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Categoria: La Casa di Miriam

Preghiera a Gesù bambino di Giovanni Paolo II

– Preghiera a Gesù bambino di Giovanni Paolo II –

Re

Asciuga, bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!
Accarezza il malato e l’anziano!
Spingi gli uomini a deporre le armi
e a stringersi in un universale abbraccio di pace!
Invita i popoli, misericordioso Gesù,
ad abbattere i muri creati dalla miseria
e dalla disoccupazione,
dall’ignoranza e dall’indifferenza,
dalla discriminazione e dall’intolleranza.
Sei tu, divino bambino di Betlemme,
che ci salvi, liberandoci dal peccato.
Sei tu il vero e unico Salvatore,
che l’umanità spesso cerca a tentoni.
Dio della pace, dono di pace
per l’intera umanità, vieni a vivere
nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.
Sii tu la nostra pace e la nostra gioia!

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“DI DOVE SEI?” (πόθεν εἶ σύ; Gv 19,9a)

“DI DOVE SEI?” (πόθεν εἶ σύ; Gv 19,9a) –

Dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione – di Francesco Gastone Silletta – © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – ISBN 9788894057119 – € 37.00

Pilato

“[…] Rispetto all’interrogatorio precedente, ora Pilato muta l’epicentro del suo interesse su Gesù: non più la natura della sua regalità, bensì l’ordine geografico della sua origine: “Di dove sei?” (πόθεν εἶ σύ; 19,9a).
Allo stesso modo di Pilato, anche Gesù cambia registro di conversazione. Se rispetto alla questione posta dal prefetto circa la propria regalità si era manifestato immediatamente disponibile ad un confronto linguistico, ora, rispetto al tema della propria origine, Gesù risponde con un marcato silenzio. Ciò non implica che ancora una volta Gesù non intenda interloquire con Pilato, bensì piuttosto che l’ordine teologico della questione posta da Pilato non possieda una sussistenza idonea alla possibilità di comprensione dello stesso prefetto: “Se Nicodemo e i giudei non potevano comprendere come egli fosse venuto dall’alto, Gesù non poteva aspettarsi che lo comprendesse un romano (R. Brown)” […]”
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Proseguono gli incontri notturni di preghiera

Proseguono gli incontri notturni di preghiera

Jesu night

Venerdì 9 ottobre 2015: Incontro notturno di preghiera – ore 23
Gruppo “La Casa di Miriam Torino” – presso la nostra sede.
Programma:
Recita S. Rosario – Lettura della Passione di N.S. Gesù Cristo secondo S. Giovanni

Preghiera di S. Faustina per il dono dell’intelligenza

Preghiera di S. Faustina per il dono dell’intelligenza

F.

“[…] Chiedo spesso a Gesù una intelligenza illuminata dalla fede. Lo esprimo al Signore con queste parole: “Gesù, dammi l’intelligenza, una grande intelligenza, unicamente per conoscere meglio Te, perché più ti conosco, più autenticamente ti amo. Gesù, ti chiedo una forte intelligenza per comprendere le cose divine e superiori. Gesù, dammi una grande intelligenza, con la quale potrò conoscere la tua essenza divina e la tua vita interiore e trinitaria. Rendi capace la mia mente con una tua grazia speciale. Benché io sappia che la capacità tramite la grazia ci viene data mediante la Chiesa, tuttavia c’è un grande tesoro di grazie che tu, Signore, concedi a seguito delle nostre preghiere. E se la mia richiesta non ti piace, ti prego di non darmi alcun desiderio per tale preghiera”.
(S. Faustina, V° quaderno, n. 1474)

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San Francesco d’Assisi

San Fracesco d’Assisi 

Francesco 1

(Dalla sua biografia scritta da Tommaso da Celano – Capitolo 29)

80. “Sarebbe troppo lungo, o addirittura impossibile, narrate tutto quello che il glorioso padre Francesco compì e insegnò mentre era in vita. Come descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna, le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di gaudio. O pietà semplice e semplicità pia! Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto, perché la Scrittura ha detto del Signore: “Io sono verme e non uomo” (Sal 21,6); perciò si preoccupava di toglierli dalla strada, perché non fossero schiacciati dai passanti. E che dire delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l’inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo? Magnificava con splendida lode la laboriosità e la finezza d’istinto che Dio aveva loro elargito, gli accadeva di trascorrere un giorno intero a lodarle, quelle e tutte le altre creature. Come un tempo i tre fanciulli gettati nella fornace ardente (Dn 3,51ss.) invitavano tutti gli elementi a glorificare e benedire il Creatore dell’universo, così quest’uomo, ripieno dello spirito di Dio, non si stancava mai di glorificare, lodare e benedire, in tutti gli elementi e in tutte le creature, il Creatore e governatore di tutte le cose.

81. E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori, quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza! Subito ricordava la bellezza di quell’altro Fiore, il quale, spuntando luminoso nel cuore dell’inverno dalla radice dalla stirpe di Iesse, con il suo profumo fece ritornare in vita migliaia e migliaia di morti. Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l’aria e il vento con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore. E finalmente chiamava tutte le creature con nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio. Ed ora in cielo ti loda con gli angeli, o Signore, colui che sulla terra ti predicava degno di infinito amore a tutte le creature”
[TOMMASO DA CELANO, San Francesco, Ed. Orsa Maggiore, Torriana (Fo), pp. 95-96]

 

Progetto Social Charity

Progetto Social Charity

Social Charity

– Iniziativa di solidarietà permanente –

Grazie infinite a tutti coloro che hanno partecipato alla nostra iniziativa di raccolta abbigliamento autunno/inverno per le persone indigenti. Tutto quanto abbiamo raccolto verrà redistribuito già a partire da domattina (lunedì 28 settembre 2015) laddove la condizione di indigenza si manifesti più stringente ed eloquente.
Lo staff delle Edizioni La Casa di Miriam, in comune accordo con i membri del gruppo di preghiera e di solidarietà sociale, ha progettato di trasformare questa occasionale iniziativa di solidarietà, denominata “Social Charity”, in una attività solidale permanente, che porterà alla raccolta costante di abbigliamento, alimenti ed altro a sostegno delle persone indigenti, con diretta redistribuzione in ambito cittadino.

Incontro sul tema: Il Discepolo Amato e Maria

Incontro sul tema: Il Discepolo Amato e Maria

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Le Edizioni La Casa di Miriam presentano l’incontro di lettura e meditazione teologica:
“Il Discepolo Amato e Maria: una relazione materno-filiale 
A cura di Francesco Gastone Silletta 
Domenica 4 ottobre 2015, ore 18 – Sede Edizioni –
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Preghiera a Cristo creatore

Preghiera a Cristo creatore 

Christ creator

Quando mi hai creato, Signore, conoscevi già tutte le volte che ti avrei tradito. Conoscevi il numero delle mie cadute, dei miei fallimenti, dei miei rinnegamenti. Sapevi, contavi nella tua sapienza tutte le fratture che io stesso avrei generato con la mia condotta di creatura irriconoscente. E quando mi hai presentato al tempio per la prima volta, e quando mi hai donato te stesso nella Santa Comunione, ben prevedevi, vedendola anticipatamente, l’istantanea del mio futuro, così indegno di tanto amore.
Eppure mi hai creato lo stesso. Mi hai voluto ugualmente, contro ogni possibile rimprovero del futuro. Hai donato comunque te stesso per me. Mi hai voluto quale tuo carnefice, per poter essere il mio salvatore.
Misteriosissimo Dio, incomprensibile Amore, innocente Redentore. La mia vita divenga tua, secondo la primordiale conformazione cui il tuo pensiero creatore l’aveva predestinata.
Amen.
(Testo di Francesco Gastone Silletta)

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Maria Maddalena è Maria di Betania?

Betania

di Francesco Gastone Silletta

Tanto Padre Pio quanto Maria Valtorta identificavano Maria Maddalena con Maria di Betania. L’esegesi contemporanea invece preferisce la linea razionale della differenziazione storica e netta fra le due donne, intervenendo addirittura nella S. Scrittura, con delle note, a precisare come “certa” questa presunta diversità. Tuttavia, la tesi dei due mistici sopra citati (cui se ne aggiungono molti altri nella storia della Chiesa, fra cui addirittura un Sommo Pontefice, Gregorio Magno), non è affatto elaborata senza uno spirito critico consapevole o una adeguata conoscenza scritturistica, come potrebbero pensare certi insigni esegeti. Maria di Betania, per esempio, dato il suo amore per Gesù (cfr. Lc 10,42b) risulterebbe una grande assente sotto la croce, qualora ella non fosse la medesima Maria Maddalena lì presente e menzionata nei Vangeli (cfr. Gv 19,25).

Come testimonianza riportiamo una parte di un dialogo fra Cleonice Morcaldi e Padre Pio relativo alla Maddalena, nel contesto del quale il santo frate la identifica chiaramente con Maria di Betania:

C.M. – “Padre, perché Gesù ha detto a Maria Maddalena ‘non mi toccare’?”

P. Pio – “Per farla vivere di fede”.

C.M – “Perché, non ce l’aveva la fede?”

P. Pio – “Sì, ma era incipiente. Ti ricordi quando disse: ‘Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!’. Quasi che da lontano non avesse potuto guarirlo. Invece, sentiamo il centurione che dice: ‘Signore, non venire a casa, non ti infastidire, ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito’. Questa sì che è fede!” – – Maria Maddalena qui è identificata da Padre Pio con quella Maria di Betania che appunto rivolse a Gesù le parole: “Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,32).

A nostro modo di vedere una certa esegesi dovrebbe essere più contenuta nelle proprie conclusioni, quantomeno farle apparire come opinioni personali, pur fondate e calibrate, anziché come verità acquisite.

Sembra difficile pensare che determinati santi e mistici, le cui intuizioni raggiungevano le profondità del cuore, siano giunti a conclusioni o identificazioni di determinati personaggi biblici senza una auspicata prudenza ermeneutica, sapendo che tipo di valore esse possedessero in seno all’ermeneutica biblica. Non è lo stesso, infatti, pensare a Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro, nei termini della medesima Maria Maddalena, oppure pensarla come una donna da lei distinta.

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Raccolta abbigliamento per persone indigenti

Raccolta abbigliamento per persone indigenti

Indigent

Iniziativa di solidarietà del gruppo “La Casa di Miriam – Torino” –

Il gruppo “La Casa di Miriam Torino” organizza una raccolta di abbigliamento per l’autunno-inverno sino a Domenica 27 settembre p.v. L’iniziativa prevede la ridistribuzione dell’intera quantità di vestiario ricevuto alle persone indigenti della nostra città.

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L’Arcivescovo Nosiglia eviti di parlare di scuola

L’Arcivescovo Nosiglia eviti di parlare di scuola

nosiglia

La persona meno indicata a parlare di “scuola”, come ha fatto in una lettera che sarà pubblicata sul settimanale dell’arcidiocesi di Torino, è proprio l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, il quale farebbe bene a chiedere pubblicamente perdono per come nella sua e nostra Diocesi vengano assegnate le cattedre di Religione nelle scuole statali, senza la benché minima purezza didattica, né graduatoria, né prova di grado o curriculum alcuno, ma soltanto in base alle simpatie personali del suo “fidatissimo” e secolare direttore dell’Ufficio Scuola.
Grazie al suo episcopato politico e ideologico, quest’uomo ha ridotto la Diocesi di Torino ad una tra le più insignificanti “diocesi” italiane, neppure più degna di una rappresentanza cardinalizia, ormai quasi priva di sacerdoti anche grazie ai suoi improvvisi ed arbitrari trasferimenti di santi sacerdoti e parroci, allontanati il più possibile dall’emisfero torinese perché ostili ai suoi disegni personali.
Stupisce sentirlo parlare di “scuola”, proprio lui che sa benissimo di nomine e docenze che in alcuni casi non rispettano affatto i parametri del Diritto Canonico in seno all’insegnamento della Religione nelle scuole, sia in ordine alla coerenza morale di alcuni docenti rispetto alla disciplina insegnata, sia in ordine al predisposto statuto curriculare del docente relativamente al suo incarico scolastico.
Il fatto che a questo Vescovo il Papa abbia per due volte negato la porpora cardinalizia è più che significativo in ordine alla credibilità di questo successore degli Apostoli del tutto “sui generis”.
Preghiamo perché a Torino arrivi presto un Santo Arcivescovo e che Nosiglia possa, come accaduto con Vicenza prima di Torino, trovare una sede episcopale più idonea alle sue curiose linee pastorali, con l’augurio di ogni bene.
Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam Torino
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L’“Evangelista” del Quarto Vangelo

L’“Evangelista” del Quarto Vangelo 

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Dal libro “Amato perché amante” – di Francesco Gastone Silletta – ISBN 9788894057119 – © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – € 37,00

“[…] Oltre che dal punto di vista dell’autore, la paternità del Quarto Vangelo (di seguito, QV) può essere compresa, e di fatto così avviene da parte di alcuni studiosi, secondo la prospettiva dell’evangelista, un termine evidentemente utilizzato non soltanto secondo l’accezione comune di “colui che ha composto il Vangelo”, bensì secondo una prospettiva più “tecnica” che tende a distinguerlo, come ora vediamo, da colui che formalmente “scrive” l’opera, cioè appunto lo scrittore. In modo particolare, troviamo questa differenziazione negli studi giovannei del Brown, soprattutto in quelli successivi al suo grande commento esegetico al QV[1]. Ora, secondo il Brown, come del resto abbiamo più volte asserito lungo questa trattazione, il QV non va attribuito letteralmente alla scrittura del Discepolo Amato (di seguito, DA), distinto, nel suo pensiero tardivo, dall’Apostolo Giovanni, bensì occorre distinguere fra colui che “pensa e congegna” la creazione del Vangelo e colui che di fatto l’ha posto in essere, peraltro non da solo e non nella sua interezza, ossia il cosiddetto “evangelista”.

Alla luce di questa ricostruzione, certamente molto “ragionata”, non ci è dato tuttavia di sapere alcunché riguardo la storicità di questo presunto “evangelista”, se non supporre, unicamente, la sua profusa adesione al pensiero-insegnamento del DA, riconosciuto quale “fonte didattica” in ordine all’economia del QV. L’evangelista, quindi, è colui che secondo il Brown “ha composto il corpo del Vangelo esistente, mentre il ‘redattore’ è ‘un altro scrittore’ che ha operato alcune aggiunte dopo che l’evangelista ha completato il suo lavoro”[2]. La nostra osservazione precedente in merito alla presunta morte del DA alla luce del malinteso di Gv 21,23, aveva a riguardo sottolineato come in nessun luogo scritturale compaia l’affermazione esplicita di tale morte, per cui neppure ciò che il Brown afferma nel suo ragionamento ci pare veramente persuasivo, ossia quanto segue:

“Chi era l’evangelista e chi era il redattore? Può essere utile a questo punto informare i lettori che, a mio avviso, la risposta che meglio coglie nel segno è che questi fossero discepoli del discepolo prediletto, che probabilmente era già morto al tempo in cui il Vangelo venne scritto[3]”.

Si tratta allora di un’ipotesi certamente affascinante e anche logicamente verosimile, ma assolutamente insoddisfacente laddove il cuore nevralgico del costrutto ipotetico sfocia in un “può darsi” conclusivo che penalizza ampiamente l’aspettativa di “risposta” propria del lettore. Si è creata infatti, all’interno di questa breve definizione di “evangelista” derivata dal pensiero del Brown e rielaborata dal Moloney, già un’ampia scala ipotetica i cui componenti, per l’appunto, rimangono “ipotetici”.

Dal DA, sorgente ispiratrice del Vangelo e peraltro “declassato” di quell’identità storica che noi con forza attribuiamo all’Apostolo Giovanni, si è “ipotizzato” un “evangelista”, la cui figura, almeno in quanto tale, non è diversa da quella degli “evangelisti sinottici” e a cui viene attribuito un “ipotetico” ordine di “discepolato” al DA. Già sin qui, compaiono due distinte figure, il DA e l’evangelista, “distanziate” idealmente dalla figura storica di Giovanni, poste tra loro in una relazione di “maestro-discepolo” che francamente non sembra affatto intrinseca all’economia “interna” del QV. Abbiamo già sottolineato come a nostro avviso il DA non debba essere postulato come un “διδάσκαλος”, istitutore di una comunità evidentemente “verticale” se gli altri membri vengono supposti essere suoi “discepoli”, bensì piuttosto come un testimone “orizzontale” della “storia di Gesù”, senza supporre alcuna relazione di ordine comunitario-scolastico in seno all’ambiente dei suoi amici. Riteniamo infatti che un soggetto così fortemente caratterizzato dall’attributo di “discepolo di Gesù”, come viene presentato nel QV il DA, da un punto di vista della personalità sua propria non dovesse amare affatto l’idea di essere a sua volta un “fautore di discepoli” (διδάσκαλος), bensì piuttosto re-indirizzasse questo discepolato in seno allo stesso Maestro-Gesù, declassando se stesso da una ipotetica funzione magistrale in seno alla comunità dei suoi […]”.

Francesco Gastone Silletta – Collana Teologia – Edizioni La Casa di Miriam Torino

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NOTE:

[1] Cfr. a riguardo Brown R.E., The Community of the Beloved Disciple. The Life, Loves and Hates of an Individual Church in New Testament Times (1979), tr. it. La comunità del discepolo prediletto, Cittadella, Assisi 1982. In particolar modo, su questo argomento, cfr. Idem, Introduzione al Vangelo di Giovanni, op. cit., soprattutto la sezione intitolata “L’unità e la composizione del QV”, pp. 53-102, con le osservazioni editoriali del Moloney ivi contenute.

[2] Cfr. Ivi, p. 93.

[3] Ivi.

Sull’interpretazione delle Sacre Scritture

Sull’interpretazione delle Sacre Scritture

Bible

Dalla Costituzione Dogmatica “Dei Verbum”, capitolo III

11. Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa (17) per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità (18), affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo (19), scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte (20).

Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture (21). Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona».

Come deve essere interpretata la sacra Scrittura

12. Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana (22), l’interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.
Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso (23). Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani (24).

Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta (25), per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio (26) […]”. 

NOTE

(17) Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1787 (3006) [Collantes 2.015]. PONT. COMM. BIBLICA,Decr. 18 giugno 1915: Dz 2180 (3629); EB 420. S. S. C. del S. Uffizio, Lett. 22 dic. 1923: EB 499.

(18) Cf. PIO XII, Encicl. Divino afflante, 30 sett. 1943: AAS 35 (1943), p. 314; EB 556.

(19) In e per l’uomo: cf. Eb 1,1 e 4,7 (in); 2 Sam 23,2; Mt 1,22 e passim (per); CONC. VAT. I, Schema de doctr. cath., nota 9: Coll. Lac. VII, 522.

(20) LEONE XIII, Encicl. Providentissimus Deus, 18 nov. 1893: Dz 1952 (3293); EB 556 [Collantes 2.028-30].

(21) Cf. S. AGOSTINO, De Gen. ad litt., 2, 9, 20: PL 34, 270-271; CSEL 28, 1, 46-47, e Epist. 82, 3: PL 33, 277: CSEL 34, 2, 354. – S. TOMMASO, De Ver., q. 12, a. 2, C. – CONC. DI TRENTO, decr. De canonicis Scripturis: Dz 783 (1501) [Collantes 2.006]. – LEONE XIII, Encicl. Providentissimus Deus: EB 121, 124, 126-127 [Dz 3291ss; Collantes 2.026ss]. – PIO XII, Encicl. Divino afflante: EB 539.

(22) Cf. S. AGOSTINO, De Civ. Dei, XVII, 6, 2: PL 41, 537; CSEL 40, 2,228.

(23) Cf. S. AGOSTINO, De Doctr. Christ., III, 18, 26: PL 34, 75-76; CSEL 80, 95.

(24) Cf. PIO XII, l.c. [nota 5]: Dz 2294 (3829-3830); EB 557-562 [in parte Collantes 2.069-71].

(25) Cf. BENEDETTO XV, Encicl. Spiritus Paraclitus, 15 sett. 1920: EB 469. S. GIROLAMO, In Gal. 5, 19-21: PL 26, 417A.

(26) Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1788 (3007) [Collantes 2.016].

Novena a San Pio da Pietrelcina (dal 14 settembre)

– Novena a San Pio da Pietrelcina (dal 14 settembre) –

PP

1° giorno – “Amatissimo San Pio da Pietrelcina, tu che hai portato sul tuo corpo i segni della passione del nostro Signore Gesù Cristo. Tu che hai portato la Croce per tutti noi, sopportando le sofferenze fisiche e morali che ti flagellarono continuamente l’anima e il corpo, in un doloroso martirio. Ti preghiamo, intercedi davanti a Dio Onnipotente per ognuno di noi, affinché sappiamo accettare le piccole e le grandi croci della vita, trasformando ogni sofferenza individuale in un sicuro vincolo che ci conduca alla vita eterna”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Conviene accettare le sofferenze che Gesù ci manda. Gesù, che non può sopportare di vederci soffrire, verrà a sollecitarci e a confortarci, infondendo nuovo coraggio nel vostro spirito”.

Tre Gloria.

2° giorno – “San Pio da Pietrelcina, tu che al fianco del nostro Signore Gesù Cristo hai saputo resistere alle tentazioni del maligno. Tu che hai subito le percosse e le vessazioni dei demoni dell’inferno che volevano indurti ad abbandonare la tua strada di santità, intercedi presso l’Altissimo, affinché anche noi con il tuo aiuto e con quello di tutto il Paradiso, troviamo la forza per rinunciare al peccato e conservare la fede sino al giorno della nostra morte”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Coraggio e non temere l’ira di Lucifero. Ricordati sempre che ciò è un buon segnale. Quando il nemico si agita e ruggisce intorno a voi, questo dimostra che non sta dentro di te”.

Tre Gloria.

3° giorno – “Virtuosissimo San Pio da Pietrelcina, tu che hai amato moltissimo la Santa Vergine, che ogni giorno ti concesse grazie e consolazioni solamente per sua intercessione, la nostra Santa Madre, ti supplichiamo, prega e porgi nelle sue mani le nostre piccolezze e le nostre fredde orazioni, perché, come a Cana di Galilea, la Madre ottenga dal Figlio il potere di trasformarle in virtù e salmi trepidanti; così il nostro nome sarà scritto nel Libro della Vita”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Maria sia la stella che illumini il nostro cammino, ci insegni la strada sicura per andare al Padre Celeste; Ella sia il vostro astro fisso per conservarvi sempre più uniti nel tempo della prova”.

Tre Gloria.

4° giorno – “Castissimo San Pio da Pietrelcina, che tanto hai amato e ci insegnasti ad amare il Santo Angelo Custode, che ti servì da compagnia, da guida, da difensore e da messaggero. A te le figure angeliche portarono le preghiere dei tuoi figli spirituali. Intercedi presso Dio, perché anche noi impariamo a parlare con il nostro Angelo Custode, in modo che in ogni momento sappiamo obbedirgli, poiché è la luce viva di Dio che ci evita la disgrazia di cadere nel peccato. Il nostro Angelo sta sempre sveglio per segnalarci il cammino del bene e dissuaderci dal fare il male”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Invoca il tuo Angelo Custode, che ti illuminerà e ti guiderà. Dio te lo ha dato per questo motivo. Pertanto ricorri a lui”.

Tre Gloria.

5° giorno – “Prudentissimo San Pio da Pietrelcina, tu che tanto hai amato e ci insegnasti ad amare le anime del Purgatorio, per le quali ti sei offerto come vittima per espiare le loro pene, prega Dio nostro Signore, perché ponga nei nostri cuori sentimenti di compassione e di amore per queste anime. Anche noi aiuteremo le anime del Purgatorio e ridurremo il loro tempo di esilio e di grande afflizione. Otterremo per loro, con sacrifici e orazioni, il riposo eterno delle loro anime e le sante indulgenze necessarie per tirarle fuori dal luogo di sofferenza”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Oh Signore Gesù Cristo, ti supplico, poni su di me tutti i castighi che sono per i peccatori e le anime benedette del Purgatorio; moltiplica su di me le sofferenze, con le quali convertire e salvare i peccatori e liberarli subito dal tormento del Purgatorio”.

Tre Gloria.

6° giorno – “Ubbidientissimo San Pio da Pietrelcina, tu che hai amato tanto gli infermi, più di te stesso, perché in essi hai visto Gesù sofferente. Tu, che nel nome di Dio hai operato miracoli di guarigione nel corpo, nell’anima e nella mente, nel presente, nel passato e nel futuro delle persone, diffondendo speranza di vita e rinnovamento di spirito, nell’integrità totale delle persone. Prega il Signore per tutti gli infermi, per intercessione di Maria Santissima possano sperimentare il tuo potente aiuto e attraverso la guarigione del loro corpo incontrare i benefici spirituali ed esseri così graditi per sempre a Dio”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Se io so che una persona è ammalata, sia nell’anima che nel corpo, supplicherò Dio per vederla libera dai suoi mali. Volentieri prenderò tutte le sue sofferenze per vederla salvata e offrirò i frutti di tali sofferenze in suo favore”.

Tre Gloria.

7° giorno – “Benedettisimo San Pio da Pietrelcina, tu che hai realizzato il progetto di salvezza di Dio e hai offerto le tue sofferenze per sciogliere ai peccatori le reti tese da Satana. Prega Dio perché gli uomini, che non credono, ottengano una grande e profonda fede e si convertano, pentendosi nel profondo del loro cuore. Fa’ che le persone con poca fede migliorino la loro vita cristiana e che gli uomini giusti continuino il cammino della salvezza”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Se il povero mondo potesse vedere la bellezza dell’anima senza peccato, tutti i peccatori e tutti gli increduli si convertirebbero all’instante”.

Tre Gloria.

8° giorno – “Purissimo San Pio da Pietrelcina, tu che hai molto amato i tuoi figli spirituali, molti dei quali hai comprato al prezzo del tuo sangue, concedi anche a noi, che non ti abbiamo conosciuto personalmente, di considerarci come tuoi figli spirituali. Con la tua paterna protezione, con la tua santa guida e con la fortezza che ci otterrai per noi da Dio, potremo, nel momento della morte, incontrarti in paradiso, nel momento del nostro arrivo”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Se mi fosse possibile, vorrei ottenere da Dio solamente una cosa; se mi dicesse: “Vai in Paradiso”, vorrei ottenere questa grazia: “Signore, non mi lasciare andare in Paradiso fino a che l’ultimo dei miei figli e l’ultima delle persone che si è confidata in me, sia entrata prima di me”.

Tre Gloria.

9° giorno – “Umilissimo San Pio da Pietrelcina, tu che hai veramente amato la Santa Madre Chiesa, prega Dio, nostro Signore, perché mandi operai nelle sue messi e li doni ad ognuna di esse, riempiendo il mondo di sacerdoti santi, in modo che questi ottengano la forza e l’ispirazione da Dio. Inoltre ti preghiamo di intercedere davanti alla Santissima Vergine Maria, perché conduca tutti gli uomini verso l’unità dei cristiani, riunendoli nella grande casa di Dio, affinché la Chiesa sia faro, luce e salvezza nel mare della tempesta che è la vita”.

Meditazione di un pensiero di S. Pio: “Sempre mantieniti unito alla Santa Chiesa Cattolica, perché essa sola può salvarti, perché essa sola possiede Gesù Sacramentato, che è il vero principe della pace. Fuori della Chiesa cattolica non c’è salvezza, essa ti dà il battesimo, il perdono dei peccati, il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo, concedendoti pertanto la vita eterna e tutti i santi sacramenti per offrirti una vita di santità”.

Tre Gloria.

Preghiamo:
“O Gesù, pieno di grazia e di carità e vittima per i peccati, che spinto dall’amore per le anime nostre volesti morire sulla croce, io ti prego umilmente di glorificare, anche su questa terra, San Pio da Pietrelcina, che nella partecipazione generosa ai tuoi patimenti tanto ti amò e tanto si prodigò per la gloria del Padre tuo e per il bene delle anime. Ti supplico, perciò, di volermi concedere, per la sua intercessione, la grazia […], che ardentemente desidero. Amen”

Tre Gloria.

