto letterario e teologico di un’opera.

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Arcangeli, ma anche Serafini: Michele, Gabriele e Raffaele

Arcangeli, ma anche Serafini: Michele, Gabriele e Raffaele

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La gran bella ricorrenza di oggi dei tre santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (nella Chiesa orientale gli arcangeli sono sette), deve lasciarci riflettere e al contempo contemplare alcuni misteri di queste figure bibliche, che tuttavia la teologia nel tempo ha razionalizzato molto, con ulteriori conoscenze su di essi. Tutti ad esempio ricordiamo Michele come il “principe della milizia celeste”: tuttavia, se si considera in modo equivoco il titolo di “arcangelo” a lui (giustamente, cf. Lettera di Giuda) attribuito, non si capisce come possa essere davvero a capo dei cori angelici unicamente con questo titolo. Infatti, come sappiamo dallo Pseudo Dionigi – teologo del V secolo – e dalla sua opera “La gerarchia celeste”, una cosa sono i “Serafini” (lett. “I brucianti”), e un’altra, molte classi più giù, gli “arcangeli”. Si capisce come se Michele fosse “solo” un arcangelo, non potrebbe comandare le gerarchie celesti, essendo i Serafini (cf. Isaia 6,1-3) i più vicini a Dio. Ciò implica che oltre che “arcangelo”, Michele e gli altri due siano anche dei Serafini per essenza. Inoltre, vi è un ulteriore grande mistero. Nella storia dei mistici cattolici, ad esempio, alcuni hanno visto per rivelazione privata il loro “angelo custode” (gli “angeli” sono l’ultima classe della gerarchia celeste), e alcuni hanno scoperto, come ad esempio Natuzza Evolo, che il loro angelo custode fosse proprio san Michele Arcangelo. La classificazione dello Pseudo-Dionigi – validissima al punto da influenzare tutta l’angelologia medievale – è di certo importante, ma non deve essere equivocata, né assolutizzata. Michele comanda, ma come Serafino, non come “arcangelo”. Lo stesso Lucifero, evocato in Isaia 14, apparteneva alla medesima classe angelica.

Lo studio dell’angelologia deve così fondersi intensamente con la preghiera: mai utilizzare in modo equivoco gli attributi angelici e mai al di fuori dell’economia biblica, cioè di ciò che la Bibbia dice sugli angeli tutti (in verità ne cita pochissimi, per nome, di buoni e cattivi, ma spessissimo il termine “angelo” in se stesso). La preghiera a questi grandi “inviati” e “ministri” celesti del divino consiglio è fondamentale per non essere soli sia da un punto di vista esistenziale, sia teologico che spirituale. L’Apocalisse evoca per nome, ad esempio, san Michele, ma è soltanto la preghiera, unita alla conoscenza esegetica e teologica, che fa luce sul senso di quella misteriosa battaglia avvenuta in cielo, antecedente alla creazione dell’uomo e che vide sconfitto “il superiore” (Satana), dall’inferiore per natura (Michele). Ciò illumina sull’importanza dell’umiltà, della piena adesione a Dio nella battaglia contro chi a Dio si ribella, sia esso di natura spirituale (i demoni) sia di natura umana (gli uomini mossi dai demoni). Amen

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Sulla storicità di Adamo, contro una visione solo “tipologica”

O batismo e os caminhos de conversão demonstram o legado de São João  Batista – Diocese de Santo André

 

 

Se Adamo fosse davvero un “nome collettivo”, una “tipizzazione” dell’uomo in senso universale – come insegnano alcuni esegeti – dovrebbe essere tale anche Gesù Cristo, il “nuovo Adamo”: non un uomo storico e singolare, cioè “quell’uomo Gesù di Nazaret”, ma un “tipo”, una pura figura rappresentativa, ossia una cosa inaudita. La fissazione sulla lettera testuale biblica rischia di compromettere molto il senso salvifico sincronico della stessa Scrittura. Dio parla sempre a un “tu”, e in Adamo questo “tu”, non può essere accomiatato unicamente in un “noi” tipologico dell’umanità di ogni tempo, poiché così si viola la specificità, la singolarità e l’unicità di quel “tu” che è Adamo, che è Eva, che è Cristo, che è la Madonna e così ogni biblico testimone della salvezza di Cristo (un ragionamento di questo tipo, infatti, alcuni esegeti l’hanno fatto anche per il Discepolo Amato, assunto unicamente quale “simbolo” della Chiesa, non come uomo storico, Giovanni Apostolo).

Noi la pensiamo così.

