Sull’uso esatto delle parole del Pater: “Liberaci dal Maligno”

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Sembra certo, almeno etimologicamente, che insegnando il Padre nostro, Gesù abbia detto alla fine: “Liberaci dal maligno”, piuttosto che non semplicemente “dal male” (in senso vago). Quando ad esempio in Matteo 5,37 egli dice che “il di più viene dal maligno” (esortando a parlare con il sì o con il no), il termine (ma anche il senso) è lo stesso identico di quello del Padre nostro, ossia, in greco, “ὁ πονηρὸς”. Che questo termine significhi anche “il male”, in senso lato – e quindi non necessariamente “un male soggettivo”, cioè “il maligno” – non toglie che il senso dell’uso di Matteo sia assolutamente orientato al secondo caso.
Allo stesso modo, anche in Giovanni – e qui viene tradotto giustamente da quasi tutte le Bibbie – nella preghiera prima della passione di Gesù, al capitolo 17, la cosiddetta “preghiera di comunione” o “preghiera sacerdotale”, pure si nomina “il maligno” come soggetto-persona (quindi non come “un male” in senso sostantivo), con lo stesso identico termine del Padre nostro. Si legge così in Gv 17,15: “Non ti chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal maligno” (greco: “ἐκ τοῦ πονηροῦ” – traslitterato “ek tou ponerou”).
Vediamo uno schema sintetico che faccia capire quanto diciamo:
 
Mt 6,13: “Ma liberaci dal male” (greco: “ἀπὸ τοῦ πονηροῦ” – traslitterato “apò tou ponerou”)
Mt 5,37: “Il di più viene dal maligno” (greco: “ἐκ τοῦ πονηροῦ”– traslitterato “ek tou ponerou”)
Gv 17,15: “Non ti chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal maligno” (greco: “ἐκ τοῦ πονηροῦ” – traslitterato “ek tou ponerou”).
 
Sembra che nella traduzione più comune del Padre nostro – riveduta come sappiamo in alcuni elementi di recente – non si voglia proprio dire: “Liberaci dal maligno”, cosa che, essendo preghiera della santa liturgia, davvero avrebbe un esito molto significativo in termini di liberazione vera. Amen
Amen
 
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