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Dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila

Dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila 

S. Teresa

“[…] Un giorno, mentre andavo a comunicarmi, vidi due demoni di un aspetto abominevole. Mi pareva che le corna cingessero la gola del povero sacerdote e vidi il mio Signore fra quelle mani nell’ostia che egli si preparava a darmi, segno evidente che erano mani di uno che lo offendeva: capii che quell’anima si trovava in peccato mortale.
Come poter dire, Signor mio, l’orrore di vedere la vostra bellezza in mezzo a così abominevoli figure? I demoni stavano innanzi a voi come sbigottiti e tremanti ed era evidente che sarebbero fuggiti volentieri, se voi li aveste lasciati andar via.
Ne ebbi tale turbamento che non so come potei comunicarmi e rimasi in gran timore ritenendo che, se si trattava di una visione proveniente da Dio, egli non avrebbe permesso che io vedessi lo stato peccaminoso di quell’anima. Ma il Signore stesso mi disse di pregare per lui, aggiungendo che l’aveva permesso per farmi conoscere il valore delle parole della consacrazione, in virtù delle quali Dio è lì presente, per quanto possa essere indegno il sacerdote che le preannuncia e per mostrarmi la sua grande bontà nel porsi fra le mani di un suo nemico, pur di operare il mio bene e quello di tutti […]”.

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Dall’esortazione apostolica “Verbum Domini”

Dall’esortazione apostolica “Verbum Domini”

Biblical wars

– del Santo Padre Benedetto XVI – 2010

“[…] La rivelazione biblica è profondamente radicata nella storia. Il disegno di Dio vi si manifesta progressivamente e si attua lentamente attraverso tappe successive, malgrado la resistenza degli uomini. Dio sceglie un popolo e ne opera pazientemente l’educazione. La rivelazione si adatta al livello culturale e morale di epoche lontane e riferisce quindi fatti e usanze, ad esempio manovre fraudolente, interventi violenti, sterminio di popolazioni, senza denunciarne esplicitamente l’immoralità; il che si spiega dal contesto storico, ma può sorprendere il lettore moderno, soprattutto quando si dimenticano i tanti comportamenti «oscuri» che gli uomini hanno avuto sempre lungo i secoli, anche ai nostri giorni. Nell’Antico Testamento, la predicazione dei profeti si erge vigorosamente contro ogni tipo d’ingiustizia e di violenza, collettiva o individuale, ed è così lo strumento dell’educazione data da Dio al suo popolo in preparazione al Vangelo. Pertanto, sarebbe sbagliato non considerare quei brani della Scrittura che ci appaiono problematici. Piuttosto, si deve essere consapevoli che la lettura di queste pagine richiede l’acquisizione di un’adeguata competenza, mediante una formazione che legga i testi nel loro contesto storico-letterario e nella prospettiva cristiana, che ha come chiave ermeneutica ultima «il Vangelo e il comandamento nuovo di Gesù Cristo compiuto nel mistero pasquale». Perciò esorto gli studiosi e i Pastori ad aiutare tutti i fedeli ad accostarsi anche a queste pagine mediante una lettura che faccia scoprire il loro significato alla luce del mistero di Cristo […]”.

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Sull’esistenza del purgatorio

“Sull’esistenza del purgatorio”

Purgatorio

– di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Torino

L’esistenza del purgatorio, al di là dell’esasperata ricerca biblica in chiave probatoria, ci pare testimoniata dall’attualità quotidiana del nostro vivere terreno. Molte volte ci domandiamo ostinatamente il perché di determinate situazioni o di dolorosi contesti a noi prossimi, accusando Dio in ordine al loro accadere storico e al nostro coinvolgimento personale rispetto ad essi. Difficilmente, invece, posti di fronte ad un evento drammatico o comunque spiacevole, ci poniamo davanti a Dio in termini di benevolenza e di accettazione, se non addirittura di ringraziamento, offrendo quel determinato avvenimento, al di là di ciò che la nostra intelligenza umana possa realmente capire in ordine alla sua spiegazione, quale possibile occasione di purificazione interiore offertaci dalla misericordia divina, tanto in ordine a noi stessi quanto in ordine ad altre persone che neppure conosciamo e rispetto alle quali l’esperienza della sofferenza può servire quale operatore di mediazione.
La mormorazione contro Dio riguardo il dolore, per quanto possa apparire umana e per questo apparentemente “giustificabile”, in realtà ci pone nella pericolosa situazione di elevarci a giudici della divina attività, precipitando dunque nella peggiore delle condizioni possibili di colpevolezza: la superbia. Se non comprendiamo il senso delle cose o il corso degli eventi, abbandoniamoci totalmente a Dio, consapevoli che nulla di quanto l’esperienza umana ci riservi sfugga alla sua penetrazione ed al calcolo della sua intelligenza: ogni cosa ha un suo proprio significato, al di là che esso possa essere penetrato dalla nostra conoscenza umana oppure no.
Il purgatorio si costituisce proprio laddove, per un perverso principio di sostituzione, siamo noi stessi a sovrapporci, con le nostre facoltà umane, alla dispensazione misericordiosa della grazia divina, di fatto estromettendone l’attualità d’amore rispetto alle nostre capacità intellettive e volitive, dunque aprendo innanzi a noi una continuità nell’umano priva di un ordine divino di illuminazione ed orientamento ed ispirando inevitabilmente in noi determinate azioni connesse a questo stato di cose. Ciò che in noi rimane oscuro, perché non illuminato dalla grazia, è ciò che dopo la morte umana viene ad esigere, ancora una volta per un atto di misericordia, l’incontro con la purificazione divina, indefettibilmente rapportata alla perfezione della giustizia di Dio.
In questa prospettiva è auspicabile una accettazione, piuttosto che non una maledizione ingiuriosa, di qualunque genere di difficoltà la nostra esistenza venga ad arrecare rispetto alle nostre umane aspirazioni, poiché soffrire in terra è comunque infinitamente meno doloroso, come testimoniano i santi, che soffrire in cielo:
“Ogni minima pena del purgatorio è più grave della massima pena del mondo. Tanto differisce la pena del fuoco del purgatorio dal nostro fuoco, quanto il nostro fuoco differisce da quello dipinto” (S. Tommaso d’Aquino).

I segreti di Medjugorje e il fondamentalismo contemporaneo

– I segreti di Medjugorje e il fondamentalismo contemporaneo –

Regina della Pace

di Francesco Gastone Silletta – © Edizioni La Casa di Miriam Torino

“Il sottofondo religioso intrinseco all’incitamento all’odio, alla discriminazione ed alla violenza che dai pulpiti fondamentalisti si estende ormai sino a lidi impensabili, invadendo e condizionando persino le coscienze di giovani leve occidentali, sì da raccogliere consensi di adesione formale laddove il terreno sembrerebbe decisamente ostile, impone ai credenti di saper traslare gli attori in scena su un evidente e distinto binario di interpretazione trascendente, procedendo oltre le metrature socio-politiche puramente umane. Non si tratta infatti di una fra le tante fenomenologie belliche della storia umana, né di un ulteriore sopravvento dell’animalesco sul razionale in seno alla natura umana, già storicamente esperito e testimoniato dapprima in determinate e singole figure, poi, come per trasmissione ereditaria, nei rispettivi popoli e nazioni.
No. Il fondamentalismo odierno è molto più profondo e radicato, poiché intacca la stessa condizione spirituale dell’uomo, ossia la più elevata dote antropologica in ordine all’umana dignità. Uno spirito libero divenuto evidentemente schiavo delle altrui direttive, sordo al linguaggio della Grazia ed incredibilmente recettivo, per contrasto, al richiamo dell’odio e dell’inimicizia. Uno spirito che si espande rapidamente fra le persone, cui basta un semplice richiamo guida, urlato fra i campi di concentramento dell’egoismo e del fanatismo autoreferenziale, per ritrovarsi compatte in un sistema di compartecipazione alla distruzione di massa, per quanto l’effettiva resa dei conti non giovi concretamente a nessuna di loro, se non in termini di morte prima o poi.
Il credente, e specifichiamolo, il credente in Cristo Signore della storia, ha il dovere di discendere verso il basso, umilmente, non di seguire la medesima perversa traiettoria ascensionale del fondamentalismo contemporaneo. Soltanto questa profondità di abbassamento gli permetterà di scoprire proprio laggiù, nel più abissale dei bassifondi, il Cristo Redentore, misericordioso e pietoso, che ancora rimanda l’ora della sua gloriosa parusia e del suo giudizio definitivo sull’umanità, ponendosi al servizio di una paziente e redentrice attesa, il cui più amorevole strumento di propagazione è costituito dalla mediazione materna in seno alle vicende umane.
Medjugorje, ecco l’ultimo appello al mondo di Colui che non tarderà a rivelare la propria Giustizia. Trentaquattro anni, più il tempo che ancora potrà seguire, non sono due giorni. Corrispondono già ad un tempo maggiore degli anni spesi da Cristo sulla terra, all’inseguimento dei peccatori, dei malati, dei confusi. Ora il tempo stringe e la Madonna palpita. Altro che Madonna chiacchierona. Chi può fermare il grido di una Madre di fronte allo sconvolgimento ed alla perdizione dei propri figli, inesorabilmente ostili rispetto al progetto divino che riguarda la loro stessa salvezza eterna?”

 Edizioni La Casa di Miriam Torino
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Il Benedictus

– Il Benedictus –

Benedictus

(Lc 1,68- 79)

“Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento, fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace”

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Il valore del femminile nel cattolicesimo come antitesi del maschilismo ideologico

– Il valore del femminile nel cattolicesimo come antitesi del maschilismo ideologico –

Women and Gospel

 

di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam

“[…] Inversamente da quanto una falsa cultura popolare tenda a far credere, il cattolicesimo esalta e valorizza la figura femminile ad un livello per certi aspetti assai più privilegiato rispetto a quella maschile. In seno al valore antropologico dell’uomo e della donna, se proprio vuole essere rinvenuta una sproporzione di rapporto, nel cattolicesimo essa è certamente a favore della donna, poichè adombrata di un più profondo slancio spirituale e di una ben più immediata adeguazione spirituale all’insegnamento del Maestro, senza condizionamenti o resistenze interiori capaci, come in alcuni grandi “maschi” della tradizione cattolica, di rallentare il dinamismo di sequela o di appesantire l’apertura di fede.
Maria, la madre di Gesù, rappresenta il punto vetta, l’esperienza massima di questa ascesi del femminile instaurata dall’insegnamento antropologico di Gesù e trasmessa nei secoli dalla tradizione cattolica […].
Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam
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Preghiera a Maria Regina del Cielo e della Terra

 – Preghiera a Maria Regina del Cielo e della Terra – 

Queen of heart

(Testo di Papa Pio XII)

“Dal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la vostra gloria, e per salutarvi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra.

Questa vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista.

Regnate, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, dirigendoci e assistendoci, affinchè non ce ne allontaniamo giammai.

Come nell’alto del cielo Voi esercitate il vostro primato sopra le schiere degli Angeli, che vi acclamano loro Sovrana; sopra le legioni dei Santi, che si dilettano nella contemplazione della vostra fulgida bellezza; così regnate sopra l’intero genere umano, soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono il vostro Figlio. Regnate sulla Chiesa, che professa e festeggia il vostro soave dominio e a voi ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regnate su quella porzione della Chiesa, che è perseguitata ed oppressa, dandole la fortezza per sopportare le avversità, la costanza per non piegarsi sotto le ingiuste pressioni, la luce per non cadere nelle insidie nemiche, la fermezza per resistere agli attacchi palesi, e in ogni momento la incrollabile fedeltà al vostro Regno.

Regnate sulle intelligenze, affinchè cerchino soltanto il vero; sulle volontà, affinchè seguano solamente il bene; sui cuori, affinchè amino unicamente ciò che voi stessa amate.

Regnate sugl’individui e sulle famiglie, come sulle società e le nazioni; sulle assemblee dei potenti, sui consigli dei savi, come sulle semplici aspirazioni degli umili.

Regnate nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare;

e accogliete la pia preghiera di quanti sanno che il vostro è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute, e dove, quasi al cenno delle vostre soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita.

Otteneteci che coloro, i quali ora in tutte le parti del mondo vi acclamano e vi riconoscono Regina e Signora, possano un giorno nel cielo fruire della pienezza del vostro Regno, nella visione del vostro Figlio, il quale col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia!”
(Pio XII – Dal discorso del 1 novembre 1954)

Consacrazione della famiglia a Maria

– Consacrazione della famiglia a Maria –

famiglia

à. Resta con noi come abitasti nella casa di Zaccaria e di Elisabetta; come fosti gioia nella casa degli sposi di Cana; Vieni, o Maria, e degnati di abitare in questa casa. Come già al tuo Cuore Immacolato fu consacrata la Chiesa e tutto il genere umano, così noi, in perpetuo, affidiamo e consacriamo al tuo Cuore Immacolato la nostra famiglia. Tu che sei Madre della Divina Grazia ottienici di vivere sempre in grazia di Dio e in pace tra noi. Rimani con noi; ti accogliamo con cuore di figli, indegni, ma desiderosi di essere sempre tuoi, in vita, in morte e nell’eternità come fosti madre per l’Apostolo Giovanni. Portaci Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. Allontana da noi il peccato e ogni male. In questa casa sii Madre di Grazia, Maestra e Regina. Dispensa a ciascuno di noi le grazie spirituali e materiali che ci occorrono; specialmente accresci la fede, la speranza, la carità. Suscita tra i nostri cari sante vocazioni. Sii sempre con noi, nelle gioie e nelle pene, e soprattutto fa che un giorno tutti i membri di questa famiglia si trovino con te uniti in Paradiso.

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Utenti connessi

Preghiera a San Rocco

Preghiera a San Rocco 

San Rocco 2

16 agosto – San Rocco di Montpellier – Preghiera per la guarigione corporale

Ci rivolgiamo a te, san Rocco, affinché come in vita hai perseverato con zelante sollecitudine nella ricerca e nella cura dei malati e dei moribondi, offrendo la tua inesausta apprensione per i più dimenticati e soli, anche ora, nella gloria del cielo, ti possa muovere il medesimo zelo in ordine alle tante malattie corporali che attanagliano le donne e gli uomini del nostro tempo, soprattutto quelle più degenerate e complesse. Per la forza e l’amore che ti spinsero a non temere alcun contagio, sino a rimanere tu stesso, per un tempo, gravemente malato, ti chiediamo a nostra volta di poter ricevere la medesima sollecitazione verso i malati e gli esclusi, non tenendo conto della fatica e della rinuncia che possano derivare dalla nostra assistenza verso di loro.
Per la gloria del Signore, fratello Rocco, ti supplichiamo di voler intercedere per noi e per quanti attraverso di noi potranno ricevere cura, consolazione e speranza rispetto alla propria sofferenza corporale.
Amen.

www.lacasadimiriam.altervista.org – (Testo di F.G.S.)

Un salmo terapeutico per l’autostima: Il buon pastore

Un salmo terapeutico per l’autostima: Il buon pastore
(Salmo 22)

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Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

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Le orme di Dio (di Joseph Ratzinger)

Le orme di Dio (di Joseph Ratzinger)

Benedetto XVI

 

– dal libro di Joseph Ratzinger, “Maria, Chiesa nascente”, Ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo 1998, pp. 80-82

“Dio non è legato a pietre, ma egli si lega a persone vive. Il sì di Maria gli apre lo spazio, ove egli può piantare la sua tenda. Maria diviene per lui la tenda, e così ella è l’inizio della santa Chiesa, che a sua volta è anticipo della nuova Gerusalemme, nella quale non vi è più alcun tempio, perché Dio stesso dimora in essa. La fede in Cristo, che confessiamo nel Credo, è quindi una spiritualizzazione ed una purificazione di tutto quanto la storia delle religioni aveva detto e sperato sul dimorare di Dio nel mondo. Ma è allo stesso tempo anche una corporeizzazione ed una concretizzazione che va al di là di ogni attesa sull’essere di Dio con gli uomini. “Dio è nella carne”: proprio questo legame indissolubile di Dio con la sua creatura costituisce il centro della fede cristiana. Se così è, si comprende che i cristiani fin dall’inizio ritennero santi quei luoghi, nei quali questo evento si era verificato. Divennero la garanzia permanente dell’ingresso di Dio nel mondo. Nazareth, Betlemme e Gerusalemme divennero così luoghi nei quali si possono in un certo qual modo vedere le orme del Redentore, nei quali il mistero dell’incarnazione di Dio ci tocca molto da vicino. Per ciò che riguarda il racconto dell’annunciazione, il Protovangelo di Giacomo, che risale al secondo secolo e nonostante i suoi molti elementi leggendari può anche aver conservato ricordi reali, ha suddiviso questo evento in due luoghi. Maria “prese la brocca ed uscì, per prendere acqua. Ed ecco una voce disse: “Salve, o piena di grazia, il Signore sia con te, benedetta fra le donne”. Ella si voltò a destra e a sinistra per vedere da dove venisse questa voce. E si turbò, entrò nella sua casa, depose la brocca, prese la porpora, si sedette sul suo scranno e filava. Ed ecco, un angelo del Signore apparire davanti a lei e disse: “Non temere, Maria, infatti tu hai trovato grazia presso l’onnipotente e concepirai per la sua parola”.
A questa doppia tradizione corrispondono i due santuari, il santuario orientale della fontana e la basilica cattolica, che è costruita intorno alla grotta dell’annunciazione. Entrambi hanno un senso profondo. Origene ha richiamato l’attenzione sul fatto che il motivo del pozzo informa di sé tutta la storia dei padri dell’Antico Testamento. Dove giungevano, scavavano pozzi. L’acqua è l’elemento della vita. Così il pozzo diventa sempre più il simbolo della vita, fino al pozzo di Giacobbe, presso il quale Gesù stesso si rivela come la fonte della vera vita, della quale ha profondamente sete l’umanità. La fonte, l’acqua zampillante diventa segno del mistero di Cristo, che ci dona l’acqua della vita e dal cui costato aperto scorrono sangue ed acqua. La fonte diventa l’annuncio di Cristo. Ma accanto sta la casa, il luogo della preghiera e del raccoglimento: “Quando vuoi pregare, entra nella tua camera …” (Mt 6,6). La realtà più personale, l’annuncio dell’incarnazione e la risposta della Vergine esigono la discrezione della casa […]”.

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Assunzione di Maria – Il Salmo 147

Assunzione di Maria – Il Salmo 147

Assunzione 5

(vv.12-20)

Glorifica il Signore, Gerusalemme,
loda, Sion, il tuo Dio.
Perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli ha messo pace nei tuoi confini
e ti sazia con fior di frumento.
Manda sulla terra la sua parola,
il suo messaggio corre veloce.
Fa scendere la neve come lana,
come polvere sparge la brina.
Getta come briciole la grandine,
di fronte al suo gelo chi resiste?
Manda una sua parola ed ecco si scioglie,
fa soffiare il vento e scorrono le acque.
Annunzia a Giacobbe la sua parola,
le sue leggi e i suoi decreti a Israele.
Così non ha fatto
con nessun altro popolo,
non ha manifestato ad altri
i suoi precetti.
(Gloria)

Sul dogma dell’Assunzione

Sul dogma dell’Assunzione

Assunzione 6

– dal libro di R. Guardini, “La Madre del Signore”, tr. it. a cura di Ed. Morcelliana, Brescia 1989, pp. 58-59.

“[…] Il contenuto del dogma dell’Assunzione di Maria sembra significare una duplice verità per la vita cristiana. Soprattutto richiama alla coscienza che nella rivelazione è in gioco non lo “spirito” o l’“anima”, bensì l’uomo intero. L’uomo è redento; la vita eterna di cui parla Cristo, è vita dell’uomo; il regno, che egli edifica, è regno di Dio fra gli uomini. Certo ciò viene annunciato in senso fondamentale mediante la risurrezione e l’ascensione al cielo di Cristo e il suo sedere alla destra del Padre (Mt 26,64 parr.). Ma ce ne si rende conto a sufficienza? […].
Maria è persona umana come noi, né una pura “anima”, né una “dea”. Se dunque il dogma dice di lei che è stata assunta alla gloria di Dio con la pienezza della sua sostanza umana, ciò parla con molta insistenza di quel che è il corpo umano: quella realtà misteriosa, quotidiana e tuttavia ordinata all’eternità, che un giorno dovrà essere assorbita nella luce di Dio. Parla però anche dicendo chi sia il Dio vivente, nel quale noi crediamo: colui, cioè, che ha capacità e volontà di compiere tali cose e quindi è un assai Altro da quello spirito semplice-assoluto, di cui parlano i filosofi spiritualisti e che quelli materialisti negano. Vi si aggiunge un secondo elemento, che però è strettamente collegato con quanto si è appena detto. Si è parlato già della dottrina cristiana sulla morte. L’epoca moderna l’ha dimenticata da lungo tempo. Ma in tal modo essa, anche dove discorre di una indistruttibilità dello spirito umano, ha perso il punto di sostegno a proposito della morte, e a questa soggiace sempre più. La naturalizza, come ovvio fine del processo biologico. La esorcizza, come ultima espressione della tragicità dell’esistenza. La glorifica, come potenziamento dionisiaco della vita. Vi vede, nonostante sia la realtà enigmatica e incomprensibile, la chiave per la comprensione dell’esistenza. Al tempo stesso, però, la tecnicizza; ne fa la prestazione di apparati di uccisione sommamente sviluppati, maneggiati da uno Stato il cui orientamento politico-militare nella sua freddezza è più terribile di tutte le crudeltà precedenti. L’uomo dell’epoca moderna tuttavia capitola davanti a tutto ciò. Egli lo ammette e in tal modo perde il suo supremo onore umano.
In opposizione, il nuovo dogma (dell’Assunzione, n.d.r.), obietta dicendo: la morte non è ciò che l’orientamento dominante vi vede. Essa è al tempo stesso fine e inizio. Essa ha partecipazione alla morte di Cristo. È un mistero di fede […]”.
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Possessione e santità: la storia vera di Lucrezia Bellini (Beata Eustochio)

Possessione e santità: la storia vera di Lucrezia Bellini (Beata Eustochio)

– di Francesco Gastone Silletta – “Circola Voce” – Trimestrale d’informazione religiosa © Edizioni La Casa di Miriam