Amen

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Pio XII, la Regina e la corredentrice

Parlando di Maria Regina, è lo stesso Papa Pio XII ad intendere il concetto di “Corredentrice”. Dunque perché tanta disattesa sulla proclamazione del dogma? Leggiamo cosa scrive Pio XII ***
 
The Clerics Regular Minor and the Immaculate Heart of Mary – Adorno Fathers
 
 
“[…] l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità.
[…] Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. […]
Si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione», per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»; se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo. […]”
Amen
*** (Pio XII, Lett. Enc. AD CAELI REGINAM, n. 3)

 

Sant’Agostino e la continenza della carne, della bocca e del cuore***

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Sant’Agostino e la continenza della carne, della bocca e del cuore***

La continenza che ci attendiamo dal Signore non è necessaria soltanto per frenare le passioni carnali propriamente dette. Lo dimostra il salmo, là dove cantiamo: Poni, o Signore, una custodia alla mia bocca, una porta – quella della continenza – sulle mie labbra (Cf. Sal 140,3). Da questa testimonianza del libro divino, se prendiamo la parola bocca nel senso esatto in cui occorre intenderla, ci convinceremo qual grande dono di Dio sia la continenza della bocca. […] C’è nel nostro interno un’altra bocca, quella del cuore; ed è qui che desiderava fosse posta dal Signore una guardia e un uscio, quello della continenza, colui che pronunziò le parole del salmo e le scrisse perché le ripetessimo. Ci sono infatti molte parole che non pronunziamo con la bocca ma gridiamo con il cuore. E viceversa non ci sono parole che noi pronunziamo con la voce attraverso la bocca, se il cuore non ce le detta. […] Con le parole: Poni, Signore, una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra voleva intendere la bocca interiore del cuore. Lo indica assai chiaramente quel che soggiunge subito appresso: Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne (Sal 140,3-4). Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. […] Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza. […]”

(S. Agostino, La continenza)

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La storia dei santi ANDREA KIM TAE-GÔN, (Presbitero), PAOLO CHÔNG HA-SANG, e compagni martiri

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Non tutti sanno che la Chiesa coreana è stata fondata inizialmente da un gruppo di laici, verso la fine del 1700. Essa derivò dalla trasmissione, in quella terra, dell’insegnamento del gesuita missionario Matteo Ricci, la cui conoscenza fu introdotta in Corea da alcuni coraggiosi sacerdoti cinesi che ivi si recavano saltuariamente in missione. Alcuni laici, quindi, fondarono la prima comunità cristiana in Corea. In poco tempo fu necessario, per quella comunità, l’invio di un sacerdote dalla Cina, cosa che avvenne quando in Corea fu inviato il sacerdote Chu-mun-mo. Questa bella fioritura della fede cristiana, che divenne ora anche una vera pratica liturgica, fu immediatamente combattuta dal governo coreano, che uccise il suddetto sacerdote. Era stato infatti posto un decreto che vietava la pratica cristiana in Corea (1802) e perseguitava tutti coloro che si dichiaravano di Cristo. Anche i due sacerdoti e il vescovo che – questa volta da Parigi – vennero in Corea dopo il martirio di Chu-mun-mo, vennero uccisi. La Corea diveniva terra di sangue per la fede cristiana.

Il martire Andrea Kim Taegon si forma in questo contesto di persecuzione. Suo padre, a soli 44 ani, è morto martire. La sua casa è una sede battesimale per molti neofiti coreani. Egli prende la via del sacerdozio, ma a sua volta, nel 1846, viene ucciso.

Dal canto suo, il laico Paolo Chong Hasang è stato un instancabile testimone della fede cristiana in Corea, con metà della sua famiglia uccisa dalle persecuzioni. Di lui si contano una quindicina di viaggi missionari tra Cina e Corea, per favorire l’ingresso di sacerdoti e vescovi. Venne per questo ucciso martire il 22 settembre 1839.

Amen

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San Roberto Bellarmino – Dottore della Chiesa

San Roberto Bellarmino – Dottore della Chiesa

Da un’udienza di Benedetto XVI del 23 febbraio 2011

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” […] San Roberto Bellarmino svolse un ruolo importante nella Chiesa degli ultimi decenni del secolo XVI e dei primi del secolo successivo. Le sue Controversiae costituirono un punto di riferimento, ancora valido, per l’ecclesiologia cattolica sulle questioni circa la Rivelazione, la natura della Chiesa, i Sacramenti e l’antropologia teologica. In esse appare accentuato l’aspetto istituzionale della Chiesa, a motivo degli errori che allora circolavano su tali questioni. Tuttavia Bellarmino chiarì anche gli aspetti invisibili della Chiesa come Corpo Mistico e li illustrò con l’analogia del corpo e dell’anima, al fine di descrivere il rapporto tra le ricchezze interiori della Chiesa e gli aspetti esteriori che la rendono percepibile. In questa monumentale opera, che tenta di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, egli evita ogni taglio polemico e aggressivo nei confronti delle idee della Riforma, ma utilizzando gli argomenti della ragione e della Tradizione della Chiesa, illustra in modo chiaro ed efficace la dottrina cattolica.