Il concetto di santità, attraverso la testimonianza dell’esistenza cristiana della Beata Eustochio (al secolo Lucrezia Bellini) può ricevere un privilegiato canale di approfondimento, rivelandosi suscettibile di una più ampia e meno omogenea caratterizzazione di significato. La storia della Beata Eustochio si caratterizza sin dal principio per una profonda connotazione di sofferenza e di esperienza dell’interferenza diabolica, a tal punto condizionante la propria economia esistenziale da rendere per certi aspetti misteriosa, eppure immensamente affascinante, la sua figura ed il suo privilegiato ideale di santità. La sua stessa nascita, avvenuta a Padova nel 1444, sembra prefigurare una spirale di dolore che inseguirà l’intera estensione della sua vita successiva.
Lucrezia, infatti, nasce da un adulterio consumato dal padre, Bartolomeo Bellini, in compagnia di una giovane monaca del Monastero benedettino di San Prosdocimo, presso Padova, a quel tempo famoso per la rilassatezza dei costumi e della moralità. Odiata dalla matrigna in quanto segno visibile del tradimento del padre, di fatto Lucrezia verrà ben presto mal vista anche da quest’ultimo, che nel 1451 la affiderà nientemeno che alle “cure” dello stesso Monastero benedettino, ben lungi da un proposito di educandato religioso per la figlia bensì piuttosto per una sua mondanizzazione prematura. Il condizionamento genitoriale avrà un peso specifico di prim’ordine nell’esistenza futura di Lucrezia, il cui esatto parametro di comprensione può essere (parzialmente) illustrato unicamente attraverso una rilettura a-posteriori della sua intera e soffertissima esistenza.
Lucrezia, infatti, esperisce sin dalla più tenera età, addirittura a soli 4 anni, una prematura esperienza del demonio e della sua nefasta attività ossessiva, la cui particolare intensità si manifesta attraverso singolari riferimenti psico-somatici faticosamente suscettibili di una onesta interpretazione. Da alcuni indicata come “posseduta”, ella vive profondi dolori ed esperienze di disturbi demoniaci, anche sulla scorta del comportamento del padre, indotto a credere, forse proprio su istigazione del demonio, che la piccola bambina progetti di ucciderlo a breve.
I fatti moralmente incresciosi avvenuti dentro il Monastero di san Prosdocimo, tuttavia, non sfuggono all’attenzione del Vescovo di Padova, Iacopo Zeno. Le monache conducono una vita immorale, escono frequentemente dal Monastero e disobbediscono formalmente alla Badessa, che a suo modo cerca di temperare un dato malcostume ormai manifestamente reso pubblico. Per questa ragione ella viene addirittura avvelenata da alcune monache, incontrando così prematuramente la morte. L’intervento disciplinare del Vescovo si fa sentire come un pesante fardello su quel Monastero. La morte della Badessa in un certo modo può considerarsi come la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Egli vieta una nuova nomina in sostituzione della precedente Badessa, evitando così che qualcuna delle monache attualmente presenti in quel Monastero ne prenda ignominiosamente in mano le redini. Piuttosto, egli fa trasferire in quel Monastero alcune altre monache ben più disciplinate e rigorose rispetto all’osservanza religiosa. Le precedenti monache, in balia della corruzione e del peccato, abbandonano in massa quel Monastero, timorose dei nuovi sviluppi e tornando ad una vita mondana.
In questo triste scenario l’esperienza della piccola Lucrezia si è evoluta fra santità e dolore. Rimasta illibata rispetto all’andirivieni di immoralità vigente in quel Monastero e non sedotta dal cattivo esempio delle monache, Lucrezia è l’unica persona a non abbandonare quel luogo in seguito ai provvedimenti ed ai nuovi sviluppi canonici che lo riguardano, decidendosi anch’ella, pur con tutta un’altra mozione spirituale, di entrare a far parte dell’ordine benedettino come monaca. Il problema, per l’aspirante benedettina, riguarda un duplice ordine di significato in seno alla propria vocazione. La nuova leva di suore poste in quel monastero in sostituzione delle precedenti, infatti, teme nella giovane una sospetta e pericolosa partnership con il malcostume di coloro che hanno macchiato d’infamia quel Monastero con la loro cattiva condotta. La triste storia delle sue origini, inoltre, non crea un felice presupposto, agli occhi delle nuove suore, in ordine alla propria vestizione benedettina. Pur tuttavia, l’agognato desiderio si compie per accettazione del Vescovo il 15 gennaio 1461, data in cui Lucrezia veste l’abito monacale con il nome di “Eustochio”. La scelta di questo nome così singolare, da altri reso con “Eustochia”, riguarda la profonda ammirazione che Lucrezia nutre per San Girolamo e per la sua discepola e collaboratrice, il cui nome era per l’appunto “Eustochio” (santa, memoria liturgica il 28 settembre), e che seguì il Santo nei suoi trasferimenti fondamentali e collaborò attivamente con lui, in quanto esperta conoscitrice del latino, del greco e dell’ebraico, alla traduzione della Bibbia (Volgata).
Il tempo della sua vestizione monacale, dal suo primo sorgere, è per Lucrezia (di seguito, Eustochio) un tempo terribile e sconcertante. La sua testimonianza di vita in questo contesto riguarda per certi aspetti un singolarissimo riferimento nell’economia dei santi. Il diavolo infatti la perseguita ed affligge in una maniera oltremodo significativa, sino ad insediarsi in lei nei termini espliciti della possessione. La sua fede in Cristo, profonda e sincera, viene violentemente traumatizzata dall’influsso demoniaco, che la conduce a compiere atti al di fuori della propria cognizione di causa e assolutamente distanti dalla propria referenza comportamentale. La pregiudiziale nei suoi riguardi, correlata alle sue origini, viene così inesorabilmente a crescere tra le monache, sino a tramutarsi in astio completo e desiderio di morte, soprattutto alla luce di alcuni suoi strani comportamenti, talvolta così esteriormente eccessivi, che riguardano in particolare il primo periodo successivo alla sua vestizione monacale. In questo frangente risultano essere due “Girolamo” gli unici avvocati della giovane monaca: da una parte il Santo, suo protettore, che ostacola e compromette l’azione del demonio su di lei, dall’altra l’omonimo suo confessore e direttore spirituale del Monastero, Girolamo Salicario, il quale riconosce la presenza del diavolo dietro il suo comportamento e non manca di rivolgerle diversi esorcismi.
La situazione tuttavia assume una coloritura drammatica in seguito ad un fatto triste che ha per protagonista la nostra Eustochio, occorso proprio l’indomani della festa di San Girolamo, nel 1461. Mossa dal demonio, Eustochio minaccia con un coltello le altre consorelle. Solo la mediazione del confessore esorcista ha permesso di salvaguardare, sino a un certo punto, l’immagine e la reputazione di Eustochio, sviscerando come ella fosse posseduta dal diavolo ed al contempo protetta, per rivelazione dello stesso demonio, da San Girolamo. Pur tuttavia, Eustochio viene legata ad una colonna per alcuni giorni, trattata come una strega e ormai malvista da tutti. Un’ulteriore accusa, poi, rende definitivamente deleteria la sua reputazione, non soltanto dentro il Monastero, bensì anche nell’ambiente cittadino di Padova. Ella viene infatti accusata di avvelenamento della Badessa, improvvisamente ammalatasi gravemente, e di atti satanici perpetrati contro di lei.
Come facile supporre, non tarda a pervenire nei suoi riguardi, alla luce del disagio prodotto in quel Monastero, la referenza del Vescovo, il quale ordina che la giovane monaca venga allontanata e tenuta in carcere, con l’accusa di stregoneria. Eustochio viene mantenuta a pane e acqua per un tempo prolungato, addirittura lasciata totalmente a digiuno ogni tre giorni. Tormentata dal diavolo anche nel contesto penitenziale del carcere, la giovane monaca viene punta da vespe, sistematicamente oltraggiata dal demonio in seno al proprio ideale di purezza attraverso immagini e proposizioni oscene, offesa ed ingiuriata persino dalle monache di custodia e costantemente provocata rispetto all’abbandono della propria vocazione monastica.
Il problema di Eustochio, la cui natura riguarda chiaramente l’ordine preternaturale, non interpella ormai più soltanto il Monastero. Molti cittadini di Padova, infatti, avuta notizia di quanto accade in quel “santo” luogo, prendono aggressivamente le distanze dalla monaca e, sapendola rinchiusa nel carcere, la additano come una strega e ne chiedono la morte immediata, addirittura senza alcuna possibilità di giudizio formale.
La prigionia forzata di Eustochio dura un tempo di tre mesi, nel corso dei quali il confessore cerca con ogni mezzo di riqualificarla nel contesto del monastero e agli occhi della Badessa, sottolineando costantemente l’oppressione diabolica che sgomenta la povera Eustochio e la sua completa innocenza rispetto a quanto sulla sua stessa carne viene ad accadere. Pur tuttavia, il diavolo non depone le sue armi contro la povera monaca, cercando di convincere la stessa Badessa, apparendole sotto mentite spoglie, a farla uscire definitivamente dal convento, pur proponendole buone aspirazioni future. Una vita mondana, con un lascito economico, viene così proposta ad Eustochio, che pur tuttavia rifiuta coraggiosamente tale offerta, rivendicando la fondatezza della propria adesione alla vocazione monacale. Neppure l’ulteriore proposta di un trasferimento monasteriale, anche questa di satanica ispirazione, smonta la volontà ferrea di Eustochio a rimanere entro quel preciso Monastero, rispetto al quale ha deposto sin dal principio la propria aspirazione religiosa.
Sicché Eustochio viene finalmente portata via da quel carcere e posta in infermeria. La speranza, intrinseca a questa viscida manovra di trasferimento, riguarda la possibilità che rimanendo a contatto con i malati anche Eustochio venga contagiata.
A questa esperienza segue finalmente quella della agognata “libertà”, ammesso che possa essere utilizzata questa espressione considerate le varie imposizioni che le vengono imposte in ordine alla sua permanenza in quel Monastero. Per esempio, non le viene concesso di interloquire o di incontrarsi con le altre monache, non è autorizzata ad incontrarsi neppure con i parenti, le è vietato persino partecipare alle funzioni liturgiche. Nulla che somigli ad un comportamento umano viene riservato a lei.
Eustochio pur tuttavia è una donna di incrollabile fede e preghiera. La sua decisione salda per Gesù, la sua donazione d’amore anche alle persone che più la odiano e ne invocano la morte, fa di lei un nemico acerrimo per il demonio, che con instancabili e tremendi assalti cerca di fiaccarne ogni possibile resistenza umana. Flagellazioni a sangue, incisioni con lame sulla carne, bastonate, botte, immersioni o bagni in acqua gelida, tormenti estrinseci correlati all’alimentazione sono alcuni dei patimenti sopportati da Eustochio. Un palese fenomeno di possessione riguarda l’attualità in cui, condotta dal demonio su un’altura in ferro, viene minacciata di precipitare giù qualora non rinneghi il Cristo. Anche in questa occasione si rivela determinante la preghiera di liberazione del confessore Girolamo, in seguito alla quale, per intercessione del Santo omonimo, il diavolo è duramente punito per il danno arrecato alla giovane Eustochio. Pur tuttavia la sua azione di disturbo su di lei pare incessante ed ogni volta più arguta e destabilizzante.
Una delle più tristi e dolorose situazioni in cui Eustochio si vede aggredita dall’odio di Satana, e che di lei testimonia la profondità del suo amore per Gesù, riguarda una provocazione che potremmo definire quasi eccessiva. Il diavolo le si mostra con un coltello e minaccia di squartarla, con la solita richiesta di dimenticare la propria fede in Cristo come prezzo di liberazione. Eustochio invece accetta la minaccia del dolore, pur tuttavia dicendo al demonio di incidere su di lei, con quella lama, il nome di Gesù (IHS). Quando alcuni anni più tardi Eustochio morirà, alcune consorelle, incaricate della pulizia del suo corpo, rinverranno sulla sua carne questa incisione.
Alle vessazioni del demonio, Eustochio risponde con l’intensa preghiera, profondi ed ininterrotti digiuni ed una vita tutta di penitenza. In pratica aggiunge di per se stessa, con un rigore ed un’austerità sua propria, ulteriore sofferenza al suo corpo già tanto segnato dal male. Progressivamente il cuore delle altre monache tende ad impietosirsi nei suoi riguardi, sino a ricevere un nuovo e diverso orientamento di misericordia e di comprensione per lei. La monaca Eustochio si manifesta nell’ambiente monasteriale ormai sempre più secondo l’ordine di quella intrinseca santità così pesantemente offesa e contrastata dall’agire del demonio. Alcuni testimoniano addirittura come Satana abbia cercato, non senza alcuni brevi successi, di confondere anche l’animo del suo confessore, Girolamo, rispetto all’ascolto ed alla cura della sua direzione spirituale, talvolta insinuandogli un senso di distaccamento rispetto a quanto Eustochio gli raccontava di sé e degli assalti ricevuti.
Gli anni successivi sono quelli che conducono Eustochio verso la morte, avvenuta il 13 febbraio del 1469, al’età di 25 anni. Eustochio non è sola, in punto di morte. Si rivolge alla Badessa e alle consorelle come una penitente che si scusa per il disturbo arrecato con le proprie vicende umane. Le presenti si accorgono della santità di Eustochio, testimoniata anche dalle tante grazie e dai miracoli avvenuti immediatamente dopo la sua morte. Dopo quattro anni dalla sua morte, ad esempio, durante la riesumazione del corpo viene a crearsi in loco, improvvisamente e di per se stessa, una sorgente d’acqua, la quale si rivela prodigiosa ed operatrice di miracoli e guarigioni. Tale sorgente si esaurirà soltanto con la soppressione del Monastero, molto tempo dopo.
Per come si è svolta la sua esistenza, per la sua continua battaglia contro il diavolo e la sua incrollabile fede in Cristo, Eustochio viene invocata in difesa dei posseduti, dei vessati e delle persone ossesse o travagliate dal demonio. Alcuni prodigi di liberazione sono accertati anche dalla più recente bibliografia su di lei.

Preghiera alla Beata Eustochio:

O potente nostra avvocata Beata Eustochio, tu fosti suscitata fra noi da Dio, per essere un luminoso modello di virtù, soprattutto di straordinaria pazienza. La tua vita, segnata dalla Croce, ne è prova evidente. Prega ora per noi. Ottienici, ti preghiamo, la grazia di camminare sulla scia dei tuoi esempi e di considerare le tribolazioni e le sofferenze di questa vita come un dono che ci viene dalla mano paterna di Dio, per il nostro vero bene. Fa’ che abbracciamo, a tua imitazione, con pace e fiducia, le sofferenze della nostra vita, certi di essere un giorno premiati dal Dio della pazienza e della consolazione. Sia Egli stesso l’abbondante ricompensa, per quanti si sottomettono volentieri alle sue amabilissime disposizioni. Amen.
Pater – Ave – Gloria

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Gesù e la città di Nazareth secondo Luca

– Gesù e la città di Nazareth secondo Luca –

di Francesco Gastone Silletta © Edizioni La Casa di Miriam

L’evangelista Luca descrive la vita pubblica di Gesù proprio cominciando da un luogo che non menzionerà mai più lungo tutta la sua redazione, ossia la città di Nazareth (Lc 4,16-30). Si tratta appunto del resoconto della visita di Gesù a sua Madre, nella città della propria infanzia, forse preannunciata nel racconto di Mc 3,31-35 (“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare […]”). Luca ha in comune questo episodio con la redazione marciana di Mc 6,1-6 e con quella matteana di Mt 13,53-58, dove pure viene presentata la visita di Gesù a Nazareth, ma ciò nonostante si presenta per certi versi indipendente da queste fonti nella prospettiva teologica con cui elabora il proprio resoconto. Egli, infatti, pone questo episodio a ridosso del racconto delle origini e dell’infanzia, immediatamente dopo le tentazioni nel deserto, quasi a stabilire una linea di continuità fra l’infanzia nascosta e l’inizio della vita pubblica di Gesù, proprio servendosi di questa città, per l’appunto Nazareth di Galilea, e soprattutto del rapporto singolare che Gesù ebbe con essa. Ora, ciò che interessa alla nostra riflessione è la totale assenza del nome di Maria in tutto il riporto lucano, pur trattandosi, con buona probabilità, di una visita di Gesù in quella città compiuta principalmente per salutare sua madre. Questa omissione può sorprendere, soprattutto, considerato come invece venga menzionato Giuseppe, seppure una volta sola e per bocca dei nazaretani, in Lc 4,22:

“Non è il figlio di Giuseppe?”.

Nella redazione di Marco è Maria, non il suo sposo, colei che viene rivendicata dalla folla quale presunta prova della non divina filiazione di Gesù. Luca, invece, sembra considerare l’ovvietà, nella mente dei nazaretani, del riferimento al padre piuttosto che non alla madre quale criterio di elaborazione della discendenza, dimostrandosi allora coerente con se stesso, considerato ciò che scrive riguardo la genealogia di Gesù in 3,23:

“Gesù quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli”.

Quel “come si credeva” (gr. ώς έν ένομίζετο), infatti, può facilmente essere inquadrato anche nel contesto della vicenda di Nazareth che stiamo esaminando, dando credito al valore della tradizione maschile nella ricostruzione della discendenza e ponendo, al contempo, la redazione di Marco nella singolare posizione di essere intenta ad un elogio della maternità mariana.
Proprio quest’oggettività secondo cui “nell’ambiente tipicamente giudaico di Nazareth si veniva chiamati in riferimento al proprio padre, si era figlio della tal persona” , la redazione lucana della visita di Gesù a Nazareth sembra più antica di quella marciana, nel quale la presenza dell’espressione “il figlio di Maria” appare già come una elaborazione teologica posteriore.
Ad ogni modo, la collocazione di questo brano in questo contesto del suo Vangelo è certamente un artifizio voluto da Luca, a motivo del fatto che gli apostoli dovevano essere certamente presenti, almeno i “fratelli” di Gesù, all’episodio avvenuto nella sua città, mentre invece la scelta dei dodici viene riportata solo più tardi in Lc 6,12-16. Lo stesso ragionamento giustifica come, ciò che i nazaretani domandano a Gesù (“Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”, Lc 4,23b), si riferisca a dei fatti che l’evangelista riporta soltanto successivamente, verosimilmente in Lc 4,31-41.


Vi sono poi altri casi in cui Luca apparentemente omette il nome di Maria, mentre in realtà non solo lo sottende, ma addirittura lo esalta proprio attraverso la sua omissione. Un caso di questi, infatti, è quello di Lc 7,28:

“Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”.

Quest’espressione di Gesù, infatti, secondo una lettura superficiale potrebbe essere interpretata nel senso di una maggiore importanza data da Gesù al Battista nei confronti di Maria, come pure dello stesso Giuseppe, poiché appunto si legge: “Tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni”. In realtà, intelligentemente, l’evangelista Luca sa benissimo che Maria, come pure il suo sposo Giuseppe, appartengono già all’ordine teologico del Regno di Dio, e vi appartengono in una maniera singolarissima, perciò specifica subito: “Il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Il fine per cui Dio crea una creatura, infatti, ne giustifica la grandezza ai suoi occhi, e in questo senso Maria non ha davanti nessuno, se non il proprio Figlio, agli occhi stessi di Dio.
Vi è poi un’altra omissione mariana in Luca, che ancora una volta anziché svilire la figura di Maria, la esalta. Si tratta del brano di Lc 8,2:

“C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”.

In questo contesto, Luca sta tracciando ai suoi lettori una sintesi di coloro che, fra le donne, seguivano assiduamente Gesù nei suoi spostamenti e, come si nota facilmente, non viene menzionata Maria sua madre. Secondo il Laurentin, “di fatto Gesù non ha incluso sua madre nel gruppo delle discepole – Maria Maddalena, Giovanna e Susanna (Lc 8,1-3) – che lo seguivano” , ribadendo questo concetto in una sua opera più sistematica: “Maria non era fra le donne-discepole che hanno seguito Gesù nel suo ministero, anche se forse ha potuto desiderare questo privilegio che non le fu concesso. Se è stata discepola di Cristo, in modo più vicino e più profondo di qualsiasi altra donna, lo è stata nel quadro concreto della sua stessa maternità, a cominciare dalla vita familiare a Nazareth per finire con la sua compassione, che è in maniera specifica quella di una madre” .
Ci pare, a ragion veduta, che l’evangelista in senso proprio non considerasse Maria come discepola di Gesù, laddove con questo termine si identifichi un soggetto che passi da una condizione ad un altra di conoscenza rispetto ad un altro soggetto, il quale funge appunto da parametro di una sequela. Se si osservano, infatti, sin dove possibile, le biografie delle donne esplicitamente indicate come discepole di Gesù, si può individuare in ciascuna di esse un dinamismo cognitivo rispetto alla persona di Gesù, il quale conduce ad una sempre progressiva adesione al suo insegnamento, sino al momento vetta del condizionamento di sequela. Per Maria, invece, questo discorso non è valido, dal momento che ella sin da principio, in senso proprio, è stata edotta dallo Spirito Santo riguardo la persona del suo Figlio, a motivo della pienezza di grazia. Parlare di un dinamismo di sequela in termini mariani, dunque, rischia di contraddire ciò che per rivelazione angelica Maria ha conosciuto interamente e, ancor prima dell’annunciazione e senza una sua effettiva coscienza intellettuale, già ha posseduto dal momento stesso del suo concepimento. Piuttosto, invece, ci pare coraggioso, pur tuttavia teologicamente sostenibile, affermare che l’omissione lucana, da noi condivisa, di Maria tra le discepole di Gesù intende elevare Maria ad una dimensione addirittura “metadiscepolare”, nel senso che per la sua singolarissima vicinanza al Cristo “coloro che avvicinavano Maria direttamente non potevano rimanerne senza ripercussione. Lasciò dietro a sé una scia di santità operante e, solo che i cuori non respingessero la Grazia, gli avvicinati divennero dei predestinati alla santità. Quando tutto sarà cognito dell’uomo, vedrete che nei primi seguaci del Figlio di Maria sono molti di quelli che ebbero con lei anche casuale rapporto e rimasero lavati e penetrati dalla Grazia che da lei si effondeva. Molti prodigi conoscerete, allora, operati dalla mia Tutta Bella e Tutta Grazia” (M. Valtorta, I Quaderni, 28 novembre 1943) .


Un altro momento importante della redazione lucana, nel quale l’evangelista apparentemente sembra omettere, in un certo senso ridimensionandola, la figura mariana, è quello presente nel racconto di Lc 11,27-28:

“Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: ‘Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!’. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”

Commentando l’enciclica mariana di Giovanni Paolo II intitolata Redemptoris Mater, Joseph Ratzinger a riguardo di questo brano lucano scrive: “Soltanto in apparenza siamo qui di fronte ad affermazioni antimariane. In realtà questi testi ci fanno conoscere due cose molto importanti. La prima: al di là della nascita fisica irripetibile di Cristo, esiste un’altra dimensione della maternità, che può e deve continuare. La seconda: tale maternità, che fa nascere continuamente Cristo è basata sull’ascolto, sulla conservazione e sulla realizzazione della parola di Gesù. Ora proprio Luca, dal cui Vangelo sono desunti questi due passi, descrive Maria come l’ascoltatrice esemplare della parola, come colei che la porta in sé, la conserva e la fa maturare. Ciò significa: Luca, tramandando queste parole del Signore, non nega la venerazione di Maria, ma vuole precisamente collocarla sul suo vero fondamento. Egli mostra che la maternità di Maria non è solo un evento biologico irripetibile, bensì che essa fu ed è madre con tutta la sua persona e che quindi tale rimane” .
Sembra evidente, quindi, come Gesù prenda le distanze da quanto asserito da quella donna non certo per svilire il carattere umano della maternità di Maria, bensì piuttosto al fine di salvaguardarlo da una cattiva interpretazione e di rendere giustizia alla profondità del suo significato. Chi più di sua madre, infatti, è tra coloro che “ascoltano la parola di Dio e la osservano?”. A riguardo, la Valtorta scrive: “L’esser Madre di Gesù – dice Maria – fu una grazia di cui non mi era lecito gloriarmi. […] L’avere Egli succhiato al mio seno neppure poteva suscitarmi vampe di superbia. Egli avrebbe ben potuto venire sulla Terra ed essere Evangelizzatore e Redentore senza avvilire la sua Divinità incarnata ai naturali bisogni di un infante. Come al Cielo salì dopo la sua Missione, così dal Cielo poteva scendere per iniziarla dotato di un corpo adulto e perfetto, necessario alla vostra pesantezza di carnali. Tutto può il mio Signore e Figlio, ed io non sono stata che uno strumento per rendere più comprensibile e più persuasiva a voi la reale Incarnazione di Dio, purissimo Spirito, nelle vesti di Gesù Cristo Figlio di Maria di Nazareth. Ma l’avere osservato la Parola di Dio e affinato i sensi dell’anima con una purezza totale sin dall’infanzia, questo era grandezza; e l’aver ascoltato la Parola che mi era Figlio per renderla mio pane e sempre più fondermi al mio Signore, questa era beatitudine” (I Quaderni, 7 dicembre 1943) .
Il fine della sottolineatura lucana, dunque, ben lungi dal diminuire la portata della lode mariana proferita da quella donna, la eleva ancora di più inserendola nel giusto ordine teologico: “Dire, infatti: ‘Sia fatta l’anima di Maria senza colpa’ è prodigio del Creatore – dice Gesù – A Lui solo, dunque, ne va data lode. Ma dire: ‘Sia fatto di me secondo la tua parola’, è prodigio di mia Madre. Per questo, dunque, grande è il suo merito. Tanto grande che solo per quella sua capacità di ascoltare Dio, parlante per bocca di Gabriele, e per la sua volontà di mettere in pratica la parola di Dio, senza stare a soppesare le difficoltà e i dolori immediati e futuri che da essa adesione sarebbero venuti, è venuto il Salvatore nel mondo. Voi dunque vedete che Ella è la mia beata Madre non solo perché mi ha generato e allattato, ma perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha messa in pratica con l’ubbidienza” (L’Evangelo, 288.5/6) .

Il compromesso valoriale di una certa editoria cattolica

– Il compromesso valoriale di una certa editoria cattolica –

LIbreria
di Francesco Gastone Silletta © Edizioni La Casa di Miriam

– Alcune riviste e giornali cattolici, venduti spesso “alla carlona” dentro i sagrati delle Chiese durante le S. Messe, non presentano ai lettori una argomentazione veramente coerente con la religione professata, ma assumono una connotazione editoriale piuttosto mondana e lasciva, talvolta eticamente superficiale in ordine alle immagini ed alle tematiche trattate, prendendo più le sembianze di almanacchi o rotocalchi per lettori interessati alla moda, al gossip o allo spettacolo, piuttosto che non, come si evincerebbe dal nome della propria testata, per lettori interessati all’argomentazione ed alla diffusione della cultura cattolica.

In pratica sono prodotti “cattolici” commercializzati tout-court, dove il nome di Cristo, inzuppato tra le vicende mondane più variegate, viene utilizzato propagandisticamente a titolazione o immagine della propria etichetta, messo tuttavia ipso-facto ai margini del contenuto editoriale del proprio prodotto che, inversamente, dovrebbe sostenerne e diffonderne la notizia come epicentro tematico. Un Cristo che rimane uno sfondo argomentale sbiadito e sommerso, anziché luce e parametro della comunicazione di quel dato prodotto editoriale.
Pur di vendere quante più copie possibili, certi editori cattolici paiono pronti a giostrare l’informazione cattolica al servizio del business e del mercato. E attenzione, perché su alcuni di questi giornali e riviste, nelle pur brevi “parentesi” realmente riservate ai contenuti “cattolici” (come ad esempio i commenti al Vangelo della Domenica, le storie di alcuni santi, ecc.), compaiono firme di tutto rispetto in seno alla stessa Chiesa Cattolica, alle volte addirittura Vescovi e Cardinali (anche se il più delle volte non scrivono nulla di veramente nuovo, ma triturano qualcosa di già pubblicato altre volte in contesti differenti). Ciò significa che una parte “eccellente” della nostra gerarchia ecclesiale si adegua ad un viscido mercato di promozione editoriale, dove il Cristo pubblicamente professato e riverito viene poi associato tematicamente alla trama del film della serata o all’esito dell’ultimo Gran Premio di Formula Uno, con il corredo delle molte promozioni pubblicitarie (prodotti vinicoli, oggetti per la casa e il bricolage, creme e oli per la pelle, ecc).
Questa non deve essere più intesa, a nostro modo di vedere, come un’editoria veramente cattolica, poiché la “svendita” e l’abbassamento dell’economia della salvezza al popolo del gossip, con il timore commerciale che “di solo Cristo non si campa”, non può legittimare un certo ordine di produzione editoriale cosiddetta “cattolica”, peraltro promossa con prezzi di copertina per nulla superficiali rispetto alla media.
Saranno pure necessità di mercato, ma sinceramente noi riteniamo che un editore cattolico sia colui che pubblica argomentazioni cattoliche. Punto. In lui, se onesto rispetto alla propria demarcazione tematica (che peraltro nessuno gli ha imposto), l’ansia di prestazione rispetto alle vendite non scalfisce per nessuna ragione il suo status di trasmettitore del messaggio cattolico per il tramite editoriale. Perché chiudere bottega, quale ultima dolorosa spiaggia, è pur sempre più gratificante di una vessazione editoriale della fede cattolica che professiamo e di cui pubblicamente ci gloriamo.

Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam Torino
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Il Rosario della Liberazione

– Il Rosario della Liberazione –

Rosario della

Il Rosario della Liberazione inizia con la recita del “Credo”.
Sui grani del Padre Nostro si dice:
“Se Gesù mi fa libero, sarò libero davvero”.
Sui grani delle Ave Maria si dice:
“Gesù, abbi pietà di me! Gesù, guariscimi! Gesù, salvami! Gesù, liberami!”
Quindi si recita la preghiera che segue:

PREGHIERA
Signore Gesù, vogliamo lodarti e ringraziarti, perché attraverso la tua misericordia e pietà hai creato questa potente preghiera, per produrre meravigliosi frutti di guarigione, salvezza e libertà nella nostra vita, nelle nostre famiglie e nella vita di coloro per cui preghiamo. Grazie, Gesù, per il tuo infinito Amore per noi! Padre Celeste, noi ti amiamo con tutta la fiducia di figli. Ci avviciniamo di più a te, in questo momento, e preghiamo che lo Spirito Santo riempia il nostro cuore. Padre, affinché lo Spirito Santo possa scendere dentro di noi, vogliamo svuotarci attraverso il segno della Croce e rinnoviamo il nostro completo e incondizionato affidamento a te. Chiediamo che tutti i nostri peccati possano essere perdonati e affidati, ora, al Corpo piagato di Gesù. Abbandoniamo tutte le afflizioni, preoccupazioni, angosce e tutto ciò che ha portato via la gioia dalla nostra vita. Ti consegniamo il nostro cuore in nome di Gesù. Padre, noi mettiamo anche tutte le nostre malattie del corpo, dell’anima e dello spirito sul Corpo crocifisso di Gesù; tutte le preoccupazioni per la nostra famiglia e per il lavoro, i nostri problemi finanziari e matrimoniali; tutte le nostre angosce, incertezze e afflizioni. Signore, noi imploriamo il potere redentore del Sangue di Gesù. Possa questo Sangue spargersi su di noi, per lavare e purificare il nostro cuore da tutti i cattivi sentimenti. Gesù, abbi pietà di me! Gesù, abbi pietà di noi!
Sì, Padre, vogliamo donarti tutti i nostri desideri, debolezze, miserie e peccati; il nostro cuore, corpo, anima e spirito, tutto ciò che noi siamo e abbiamo: la nostra fede, vita, matrimonio,
famiglia, lavoro, vocazione e ministero. Riempici del tuo Spirito, Signore! Riempici del tuo Amore, del tuo Potere e della tua Vita! Vieni, Spirito Santo! Vieni, nel nome di Gesù! Vieni e porta in noi la Parola di Dio, proclamata attraverso il Rosario della Liberazione e fa che questo porti, in ogni cuore, la Grazia di essere guariti, salvati e liberati nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.
– SALVE REGINA –

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“Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19,27b)

“Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19,27b)

Casa della Vergine Maria a Efeso

– di Francesco Gastone Silletta – Ed. La Casa di Miriam

– La convivenza dell’Apostolo Giovanni con la madre di Gesù, Maria Santissima (cfr. Gv 19,27b) non è soltanto un corollario narrativo, volto ad indicare una preoccupazione del morente Gesù rispetto alla solitudine che attende la propria madre. Il significato di questo lascito materno-filiale ha un contenuto storico e teologico, cioè reale, vero, vissuto ed esperito, prima ancora che non, come purtroppo alcuni studiosi affermano, soltanto simbolico, ideologico e figurativo, come se cioè non fosse storicamente vero che Giovanni e Maria abbiano condiviso per un certo tempo, più o meno lungo, la medesima dimora. Il simbolismo giovanneo, che pure è pregnante ed incontestabile, non deve mai sopraffare la storicità narrata dal quarto Evangelista con particolare attenzione ed acume. Ciò significa stravolgere la storia al servizio di un accomodamento simbolico.
(Nella foto: la casa di Maria ad Efeso)
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La necessità di Maria

– La necessità di Maria –

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Dal libro di R. Laurentin, “Maria chiave del mistero cristiano”, S. Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1996, p. 40

“Ci voleva una donna per la compassione a Cristo. Certo, è Gesù che ha generato la Chiesa, nata dal suo fianco trafitto, come dicono i padri. Ma ci voleva la presenza di una donna che ne fosse il segno e partecipasse visibilmente a questa nascita nel dolore. Ci voleva una donna che fosse il modello e il germe della Chiesa. La salvezza non è affare di un solo sesso. Dio ha voluto che vi fossero associati l’uomo e la donna. Maria è il contrassegno femminile, l’icona della Chiesa. Essa coopera in ogni fase, con la sua ricettività attiva e la sua fecondità di madre. Il mistero della salvezza sarebbe snaturato senza Maria. Sarebbe divino, maschile […]. Occorreva che il posto primordiale delle donne nella vita, nella genesi e nella crescita dell’umanità fosse rappresentato nei fondamenti stessi della salvezza da questa donna ‘immacolata’ che diede Dio al mondo. Per questa ragione Maria, novella Eva, appartiene a tutte le epoche della salvezza:
1. Preservata dal peccato, partecipa del tempo originale: prima del peccato;
2. Appartiene al tempo dell’Antico Testamento, dopo Abramo, Mosè e i profeti;
3. La sua vita accompagna l’intera vita terrena di Cristo: dalla sua concezione alla sua morte e all’ascensione;
4. Ha inaugurato il tempo della Chiesa alla Pentecoste;
5. Precede la Chiesa al di là del tempo, nell’eternità, per mezzo della sua assunzione

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“Una vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2)

 “Una vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2)

Grecia

(di Francesco Gastone Silletta – © Edizioni La Casa di Miriam Torino)

“Sull’esempio di Maria” – scrive Giovanni Paolo II – “la Chiesa rimane la vergine fedele al proprio sposo: “Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo” (LG 63) .
Nella sua seconda epistola ai Corinzi (11,2) l’Apostolo Paolo riflette circa la natura dello sposalizio sacro, la cui argomentazione viene ribadita in altra forma anche in Ef 5,21-33, tenendo presente, in maniera eloquente, la maternità e la verginità di Maria non quali semplici istanze tipologiche, bensì quali reali e singolari vettori di rivelazione. Come infatti osserva Giovanni Paolo II, “Maria non solo è modello e figura della Chiesa, ma è molto di più. Infatti, con amore di madre ella coopera alla rigenerazione e formazione dei figli e figlie della madre Chiesa. La maternità della Chiesa si attua non solo secondo il modello e la figura della Madre di Dio, ma anche con la sua cooperazione” .
Si tratta allora di rafforzare, attraverso il concorso paolino, una configurazione mariana da noi in altri contesti già rilevata riguardo l’economia dei Vangeli e, in particolar modo, dell’Apocalisse, laddove ci distaccavamo con forza da una comprensione unicamente “tipologica” della Madre di Dio rispetto alla Chiesa. Maria, infatti, come abbiamo detto in quei frangenti e ribadiamo ora, è innanzitutto se stessa, la Madre di Dio, e in quanto tale, primariamente, deve essere considerata quale principio storico di rivelazione.
L’Apostolo Paolo, a riguardo, manifesta una particolare attenzione alla singolarità di Maria prima ancora che alla sua tipologia ecclesiale. Ciò si può intuire meglio, ancora una volta, mediante il ricorso ad una lettura sinottica della sua economia epistolare, in particolare leggendo insieme 2Cor 11,2 ed Ef 5,27. Se è infatti indiscutibile il fatto che, da un punto di vista della contestualizzazione letteraria, i due brani appartengano a due consorzi tematici assolutamente differenti, è pur vero come, a livello dei versetti citati, essi manifestino una profonda parentela. Leggiamo allora il testo di 2Cor 11,2:

“Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo”.

Questo versetto è inserito a monte dell’infuocato capitolo 11 della seconda lettera ai Corinzi, nel quale l’Apostolo sviscera la propria autodifesa non curandosi eccessivamente della forma letteraria della propria esposizione . Nonostante l’impetuosità discorsiva sembri prevalere, qui, sulla formalità linguistica, è tuttavia palese come anche in questo contesto l’Apostolo elabori un parallelismo antitetico, nuovamente costruito a partire da una data premessa e su basi sia formali (citazioni) che implicite (parametri).
La premessa fondamentale riguarda la gelosia paolina, che lo stesso Apostolo riferisce a Dio (cfr. Dt 4,24; Os 1,2) chiamandola appunto “divina”. Si tratta di un sentimento quasi convulsivo, ardente nell’animo di Paolo, il quale tende ad infuocare di zelo la sua argomentazione successiva. Egli, infatti, si fa geloso testimone di una relazione sponsale, la cui natura viene espressa linguisticamente mediante il ricorso a due citazioni formali che esprimono appunto i due soggetti sponsali:

1. La vergine casta
2. Cristo, unico sposo.

Questa duplice citazione formale, tuttavia, è strutturata mediante un parallelismo antitetico costruito nuovamente tramite un carattere formale nel versetto successivo (2Cor 11,3):

1. Il serpente malizioso
2. Eva sedotta dalla sua malizia.

Possiamo pertanto proporre una configurazione schematica della struttura del discorso paolino in questa particolare sezione della sua seconda lettera ai Corinzi:

1.Paolo “gelosamente” istituisce una relazione sponsale fra i suoi interlocutori e Cristo.
2.Egli esprime linguisticamente questo sposalizio attraverso la citazione formale di un’immagine referenziale: la vergine casta.
3.Al contempo, sottolinea di nuovo tramite una citazione formale la natura unica dello Sposo, il Cristo.
4.Parimenti, oppone la sacralità di questo sposalizio all’antico e deleterio sposalizio nella menzogna che Eva, citata formalmente, ha stabilito con il serpente seduttore (anche questo citato formalmente).
5.Infine, ancora a livello di citazione esplicita, l’Apostolo esprime la propria preoccupazione riguardo la fedeltà dei Corinzi al loro Sposo, il Cristo, esprimendo pure testualmente l’ordine maggiore in cui la fedeltà stessa viene intaccata, ossia quello interiore dei pensieri (2Cor 11,3).

Ora, alla luce di questo schema, ci domandiamo quale parametro possa sostenere, a livello implicito, tutte queste considerazioni formali ed esplicite (citazioni). Se, infatti, l’Apostolo non possedesse alla base della propria riflessione un concreto parametro di riferimento, capace di rendere una giustizia empirica alla propria riflessione, questa stessa sarebbe fondata unicamente su parametri ideali, e dunque fallaci poiché non reali. Osservando, tuttavia, l’intera pericope di 2Cor 11,2-3, ci accorgiamo che Paolo mantiene viva la propria argomentazione proprio perché giacente su un parametro reale, il quale appunto viene a cementarne il contenuto su basi verificabili.
Noi riteniamo che questo parametro reale, pur implicito alla sua argomentazione, è ancora una volta Maria. Ella, infatti, è il parametro di ogni casta verginità che venga posta in una relazione sponsale con Cristo, poiché a lei sola quell’unico sposo menzionato da Paolo (2Cor 11,2) riferisce il canto sponsale della verginità:

“Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Ct 4,12).

Maria ci pare dunque quel modello parametrico cui si riferisce Paolo laddove dice ai Corinzi di averli promessi a un unico sposo, “per presentarvi come una vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2). Vi sono poi altre due ragioni di credibilità per quest’attribuzione mariana delle parole paoline. La prima ragione è che soltanto Maria, nella sua singolarissima persona, è l’oggetto della gelosia divina (cfr. Es 20,5b; 34,7; Dt 4,24; 5,9), poiché, più di ogni altra creatura, ella esprime l’eccesso del suo amore (cfr. Dt 7,7-8) e ad esso corrisponde riposando nella sua volontà (cfr. Lc 1,38). La seconda ragione, invece, si pone a livello della sua antitesi con Eva, rispetto alla quale solamente lei si manifesta capace di non cedere alla menzognera seduzione del serpente (cfr. Gen 3,15), mantenendo così casta quella verginità evocata da Paolo in 2Cor 11,2.
Solo a partire da una comprensione innanzitutto mariana di questo versetto paolino, infatti, è possibile per conseguenza imbastire una riflessione tipologica, capace di integrare la Chiesa stessa nell’economia di questa verginità; come infatti afferma Giovanni Paolo II, “al tempo stesso, sull’esempio di Maria, la Chiesa rimane la vergine fedele al proprio sposo: “Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo (LG 64)” .
Francesco Gastone Silletta – © Edizioni La Casa di Miriam Torino

NOTE:
1. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris Mater, op. cit., n. 43.
2. Ivi.
3. Cfr. l’incoerenza letteraria del v. 16: “Lo dico di nuovo!” – afferma l’Apostolo: ma che cosa? Infatti, ciò che segue, non è ancora mai stato detto lungo la sua esposizione. Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, 18ª ed., EDB, Bologna 2002, v. nota a 2Cor 11,16, p. 2495.
4.GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris Mater, op. cit., n. 43.

Novena alla Beata Vergine Maria assunta in Cielo

6 agosto – Novena alla Beata Vergine Maria assunta in Cielo –
(Preghiera da recitarsi per nove giorni con testo di Papa Pio XII)

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O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella tua Assunzione trionfale in anima e corpo al Cielo, dove sei acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi; ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore che Ti ha esaltata sopra tutte le creature e offrirti il nostro omaggio ed il nostro amore.

Ave Maria – O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi sappiamo che il tuo sguardo, che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia ora in Cielo alla vista dell’umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell’anima tua, nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità, fa sussultare il tuo cuore di beatificante tenerezza; noi, poveri peccatori a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima, Ti supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo fin da questa nostra vita terrena a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.

Ave Maria – O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi confidiamo che le tue pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le tue labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che tu senta la voce di Gesù dirti di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: «Ecco il tuo figlio»; noi, che Ti invochiamo nostra Madre, Ti prendiamo come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.

Ave Maria – O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi abbiamo la vivificante certezza che i tuoi occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgano ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, all’oppressione dei giusti e dei deboli; noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal tuo celeste lume e dalla tua dolce pietà, sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra Patria.

Ave Maria – O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, noi crediamo infine che nella gloria dove regni vestita di sole e coronata di stelle Tu sia, dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi; da questa terra dove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di Te, nostra
vita, nostra dolcezza, nostra speranza. Attiraci con la soavità della tua voce per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Ave Maria – O Maria assunta in Cielo in corpo ed anima, prega per noi.

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L’intercessione di Padre Pio

L’intercessione di Padre Pio

P. Pio

 

di Francesco Gastone Silletta – “Circola Voce” – Trimestrale d’informazione religiosa –
© Edizioni La Casa di Miriam – ISSN 23850949 – € 1,90

Se non fosse per la presenza sacerdotale invisibile e mediatrice di Padre Pio, molti di noi, suoi figli spirituali, saremmo già sommersi definitivamente nella nostra immondizia spirituale. Come egli stesso aveva profetizzato prima della propria morte, avrebbe servito la causa divina molto più da morto che da vivo. Alle volte, sembra un paradosso, dovremmo domandarci se un giorno non ci toccherà di dover rispondere, prima ancora che al giudizio divino, a tanta attività di intercessione gratuitamente effusa nei nostri riguardi dal santo offertorio di Padre Pio. In quali termini questa attività venga esercitata su di noi è possibile discernerlo da determinate situazioni alle volte inspiegabili che si verificano nella nostra esistenza di suoi figli spirituali: incontri singolari con sconosciuti sacerdoti o persone che danno un orientamento alla nostra vita, suggerimenti interiori rispetto ad una determinata decisione da prendere, soluzioni inaspettate rispetto ad un dato problema attuale, sterzate improvvise rispetto ad un andamento stantio della nostra progressione spirituale, e molte altre situazioni ancora, sommerse di mistero e apparente inspiegabilità razionale, soprattutto in ordine ai nostri continui peccati che inesorabilmente rendono vana l’azione della Grazia su di noi.

A noi, che a lui quotidianamente ci appelliamo, tutto questo pare compiersi tante volte, nell’ordinarietà della nostra esistenza. Soprattutto in seno alla nostra battaglia contro le forze del male, così apparentemente drammatica ed insolubile, che avrà fine in termini definitivi solo al termine della nostra esistenza terrena.
Preghiamo Padre Pio perché sempre ci aiuti in questa difficilissima lotta, spesso combattuta fratricida, cioè fra noi stessi che ci diciamo cristiani e che sempre il demonio cerca di dividere, generando invidia, astio, rancore ed antipatia fra di noi. In lui abbiamo un sicuro sostegno, poiché ha sempre saputo vincere la tentazione e la provocazione diabolica anche se a prezzo di indicibili dolori che, sinceramente, pochi di noi sono disposti a sopportare per il medesimo santo fine. Prendere Padre Pio come modello di vita cristiana, al di là della nostra condizione sociale e nonostante il fatto che possa apparire così irraggiungibile, è un sicuro sentiero di salvezza, se non altro in ordine all’intenzionalità del nostro progetto spirituale. Perché chi si rivolge a Padre Pio non può che trovare luce, verità e bontà. Siano quelli che siano i nostri peccati umani personali.
Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam Torino
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La maleducazione di chi sventola continuamente il ventaglio durante la Santa Messa

 – La maleducazione di chi sventola continuamente il ventaglio durante la Santa Messa –
Messa
Se alcune persone ritengono che d’estate la temperatura sia troppo elevata all’interno delle Chiese, al punto da non poter resistere dall’agitare continuamente il ventaglio per l’intera durata delle celebrazioni eucaristiche, farebbero meglio a non prendervi parte. In primo luogo perché evidentemente non si rendono conto che proprio innanzi a loro, così impegnate nell’uso del ventaglio (spesso improvvisato, come ad esempio il foglio della domenica o il libretto dei canti), si attualizza il sacrificio di Cristo, consumato per la nostra salvezza, in ordine al quale noi ci rapportiamo con misera malsopportazione di tre quarti d’ora di canicola. In secondo luogo perché così si manca di rispetto tanto al sacerdote celebrante, che caldo o non caldo indossa comunque i suoi paramenti liturgici ed è costretto a parlare di fronte ad una platea che continuamente gli agita in faccia ventagli o libretti per farsi aria, quanto agli altri fedeli che cercano, nonostante la temperatura, di raccogliersi con umiltà e pazienza, come conforme a chi vive realmente il valore sacramentale della Santa Messa.
Non è certo un fenomeno raro, di questi tempi, in cui in Chiesa sembra ormai lecito ogni genere di comportamento, tanto in ordine alla partecipazione interiore quanto al costume esteriore ed alla pratica devozionale.
Non è questione né di moralismo, né di puritanesimo, quanto piuttosto di rispetto verso l’attualità sacramentale di Gesù Cristo, che nell’Eucarista dona a noi il suo corpo ed il suo sangue. Un corpo che noi riceviamo divenendo noi stessi ciò che mangiamo, al di là della nostra spesso misera consapevolezza interiore di quanto per il nostro stesso consenso accade in noi.
L’Eucaristia è un sacramento e come tale va integralmente destinato alla riverenza ed al trasporto esistenziale cui fa riferimento attraverso la sua significazione sacramentale, poiché essendo un atto personale di Cristo stesso, che si dona a noi, siamo posti in essere innanzi a lui nella totalità della nostra persona, dunque giudicati in maniera conforme al valore di un così grande dono di salvezza.
Quantomeno fra noi che ci diciamo cristiani e ci raduniamo nelle assemblee eucaristiche anche nei giorni feriali, occorrerebbe una maggiore attenzione rispetto al valore sacramentale dell’Eucaristia. Perché, come attestato da alcuni grandi mistici (ad esempio Padre Pio) si può finire in Purgatorio (limitiamoci a questo) anche per un cattivo comportamento durante la Santa Messa o per uno scandalo spirituale arrecato a qualcuno dei presenti con un determinato modo di vestire o di agire.
Francesco Gastone Silletta –
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Santa Marta

“Santa Marta, la casalinga che stendeva i draghi e risuscitava i morti”

Santa Marta inglese

Fare memoria di Santa Marta unicamente ripensando a quel suo zelo domestico che le ha meritato il famoso ammonimento di Gesù (“Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno”, Lc 10,41-42a), sarebbe irriconoscente e superficiale rispetto all’esistenza testimoniale di una donna che, nella propria progressione di conoscenza del Maestro, ha saputo raggiungere delle vette eroiche di forza spirituale e di adesione di fede, storicamente testimoniate ed evidenziate anche attraverso il compimento di determinati segni che, come spesso accade, avvalorano in termini sensibili una incipiente adesione spirituale rispetto ad un determinato messaggio.
Ora, assieme alla sorella Maria, al fratello Lazzaro e ad altri discepoli a loro particolarmente cari, la donna di Betania ha intrapreso la via del mare, probabilmente intorno all’anno 48, a motivo di una violenta persecuzione vigente nella loro terra contestualmente al crescente odio giudaico rispetto ai testimoni del Risorto. La destinazione della traversata è risultata essere quella della Provenza, laddove, in un secondo momento, ognuno dei discepoli ha intrapreso un suo peculiare itinerario a seconda del proprio carisma e del proprio senso testimoniale.
La forza d’urto dell’incrollabile adesione di fede di Santa Marta ha reso possibile che un’intera popolazione volesse cambiare il nome della propria città per trasformarlo in quello di “Tarascon” (italiano “Tarascona”), alla luce di un prodigioso evento realizzato ad opera della donna di Betania ed avente per oggetto proprio il terribile “tarasque” (it. tarasca), un dragone orribile proveniente dalle rive del Rodano che seminava il panico tra gli abitanti della Provenza.
Venuta ad imbattersi personalmente con questa bestia, proprio nell’attualità dell’aggressione ad un uomo, Marta ha saputo con la forza della propria fede, “armata” con un rametto d’issopo e con un po’ di acqua santa, domarne la furia e, recitando continuamente l’Ave Maria, ha fatto in modo che l’animale divenisse sempre più piccolo, sino ad assumere dimensioni talmente innocue da poter essere legato con una corda dalla stessa Marta, che a sua volta lo condusse alle persone di quella città.
Una leggenda per bambini? Per alcune persone, evidentemente disadattate rispetto all’economia dello Spirito Santo, è facile parlare di leggenda quando si affrontino determinati argomenti. In realtà la natura di certi episodi, che l’economia della fede rende intelligibili senza il bisogno di ricorrere ad alcuna montatura estetica, si rivela per ciò che è soltanto alla luce di una profonda comprensione del mistero di Cristo e del potere destinato ai discepoli che a lui si adeguano ed integralmente ne seguono l’insegnamento.

Tomba Santa Marta
Vi è del resto un ulteriore prodigio compiuto dalla donna di Betania, ancora una volta in terra provenzale, capace di corroborare la grandezza della sua fede ed al contempo, per suo tramite, il continuo agire della grazia in ordine alla testimonianza del Vangelo. Proprio durante una predicazione di Marta presso Avignone, infatti, un giovane annegò nel disperato tentativo di raggiungere a nuoto quell’assemblea. Costui venne portato morto ai piedi di Marta, la quale fece memoria della prodigiosa resurrezione del fratello Lazzaro operata da Gesù diversi anni prima e la utilizzò quale testualità di preghiera in ordine alla risurrezione di quel giovane. Invocando il nome di Cristo, alla luce della resurrezione di Lazzaro, Marta ottenne da Dio la grazia richiesta e quel giovane tornò miracolosamente in vita.
La venerazione di Santa Marta è inevitabilmente cresciuta fortemente in terra di Provenza, come del resto, parallelamente, anche quella della sorella Maria (cfr. Sainte-Baume). Pur tuttavia essa travalica l’ordine del miracoloso e semmai ripristina una dimensione “pratica” della fede in Cristo sin troppo emarginata. Credere è infatti conoscere ed al contempo aderire, senza trattenere alcunché di se stessi, alla sequela d Gesù Cristo. Questa è la fede che sposta le montagne. Una fede ai tempi nostri tutta da riscoprire, anche in alcuni ambienti cristiani nostrani. Invochiamo l’intercessione di Santa Marta, della sorella Maria e di Lazzaro affinché la loro testimonianza susciti una nuova vitalità in ordine alla nostra personale aspirazione testimoniale.
Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam
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Il pastore alla pecorella ritrovata

– Il pastore alla pecorella ritrovata –

pecora
Dagli scritti di Maria Valtorta (12-8-1944)

“Ti ho ritrovata, mia diletta. Ti ho raggiunta. Quanto cammino che ho fatto per te, per riportarti all’ovile. Non chinare la fronte avvilita. Il tuo peccato ora è sepolto nel mio cuore. Nessuno, fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre degli accusatori. Vieni. Sei ferita? Oh, mostrami le tue ferite! Le conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e Dio, con occhio innocente. Eccole. Hanno tutte un nome. Come sono profonde! Chi te le ha fatte tanto profonde queste nel fondo del cuore? Il Tentatore, lo so. È lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo morso avvelenato, e dietro a lui colpiscono i gioielli falsi del suo turibolo: coloro che ti hanno sedotta col loro brillare e che erano zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi. Povera piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Ma dimmi ancora: hai sete dell’amore buono? E allora vieni e rinasci. Torna nei pascoli santi. Piangi. Il tuo col mio pianto lavano le tracce del tuo peccato, ed Io per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. Vieni, che ti prendo sulle braccia. Andremo più solleciti ai pascoli santi e sicuri. Tutto dimenticherai di quest’ora disperata. E le novantanove sorelle, le buone, giubileranno per il tuo ritorno perché, Io te lo dico, mia pecorella smarrita che ho cercato venendo da tanto lontano, che ho raggiunto, che ho salvato, si fa più festa fra i buoni per uno smarrito che torna, che non per novantanove giusti che mai si sono allontanati dall’ovile!”

Preghiera alla piaga sulla spalla di Gesù

Preghiera alla piaga sulla spalla di Gesù

Cristo croce

Dilettissimo Signore Gesù Cristo, mansuetissimo Agnello di Dio, io, povero peccatore, adoro e venero la Santissima tua piaga che ricevesti sulla spalla nel portare la pesantissima croce al calvario, nella quale restarono scoperte tre sacratissime ossa, causando in essa un immenso dolore: ti supplico per i meriti di questa piaga di avere misericordia di me, perdonando tutti i miei peccati, sia mortali che veniali, assistendomi nell’ora della morte e conducendomi nel tuo Regno beato. Amen.

(Pater 3. v . – Ave – Gloria)

Atto di consacrazione della “Casa di Miriam” a S. Maria Maddalena

Atto di consacrazione della “Casa di Miriam” a S. Maria Maddalena

(Recitato Domenica 19 luglio 2015 davanti al SS.mo Sacramento presso la Chiesa di San Dalmazzo Martire – Torino)

Maria Maddalena

“Io, Francesco, e tutti noi membri del gruppo “La Casa di Miriam”, scegliamo te, Maria di Magdala, donna coraggiosa e forte, quale nostro prezioso modello e riferimento spirituale per la nostra vita cristiana, offrendo noi stessi, allo stato attuale della nostra esistenza, quali testimoni audaci di Cristo Risorto, che tu per prima, con sgomento e stupore, hai testimoniato ai discepoli secondo la tua esperienza oculare.

A te consacriamo, nostra amata sorella Maria, ogni attività, preghiera, studio, organizzazione, componimento, pubblicazione e tutto ciò che la bontà divina, con il tramite di questo nostro gruppo, ci concederà di intraprendere per la testimonianza del Vangelo nella nostra società.

Ti chiediamo di degnarti di sostenere, con la stessa forza con cui hai sostenuto te stessa nella tua permanenza ai piedi del Crocifisso, ognuno di noi, nel nostro proposito testimoniale, affinché sia puro, umile, scevro e libero da qualsivoglia mondana aspirazione, vanità, impedimento, secondo fine.

Fa’ che ognuno dei membri che la disposizione divina ha voluto riunire in questo gruppo di preghiera, assieme a quanti a noi si aggiungeranno, rimanga fedele e saldo nell’osservanza di quel principio testimoniale che proprio la tua esperienza di annunciatrice del Risorto stabilisce quale sacro progetto di ogni nostra attività presente e futura.

Ti preghiamo ancora, Maria Maddalena, perché dalla tua indissolubile forza di volontà in ordine alla conversione ed al cambiamento di vita, anche noi, pur con tutta la nostra limitatezza e debolezza umana possiamo a nostra volta rinfrescarci alla sorgente della purificazione in Cristo, lottando contro il nemico e aiutando i nostri fratelli in questa continua lotta contro le forze del male.

Assistici, o donna di Magdala, come hai premurosamente assistito e confortato la nostra comune Madre Maria nell’attualità della Crocifissione del suo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, e per prima hai consolidato, fortificato ed illuminato lo stesso consorzio apostolico attraverso il prezioso carico della tua testimonianza del Risorto.

Fa’ di noi tuoi strumenti di comunicazione discepolare, affinché per la tua intercessione, anche attraverso di noi, continui ad essere comunicata a tutti la notizia del Vangelo.

Questo oggi noi ti domandiamo, alla presenza di questo ministro sacro, affinché quel Cristo Risorto che tu hai contemplato con meraviglia e trepidazione possa ora, per il tramite del suo sacerdozio, inondare ancora una volta di gioia il tuo cuore e indurti ad accogliere benigna la nostra umile consacrazione. Amen”.

(Testo di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam)

Consacrazione della Casa di Miriam a S. Maria Maddalena

Consacrazione della Casa di Miriam a S. Maria Maddalena

Maria Maddalena

Domenica 19 luglio 2015, alle ore 16,30, presso la Chiesa di San Dalmazzo Martire di Torino, il Gruppo di Preghiera “La Casa di Miriam” si consacrerà a Santa Maria Maddalena, affidando a lei tutte le attività di preghiera e le iniziative editoriali, di studio e di stampa. La consacrazione verrà effettuata nel corso del nostro incontro di preghiera mensile, alla presenza di un sacerdote. La partecipazione è libera.

Preghiera a San Camillo de Lellis

Preghiera a San Camillo de Lellis

 

LL

(Festa 14 luglio)

O San Camillo, che sopportasti per tanti anni con inalterabile pazienza una dolorosa malattia, ottienici di accettare con spirito di fede le infermità e le tribolazioni che il Signore vorrà mandarci per il nostro bene e la nostra purificazione. Tu che per tutta la vita ti sei dedicato con bontà e amore all’assistenza degli infermi, portando a tutti consolazione e speranza, ottienici la grazia di riconoscere Gesù nel nostro prossimo sofferente e di servirlo con grande generosità di cuore.

Verginità e coscienza verginale di Maria

Verginità e coscienza verginale di Maria

Mary

di Francesco Gastone Silletta © Edizioni La Casa di Miriam Torino

           In questo articolo esamineremo non tanto la verginità perpetua di Maria, che è un dogma di fede, quanto piuttosto la coscienza verginale mariana prima dell’annuncio angelico, ossia al tempo della formalizzazione giuridica del suo sposalizio con Giuseppe, la quale al momento peculiare dell’annunciazione risulta già legislativamente compiuta.

            La contestazione principale, infatti, interpella proprio la possibilità teologica che, in un ambiente storico e religioso come quello ebraico di quel tempo, “dove la necessità di restare vergine era considerata come un castigo, oppure persino come una maledizione e una libera opzione per la verginità era cosa impensabile”[1], una giovane donna, già formalmente sposata a un uomo secondo la legge giudaica avesse proposto a se stessa e a Dio la custodia verginale del proprio corpo, coinvolgendo evidentemente in questa sua scelta lo stesso suo sposo. Perfino un autore come Ignace de la Potterie, che abbiamo privilegiato nel nostro studio della mariologia lucana, pur elaborando un ottimo studio esegetico riguardo tale ambito, di fatto ammette la verginità di Maria ‘ante angelica revelationem’ soltanto in termini dispositivi, secondo la nota formula di san Tommaso del ‘desiderium virginitatis’, piuttosto che non invece in termini sostanziali, come invece affermiamo noi, che sosteniamo la scelta libera e cosciente di Maria di offrire a Dio tutta quanta se stessa sin dal principio della sua fanciullezza.

            Ciò che appare, dunque, come anacronistico rispetto al tempo storico ebraico dell’esistenza di Maria, a noi sembra ciò nonostante non soltanto reale, ma addirittura necessario. Cerchiamo allora di dare un fondamento teologico alle nostre considerazioni, proprio servendoci, in primo luogo, dell’importante contributo esegetico del de la Potterie, che come vedremo, strada facendo, si distanzierà progressivamente dalla nostra comprensione.

            Ora, è innegabile che, volendo ragionare in base al Testo Sacro e non a partire da congetture ad esso estranee, il locus teologico principale, nell’economia lucana, in cui viene presentata la questione della verginità di Maria è quello presente in Lc 1,34:

“Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”.

            Questo brano, da alcuni studiosi definito impropriamente come l’obiezione di Maria, è in realtà un condensato di teologia mariana racchiuso in tre parole dal carattere tutt’altro che oppositivo rispetto all’annuncio angelico. Queste tre parole sono quelle della versione greca più comune: “άνδρα ού γινώσκω”, resa dalla Volgata nella forma: “Quoniam virum non cognosco[2].