San Bellarmino offre così un modello di preghiera, anima di ogni attività: una preghiera che ascolta la Parola del Signore, che è appagata nel contemplarne la grandezza, che non si ripiega su se stessa, ma è lieta di abbandonarsi a Dio. Un segno distintivo della spiritualità del Bellarmino è la percezione viva e personale dell’immensa bontà di Dio, per cui il nostro Santo si sentiva veramente figlio amato da Dio ed era fonte di grande gioia il raccogliersi, con serenità e semplicità, in preghiera, in contemplazione di Dio. Nel suo libro De ascensione mentis in Deum – Elevazione della mente a Dio – composto sullo schema dell’Itinerarium di san Bonaventura, esclama: «O anima, il tuo esemplare è Dio, bellezza infinita, luce senza ombre, splendore che supera quello della luna e del sole. Alza gli occhi a Dio nel quale si trovano gli archetipi di tutte le cose, e dal quale, come da una fonte di infinita fecondità, deriva questa varietà quasi infinita delle cose. Pertanto devi concludere: chi trova Dio trova ogni cosa, chi perde Dio perde ogni cosa». […]”

(Benedetto XVI, Udienza, 23 febbraio 2011)

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Beata Vergine Maria Addolorata – Il testo italiano dello “Stabat Mater” ***

Beata Vergine Maria Addolorata – Il testo italiano dello “Stabat Mater” ***

Change Your Life with the Seven Sorrows of Our Lady | The Divine Mercy

La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
su cui pendeva il Figlio.
E il suo animo gemente,
contristato e dolente
era trafitto da una spada.
Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!
Come si rattristava, si doleva
la Pia Madre vedendo
le pene del celebre Figlio!
Chi non piangerebbe
al vedere la Madre di Cristo
in tanto supplizio?
Chi non si rattristerebbe
al contemplare la pia Madre
dolente accanto al Figlio?
A causa dei peccati del suo popolo
Ella vide Gesù nei tormenti,
sottoposto ai flagelli.
Vide il suo dolce Figlio
che moriva, abbandonato da tutti,
mentre esalava lo spirito.
Oh, Madre, fonte d’amore,
fammi provare lo stesso dolore
perché possa piangere con te.
Fa’ che il mio cuore arda
nell’amare Cristo Dio
per fare cosa a lui gradita.
Santa Madre, fai questo:
imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso
fortemente nel mio cuore.
Del tuo figlio ferito
che si è degnato di patire per me,
dividi con me le pene.
Fammi piangere intensamente con te,
condividendo il dolore del Crocifisso,
finché io vivrò.
Accanto alla Croce desidero stare con te,
in tua compagnia,
nel compianto.
O Vergine gloriosa fra le vergini
non essere aspra con me,
fammi piangere con te.
Fa’ che io porti la morte di Cristo,
avere parte alla sua passione
e ricordarmi delle sue piaghe.
Fa’ che sia ferito delle sue ferite,
che mi inebri con la Croce
e del sangue del tuo Figlio.
Che io non sia bruciato dalle fiamme,
che io sia, o Vergine, da te difeso
nel giorno del giudizio.
Fa’ che io sia protetto dalla Croce,
che io sia fortificato dalla morte di Cristo,
consolato dalla grazia.
E quando il mio corpo morirà
fa’ che all’anima sia data
la gloria del Paradiso.
Amen.

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All’Arcangelo Raffaele – di F. G. Silletta

All’Arcangelo Raffaele – di F. G. Silletta ***

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Noi ti invochiamo, arcangelo Raffaele,

che per la volontà del nostro Dio,

ne contempli il volto e perseveri al suo servizio,

quale messaggero obbediente della sua grazia

e potenza istantanea della sua guarigione per noi.

Tu che intuisci i divini disegni

e ne attui al suo comando la realizzazione,

intercedi perché la bellezza della divina salvezza

discenda su di noi nella forma storica

della salute del corpo e dello spirito,

della purezza interiore e di quella luce

che dona pace a tutta la nostra persona.

Vieni in nostro aiuto, per infondere benedizione,

liberazione e guarigione sulle piaghe della nostra vita,

affinché resi sani, forti e purificati

dalle sataniche malizie,

accettiamo con gioia la nostra chiamata alla santità,

nel dominio di noi stessi,

nel superamento delle tribolazioni

e nella vittoria sul male.

Amen

*** Dal libro in 4 volumi – “Liberaci dal male” –

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