        Come osserva il de la Potterie, entrambe le versioni, greca e latina, in italiano hanno sostanzialmente il significato di “Non conosco uomo” o “Non ho relazioni con un uomo”, creando tuttavia una problematica non soltanto teologica, ma prima ancora esegetica. Infatti, come afferma ancora il biblista belga, “la frase così come Maria la pronuncia, secondo il testo di Luca, non si trova altrove nella Bibbia […]. Sebbene nessun testo biblico sia identico alle parole di Maria, ci sono alcuni passi in cui si presenta una formula in qualche modo simile a questa. Il caso più chiaro si trova nel libro dei Giudici ed è il racconto del voto di Jefte (Gdc 11,29-40)”[3].

           Proprio in questo brano del libro dei Giudici, dunque, si trova un’espressione assai simile a quella mariana di Lc 1,34, preambolata da un doppio riferimento esplicito alla condizione di verginità; leggiamo dunque il momento culminante di questa pericope:

“Poi (la figlia di Jefte) disse al padre: “Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne”. Egli le rispose: “Va’!”, e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo …” (Gdc 11, 37-39).

            Pur vittima di un sacrificio paterno, frutto di una promessa incauta fatta da Jefte a Dio nel caso di successo contro gli Ammoniti, la figlia di Jefte non si dispera tanto per la sorte che le tocca, quanto piuttosto per il destino di morire vergine. Se per ben due volte nel testo questo viene rimarcato, attraverso l’espressione lirica “piangere sui monti la propria verginità”, l’affermazione redazionale esplicita, secondo cui la donna “non aveva conosciuto uomo” è simile, ma sostanzialmente diversa da quella di Maria in Lc 1,34. Il tempo verbale, infatti, nel caso della figlia di Jefte è al passato: “άνδρα ούκ έγνω”, ossia “non ho conosciuto uomo”, mentre nel caso di Maria è radicalmente al presente, “άνδρα ού γινώσκω”, “non conosco uomo”[4].

             La forza d questa espressione mariana, affermata al tempo presente, è dunque capillare nell’interpretazione prima esegetica e poi dogmatica di questo brano. Se è vero ciò che riporta il Laurentin, ossia che “le pressioni ideologiche contro la verginità di Maria sono state così forti che la prima traduzione francese di Lc 1,27 soppresse deliberatamente, ancorché ripetuta due volte, la parola vergine”[5], tanto più occorre ammettere, come del resto fa esplicitamente il de la Potterie, che la versione greca di Lc 1,34, “άνδρα ού  γινώσκω”, può essere tradotta in un duplice modo, identico nella sostanza: “Non conosco uomo”, oppure più direttamente “Sono vergine”[6].

            Questa espressione mariana volta all’angelo Gabriele, inoltre, merita tanta più attenzione rispetto a quella simile presente nel libro dei Giudici a motivo del fatto che colei che la proferisce, Maria, è una donna già legalmente sposata, sebbene non avesse ancora preso dimora presso la casa di Giuseppe, poiché per la legge giudaica il matrimonio era legalmente costituito ancor prima che i due sposi andassero a vivere insieme. Proprio questo doppio binario letterario posto da Luca fra la condizione coniugale di Maria e la sua affermazione di verginità è il nodo cruciale di questa economia mariana lucana rispetto alla quale sono sorte le principali difficoltà interpretative.

          Come abbiamo anticipato precedentemente, lo stesso de la Potterie, pur sostenendo esegeticamente la condizione verginale di Maria al momento dell’annuncio angelico, di fatto nega la possibilità di una disposizione definitiva di Maria, antecedente a questo annuncio, rispetto alla verginità. Così, infatti, scrive il biblista belga a conclusione del suo studio circa l’Annunciazione: “Come abbiamo già detto, non pensiamo che si tratti qui di un proposito cosciente di conservare la verginità. Questo sarebbe voler leggere troppo nel testo. In quel momento della storia della salvezza ciò sarebbe un anacronismo. Si tratta piuttosto di un orientamento, di una attrazione profonda per la vita verginale, di un profondo desiderio di verginità sentito e vissuto esistenzialmente da Maria, ma che non ha ancora potuto prendere la forma di una decisione, perché questo era impossibile nell’ambiente sociale in cui ella viveva. Se accettiamo questa interpretazione, comprendiamo molto meglio in quale situazione paradossale si trovasse Maria”[7].

                Pur rispettando la posizione del biblista belga, noi prendiamo le distanze da questa sua interpretazione, forse inevitabilmente influenzata da un certo razionalismo teologico che si ostina a travisare l’ovvietà contenuta non solo in Lc 1,34[8], ma in tutta l’economia lucana. A suo sostegno, Ignace de la Potterie interpella un autore assolutamente privo di prospettive razionalistiche e persino ben lontano dalla speculazione esegetica, ossia Romano Guardini, che a riguardo di questo brano scrive così: “Ora, si è tentato di ancorare, per così dire, questo fatto a monte, formulando l’idea che Maria abbia sempre avuto chiaro il proposito di voler rimanere vergine. Anzi, ella avrebbe addirittura concretato questa volontà in un voto, in analogia con determinate forme della vita verginale cristiana … Qui noi dobbiamo distinguere il senso e la sua forma di realizzazione. È un principio di sana interpretazione supporre il normale finché la situazione oggettiva stessa non imponga di passare allo straordinario. Nulla però spinge all’ipotesi che Maria prima del messaggio dell’angelo abbia avuto la volontà consapevole di rimanere vergine. Come mostra il racconto dei Vangeli, Giuseppe non ha avuto alcuna notizia di una volontà del genere. È inconciliabile con la limpidezza di Maria pensare che ella si fosse impegnata nel fidanzamento, senza dire a colui che accoglieva la sua promessa di fedeltà alcunché su un’intenzione che doveva toccarlo nell’intimo. Appellarsi però a un’indicazione speciale di Dio sarebbe certo una soluzione troppo a buon mercato”[9].

      Le difficoltà poste dal Guardini e, più esegeticamente, da molti altri studiosi sono dettate da ragioni razionalistiche piuttosto che non bibliche o teologiche. Come infatti è scritto nel Cantico dei Cantici:

(Dice lo sposo): “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata” (Ct 4,12).

            In questo brano viene descritto uno sposalizio verginale, dove alla lode dello sposo circa la purezza della sua amata, questa stessa risponde cantando la sua unione con lo sposo:

“Io sono del mio amato e il mio amato è mio; egli pascola tra i gigli” (Ct 6,3).

            Ora, una prospettiva valtortiana riportata dal Roschini afferma che Maria, proprio immediatamente prima della visita angelica, stesse meditando questo sposalizio spirituale narrato nel Cantico: “E la Vergine trasfigurava così, mentre scendeva Gabriele e la richiamava, col suo ardere, alla Terra, le riuniva lo spirito alla carne, perché Ella potesse intendere e comprendere la richiesta di Colui che l’aveva chiamata ‘Sorella’ ma che la voleva ‘Sposa’. Ecco, là avvenne il Mistero. E una pudica, la più pudica di tutte le donne, Colei che neppure conosceva lo stimolo istintivo della carne, tramortì davanti all’angelo di Dio, perché anche un angelo turba l’umiltà e la verecondia della Vergine, e solo si placò udendolo parlare, e credette, e disse la parola per cui il ‘loro’ amore divenne Carne e vincerà la Morte, né nessun’acqua potrà estinguerlo, né malvagità sommergerlo” (348.9-12)[10].

            L’ipotesi guardiniana di un attentato alla verità nei confronti di Giuseppe, qualora Maria gli avesse nascosto, alla luce di Lc 1,34, il suo proposito verginale, sfuma allora laddove si comprende, proprio alla luce di questo versetto così radicale nella sua semplicità: “Non conosco uomo”, come lo stesso Giuseppe, ancor prima della formalizzazione dello sposalizio, non soltanto fosse a conoscenza del sigillo mariano, ma egli stesso, a sua volta, fosse un uomo votato al Signore secondo la carne.

            Se questa ipotesi viene considerata dal de la Potterie come anacronistica rispetto al tempo storico ebraico o comunque come una forzatura rispetto a ciò che il testo dice di se stesso, occorre ricordare come “lo stesso Loisy, esegeta razionalista, non ha esitato a scrivere: “L’asserzione di Maria (‘non conosco uomo’) è talmente assoluta che il sentimento comune degli esegeti cattolici, i quali vi vedono l’intenzione di conservare in perpetuo la verginità, non può essere qualificato di arbitrarietà (Les Evangiles Synoptiques, I, p. 290)”[11].

           Anche il Laurentin considera Lc 1,34 come la professione di una coscienza verginale e a sostegno di ciò ricorda come “lo stesso von Harnack, buon ellenista e buon conoscitore dell’ebraico, il cui razionalismo non ammetteva la verginità, vedeva bene che queste parole significavano un proponimento di non conoscere uomo, nel senso biblico, sessuale del termine. Non trovando via d’uscita, tentò di dimostrare che questo versetto era stato interpolato: ipotesi insostenibile che le simmetrie stesse dell’annunciazione non permettono”[12].

            A nostro avviso, dunque, il versetto di Lc 1,34 è molto di più che l’espressione di un “desiderium virginitatis”, laddove con questa espressione si tenda a relegare all’inconscio, più che non alla coscienza reale mariana, la motivazione verginale. Non va dimenticato, infatti, ciò che rappresenta il fondamento teologico dell’Annunciazione e che interpella pure il cuore della nostra trattazione, ossia il fatto che l’Annunciazione stessa è in primo luogo una rivelazione paterno-filiale di Dio che ha nella Madre, Maria, il proprio scudo sapienziale, la propria ermeneutica che, vissuta nella profondità dell’amore, raggiunge la vetta empirica dello stupore. Se proprio lo stupore sarà un sentimento ricorrente nella redazione lucana, qui occorre affermare che Maria “amò Dio da quando fu concepita. Cos’è che dà allo spirito luce e conoscenza? La Grazia. Cos’è che leva la Grazia? Il peccato di origine e il peccato mortale. Maria, la Senza Macchia, non fu mai priva del ricordo di Dio, della sua vicinanza, del suo amore, della sua luce, della sua sapienza” (L’Evangelo, 4.6)[13].        Come spiega bene il mariologo Roschini, interpretando la mariologia valtortiana, “Maria ebbe un permanente uso della ragione”[14], a motivo della sua unione con la Sapienza, per cui “Ella poté perciò comprendere e amare quando non era che una carne che si condensava intorno ad un’anima immacolata che continuava ad amare” (L’Evangelo, 4.6)[15].

             In questo senso va compresa la radicalità verginale prima nello spirito e poi nella carne di Maria, ricordando l’attesa veterotestamentaria a lei riferita nell’economia dell’Arca dell’Alleanza, da noi già descritta sopra.

            Il rischio denunciato dal de la Potterie di parlare oltre il testo, dunque, è in realtà proprio di coloro che vanno ‘oltre’, affermando appunto l’anacronismo storico che una verginità volontaria rappresenta per una donna israelitica di due millenni fa, oppure di quegli esegeti che contestano la possibilità di uno sposalizio verginale fra Maria e Giuseppe nonostante la legalità matrimoniale di quel tempo, dimenticando però che è lo stesso racconto della creazione dell’uomo e della donna, secondo la redazione di Gen 1-2, ad infondere la dignità di uno sposalizio verginale fra uomo e donna, capace di generare nello spirito a immagine dell’atto creativo divino[16].

            Dalla mariologia valtortiana, per esempio, il Roschini estrae a riguardo questo brano: “Il Sommo Sacerdote dice a Maria: Figlia, io so la tua grazia e bontà. So che ogni giorno tu crescesti in scienza e grazia agli occhi di Dio e degli uomini. So che la voce di Dio mormora al tuo cuore le sue parole più dolci. So che sei il Fiore del Tempio di Dio e che un terzo cherubino è davanti alla Testimonianza da quando tu vi sei. E vorrei che il tuo profumo continuasse a salire con gli incensi ad ogni nuovo giorno. Ma la Legge dice altre parole. Tu non sei più una fanciulla ormai, ma una donna. Ed ogni donna deve essere sposa in Israele per portare il suo maschio al Signore. Tu seguirai l’ordine della Legge. Non temere, non arrossire. Ho presente la tua regalità. Già te ne tutela la Legge che ordina che ad ogni uomo sia data la donna della sua stirpe (Nm 36,6-9). […] Non conosci alcuno della tua stirpe, o Maria, che possa esserti sposo?”. Maria alza un viso tutto rosso di pudore e sul quale, a ciglio delle palpebre, splende un primo brillio di pianto, e con voce trepida risponde: “Nessuno”. “Non può conoscere alcuno poiché entrò qui nella puerizia, e la stirpe di Davide è troppo percossa e dispersa per permettere che i diversi rami si riuniscano come fronda a far chioma alla palma regale”, dice Zaccaria” (L’Evangelo, 11.3/5)[17].

            Questo brano poggia su fondamenti storici non trascurabili, laddove venga osservato secondo la tradizione dell’Antico Israele, per cui offre una possibilità di comprensione molto più possibilista, senza intaccare la saldatura esegetica, rispetto alla forza vocazionale della verginità mariana, piuttosto che non di una sua quasi passiva ed inconscia propensione. Posta, infatti, di fronte al legalismo giudaico, Maria in un certo senso si vede sconvolta nel proprio proponimento, non fosse che l’uomo che Dio le pone accanto, proprio servendosi del rigorismo del Tempio, non conosce il sapore malizioso del frutto dell’albero, per cui non attenta alla purezza del giardino divino (cfr. Gen 3,12): “(Dice Maria): Santo e benedetto Giuseppe mio! Di avermelo dato a consorte non cessa il mio cuore di ringraziare il suo Signore, che alla sua Serva ha provveduto da Padre santo e che per la mia verginità tratta dal Tempio ha creato questa viva difesa, per cui l’alito del mondo si frangeva contro Giuseppe senza che strepito o fetore di umana bruttura penetrasse dove l’eterna Vergine continuava a lodare il Signore come fosse preposta al servizio dell’altare, oltre il Santo dei santi, là dove splendeva la gloria dell’Eterno Iddio”[18].

             La verginità dei due sposi, quindi, deve essere non soltanto ipotizzata, proprio partendo dal testo lucano, bensì assolutamente annunciata, in risposta a coloro che “sono dall’animo tanto corrotto e dalla mente tanto prostituita alla carne, da essere incapaci di pensare che uno come loro possa rispettare la donna vedendo in lei l’anima e non la carne, ed elevare se stessi vivendo in un’atmosfera soprannaturale, appetendo non a ciò che è carne, ma a ciò che è Dio” (L’Evangelo, 35.10/11)[19].

Note:

[1] De la Potterie I., Maria nel mistero dellAlleanza (1985), Marietti, Genova 1988, p. 53.

[2] Cfr. Ivi, p. 52.

[3] Ivi, p. 55.

[4] Cfr. Ivi.

[5] Laurentin R.,  Maria chiave del mistero cristiano, op. cit., p. 61.

[6] Cfr. De la Potterie I., Maria nel mistero dellAlleanza, op. cit., p. 43.

[6] Ivi, p. 48.

[7] Cfr. Ivi.

[8] Cfr. Laurentin R.,  Maria chiave del mistero cristiano, op. cit., p. 61.

[9] Guardini R., Die Mutter des Herrn, (1954), tr. It. La Madre del Signore, Morcelliana, Brescia 1997, p. 27.

[10] Padre Roschini G. M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, op. cit., p. 37.

[11] Ivi, p. 233.

[12] Laurentin R.,  Il Magnificat, op. cit., pp. 45-46.

[13] Padre Roschini G. M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, op. cit., pp. 214-215.

[14] Ivi, p. 215

[15] Ivi.

[16] Una rilettura materialistica del versetto  di Gen 2,24: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”, non permette di comprendere come nel disegno originario del Creatore l’uomo e la donna fossero destinati a riprodursi nello spirito, mediante la castità della carne, la quale diviene “una sola” a motivo dell’unione spirituale fra i due soggetti che amandosi a immagine di Dio realizzano la perfetta simbiosi dei loro corpi verginali.

[17] Padre Roschini G. M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, op. cit., p. 229.

[18] Ivi, v. nota n. 67.

[19] Ivi, p. 239.

In uscita il quarto numero di “CIRCOLA VOCE”

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Spiritualità e immortalità

Spiritualità e immortalità

Freedom

Dal libro di Cornelio Fabro, “L’anima” (1955) – Editrice del Verbo Incarnato, Roma 2005, pp. 134-137

“[….] Nozione. Dicesi immortale ciò che in nessun modo va soggetto a corruzione e quindi mantiene il suo essere intatto oltre i limiti del tempo. Immortale per l’assoluta pienezza dell’essere spirituale è Dio che in questo modo ‘solus habet immortalitatem’ (1Tim 6,16). Immortali sono gli angeli, perché spiriti puri; l’uomo invece è soggetto alla morte, perché ha il corpo che si corrompe nella morte. Ma muore tutto l’uomo?
Di fronte allo spettacolo continuo della inevitabilità della morte del corpo, l’uomo ha sempre cercato di assicurarsi una possibilità di salvezza contro la perdita dell’essere: agitato dal desiderio di una felicità perfetta e senza fine che sa di non poter ottenere dalla vita mortale, l’uomo ha cercato nella religione, nella filosofia, nella poesia e nell’arte e nella stessa prassi come nelle conquiste della scienza e della tecnica di dominare la corrosione del tempo e della morte. La difficoltà fondamentale del problema del’immortalità proviene dalla mancanza di qualsiasi evidenza sensibile dell’immortalità stessa, dato che la morte opera una rottura completa col mondo dell’esistenza, essendo la morte una separazione completa dell’anima dal corpo. D’altronde per soddisfare l’esigenza fondamentale di una immortalità in senso proprio, corrispondente all’ispirazione della coscienza umana, bisogna che la sopravvivenza dell’essere abbia il doppio carattere, cioè di essere di natura principalmente spirituale e di avere una struttura personale: una immortalità di ordine cosmico in cui svanisca la peculiarità della natura e della vita umana come attuazione della conoscenza e dell’amore, o una immortalità riservata a pochi privilegiati (eroi, filosofi, sapienti, ecc.) o infine una immortalità di carattere universale che riguardi cioè l’umanità come tale o la ragione in generale, ecc., tutte queste concezioni non soddisfano il problema. L’aspirazione universale all’immortalità ha la sua radice da una parte nella brama di una felicità infinita che l’uomo sente e che invano cerca di soddisfare nei beni del corpo come in quelli dello spirito quali sono raggiungibili in questa vita; dall’altra l’immortalità scaturisce dall’esigenza profonda di un ordine di perfetta giustizia in cui vengano riparate le ingiustizie, che sembrano evidenti e inevitabili nella vita terrena con la premiazione dei buoni e la punizione dei malvagi in una vita futura. Questo carattere escatologico sta alla radice della persuasione pressoché universale dell’immortalità e contiene e compie i precedenti circa il carattere personale e spirituale della sopravvivenza.
Poiché l’essere dell’uomo dice un doppio rapporto, uno intrinseco costitutivo fra l’anima e il corpo e uno estrinseco conclusivo fra l’uomo e Dio, così doppio diventa anche l’orientamento sul problema dell’immortalità. Nel primo rapporto, se l’anima non mantiene una unione veramente sostanziale, ma soltanto dinamica col corpo, come semplice principio di moto, allora si potrà salvare l’immortalità dell’anima, ma sembra venga pregiudicata l’unità ontologica dell’uomo; se invece l’anima è detta veramente forma sostanziale del corpo, è difficile allora comprendere come possa sopravvivere da sola, una volta separata dal corpo. Nel secondo caso si può pensare che l’anima umana è un principio appartenente ad un ordine ontologico affine alla divinità e partecipante quindi dell’eternità e necessità della divinità stessa; ma allora non si spiegano la nascita e la morte; oppure che è posta come realtà contingente e creata nel tempo da Dio, e allora non si vede come qualcosa che incomincia non debba anche finire. Sono questi gli scogli principali dell’immortalità dell’anima sul piano teoretico che hanno impedito nel pensiero classico il formarsi di una posizione consistente su questo punto che è il più decisivo dell’essere dell’uomo e che si chiarirà soltanto con l’avvento del Cristianesimo.
La soluzione più completa resta quella di san Tommaso, secondo la quale l’anima umana ha una natura del tutto speciale, intermedia fra le forme puramente corporali e le nature angeliche; essa infatti è forma sostanziale del corpo ma insieme emerge sull’essere del corpo per le sue funzioni spirituali ed è quindi uno spirito. L’anima è creata da Dio nel tempo, ma pur avendo avuto inizio non conosce una fine, perché dotata (a parte post) di una intrinseca necessità di esistere; è forma spirituale e tuttavia ogni individuo umano nasce con la propria anima che lo rende una ‘persona’ dotata di dignità razionale, di elezione libera e capax Dei, perché è per via dell’anima spirituale e immortale che l’uomo è detto ‘a immagine di Dio’ (S. Th. 1.93.6). La dimostrazione tomista ha carattere apodittico, in quanto procede dalla conoscenza delle proprietà reali alla determinazione dell’essenza e si svolge in due tappe:

1. L’anima umana è una forma per sé sussistente, cioè spirituale, in quanto è dotata di operazioni a cui il corpo propriamente non partecipa (le funzioni spirituali)
2. Una forma sussistente cioè spirituale che opera ‘per sé’, ha anche l’essere per sé e non in dipendenza dal corpo, che anzi è il corpo a ricevere da essa l’essere. L’atto di essere perciò appartiene all’anima umana in modo inseparabile, in modo quindi che dopo la morte essa conserva il suo essere e rimane incorruttibile.
3. Ed un segno della sua natura indistruttibile l’anima lo ha nell’orrore naturale che l’uomo prova della morte e nella brama di vivere sempre (cfr. S. Th., 1, 75, aa. 2 e 6).

Sviluppo storico. – a. Filosofia greca. La credenza a una sopravvivenza dell’anima dopo la morte sembra appartenere al patrimonio originario della coscienza umana e costituisce con l’esistenza della divinità l’altro polo della coscienza religiosa: questa persuasione si manifesta nella coscienza popolare specialmente col culto dei morti, con le pratiche di divinazione e di catarsi, soprattutto con le pratiche di esaltazione religiosa. Secondo il Roghe spetta soprattutto al culto di Dioniso, venuto dalla Tracia, di aver alimentato nella coscienza popolare la speranza della immortalità così che l’uomo dopo le traversie della vita possa con la morte condurre una vita felice simile a quella della divinità. Nei poemi omerici l’uomo appare come puro mortale e soltanto gli eroi sono assunti alla immortalità, ma la loro vita nell’oltretomba più che gioire della felicità degli dèi risente ancora delle necessità e dei crucci della vita terrena a cui restano legati. Anche nei poemi orfici l’immortalità è considerata l’attributo della divinità, gli uomini invece sono detti mortali. Dopo la morte, le anime sono condotte da Hermes in un ‘luogo sotterraneo’ come dichiara Proclo, per essere purgate o punite. Un ampio frammento presenta una dottrina che suppone una elaborazione filosofica avanzata della credenza popolare in quanto afferma senz’altro l’immortalità dell’anima umana perché essa è fatta da Giove e deriva dall’elemento incorruttibile dell’etere ed ha perciò natura divina.
Qui è chiaramente delineato il carattere per dir così cosmo-ontologico della immortalità in tutto il pensiero greco: l’anima è immortale perché risulta ovvero perché appartiene alla sostanza indistruttibile degli dèi o che è più affine alla loro natura.
L’immortalità quindi non scaturisce ancora da una metafisica dello spirito nel senso moderno, ma è legata ad attributi di perennità, indistruttibilità, sottigliezza, semplicità, ecc., che sono propri del corpo più perfetto, l’etere, che è anche la sostanza dei corpi celesti: detto perciò “quinto corpo”, “corpo celeste”. Il Cumont ha cercato di mostrare l’origine orientale, e più in particolare persiana, della credenza dei Greci alla immortalità: certo è che fino a Platone ed Aristotele la superiorità di natura dell’anima umana è riferita non alla spiritualità, ma alla sua incorruttibilità derivante dalla natura eterea dell’anima che le ottiene “l’affinità con gli dèi” […]”.

La maternità di Maria nel Vangelo di Marco

La maternità di Maria nel Vangelo di Marco

Maria Nazaret

(di Francesco Gastone Silletta)

In un suo studio sul Vangelo di Marco, un autore, giunto all’inesorabile domanda circa la presenza mariana in questo Vangelo, esordisce in questo modo: “In verità il Vangelo di Marco è molto sobrio nei suoi riferimenti alla Madre di Gesù. Per di più, i due soli testi che se ne occupano (3,31-35 e 6,1-6) tendono a relativizzare i legami di “parentela di sangue” con Gesù. È più importante la ‘parentela di fede’ di chi compie la volontà di Dio” . Nonostante la sobrietà mariana da lui stesso evidenziata, tuttavia, solo poche righe più sotto lo stesso autore parla di una straordinaria importanza che l’evangelista Marco attribuisce alla maternità di Maria .
L’autore, certamente, non si sbaglia nell’evidenziare il fondamento mariano presente nell’economia marciana, per quanto nella sua sostanza il suo ragionamento, qui sopra esposto, sia piuttosto distante dalla nostra percezione teologica. Andando allora ad analizzare quei due soli ma decisivi momenti mariani che egli stesso riconosce nella redazione marciana (Mc 3,31-35; 6,1-6), ci imbattiamo in due testi che, alla luce di un’indagine teologica, risultano non soltanto essere profondamente correlati tra di loro, ma addirittura possono costituire un fondamento basilare per la stessa struttura del Vangelo di Marco.
Vediamo dunque il primo di questi due testi in cui l’Evangelista cita espressamente il nome di Maria:

“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,31-35).

Al rovescio dell’opinione più comune, questo brano di Marco è un vero elogio della maternità di Maria, la quale, proprio a motivo della sua necessità, viene elevata da Gesù ad un orizzonte metabiologico. Si noti anzitutto, rimanendo sul piano letterario, come Gesù capovolga l’ordine dei soggetti che i suoi interlocutori, peraltro giunti all’improvviso ed interrompendo così una situazione precedente, avevano strutturato nella loro domanda. Mentre essi infatti dicono: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”, dando proprio alla figura materna il primo posto, Gesù ribalta questo posizionamento, rispondendo in termini apodittici: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.
Quest’ordine ha un valore non occasionale, a nostro avviso, nelle parole di Gesù, poiché testimonia proprio nel suo dulcis in fundo il valore primario, quasi come una meta ultimativa ed assoluta, della maternità rispetto alle altre parentele evocate. Una sola, infatti, è sua Madre, poiché, stando proprio al suo ragionamento, una sola è colei che in termini assoluti compie la volontà di Dio, essendo da Lui stesso predestinata ad una funzione singolare ed irripetibile; come scrive il de la Potterie, “la famiglia di Gesù sul piano spirituale è costituita da coloro che compiono la volontà del Padre. In Maria si realizza pienamente l’atteggiamento dell’Alleanza, ella è colei che esegue sempre perfettamente ciò che vuole il Padre. Compiere la volontà di Dio è l’unico modo di fondare una nuova comunità attorno a Gesù, la nuova comunità dell’Alleanza” .
Questo brano di Marco, tuttavia, è profondamente correlato con l’altro brano in cui viene esplicitata la figura di Maria, alcuni capitoli più avanti, in 6,1-6. Come vedremo a breve, possiamo addirittura ipotizzare che i due avvenimenti relativi ai due brani, nonostante la loro collocazione redazionale separata, in realtà appartengano ad un medesimo contesto storico, ossia alla stessa situazione in cui Maria e Gesù si sono trovati assieme, nella loro città, presso la cerchia incuriosita dei nazaretani. Ad ogni modo, leggiamo anzitutto questo secondo brano:

“Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltandolo, rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,1-6).

Pur comparendo anche nelle redazioni di Matteo (Mt 13,53-58) e di Luca (Lc 4,16-30), soltanto in Marco viene espressa così esplicitamente la maternità di Maria. Matteo, infatti, leviga i toni facendo dire agli esagitati nazaretani:

“Non è forse egli il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?” (Mt 13,55),

ponendo il riconoscimento pubblico della figliolanza di Gesù in relazione alla professione di Giuseppe e non usando il termine ‘figlio’ direttamente in relazione a Maria. Luca, dal canto suo, usa semplicemente l’espressione:

“Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22),

omettendo il ricorso a Maria per inquadrare, qui, la filiazione di Gesù.
Marco, dunque, ha un suo proprio percorso che potremmo definire ‘filiale’, convergente proprio in Maria quale nucleo di senso di questa stessa filiazione. La pericope marciana pare per questo posteriore rispetto alle parallele versioni sinottiche. L’espressione utilizzata qui, infatti, ‘il figlio di Maria’, tenendo presente il valore che questo termine, ‘figlio’, assume nel suo Vangelo, dall’inizio alla fine, come ad esempio in Mc 1,1 (“Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”) e in Mc 15,39 (“Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”), sembra perseguire un vero intento teologico piuttosto che non semplicemente un escamotage redazionale. Come osserva il de la Potterie, rispetto alla singolarità di questa formula marciana “gli esegeti danno due spiegazioni: alcuni pensano che nel momento in cui Marco scriveva il suo Vangelo, Giuseppe fosse morto già da molto tempo, cosicché parlare di Gesù come del “figlio di Giuseppe” non aveva più molto senso. Maria, d’altra parte, era ancora in vita ed era ben conosciuta dalla gente di Nazareth. Altri propongono – cosa che sembra più verosimile – che Marco avrebbe cambiato il testo, perché rifiutava di accettare la formula “figlio di Giuseppe” come propria. Si tratterebbe allora di un’allusione indiretta di Marco alla concezione verginale di Gesù, di cui egli aveva apparentemente conoscenza. Avrebbe voluto dire, infatti: Gesù non è, propriamente parlando, il figlio di Giuseppe, ma è il figlio di Maria” .
Ora, al di là delle motivazioni esegetiche, non ci risulta che altri studiosi abbiano evidenziato un particolare probabilmente decisivo per la comprensione della funzione di Maria in questo contesto del Vangelo di Marco (la visita a Nazareth di Gesù), a parte il Roschini, seppure solo grazie al suo ricorso tardivo alla mariologia valtortiana. Infatti, è a partire da quest’ultimo riferimento che noi stessi abbiamo ipotizzato un possibile medesimo contesto per i due brani citati (Mc 3,31-35 e 6,1-6), seppure contestualizzati redazionalmente con tre capitoli di distanza l’uno dall’altro.
Secondo il Roschini, infatti, “il segreto per ottenere grazie da Gesù è precisamente questo: usare l’arma della parola materna” . Questo espediente, è lo stesso utilizzato da Marco nel contesto facinoroso della domanda dei nazaretani circa la vera origine di Gesù. Infatti, se è teologicamente inappellabile ciò che il noto mariologo riporta dal testo valtortiano, ossia che “[Dice Gesù]: Voi dite: ‘Egli è di Nazareth. Suo padre era Giuseppe. Sua madre è Maria’. No, io non ho padre che mi abbia generato uomo. Io non ho una madre che mi abbia generato Dio. Eppure ho una carne e l’ho assunta per misteriosa opera dello Spirito, e sono venuto fra voi passando per un tabernacolo santo” , è pur vero come come questo stesso tabernacolo santo, Maria, sia colei che costituisce la via necessaria al compimento della mediazione salvifica del Cristo presso il Padre. I due brani che abbiamo citato del Vangelo di Marco, portano proprio in questa direzione, purché osservati secondo i parametri della relazione (l’uno con l’altro) e della filiazione (fondamentale nella prospettiva di Marco). L’Evangelista, infatti, ha probabilmente omesso volutamente, salvo diversa scelta personale, la ragione principale della visita a Nazareth da parte di Gesù, cosa del resto non specificata neppure da Matteo né da Luca, ossia molto verosimilmente quella di rendere un omaggio a sua Madre.
Ora, data anche la menzione esplicita che Marco fa dei quattro figli di Alfeo, Giuseppe, il maggiore, Simone, Giacomo e Giuda, ci pare verosimile che la ricerca di Gesù da parte di sua madre e dei suoi fratelli fosse dettata proprio da ragioni di necessità, legate ad una sua possibile presenza a Nazareth, il che a maggior ragione collegherebbe tra di loro i due brani di Marco (3,31-35 e 6,1-6), o comunque da ragioni attinenti l’astio dei suoi concittadini, persino di parte dei suoi familiari che lo reputano un pazzo, come esplicita lo stesso Marco in 3,21:

“Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé”.

Considerando che “i suoi” è un’espressione indicatrice di parentela, questo brano di Marco, che pure non fa menzione diretta dell’identità di costoro, sembra tracciare un filo conduttore che unisce questa istanza del ripudio intrafamiliare a quelle sopraccitate della disputa con gli scribi circa i suoi veri parenti e della visita a Nazareth. Questa prospettiva, che mantiene all’orizzonte la figura della mediazione materna di Maria, ha verosimilmente per protagonisti proprio quei parenti di Gesù ostili alla sua missione ed al suo insegnamento, ovvero uno dei quattro figli di Alfeo, unico assieme a Simone a non ricevere l’incarico apostolico, cioè Giuseppe (Ioses) e, molto probabilmente, lo stesso Alfeo, padre infuriato per l’abbandono della casa paterna di due dei suoi figli, Giacomo e Giuda Taddeo, orientatisi appunto alla sequela di Gesù.
In questo quadro familiare, si comprende come, proprio perché descritto da Marco come il figlio di Maria, Gesù debba sentire fortemente come mediatrice la presenza della Madre, vittima a sua volta della divisione intrafamiliare venutasi a creare. In questa direzione di pensiero si pone anche il Roschini, che cita così il resoconto valtortiano proprio relativo al brano di Mc 6,1-6: “A fatica Maria con Giuseppe e Simone [ambedue figli di Alfeo e cugini del Signore] fendono la folla. Lei tutta dolcezza, Giuseppe tutto furia, Simone tutto imbarazzo. Giungono presso a Gesù. E Giuseppe lo investe subito: ‘Sei folle! Offendi tutti. Non rispetti neppure tua Madre. Ma ora sono qui io e te lo impedirò. È vero che vai come lavorante qua e là? E allora, se vero è, perché non lavori nella tua bottega, sfamando tua Madre? Perché menti dicendo che il tuo lavoro è la predicazione, ozioso e ingrato che sei, se poi vai al lavoro prezzolato in casa estranea? Veramente mi sembri preso da un demonio che ti travia. Rispondi!’. Gesù si volta e prende per mano il bambino Giuseppe, se lo tira vicino e poi lo alza tenendolo per le ascelle e dice: ‘Il mio lavoro fu sfamare questo innocente e i suoi parenti, e persuaderli che Dio è buono. È stato predicare a Corazim l’umiltà e la carità. E non a Corazim soltanto. Ma anche a te Giuseppe, fratello ingiusto. Ma Io ti perdono perché ti so morso da denti di serpe. E perdono anche a te, Simone incostante. Non ho nulla da perdonare né da farmi perdonare da mia Madre, perché Ella giudica con giustizia. Il mondo faccia ciò che vuole. Io faccio ciò che Dio vuole. E con la benedizione del Padre e della Madre mia sono felice più che se tutto il mondo mi acclamasse re secondo il mondo. Vieni, Madre. Non piangere. Essi non sanno ciò che fanno. Perdonali” (L’Evangelo, 269.13)
All’origine di quella ricerca di Gesù menzionata da Marco, dunque, vi sarebbe una ragione ben precisa e grave, la quale spiegherebbe anche l’irruenza letteraria con cui Marco la introduce nel contesto del suo Vangelo, di colpo, interrompendo una diatriba con gli scribi riguardo il potere di Gesù di scacciare i demoni (cfr. Mc 3,22-30).
Questa prospettiva, da noi giudicata verosimile, aumenta allora il valore di quella ricerca mariana del proprio Figlio, non certo dettata da un maternalismo romantico, quanto piuttosto da un preciso senso del dovere (mediazione) rispetto al pericolo in cui Gesù si stava posizionando rispetto alla propria parentela di Nazareth e ai suo concittadini, come del resto dimostrato dal genere di accoglienza ricevuta proprio a Nazareth durante la visita raccontata in Mc 6,1-6.

Francesco Gastone Silletta
Edizioni La Casa di Miriam – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

Preghiera a Santa Maria Goretti (6 luglio)

Preghiera a Santa Maria Goretti (6 luglio)

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O piccola Maria Goretti,

che sacrificasti la vita per conservare illibata la tua verginità,

e che, morente, perdonasti al tuo uccisore,

promettendo di pregare per lui dal Cielo,

aiutaci a superare noi stessi nel difficile cammino di questo mondo,

così profondamente sconvolto dalle più violente passioni.

Ottienici la grazia della purezza dei costumi

e quella di un grande amore verso i nostri fratelli.

Tu che, uscita da una umile famiglia di contadini,

per la tua eroica vittoria sul male e il glorioso martirio

volasti al Cielo con l’aureola della santità,

ottienici la pace, la fede, il lavoro fecondo,

in una nuova atmosfera di carità,

ottenendo per noi dal Signore tutte le grazie necessarie per il nostro bene spirituale e materiale,

per la nostra vita terrena e per quella eterna.

In particolare ottienici la grazia che in questo momento ci sta molto a cuore […].

Amen.

Dal “Trattato sul Purgatorio” di Santa Caterina da Genova

Dal “Trattato sul Purgatorio” di Santa Caterina da Genova

edizione a cura di Padre Cassiano da Langasco

Santa Caterina da Genova

[…] 13. “Così, al proposito nostro del Purgatorio, l’anima separata dal corpo, la quale non si trova in quella nettezza in cui fu creata, veggendosi avere l’impedimento, e che non le può esser levato, se non per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta dentro, e volentieri. Che se non trovasse questa ordinazione atta a levarle quell’impaccio, in quell’istante in lei si genererebbe un Inferno peggiore del Purgatorio, veggendo essa di non poter giungere (per l’impedimento) al suo fine Dio. Il quale tanto importa che, in comparazione di un tal fine, il Purgatorio non è da stimare: benché, siccome si è detto, sia simile all’Inferno. Ma in quella comparazione è quasi niente.

14. Più ancora dico. Ch’io veggio, quanto per parte di Dio, il Paradiso non abbia porta: ma chi vuole entrare vi entra, perché Dio è tutto misericordia, e sta verso noi colle braccia aperte per riceverne nella sua gloria. Ma ben veggio, altresì, quella divina essenza esser di tanta (e molto più che immaginar si possa) purità e nettezza, che l’anima, la quale in sé abbia tanta imperfezione quanto sarebbe un minimo bruscolo, si getterebbe più presto in mille Inferni, che trovarsi in presenza della divina maestà con quella macchia. E perciò, veggendo essa il Purgatorio ordinato per levarle esse macchie, vi si getta dentro; e le par trovare una gran misericordia, per potersi levare quell’impedimento.

15. Di quanta importanza sia il Purgatorio, né lingua il può esprimere, né mente capire; se non ch’io il veggio essere di tanta pena come l’Inferno. E nientedimeno, io veggio l’anima, la qual’in sé sente una minima macchia d’imperfezione, riceverlo per misericordia (come si è detto), non facendone in un certo modo stima, in comparazione di quella macchia impeditiva del suo amore. E parmi vedere la pena dell’anime del Purgatorio esser più per vedersi avere in sé cosa che dispiaccia a Dio, e averla fatta volontariamente contra tanta bontà, che per niun altro tormento che sentano in esso Purgatorio. Questo è perché, essendo quell’anime in grazia, veggiono la verità e l’importanza dell’impedimento, il quale non le lascia approssimare a Dio” […].

Il valore dell’istituzione del matrimonio

Il valore dell’istituzione del matrimonio

Giovanni Paolo

Dal libro “Amore e responsabilità” (1960) – di Karol Wojtyla –

tr. it. a cura di A. B. Milanoli – Marietti, Genova-Milano 1983, pp. 162-165

“[…] La differenza di significato tra parole come ‘amante’, ‘concubina’, ‘mantenuta’, ecc., e quelle di ‘sposa’ o di ‘fidanzata’, non è affatto una pura convenzione (da parte dell’uomo le cose si presentano nello stesso modo). Bisognerebbe quindi dire piuttosto che è convenzionale il fatto di voler cancellare questa differenza di significato, mentre la differenza stessa è primitiva, naturale e fondamentale. Per esempio, la parola ‘amante’, oggi, indica che l’atteggiamento di un uomo nei confronti di una donna consiste nell’utilizzarla nei rapporti sessuali come un oggetto, mentre le parole ‘sposa’, ‘fidanzata’, ‘amata’ designano un co-soggetto dell’amore, che ha pieno valore di persona e, per ciò stesso, un valore sociale. Questo significato appunto possiede l’istituzione del matrimonio. In una società che riconosca sani principi morali e li segua (senza fariseismo né falso pudore), essa è necessaria per provare la maturità dell’unione tra l’uomo e la donna, per apportare la prova della perennità del loro amore. In questo senso, l’istituzione del matrimonio è indispensabile non soltanto in considerazione degli ‘altri’, che costruiscono la società, ma anche – e soprattutto – in considerazione delle persone che unisce. Anche se non vi fossero altre persone intorno ad essa, l’istituzione del matrimonio sarebbe ugualmente necessaria (o forse una forma di celebrazione, in altre parole un rito che determini la sua creazione da parte delle due parti interessate). Benché l’istituzione possa nascere da situazioni tra cui i rapporti sessuali sarebbero decisivi, essa tuttavia continuerebbe a differirne essenzialmente. I rapporti sessuali tra l’uomo e la donna esigono l’istituzione del matrimonio in primo luogo in quanto giustificazione nella loro coscienza.

La parola latina ‘matrimonium’ mette l’accento sullo ‘stato di madre’, come se volesse sottolineare la responsabilità della maternità, che pesa sulla donna che vive coniugalmente con un uomo. La sua analisi aiuta a vedere meglio che i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio mettono ipso facto la persona nella situazione di oggetto di godimento. Quale delle due è questo oggetto? Non è escluso che possa esserlo l’uomo, ma la donna lo è sempre. Si può facilmente arrivare a questa conclusione (per via di contrasto) analizzando la parola ‘matrimonium’ (dal latino matris-munia – ‘doveri della madre’). I rapporti sessuali fuori dal matrimonio causano sempre, oggettivamente, un torto alla donna, anche quando essa vi acconsente, persino li desidera.

Per questa ragione l’adulterio, nella più ampia accezione del termine, è un male morale. In questo senso d’altra parte viene appunto usato nella Sacra Scrittura, nel Decalogo e nel Vangelo. Sta a significare non soltanto i rapporti sessuali con la moglie di un altro, ma anche quelli di un uomo con qualsiasi donna che non sia sua moglie, sia essa sposata o meno. Dal punto di vista della donna, si tratta dei rapporti con ogni uomo che non sia suo marito. Così come ha dimostrato l’analisi della castità alla quale abbiamo proceduto nel terzo capitolo, certi elementi dell’adulterio, così concepito, si trovano anche impliciti in atti interiori, per esempio nella concupiscenza (cfr. la frase citata a più riprese: Mt 5,28). È evidente che l’adulterio ha luogo, a fortiori, quando questi atti concernono la moglie o il marito altrui; il suo male morale è allora tanto più grave in quanto è stata recata offesa all’ordine della giustizia, essendo stato violato il limite tra il mio e il tuo. Questo avviene non soltanto quando ci si appropria di ciò che appartiene ad un altro, ma anche quando si prende ciò che non è nostro.

L’istituzione del matrimonio è appunto, in questo caso, quella che determina la ‘proprietà’, l’appartenenza reciproca delle persone. Aggiungeremo che – come abbiamo dimostrato in precedenza – questa istituzione ha pieno valore solo alla duplice condizione di monogamia e di indissolubilità.

Tutto ciò che abbiamo detto per dimostrare il male morale dell’adulterio ci porta a constatare che tutti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono moralmente cattivi, quindi tanto quelli pre-coniugali che extra-coniugali. Ancora più cattivo, dal punto di vista morale, è il principio dell’amore libero, perché implica il rifiuto dell’istituzione del matrimonio o la limitazione della sua funzione nella coesistenza tra l’uomo e la donna, funzione che viene considerata fortuita e poco importante. L’analisi precedente ha dimostrato che, al contrario è essenziale e indispensabile. Nei rapporti sessuali, senza l’istituzione del matrimonio, la persona è ridotta al rango di oggetto di godimento, il che si trova all’opposto delle esigenze della norma personalistica, senza la quale non si può immaginare una convivenza delle persone sul livello veramente personalistico. Il matrimonio, in quanto istituzione, è indispensabile per giustificare il fatto dei rapporti sessuali tra l’uomo e la donna soprattutto ai loro stessi occhi, e nello stesso tempo agli occhi della società. […] Esiste inoltre il bisogno di giustificare i rapporti tra l’uomo e la donna davanti a Dio Creatore. Questa è anche una esigenza dell’ordine oggettivo della giustizia. Per di più, una analisi approfondita ci porta alla convinzione che il fatto di giustificare davanti al Creatore i rapporti coniugali è la base di tutta la loro giustificazione, tanto all’interno della coppia, che all’esterno, davanti alla società. Senza dubbio, solo un credente che riconosce l’esistenza di Dio Creatore e comprende come tutti gli esseri del nostro universo, e tra loro le persone umane, siano sue creature, è capace di procedere ad una tale analisi e di accettare le conclusioni che essa implica. Il concetto ‘creatura’ contiene l’idea di una particolare dipendenza dell’essere in rapporto al Creatore e cioè la dipendenza nell’esistenza (essere creato = dipendere nell’esistenza). Su questa dipendenza si fonda il diritto particolare di proprietà, che il Creatore ha su tute le creature (dominium altum). Egli ha la proprietà assoluta su ciascuna di esse. Dal momento che ogni essere è, grazie all’esistenza ricevuta da Dio, del Creatore, si può dire che in un certo seno tutto gli appartiene. Infatti ciò che la creatura ‘crea’ in se stessa, presuppone l’esistenza ricevuta; l’attività delle creature sviluppa esclusivamente dei dati contenuti nel fatto della loro esistenza.

L’uomo differisce da tutte le altre creature del mondo visibile per la sua capacità di comprensione dovuta alla ragione. Questa è nello stesso tempo la base della personalità, condiziona l’interiorità e la spiritualità dell’essere e della vita della persona. Grazie alla ragione, l’uomo comprende di appartenere ad un tempo a se stesso e, in quanto creatura, al suo Creatore e questo diritto di proprietà di Dio su di lui rientra nella sua vita. Questo stato di coscienza non può non determinarsi in un uomo la cui ragione sia illuminata dalla fede. Essa gli insegna nello stesso tempo che ogni uomo si trova in una situazione identica: nasce così una duplice esigenza di giustificare i rapporti sessuali, attraverso l’istituzione del matrimonio. Infatti, l’uomo e la donna diventano in un certo modo proprietà l’uno dell’altra. Da qui deriva, da una parte, il bisogno di giustificare tra loro e, dall’altra, davanti al Creatore. Senza dubbio, solo i credenti sono in grado di comprenderlo. Perché ‘credente’ non significa tanto ‘capace di stati religiosi’, quanto, contrariamente a ciò che nella maggior parte dei casi si pensa, ‘uomo giusto davanti al Creatore’.

Eccoci sul punto di capire il carattere sacramentale del matrimonio. Secondo l’insegnamento della Chiesa, il matrimonio è un sacramento fin dall’origine, cioè dalla creazione della prima coppia umana. Il sacramento della natura è stato più tardi confermato nel Vangelo dall’istituzione o, per meglio dire, dalla rivelazione, del sacramento della Grazia. La parola latina ‘sacramentum’ significa ‘mistero’. Chi dice ‘mistero’ dice ‘sconosciuto’, parzialmente invisibile, che supera l’esperienza sensibile, immediata. Ora, tanto il diritto di proprietà che ogni persona detiene nei confronti di se stessa, quanto, a fortiori, il dominium altum che Dio possiede su ogni persona, si trovano al di fuori dell’esperienza accessibile alla sola ragione. Ma, se si accetta questo supremo diritto di proprietà, e ogni credente lo fa, bisogna che il matrimonio sia prima di tutto giustificato agli occhi del Creatore, bisogna che riceva la sua approvazione. Non basta che l’uomo e la donna si donino reciprocamente nel matrimonio. Dal momento che ciascuno di essi è nello stesso tempo proprietà del Creatore, bisogna che anche Lui li doni l’uno all’altra, o più esattamente approvi il loro dono di sé reciproco accettato nel quadro dell’istituzione del matrimonio […]”.

La Chiesa icona della Trinità

La Chiesa icona della Trinità

Croce
(Dal libro di J. Navone, Self-giving and sharing, tr. it. Dono di sé e comunione, Cittadella, Assisi 1990, pp. 199-201)

“Nella narrazione del quarto Vangelo che riferisce di Maria e Giovanni ai piedi della croce (19,25-30), il corpo di Cristo appare come l’icona del Dio triuno. Il Cristo crocifisso incorpora sua madre e il discepolo prediletto nella sua stessa vita dando loro il suo Spirito (19,30). Il Padre vive in Gesù (14,10). Gesù è in grado di dare quella vita – lo Spirito del Padre (14,16.26; 15,26) – perché egli la possiede. Come il Padre ama il Figlio, così il Figlio ama i discepoli (15,9). Lo Spirito Santo, vita e amore del Padre e del Figlio, è il dono del Padre e del Figlio a Maria e Giovanni, il discepolo prediletto, che li rende capaci di rispondere alla richiesta/chiamata del Padre e del Figlio a rimanere nel loro amore (15,9.12.17). Il Padre li ama amando il Figlio (16,27), perché il suo Santo Spirito vive e ama in loro. È attraverso il dono dello Spirito del Padre che essi sono in comunione con il Padre nell’amare il Figlio. Lo Spirito Santo è parimenti il dono del Figlio per il quale essi sono in comunione con Lui nell’amare il Padre.

Il discorso d’addio del’Ultima Cena svela non solo la relazione di vita eterna e di amore tra il Padre e il Figlio, ma anche la richiesta/vocazione divina per noi ad entrare in quel rapporto. Gesù ci promette che lo Spirito di questa vita eterna e di questo amore sarà con noi per sempre (14,16-17.25-26; 16,7-15), o, ancora meglio, la Trinità ci attira nella sua comunione triuna attraverso l’efficacia della morte e risurrezione del Cristo (14,23). Dal momento in cui Dio piantò la sua tenda in mezzo al suo popolo (1,14), a quello della grande visione dell’Apocalisse (21,1-4), la Buona Notizia di Giovanni è che Dio abita in mezzo a noi come finale realizzazione di ogni vita umana. La comunità triuna del divino amore/vita – già lo sappiamo da 13,35 – è manifestata e comunicata nella reciprocità d’amore dei discepoli/corpo di Cristo. Vivendo nello Spirito dell’amore/vita triuna si risponde alla richiesta, vocazione di reciprocità (15,17) che il Padre e il Figlio ci consentono di realizzare attraverso la loro auto-comunicazione nel dono del loro Spirito. Il Padre e il Figlio vengono a noi e dimorano tra noi tramite lo Spirito Santo che crea e sostiene la comunità, ossia il corpo di Cristo, come icona della loro vita/amore triuno per il mondo.
In quella specie di iconografia scritturistica che è il Vangelo di Giovanni, ci è dato di “vedere” il Dio triuno nel corpo del suo Figlio crocifisso, dal quale sgorga vita/amore per tutta l’umanità. Nell’atto in cui il Figlio crocifisso reclina il capo ed emette il suo spirito (19,30), noi “vediamo” il Padre e il Figlio (14,9) che donano lo Spirito Santo; che condividono la loro vita/amore della comunione triuna con tutta l’umanità; che ci abilitano ad avere – nella loro eterna comunione – un tale rapporto tra noi che neppure la morte può distruggere. L’eterna comunione tra il Padre e il Figlio si scorge ed è comunicata nel corpo crocifisso del Cristo che salda Maria e Giovanni nella reciprocità di madre e figlio. Il Padre, che eternamente comunica se stesso nel suo amore del tutto disinteressato, si rende visibile nell’icona del Dio triuno, nel dono di amore del Figlio: essi comunicano il loro Santo Spirito per saldare tutta l’umanità nella reciprocità d’amore della comunione triuna. Così pure, il Figlio che eternamente accoglie il dono di amore/vita del Padre si rende visibile nell’icona rappresentata da coloro che accolgono lo stesso amore/vita, ossia il Santo Spirito della comunione triuna, che si fa riconoscere nell’amore reciproco dei discepoli (13,5). Infine, lo Spirito del Padre e del Figlio si rende “visibile” nel’amore di auto-donazione e accoglienza che costituisce il corpo di Cristo, icona della comunione triuna.
Gesù Cristo esprime e comunica la grazia e l’esigenza, il dono e la chiamata del Dio triuno a vivere la comunione triuna. Egli è l’icona del Dio che dona il suo amore e invita alla reciprocità nella comunione. Se Dio è amore, questo amore ha le sue esigenze o precetti (cfr. 14,15.21; 15,10.12.17). Gesù comanda ai discepoli di amarsi a vicenda (15,17); chiede a sua madre di fare di Giovanni, il discepolo prediletto, il suo figlio; dice al suo discepolo di considerare Maria come sua madre. È attraverso il dono della sua vita e del suo amore, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, che ad essi viene reso possibile assecondare le richieste dell’amore di Dio. Egli li chiama a vivere la vita che egli stesso rende loro possibile come membra del suo corpo ed eredi del suo Spirito […]”.

Scalfari elogia il Papa destrutturalizzand

Preghiera alla Beata Eustochio

Preghiera alla Beata Eustochio

Beata Eustochio

O potente nostra avvocata Beata Eustochio, tu fosti suscitata fra noi da Dio, per essere un luminoso modello di virtù, soprattutto di straordinaria pazienza. La tua vita, segnata dalla Croce, ne è prova evidente. Prega ora per noi. Ottienici, ti preghiamo, la grazia di cam­minare sulla scia dei tuoi esempi e di consi­derare le tribolazioni e le sofferenze di que­sta vita, come un dono che ci viene dalla mano paterna di Dio, per il nostro vero bene. Fa’ che abbracciamo, a tua imitazione, con pace e fiducia, le sofferenze della nostra vita, certi di essere un giorno premiati dal Dio della pazienza e della consolazione. Sia Egli stesso l’abbondante ricompensa, per quanti si sottomettono volentieri alle sue amabilissime disposizioni. Amen.

Pater – Ave – Gloria

La coronazione di spine

La coronazione di spine

Corona di spine
Dal nuovo libro: “Amato perché amante – Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” –

di Francesco Gastone SillettaTeologia – ISBN 9788894057119 – © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – € 37,00

“[…] Il narratore continua attentamente la cementazione del suo trattato sulla regalità di Gesù. La scena della coronazione di spine costituisce in questa prospettiva un momento vetta. Egli è tuttavia attento ai preamboli situazionali e ai dettagli narrativi:

“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare” (19,1).

Innanzitutto, l’apertura della scena con un avverbio, “allora” (οὖν), è utile per creare un contrasto situazionale con la scena precedente. L’effetto sorpresa circa il cambiamento di comportamento, ora duro e irreprensibile, di Pilato nei confronti di Gesù, è soltanto apparente. Pilato infatti non ha colto, nella precedente conversazione con Gesù, l’auspicata lezione di conoscenza circa la sua regalità, mantenendo immanente ed umano il suo principio di comprensione. In questo senso egli è proteso non tanto all’umiliazione di Gesù secondo l’accusa giudaica, quanto piuttosto all’umiliazione della stessa regalità dei giudei questionata dai sinedriti accusatori. La flagellazione di Gesù va allora colta secondo la volontà di Pilato di irridere il “re dei giudei” nella sua stessa possibilità istituzionale.
Alcuni particolari letterari rendono bene l’idea dell’efferata azione di Pilato. Egli “prese” Gesù, dice il testo. Il verbo greco “λαμβάνειν” è espressivo di un’intrinseca violenza , la quale sembrerebbe in un certo modo inaspettata in Pilato dato il precedente andamento processuale. In secondo luogo, Pilato fece flagellare Gesù, ossia colui che in precedenza aveva dichiarato immune da colpevolezza:

“Sorprende una simile brutalità, perché non si tratta come in Luca della correzione (παιδεύειν) che veniva inflitta prima di rilasciare il prigioniero, ma del terribile supplizio che precedeva la crocifissione per indebolire il condannato e accelerare la sua agonia” (X. Léon Dufour – N.B. Le fonti non sono citate in questo post)

La scena della flagellazione, nel Quarto Vangelo (di seguito, QV), è inoltre narrativamente anticipata. Storicamente, infatti, i prigionieri venivano flagellati soltanto dopo il pronunciamento della condanna alla crocifissione, oltretutto con un numero limitato di colpi onde evitare che il suppliziato decedesse in anticipo rispetto all’esecuzione. Diverso era invece il caso della fustigazione educativa, imposta all’imputato quale imponente lezione dall’autorità costituita ma funzionale ad un suo successivo rilascio (cfr. Lc 23,16.22; At 5,40) .
Il narratore del QV, invece, pone la flagellazione di Gesù a processo in corso. Addirittura, una volta fatto flagellare Gesù, nuovamente Pilato ne proclama l’innocenza (19,6b). Si manifesta allora una particolare strategia narrativa orientata verso la scena successiva:

“Pilato vuole mostrare ai sommi sacerdoti una figura pietosa, un essere ridotto al nulla; manifesterà in questo modo quanto sia assurda ai suoi occhi l’idea di un ‘re dei giudei’. Se umilia il prigioniero innocente, è per umiliare l’orgoglio nazionale di coloro che pretendevano di imporgli la loro volontà” (X. Léon – Dufour).

L’atteggiamento del prefetto non è l’unico ingrediente narrativo utilizzato dal narratore per esaltare la condizione regale di Gesù durante il suo processo. Ad esso si aggiunge, infatti, la descrizione particolare del comportamento dei soldati nei confronti di Gesù:

“E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: ‘Salve, re dei giudei!’. E gli davano schiaffi” (19,2-3).

Omettendo altri generi di umiliazioni e percosse rivolte a Gesù, come per esempio gli sputi e gli insulti, il narratore conserva soltanto ciò che possiede un preciso orientamento nella contestualizzazione regale della scena descritta. Lo stesso Gesù, che ha “presentato il dorso ai flagellatori” (Is 50,6), viene descritto qui come re sanguinante e deriso:

“La scena è intermediaria tra la proposta di amnistia e la presentazione di Gesù davanti ai giudei. Costituisce nello stesso tempo una preparazione al confronto del re così sfigurato con il popolo giudeo” (A. Marchadour).

Il narratore sottolinea in tre tempi la regalità di Gesù, la quale ha un peso specifico, nel suo racconto, assai più considerevole rispetto all’economia sinottica.
Innanzitutto l’istituzionalizzazione del “re”, attraverso la pantomima dell’incoronazione:

“Schernendo Gesù quale re, i soldati sembrano seguire un rituale stabilito, e alcune azioni usuali sono coinvolte. Troviamo particolari simili nella relazione che Filone fa della folla che schernisce Karabas ad Alessandria: l’uomo fu vestito regalmente con un diadema di papiri sulla testa e una canna in mano come scettro; gli resero omaggio mentre alcuni lo salutavano re. Filone fa osservare che questa era una imitazione di comuni pantomime” (R. Brown).

La corona di spine è il primo riferimento regale dello scherno dei soldati. La natura di questa corona non viene narrativamente esplicitata, al di là della sottolineatura della sua spinosità. Essa doveva evidentemente avere una struttura a raggiera, tipico ornamento dei sovrani, forse derivata da una pianta spinosa, verosimilmente la palma da dattero (cfr. Gv 12,13).
Il secondo riferimento regale è menzionato dal narratore con il termine greco “ἱμάτιον”, cioè una “veste”, un “indumento” in senso generico, di colore purpureo (cfr. Ap 17,4; 18,16):

“Non viene detto che gli fu tolto, il che dà l’impressione che Gesù salirà incoronato e rivestito di porpora sul Gòlgota, dove si trova il trono della croce” (I. De La Potterie).

Vi è poi il terzo e fondamentale riferimento regale. Dopo la vestizione del re, vi è infatti la sua riverenza ironica. Il narratore costruisce con un particolare linguaggio la formulazione dell’espressione con cui i soldati scimmiottano la regalità di Gesù. Innanzitutto il saluto, “χαῖρε” (“salve”), imitativo del saluto imperiale “Ave Caesar”. In secondo luogo, il nominativo con l’articolo, “ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων”, cioè letteralmente “il re dei giudei”:

“È vero che, nell’uso di allora, il nominativo con l’articolo era talvolta impiegato con valore di vocativo, ma si noterà che la formula qui utilizzata è identica alla scritta apposta sulla croce (19,19), in cui viene proclamato solennemente a tutti gli uomini che Gesù è il re dei giudei. È chiaro che, per Giovanni, ciò che qui conta è la titolatura del saluto e non i dileggi” (I. De La Potterie).

Nella prospettiva del QV si tratta di una prima intronizzazione regale dal carattere simbolico. Ai soldati che, in termini beffeggiativi, compiono la vestizione del re e gli rendono riverenza, sfugge il senso ultimo della loro stessa attività, intrinseca invece alla coscienza del lettore che non è qui vittima dell’ironia:

“(Questa scena) ha perciò una funzione a parte, sull’asse cristologico dominante: in tensione con l’altezza manifestata dai dialoghi, essa vi integra l’aspetto dell’abbassamento del Figlio, sottolineato dalle reminiscenze del Servo di Isaia. Tuttavia, attraverso l’accento posto sulla pantomima di intronizzazione, mantiene fisso lo sguardo del lettore sul mistero della regalità di Gesù (X. Léon Dufour) […]” – (Francesco Gastone Silleta)

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Maria di Magdala – di Francesco G. Silletta

Maria di Magdala – di Francesco G. Silletta
 

Dal  libro:  “Amato perché amante – Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – Coll. Teologia – ISBN 9788894057119  – € 37,00 –

 ©  Edizioni La Casa di Miriam – pp. 368

Maria di Magdala

“[…] Di per se stessa, la copiosa quantità di aromi utilizzati per la sepoltura di Gesù non infonde nel lettore l’idea di una prossima resurrezione. Ciò attesta come nei due neofiti Giuseppe di Arimatea e Nicodemo non fosse impressa la coscienza di un glorioso ritorno del Maestro e come in questo frangente doloroso “tutti i discepoli sono sotto il segno dell’assenza di Gesù” (M. Mazzeo – N.B. Le fonti non sono inserite in questo post).
Ora, il cuore nevralgico del cambiamento di situazione che condurrà il lettore alla notizia delle apparizioni del Risorto ai discepoli (20,19-29) e che tanto peso specifico eserciterà nel cammino migratorio del personaggio principale della nostra ricerca, il Discepolo Amato (di seguito, DA), viene a manifestarsi nel Quarto Vangelo (di seguito, QV) attraverso l’ampia mediazione di un altro personaggio, Maria di Màgdala, narrativamente menzionata soltanto nel contesto della crocifissione di Gesù (19,25) e, appunto, in quello del sepolcro vuoto (20,1-10) e della prima apparizione del Risorto (20,11-18). Proprio a questo singolare personaggio femminile, di cui il narratore non riferisce alcuna informazione descrittiva particolare previa, viene destinato un ruolo fondamentale in seno all’economia del QV, trattandosi della prima testimone oculare del Risorto:
“Maria di Màgdala è una delle figure più avvincenti. Presente nei quattro Vangeli, risalta particolarmente in quello di Giovanni per il suo ruolo e per la posizione strategica dei suoi interventi. Attira l’attenzione tanto per l’originalità della sua avventura umana e spirituale di fronte a Gesù, quanto per gli ostacoli che sembra avere incontrato nella Chiesa primitiva, anche per la ricchezza successiva con cui ella ha trovato posto nella storia della Chiesa, nella società, nella letteratura, nella pietà popolare, nell’arte e nei personaggi. Ci si può chiedere se i testi che la mettono in scena nel QV siano portatori di tutte le letture e le interpretazioni che si sono moltiplicate attorno a lei nella storia della letteratura” (A. Marchadour).
Di questo personaggio il narratore omette un’intera biografia, radicalmente trasformata dal suo primo incontro con Gesù. In un certo modo, menzionandola per la prima volta sotto la croce assieme alle altre donne (19,25), ella viene immediatamente inquadrata entro un elevato ordine di discepolato, attraverso una narrazione al contempo sintetica ed edificante, orfana di preludi e bassezze personali inerenti la sua economia esistenziale precedente:
“La sua sola presenza in quel luogo e in quel momento esprime una fedeltà esemplare al Signore, che l’assenza sorprendente dei Dodici, discepoli della prima ora, sottolinea come per contrasto. Associata ai piedi della croce alla madre di Gesù e al DA, ella fa veramente parte degli ‘amici di Gesù’ (15,15)” (A. Marchadour).
In un modo particolare, come evidenzieremo lungo questa ampia parentesi circa l’economia del sepolcro vuoto, Maria di Màgdala si relaziona al DA quale suo alter-ego femminile. Il narratore la presenta sempre con il suo nome proprio, Maria, associato alla sua città originaria, Màgdala, una località posta a circa dodici chilometri a sud-ovest di Cafàrnao e la cui etimologia significa “torre”. Ella viene narrativamente lusingata da un isolamento narrativo posto nel cuore della rivelazione cristiana, l’annuncio del Risorto, ricevendo un trattamento di assoluto riguardo in quanto alla sua funzionalità narrativa:
“Con il DA, condivide il privilegio di poter testimoniare la realtà della morte di Gesù e la sua uscita dalla tomba” (A. Marchadour).
Ora, usando una tecnica narrativa a sé conforme, cioè la messa a fuoco di un unico personaggio, il QV presenta in questi termini l’evento del sepolcro vuoto:
“Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro” (20,1).
La conoscenza della donna di Màgdala sembra in un certo senso data per implicita nel lettore, al di là della sua fugace menzione riportata sotto la croce (19,25). Il brano citato è del resto carico di informazioni estendibili ad un livello simbolico. In primo luogo, la specificazione temporale del “giorno dopo il sabato”. Letteralmente, il narratore parla di “giorno uno dei sabati” (μιᾷ τῶν σαββάτων), tenendo presente come nella lingua greca, diversamente dall’ebraico, “σάββατον” (ebr. “Shabbath”) significa tanto “settimana” quanto “sabato” (R. Brown):
“L’uso del numero cardinale per l’ordinale non è sorprendente, mentre il plurale del sabato potrebbe essere intenzionale, sullo sfondo biblico. In italiano non è possibile riportare il calco, ma occorre tenere presente la scelta originale” (G. Ghiberti). Questa precisazione temporale lascia definitivamente alle spalle il fatto della sepoltura, occorso nella preparazione della Pasqua (παρασκευή, 19,14). Ciò delimita non soltanto il riferimento temporale, bensì anche quello dei personaggi protagonisti della trama: fra gli autori della sepoltura di Gesù, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, e la prima testimone del sepolcro vuoto e del Risorto, Maria di Màgdala, non viene infatti posta alcuna relazione diretta:
“L’azione precedente si era conclusa al sepolcro, collocato in un giardino adiacente al Gòlgota, luogo della crocifissione, e ora riprende lontano, dove si trovano prima la Maddalena e poi i due discepoli, per essere però ricondotta allo stesso sepolcro” (G. Ghiberti).
Ciò che emerge primariamente è il computo dei giorni al di fuori della prospettiva kerygmatica del “terzo giorno” o del “dopo tre giorni”:
“Nel contesto pasquale, l’espressione ‘il primo giorno’ suggerisce che è iniziato per il mondo un giorno nuovo (cfr. 2Cor 5,17)” (X. Léon-Dufour).
Il secondo riferimento temporale riguarda invece la fascia oraria in cui, in questo stesso giorno menzionato, avviene la scoperta del sepolcro vuoto: “Di buon mattino” (πρωῒ). Si tratta di un riferimento al modo romano di computare le ore (a partire dalla mezzanotte), piuttosto che non a quello ebraico (dopo il tramonto). Il lettore può ricevere in questa precisazione temporale un rimando all’ora mattiniera della conduzione di Gesù presso la casa di Caifa (Gv 18,28). La precisazione narrativa ulteriore che “era ancora buio” (σκοτία), inietta all’episodio un ulteriore ingrediente di mistero, attraverso l’evocazione affascinante del maestoso silenzio dell’aurora.
Il narratore descrive Maria di Màgdala nell’atto di recarsi presso il sepolcro, pur tuttavia senza specificarne una ragione fondamentale:
“Giovanni non precisa il perché. Marco e Luca indicano che le donne avevano acquistato oli aromatici e che venivano a ungere il corpo di Gesù. Matteo dice soltanto che si recavano a guardare il sepolcro, probabilmente una modifica dettata dalla logica della narrazione di Matteo; perché Matteo (lui solo) riferisce che il sepolcro era presidiato e perciò alle donne non sarebbe stato permesso di entrare nel sepolcro a ungere il corpo” (R. Brown) […]”.

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Supplica al Cuore Immacolato di Maria rifugio di tutte le anime

Supplica al Cuore Immacolato di Maria rifugio di tutte le anime

(di Natuzza Evolo)

Cuore Immacolato

 

“O Mamma del cielo, dispensatrice di grazie, sollievo dei cuori afflitti, speranza di chi dispera, gettata nella più desolante angustia sono venuta a prostrarmi ai tuoi piedi per essere da te consolata.
Mi respingerai forse? Ah! Non ci credo che hai il coraggio di mandarmi indietro. Il tuo Cuore di Mamma di Misericordia spero che mi esaudirà! Povera me se tu non ci mettessi la tua mano. Io sarei certamente perduta! Tanti e tanti vedendomi così afflitta mi hanno detto: “Se vuoi la grazia in questa circostanza devi andare a pregare la Madonna, alla quale chiunque ricorre per delle grazie indubbiamente le ottiene”.
Io ho sempre pensato che la Madonna delle grazie fossi tu, o Cuore Immacolato di Maria, rifugio delle anime, al cui nome potente si rallegrano i cieli e l’universo intero ti chiama e ti invoca Mamma di ogni grazia. Da quando sono nata io ho sempre sentito parlare che tu a tutto il mondo fai grazie. E a me no? Io la voglio e la voglio a forza.
E per questo io – nonostante fossi una povera ed indegna peccatrice – nella tribolazione che mi opprime ho avuto il pensiero di venire a piangere da te. E coi gemiti, coi sospiri e con le ardenti lacrime che mi piovono dagli occhi, a te grido, a te alzo le mani stringendo la tua corona, invocandoti o gran Regina, consolatrice delle anime, tesoriera e dispensatrice di tutte le grazie, avvocata delle grazie più ardue, difficili e disperate.
Io sono venuta sicura. Non mi cacciare, ascoltami. Consolami e salvami, voglio da te assolutamente la sospirata grazia […].
La voglio.
Perdonami se approfitto della tua bontà.
Oh me, la povera afflitta! Se sola sola, ad esempio, unica al mondo non riceverò la grazia sospirata! O Mamma Santa, tutta piena di grazie, io ho tutta la speranza che tu mi farai la grazia. Da te l’aspetto, che sei la Mamma di tutte le grazie. Sono sicura che tu me la fai. E come farò se tu non me la fai?
No! Non permettere che esca la voce che tu abbandoni e non aiuti più i tuoi figli. Pure io sono una figlia! Né che si dica che una indegna tua figlia, avendoti pregata con lacrime di afflizione, dall’afflittissimo suo cuore, non l’hai voluta sentire e liberare, mentre tanti, senza numero, sono ricorsi e ricorrono ogni giorno al tuo Cuore Immacolato e sperimentano la potenza del tuo amore e senza ritardo ne ottengono le sospirate grazie. Ed io sola devo piangere in questa grande tribolazione?
Ah! No. Non te lo permetto! O mi neghi qui ai tuoi piedi che sei la Mamma di Misericordia e la dispensatrice di tutte le grazie, o mi concedi senza altro la sospirata grazia. E se tu non mi ascolterai, senti che farò, o Mamma di grazie.
Inginocchiata dinanzi a te, stringendo la tua Corona, ti strapperò il manto, ti stringerò le mani, ti bacerò i piedi, te li bagnerò di lacrime e tanto starò e tanto piangerò gridando, fino a quando tu intenerita e commossa mi dirai: “Alzati, che la grazia,Gesù, te l’ha fatta ”. Tu me lo devi dire.
E ora che hai sentito quello che ti farò, che mi dici, o Mamma mia, che mi rispondi? Mi devi aiutare, me la devi fare questa grazia, pure che sono peccatrice. Se non vuoi farmela, perché peccatrice, dimmi almeno da chi devo andare per essere consolata in questo mio grande dolore.
Se non fosti abbastanza potente mi rassegnerei dicendo: “Tu sei la Mamma mia, mi ami, ma non puoi aiutarmi e salvarmi”.
Se non fosti la Mamma mia, con ragione direi: “Tu non sei la Mamma mia, non sono tua figlia, quindi non hai il dovere di aiutarmi!”.
Ma tu sei la Mamma mia e di tutto il mondo! Se vuoi mi puoi aiutare. Me la devi fare questa grazia. Me la devi fare a forza.
Sono certa che me la farai, perché Tu sei buona e non me la puoi negare. L’aspetto questa grazia, l’attendo da quella tua bocca che solamente si apre quando ha da pronunziare una grazia. La desidero da quella fronte, da quel seno, da quei piedi, da quel tuo benedetto e materno Cuore, tutto ripieno di grazie, rifugio di tutte le anime.
Grazie ti cerco, o Mamma mia. Fammi la grazia che ti cerco. Te la chiedo con tutto il cuore, te la chiedo con la voce di tutti i bambini del mondo che sono anime innocenti, di tutti gli innamorati, di tutti i figli tuoi devoti. Da te dunque l’aspetto e tu me la devi fare a forza.
E ti prometto, o Mamma dal Cuore tenerissimo, che fino a quando la mia mente avrà pensieri, la mia lingua mi accenta, il mio cuore palpita, sempre, sempre griderò a te, e nelle ore del giorno e in quelle della notte ti sentirai chiamare piangendo: Mamma!
Quel grido, o Mamma, sarà il mio sospiro. Restiamo così, o Mamma Santa? Si, restiamo così! Affinché dopo tante lacrime e sospiri versati ai tuoi piedi potrò venire a ringraziarti per la grazia speciale da te fatta.
Amen”.

Da Cana al Cenacolo

 

Da Cana al Cenacolo

di Francesco Gastone Silletta

Il Discepolo Amato foto

Anteprima del nuovo libro: “Amato perché amante – Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – ISBN 9788894057119 © Copyright Edizioni La Casa di Miriam – € 37,00 – pp. 368

“[…] Soltanto nel capitolo 13, proprio nel contesto dell’ultima cena, il narratore introduce l’epiteto “ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς” (“quello che Gesù amava” – Gv 13,23) per qualificare l’identità di questo discepolo (μαθητὴς). Si tratta di un titolo singolare, riferito a lui anche in alcune istanze narrative successive (19,26; 21,7.20) e, in un altro caso (20,2), mediante un leggero cambiamento verbale: “ὃν ἐφίλει ὁ Ἰησοῦς” (“colui al quale Gesù voleva bene”):
“Ora, accanto a Simon Pietro, compare una figura nuova, di cui l’autore ha volontariamente nascosto la presenza fino a quel momento e che si cela dietro l’appellativo di ‘discepolo che Gesù amava’. Ormai Pietro e lui sono spesso insieme con, a più riprese per questo discepolo, un ruolo di intermediario in favore di Pietro. Appoggiato qui sul petto del Maestro, il Discepolo Amato (di seguito, DA) occupa, in questa cena testamentaria, il posto dell’erede. Simon Pietro passa attraverso di lui per ottenere un’informazione dal Maestro” (A. Marchadour – N.B: le fonti non sono elencate in questo post).
Soltanto il narratore utilizza il titolo di “discepolo che Gesù amava” in riferimento a questo personaggio, mai il personaggio in riferimento a se stesso, neppure altri personaggi in riferimento a lui. Nella narrazione non viene esplicitata la provenienza fontale di questo epiteto, come invece accade, per esempio, in Mc 3,17 relativamente al titolo di “Βοανηργές” (figli del tuono), attribuito da Gesù ai due figli di Zebedeo. Leggiamo allora il testo di Gv 13,23:
“Ora, uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù”.
Osserviamo come il testo, qui, dia per presupposta nel lettore (implicito) la conoscenza dell’identità storica di questo DA: l’informazione che questi si trovasse “a tavola al fianco di Gesù” non viene fornita come se si stesse parlando di un discepolo sconosciuto al lettore, bensì piuttosto proprio di “quel” discepolo conosciuto come colui che Gesù amava (ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς). Più che voler rivelare al lettore, quindi, l’esistenza di un discepolo che Gesù amava, la narrazione intende qui rivelare che proprio costui, che il lettore implicito già conosce, si trovasse in quel frangente a tavola al fianco di Gesù:
“La prima sua caratteristica – quella di ‘uno dei discepoli’ – sta a dire che si tratta anzitutto di uno di quelli che hanno aderito alla sua chiamata e che, al pari degli altri, sulla spinta della grande testimonianza di Giovanni il Battista (1,19-34.35-39), fu segnato dall’esperienza diretta di quelle ‘parole di vita’ che solo Gesù possedeva. […] Narrativamente parlando, ha quindi alle spalle una lunga trafila percorsa come silenziosa comparsa, prima di essere individuato per il suo speciale rapporto con il Signore. Una figura all’inizio di nessuna particolare appariscenza, stagliata su di uno sfondo comune e opaco, il cui tratto di base è appunto quello di avere come tanti altri aderito alla sequela del Signore” (R. Vignolo).
Il versetto di Gv 13,23 pone poi l’accento non solo sul fatto che “il discepolo che Gesù amava” si trovasse a tavola al fianco di Gesù, ma anche su quello che il beneficiario di questa dilezione così singolare di Gesù fosse proprio “uno dei discepoli”, come evidenziato dall’introduzione al versetto: “εἷς ἐκ τῶν μαθητῶν αὐτοῦ”. Si tratta di un momento narrativamente eloquente, strutturato mediante una sottile sintesi comunicativa che così schematizziamo:

1. Uno dei discepoli, cioè uno di coloro che sono stati con Gesù sin dal principio (15,27), era seduto a tavola al fianco di Gesù
2. Tra questi discepoli, uno di loro, godeva di un’intimità particolare con il Maestro (DA)
3. Questa intimità viene espressa narrativamente sottolineando una posizione di “intimità commensale” accanto a Gesù (13,23.25).

Ora, come abbiamo anticipato nella parte introduttiva, interpretare la figura del DA secondo la categoria della “migrazione del personaggio” ci pare la soluzione più opportuna di fronte al costante rischio ermeneutico d’intenderlo invece quale stereotipo modello di discepolo perfetto, come invece è inteso da alcuni studiosi. Una comprensione “migratoria” di questo personaggio, infatti, ci sembra rendere meno “statuaria” l’elevata carica cristologica ed ecclesiale dei tratti a lui attribuiti dal narratore (13,23.25), i quali più che intesi secondo l’ordine di una sublimità statica del discepolo, vanno a nostro avviso colti nell’ordine di una progressiva conoscenza storica degli eventi salvifici cui il DA
prende parte in termini oculari. In questo senso il narratore, proprio sottolineando come, oltre che “amato” di un amore singolare da Gesù, questo personaggio sia in primo luogo “un suo discepolo” (13,22), esprime proprio l’idea di una migrazione, piuttosto che non quella di una staticità sublime, poiché il termine “discepolo” è sempre espressione di una migrazione implicita. Si tratta quindi di non anteporre la comprensione simbolica del DA a quella storica, come invece propongono alcuni autori:
“(Il DA rappresenta) il simbolo della superiorità del discepolo in quanto cristiano perfetto, secondo l’ideale del quarto Vangelo, relativamente a Pietro, rappresentante del cristianesimo giudaizzante e primitivo” (A. Loisy).
La stessa relazione incrociata che il capitolo 13 del Quarto Vangelo (di seguito, QV) introduce fra Gesù ed alcuni commensali dell’ultima cena (Giuda, Pietro e il DA), nel contesto della quale emergono alcuni chiaroscuri del personaggio petrino rispetto al DA, non va a nostro avviso intesa in prospettiva dialettica, bensì piuttosto complementare. La medesima migrazione del personaggio, che riguarda tanto Pietro quanto il DA, si manifesta nel contesto ivi presentato come giunta ad un differente stadio nell’uno e nell’altro. Proprio a motivo di ciò va intesa la riverenza petrina nel domandare a Gesù per interposta persona, nonostante il suo primato apostolico, il nome del traditore:
“Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: Di’, chi è colui a cui si riferisce?” (13,24).
La domanda di Pietro al DA, descritta secondo un carattere gestuale prima ancora che linguistico, attesta un’implicita coscienza petrina non tanto del fatto “che Gesù amava” quel discepolo, bensì piuttosto di quanto quest’ultimo avesse inteso maggiormente, rispetto a lui, l’esigenza intrinseca al discepolato di Gesù, come sembra ammettere anche lo Schnackenburg:
“La descrizione di Simon Pietro che con un cenno induce il discepolo a interrogare Gesù, forse intende sottolineare la posizione privilegiata del discepolo […], ma non per sminuire la posizione di Pietro […], ma piuttosto per rafforzare con la riconosciuta autorità di Pietro la stima di cui gode quel discepolo e mettere in risalto la sua confidente vicinanza a Gesù” (R. Schnackenburg).
Ecco perché insistiamo nell’evidenziare come, nel punto di vista del narratore, venga sottolineato come il DA fosse “uno dei discepoli” più ancora che non “colui che Gesù amava”. Il punto di partenza della sua migrazione, infatti, è stato proprio il “discepolato”, rispetto al quale questo personaggio ha maturato una progressiva acquisizione di conoscenza ed una consequenziale attitudine alla sequela. Le tappe principali della sua migrazione infatti, sino al punto di 13,23, sono concentrate proprio sull’implicazione logica reciproca fra la conoscenza e la sequela:

1. La conoscenza e la sequela di GB (Gv 1,35)
2. La conoscenza e la sequela di Gesù (Gv 1,37)
3. La conoscenza della madre di Gesù (2,1-12) e la sua sequela (19,25-27) […]”

Per informazioni:
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L’esperienza pasquale dell’altro nel Discepolo Amato

L’esperienza pasquale dell’altro nel Discepolo Amato

Il discepolo amato

Dal nuovo libro: “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” –

(Thesis ad Doctoratum in Theologia) . di Francesco Gastone Silletta © Copyright Edizioni La Casa di Miriam
– ISBN 9788894057119 – 368 pagine – € 37,00

“[…] Con questo paragrafo intendiamo concludere l’ampia sezione dedicata al ruolo di Tommaso in seno all’economia delle apparizioni pasquali, cercando di stabilire quale genere di ingrediente l’esperienza del comportamento di Tommaso abbia aggiunto al processo migratorio del Discepolo Amato (di seguito, DA). Più genericamente, ci domandiamo: in che modo i personaggi più vicini al DA hanno esercitato, attraverso le rispettive e singolari risposte di fede all’economia pasquale, un arricchimento di ordine migratorio per il DA? Di per se stessa, infatti, la fede del DA si è nutrita, lungo la trama, di determinate esperienze di altri personaggi, sia positive che negative, in riferimento all’evento pasquale. Senza queste esperienze, che il narratore con una particolare strategia teologica ha inserito nel proprio racconto, il DA risulterebbe sin troppo “autoreferenziale” rispetto al proprio dinamismo di conoscenza di Gesù, risultando per questo un personaggio privo di un’integrale assimilazione degli eventi che, ognuno secondo la rispettiva misura, hanno influito notevolmente nella caratterizzazione dell’insieme.
Come abbiamo già anticipato nel paragrafo precedente, una considerazione per certi versi soltanto “modellare” della fede del DA rispetto all’evento resurrezionale di Gesù, sembra sin troppo articolata “al di fuori” di una influenza paradigmatica di ordine mariano. Si osservano e si commentano i suoi atti, le sue relazioni, le sue personali conclusioni interiori, pur tuttavia sembra non essere considerato sufficientemente, a nostro avviso, il peso fondamentale che, in seno alla stessa fede del DA, viene esercitato da quel previo e determinante lascito ereditario da parte di Gesù, cioè sua madre (Gv 19,27). Osservando, per esempio, la differente velocità nella corsa al sepolcro fra il DA e Pietro, ci sembra che molti commentatori non sottolineino abbastanza la leggerezza spirituale derivante, nel DA, dalla consapevolezza interiore rispetto alla maternità mariana appena acquisita. In questa prospettiva, si preferisce un ordine materiale e semplicistico di interpretazione della maggiore velocità del DA, come è quello rappresentato dalla diversità di età che agevolerebbe la sua corsa, oppure quello reale e più complesso rappresentato dal senso di colpa petrino per la triplice rinnegazione, che “appesantirebbe” la sua marcia verso il sepolcro, pur tuttavia non sembra chiaro un orientamento mariano di fondo, volto cioè a stabilire, nel DA, una celerità spirituale derivante proprio dal dono della madre. Si tratta di un rischio ermeneutico del resto inevitabile, laddove l’episodio della consegna materno-filiale sotto la croce venga interpretato soltanto simbolicamente, cioè attraverso una spersonalizzazione dei soggetti storici destinatari del dono di Gesù. Il DA, pur tuttavia, è reale e vivente nella propria soggettività singolare, prima ancora che nel rimando proiettivo che, dal dato storico, è possibile trasferire al discorso ecclesiale. In questa prospettiva che noi definiamo “storica”, è propriamente lui, e non Pietro, colui che beneficia del dono di Maria come sua propria “madre”. Ora, questa medesima consapevolezza materna, che riconosciamo come “vivificante” per il DA, viene a nostro avviso ad esercitare un ruolo assai significativo anche nella seconda primazia del DA rispetto a Pietro raccontata nell’episodio della corsa, ossia quella relativa al confronto fra i due Apostoli all’atto di credere (“Vide e credette”, Gv 20,8). L’assenza narrativa di un dialogo o di un confronto fra i due Apotoli in questa scena, infatti, ci pare testimoniare come in effetti, al di là del rispetto verso il più autorevole Apostolo, il DA non trovi in lui, in questo frangente, la medesima percezione del dono materno da poco ricevuto. Per comprendere meglio quanto stiamo dicendo, si può riflettere ancora sull’economia di Cana, che abbiamo analizzato sopra secondo un fondamento mariano di comprensione. La madre era già là (Gv 2,1), alle nozze, come a nostro avviso era “già là”, secondo una anticipata presenza spirituale, anche al sepolcro. Maria, infatti, ha creduto prima ancora di avere veduto l’intero dipanarsi dell’economia terrena del Figlio, e non soltanto: ha anche esortato l’utenza discepolare a sottoporsi all’obbedienza della sua parola (cfr. Gv 2,5). Accogliendo Maria nella propria intimità (Gv 19,27), proprio a partire dal momento drammatico della croce, il DA deve avere beneficiato dell’inesplorabile economia sapienziale della madre di Dio anche in ordine alla Resurrezione del Figlio, facendosene privilegiato e singolare destinatario.
Come a Cana, infatti, Maria con la sua mediazione ha anticipato la manifestazione della gloria di Gesù e la fede di coloro che, da quel momento, “credettero in lui” (Gv 2,11), allo stesso modo, dal calvario al sepolcro, ha anticipato la manifestazione per eccellenza della gloria di suo Figlio, cioè la sua resurrezione, nel cuore e nell’intelligenza del DA, affinché con una maggiore penetrazione dell’evento questi veramente “credesse” (Gv 20,8). La fede del DA nella risurrezione di Gesù, quindi, risente a nostro avviso di una fondamentale mediazione materna di ordine mariano. In questa prospettiva, non ci pare neppure così strano che la prima testimone oculare del Risorto, secondo il quarto Vangelo, sia stata proprio Maria Maddalena, ossia un’altra beneficiaria privilegiata della vicinanza di Maria sotto la croce (19,25). La sua prolungata incomprensione dell’evento resurrezionale, infatti, a nostro avviso dipende da un grado di intimità della donna con Maria inquadrabile in questo contesto soltanto entro il fascinoso ordine dell’ammirazione discepolare piuttosto che non di quello materno-filiale, destinato unicamente, entro il quadro storico, al DA. Il lume donale della “convivenza” con la madre di Gesù è dunque, a nostro avviso, un fattore intrinseco ma fondamentale nella migrazione di conoscenza del DA, dal momento che facilita in lui quel superamento umano di resistenza alla dimensione soprannaturale dei segni operati da Gesù. Vi è poi un ordine di relazione più strettamente “orizzontale” che il DA intraprende con i propri condiscepoli. La natura di quell’atto di fede nella resurrezione di Gesù, attestato in Gv 20,8, è infatti suscettibile di determinati perfezionamenti teologici a ragione di una serie di rapporti stabiliti dal DA con i suoi compagni di discepolato. L’esperienza della reazione petrina alla perlustrazione del sepolcro, ad esempio, rappresenta un senso di non-superamento di determinate barriere intrapsichiche ancora vive nella coscienza di Pietro (prima fra tutte la memoria del diniego) e facilmente percettibili, in termini di acquisizione, dal DA. Quel misterioso “ritorno a casa” dei due Apostoli (Gv 21,10), senza il riferimento narrativo di alcun dialogo tra i due, porta con sé il mistero di una fede esplicitata solo per il DA (Gv 20,8) e per nulla riguardo Pietro.
Dal canto suo, la passionalità testimoniale della Maddalena, che narrativamente irrompe nel luogo dove erano riuniti i discepoli annunciando ex abrupto la visione del Signore (Gv 20,18), costituisce per il DA un altro elemento di progressione migratoria, dal momento che, dopo la primitiva e interiore acquisizione di fede, ora sperimenta come l’evento resurrezionale stia prendendo una pubblica nota testimoniale. Il DA può allora rendersi conto ocularmente di quanto “in un altro” rispetto a se stesso (cioè nella Maddalena) sia viva e con modalità più espansive la gioia straripante della risurrezione di Gesù e, d’inverso, di come debba essere ancora amplificato il riverbero testimoniale di questo annuncio nel cuore dei suoi condiscepoli, dei quali il narratore non specifica alcun atto di fede nelle parole della Maddalena (cfr. Gv 20,18). Vi è poi l’esperienza singolare che il DA fa dell’iperbolica comprensione di Gesù realizzata da Tommaso. La sua assenza dal gruppo apostolico (Gv 20,24) nel giorno della prima apparizione di Gesù, deve essere stata recepita dal DA con una profonda costernazione testimoniale. Proprio uno dei più intimi discepoli di Gesù, infatti, rifiuta di credere alla testimonianza apostolica. Si tratta di un frangente temporaneo pur tuttavia in grado di proiettare, nel cuore del DA, una futura problematica testimoniale con coloro ai quali destinerà il proprio annuncio. In un certo modo, la parola di beatitudine pronunciata da Gesù all’Apostolo incredulo (Gv 20,29) sembra istituire per il DA un promemoria inequivocabile rispetto al proprio mandato testimoniale, facendo proprie, ma applicandole alle generazioni che verranno, le parole di Gesù rispetto alla relazione fra visione e fede.
Allo stesso modo in cui, durante l’intensa e dolorosa situazionalità storica dell’arresto, processo, crocifissione e morte di Gesù, non pochi personaggi avevano interferito a proprio modo nella personale autocoscienza del DA, anche nella più breve ma non meno intensa scena narrativa dedicata all’evento resurrezionale il DA viene a relazionarsi con determinati personaggi (Maria Maddalena, Pietro, Tommaso e gli altri condiscepoli), i quali esercitano ognuno un diverso peso specifico in seno alla processione migratoria del nostro personaggio.
La narrazione del quarto Vangelo, che da un punto di vista induttivo procede ora verso le sue ultime battute, riserva ancora un’istanza relazionale per il DA, descritto nel contesto della pesca presso il lago di Tiberiade (Gv 21,23). Ci pare allora più logico anticipare, qui di seguito, una osservazione analitica di questa scena, che conclude il ciclo delle apparizioni del Risorto ai discepoli, preferendo così analizzare successivamente ed in parallelo il senso specifico delle cosiddette “due conclusioni” del quarto Vangelo (Gv 20,30-31; 21,24-25), le quali attestano l’ultimo stadio della migrazione discepolare del DA ed al contempo il primo di una nuova migrazione testimoniale: la scrittura del Vangelo […]” (Francesco Gastone Silletta)

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Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione

Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione

Copertina commerciale Amato perché amante

Novità editoriale: “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione. Una rilettura materno-filiale dell’essere amato” (Thesis ad Doctoratum in Theologia) – di Francesco Gastone Silletta – ISBN 9788894057119 – € 37,00

Con questo studio Francesco Gastone Silletta ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università della Santa Croce (Roma). L’interrogativo chiave dell’intera trattazione riguarda la possibilità di una comprensione cinetica, piuttosto che non statica e modellare, della conoscenza personale di Gesù intrinseca all’attualità testimoniale del Discepolo Amato, nonché
una caratterizzazione progressiva, fondata sul carattere storico della propria esistenza, della stessa corrispondenza amorosa con cui egli si relaziona a Gesù, superando dunque una connotazione piatta ed uniforme della propria tipologia personale: “[…] Il Discepolo Amato è un personaggio dalla natura aperta (Gv 1,38), non un involucro di stasi modellare. Questo dinamismo è però sostenuto dal continuo incedere del suo essere-in-relazione, la quale istanza realizza in lui un continuo ed intenso procedere dell’intimità amorosa che ne qualifica il tratto fondamentale. In ultima analisi, è lo stesso essere-amato ciò che migra in questo personaggio e che a livello intellettuale ne costituisce la guida luminosa (21,7)”.
L’orientamento analitico dell’autore interpella tanto l’ordine d’indagine fondato sulla ricerca storico-critica, quanto il prezioso contributo narratologico derivante dai più recenti studi sul quarto Vangelo e sul mondo dei personaggi ivi presentati. Ciò nonostante, nessuna delle due discipline, secondo il proprio statuto epistemologico, è in grado di per se stessa di delineare, inquadrandola perfettamente, la figura del Discepolo Amato secondo un ordine parametrico di comprensione. L’autore analizza a fondo, a tal riguardo, la necessità di approfondire la ricerca attraverso una comprensione psicologica e affettiva del personaggio, soprattutto alla luce di quel fondamentale legame di relazione che egli viene a tessere, per volontà del Crocifisso, con
Maria, la madre di Gesù e attraverso il contributo della quale, nella propria umanità dinamica, egli riceve un progressivo e sempre più approfondito ordine di compenetrazione del mistero del Maestro. In ultima analisi, l’intero dipanarsi della sua esistenza alla sequela di Gesù, può risultare estremamente più autentico se considerato da un punto di vista della sua relazione materno-filiale con Maria, a tal punto che lo stesso essere-amato diviene correlato, in termini preliminari, alla sua condizione di essere-figlio di Maria.

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Novena alla Madonna di Fatima (4-12 maggio)

Novena alla Madonna di Fatima (4-12 maggio)

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Primo giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

 7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Secondo giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

 PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Terzo giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

 PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Quarto giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Quinto giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Sesto giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

 PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Settimo giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Ottavo giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo Rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Nono giorno

Vergine Santissima, che a Fatima hai rivelato al mondo i tesori di grazie nascosti nella pratica del santo rosario, infondi nei nostri cuori un grande amore a questa santa devozione, affinché, meditan­do i misteri in esso contenuti, ne raccoglia­mo i frutti e otteniamo la grazia che con questa preghiera ti chiediamo, a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle nostre anime. Così sia.

7 Ave Maria

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.

PREGHIERA
Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, noi abbiamo bisogno di Te. Deside­riamo la luce che s’irradia dalla tua bontà, il conforto che ci proviene dal tuo Cuore Immacolato, la carità e la pace di cui Tu sei Regina. Ti affidiamo con fiducia le nostre neces­sità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi d’a­more e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino. Ricorda, Madre di bontà, che alle tue pre­ghiere Gesù nulla rifiuta. Concedi sollievo alle anime dei defunti, guarigione agli ammalati, purezza ai gio­vani, fede e concordia alle famiglie, pace all’umanità. Richiama gli erranti sul retto sentiero, donaci molte vocazioni e santi sacerdoti, proteggi il Papa, i Vescovi e la santa Chiesa di Dio. Maria, ascoltaci e abbi pietà di noi. Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Dopo que­sto esilio mostra a noi Gesù, frutto bene­detto del tuo grembo, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

 

 

San Pierluigi Chanel

San Pierluigi Chanel

Protomartire dell’Oceania e sacerdote marista (Memoria – 28 aprile)

Cartolina San Pierluigi Chanel

Proponiamo di pregare San Pierluigi Chanel, in questa novena, assieme al coro dei martiri cristiani, perché assista coloro che non tergiversano nel testimoniare la propria adesione al Vangelo sino all’eventualità di dover sacrificare la propria esistenza umana. L’attualità della persecuzione cristiana non sorprende affatto coloro che meditano ogni giorno le Scritture e ne percepiscono un particolare compimento testuale correlato a questo tempo storico. Ciò che invece stupisce, e ogni volta di più, è la capacità donale intrinseca ad alcune grandi e sconosciute persone sparse per il mondo, con una concentrazione particolare nei luoghi che hanno segnato, anche attraverso lo spargimento di sangue, la primitiva predicazione cristiana.
Si parla molto di “martirio”, in questi tempi recenti, non sempre con un calibrato concorso di ragionevolezza teologica, sapendo cioè evitare coloriture melense e pressapochismi emozionali. Un’esistenza donata, nel pieno quadro delle proprie capacità intenzionali, al servizio dell’economia della Croce, non può che produrre, inversamente all’auspicio dei carnefici, un ritorno di fruttuosità consono all’entità del sacrificio offerto, cioè la propria carne umana, ossia moltiplicare, in una maniera per certi aspetti mistica ed ineffabile, il numero di coloro che per un indomito spirito di imitazione di Cristo sono pronti a rinnegare il male sino all’esposizione cosciente e pubblica della propria esistenza umana. Il Cristianesimo non incita al martirio tout-court, come se fosse un inesplicato slogan ideologico, ma eleva a tal punto la coscienza di sé e dei propri fratelli da rendere “ultima”, nel senso di irrinunciabile, l’adesione perfetta al sacrificio d’amore che Cristo ha consumato per noi, una volta per sempre, sulla Croce. Per questo motivo, parlare o profetizzare una “fine” del Cristianesimo, su basi evidentemente ideologiche o fondamentalistiche, non ha alcuna radice teologica, tanto più alla luce di ciò che per alcuni, inversamente, ne attesterebbe il compimento contemporaneo, ossia, per l’appunto, il crescente numero di martiri cristiani. Il fatto che “Dio non giochi a dadi”, come diceva il grande scienziato, implica una imperscrutabile conoscenza divina della storia che oltrepassa infinitamente i miseri calcoli umani che vorrebbero, dilaniandone le membra, abbattere la stessa cristianità nel suo esistere storico e sociale. Non saranno certo i fuochi umani, pur tuttavia, a bruciare quanto in Cristo è stato indefettibilmente seminato e stabilito nella propria esistenza storica.
San Pierluigi Chanel, che di fronte ai tuoi carnefici non hai esitato ad offrire te stesso perché il sangue di Cristo, attraverso la tua personale adesione al suo Vangelo, venisse maggiormente testimoniato e glorificato, assisti coloro che come te intendono conformarsi a Cristo e sostienili nella loro lotta contro il rinnegamento della propria fede per il servizio della soddisfazione umana.

Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam

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Dal Rito degli esorcismi

Dal Rito degli esorcismi

POPE EXORCISM

PROEMIO:

“Nella storia della salvezza sono presenti creature angeliche, alcune delle quali servono il progetto divino e offrono un misterioso e potente aiuto alla Chiesa; altre, invece, decadute dalla loro originaria dignità e chiamate diaboliche, si oppongono alla volontà e all’azione salvifica di Dio, realizzata in Cristo, e cercano di associare l’uomo alla loro ribellione a Dio1.

Nelle Sacre Scritture il Diavolo e i demoni sono indicati con nomi diversi, dei quali alcuni indicano in certo modo la loro natura e il loro operato2. Il Diavolo, detto anche Satana, è chiamato serpente antico e drago. È lui che seduce il mondo intero e combatte contro coloro che osservano i comandamenti di Dio e possiedono la testimonianza di Gesù (Ap 12, 9. 17). È detto nemico degli uomini (1 Pt 5, 8) e omicida fin dal principio (cf Gv 8, 44) per aver reso l’uomo, con il peccato, soggetto alla morte. Per il fatto che con le sue insidie induce l’uomo a disobbedire a Dio, è detto Maligno e Tentatore (cf Mt 4, 3 e 26, 36-44), menzognero e padre della menzogna (cf Gv 8, 44), colui che agisce con astuzia e falsità, come attestano la seduzione dei progenitori (cf Gen 3, 4. 13), il tentativo di distogliere Gesù dalla missione ricevuta dal Padre (cf Mt 4, 1-11; Mc 1, 13; Lc 4, 1-13) e il suo mascherarsi da angelo di luce (cf 2 Cor 11, 14). È detto anche principe di questo mondo (cf Gv 12, 31; 14, 30), cioè signore di quel mondo che è in potere del Maligno (cf 1 Gv 5, 19) e non ha conosciuto la luce vera (cf Gv 1, 9-10). Il suo potere è indicato come potere delle tenebre (cf Lc 22, 53; Col 1, 13) per l’odio che egli porta alla Luce, che è Cristo, e per lo sforzo di attrarre gli uomini alle proprie tenebre. Ma il Diavolo e i demoni, coalizzatisi insieme per opporsi alla sovranità di Dio (cf Gd 6), hanno ricevuto una condanna (cf 2 Pt 2, 4) e costituiscono l’esercito degli spiriti del Male (cf Ef 6, 12). Benché creati come esseri spirituali, essi hanno peccato e sono anche definiti angeli di Satana (cf Mt 25, 41; 2 Cor 12, 7; Ap 12, 7. 9). Ciò può insinuare che dal loro maligno signore sia stata ad essi affidata una qualche particolare missione3.

L’intero operato di questi spiriti immondi, malvagi, seduttori (cf Mt l0, 1; Mc 5, 8; Lc 6, 18. 11, 26; At 8, 7; 1 Tm 4, 1; Ap 18, 2) è stato distrutto dalla vittoria del Figlio di Dio (cf 1 Gv 3, 8). Anche se «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre che durerà fino all’ultimo giorno»4, Cristo, grazie al suo mistero pasquale di morte e risurrezione, «ci ha strappati dalla schiavitù di Satana e del peccato»5 annientando il loro dominio e liberando tutte le cose dal contagio del male. E siccome l’azione devastante e ostile del Diavolo e dei demoni coinvolge persone, cose, luoghi, manifestandosi in modi diversi, la Chiesa, sempre cosciente che «i giorni sono cattivi» (Ef 5, 16), ha pregato e prega perché gli uomini siano liberati dalle insidie del Maligno”.

1 Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 332,391,414, 2851.
2 lbidem, nn. 391-395, 397.
3 lbidem, n. 394.
4 CONC. VATICANO II, Cost. pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, n. 37.
5 Ibidem, n. 22.

 
 

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Presentazione libro “Guarire con Maria”

Presentazione libro “Guarire con Maria”

Incontro Libreria

Lunedì 13 aprile 2015, ore 18.00,
presso la LIBRERIA BELGRAVIA di Torino:
Presentazione del libro:
“Guarire con Maria” – di Francesco Gastone Silletta
Via Vicoforte, 14/D – Torino –
Durante l’incontro verrà presentata anche l’attività di ricerca, solidarietà e preghiera delle “Edizioni La Casa di Miriam”.

La partecipazione è libera.

 

 

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Sulla libera scelta verginale di San Giuseppe

– Sulla libera scelta verginale di San Giuseppe –

San Giuseppe

“La smettano alcuni sacerdoti ad insegnare, su basi apocrife e senza un lume razionale, che la figura di san Giuseppe poteva avere esperito un precedente matrimonio, terminato con la morte della sposa, al momento in cui egli divenne lo sposo di Maria. Persino durante alcune Sante Messe, nella ricorrenza del Santo (19 marzo), siamo talvolta costretti a subire un simile e vile attacco omiletico alla coerente, santa, illuminata e del tutto razionale scelta verginale compiuta dallo sposo della Santa Vergine, per meglio corrispondere, nel pieno delle proprie facoltà, al divino progetto che lo vedeva deposto ad un così elevato fine e rispetto al quale, per un dono di grazia, sin dall’età infantile ha ricevuto una particolare precognizione interiore.
Sembra che alcuni sacerdoti, pur di compiacere a determinate “masse” di fedeli che amano pensare a Giuseppe come ad un uomo “virile”, secondo la più mediocre accezione del termine, debbano per forza svilirne il ruolo e la figura verginale, pur di favorire una determinata e falsa coscienza popolana, incapace di concepire alcunché di affascinante nella persona al di fuori di un ordine sensuale di significato.
Non siano i sacerdoti a farsi guidare dai gusti dei “fedeli”, ma viceversa siano essi a guidarli verso la conoscenza della verità, in alcuni casi così difficile e sofferta da richiedere la totale messa in gioco della propria “stima” pubblica”.

Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam
www.lacasadimiriam.altervista.org

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Il concetto di migrazione

Il concetto di migrazione

Giovanni Evangelista

“Amato perché amante – Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione. Una rilettura materno-filiale dell’essere-amato” – (Thesis ad Doctoratum in Theologia) – ISBN 978-88-940571-1-9 di Francesco Gastone Silletta – Prossimamente in libreria – © Copyright Ed. La Casa di Miriam – € 27,00

Dall’introduzione:
1. La migrazione come processo cinetico di autorealizzazione
Di per se stessa la nozione di “discepolo” (μαθητὴς) nel Quarto Vangelo (di seguito, QV) è attributiva di un ordine cinetico rispetto all’esistenza di un dato soggetto, chiamato da Gesù ad intraprendere l’arduo sentiero della sua sequela quale principio motivazionale verso la propria autorealizzazione. Essere un discepolo di Gesù, per questa ragione, costituisce già nel proprio dispiegamento formale l’attestazione di un dinamismo esistenziale la cui progressione è variabile a seconda del contributo di volontà, propria del soggetto, in ordine a questo stesso dinamismo. Ogni discepolo, indipendentemente dalla propria caratterizzazione personale, è un personaggio di per se stesso “in movimento”, cioè esistenzialmente orientato ad un progressivo cambiamento, nella prospettiva di un raggiungimento terminale (stasi esistenziale) che noi, alla luce della fede in Cristo, definiamo appunto come “autorealizzazione”.
L’idea che possa esistere un qualunque discepolo di Gesù dai tratti “statici”, cioè antitetici rispetto ad un orizzonte cinetico, ci pare allora di per se stessa fallace. Lo stesso Giuda Iscariota, anch’egli “discepolo di Gesù” (Gv 12,4), pur anteponendo delle ragioni sue personali di natura “diabolica” (cfr. 6,70) al flusso dinamico che la sequela di Gesù viene a disporre nella sua coscienza apostolica, non costituisce affatto un personaggio “statico”, secondo l’epistemologia del termine. Egli, infatti, pur rifiutando la proposta salvifica, dal carattere cinetico, intrinseca all’adeguazione alla sequela del Maestro, proprio nell’attuazione di un piano deliberatamente regressivo rispetto all’ordine naturale dell’adempimento discepolare, viene ad approcciarsi allo statuto della sequela di Gesù in una prospettiva comunque dinamica, seppure di segno opposto, alterando quindi la propria condizione esistenziale “statica” prediscepolare.
In senso proprio, quindi, nessun discepolo di Gesù, se considerato in quanto tale e dunque prescindendo dalla sua fedeltà alla propria aspirazione alla sequela del Maestro o, di contro, da un’interferenza refrattaria o negligente rispetto a questa disposizione, può mai essere definito come un personaggio esistenzialmente “statico”, a motivo della forza cinetica intrinseca alla natura stessa dell’attualità discepolare.
Ora, all’economia propria di ogni discepolo, il Discepolo Amato (di seguito, DA) può con una singolarissima intensità di misura aggiungere la condizione dell’essere-amato. L’amore, di per se stesso, edifica la persona e la “muove” verso nuove disposizioni esistenziali. L’amore esperito dal DA, pur tuttavia, da un punto di vista del soggetto amante è un amore per essenza, è l’amore del Figlio di Dio fatto uomo (1,14), lo stesso amore che diviene misura di ogni altro amore umano (13,34). Se lungo il QV questo discepolo a più riprese viene evocato con questo particolare epiteto dell’essere-amato da Gesù (ὁ μαθητὴς ἐκεῖνος ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς), questa stessa qualificazione va colta non soltanto quale dato oggettivo “stabile” nel personaggio, pena il rischio di intrappolare questo stesso discepolo entro una “staticità” narrativa che ne eluda la caratteristica dinamica, cioè l’essere costantemente proteso verso una nuova e sempre più pregnante qualificazione amorosa. In questa prospettiva, rifiutiamo una comprensione soltanto “modellare”, di matrice simbolica, di questo personaggio, quasi come se egli risultasse per il lettore un personaggio statico nel proprio essere “l’amato da Gesù”, un esempio di discepolo perfetto offerto dal QV al credente di ogni tempo. Rifiutiamo, cioè, una comprensione antistorica di questo personaggio, disinteressata al condizionamento che ogni esistenza umana, in quanto dispiegata dentro una precisa storia ed un determinato ambiente, riceve nel proprio flusso di realizzazione, alterando determinate economie proprie della singolarità di un determinato soggetto. Questo discepolo, a nostro avviso, esperisce una costante progressione esistenziale, dal momento che l’essere-amato costituisce per lui non un tratto indipendente dalla propria storicità umana, dunque dal concorso affettivo e volitivo del suo proprio personaggio, bensì, più profondamente, una destinazione ultima della propria esistenza alla sequela di Gesù, cioè quello stesso obiettivo che qui sopra abbiamo definito come “autorealizzazione”:
“Le persone che sono capaci di auto-realizzarsi, quelle che sono giunte ad un alto livello di maturità, di salute, di compimento di sé, hanno da insegnarci tanto che talvolta sembrano quasi una razza diversa di esseri umani. Ma poiché, appunto, è così nuova, l’esplorazione dei risultati supremi della natura umana e delle sue possibilità ed aspirazioni ultime costituisce un compito difficile e tortuoso” .
Definiamo quindi il DA come un soggetto autorealizzato in Cristo e questa sua autorealizzazione come il punto vetta (peak experience) di un preciso ed arduo movimento esistenziale cui diamo il nome di “migrazione del personaggio”. Da un punto di vista dell’autorealizzazione, essa costituisce certamente il momento culminante della tensione dinamica del DA verso la comprensione del mistero di Gesù e, in ultima analisi, il compimento stesso del suo proprio e singolare essere-amato. Per intendere la natura propria dell’effetto di questo raggiungimento terminale nel personaggio, possiamo ancora usufruire di una proposta di matrice psichiatrica:
“Nelle peak experiences la persona si sente più integrata (unificata, integra, tutta indivisa) che in altri momenti. Inoltre sembra (all’osservatore) più integrata in modi molteplici, ad esempio meno dissociata o frantumata, meno in lotta con se stessa, più in pace, invece, con se stessa, meno divisa tra un sé che sperimenta ed un sé che osserva, più unitaria, più armoniosamente e più efficacemente organizzata, con un funzionamento estremamente armonico di tutte le sue parti l’una rispetto all’altra, più sinergica, con minori frizioni interne, e così via” .
Più che non di un momento situazionale, pur tuttavia, la condizione autorealizzata del DA costituisce, al termine del proprio dinamismo alla sequela di Gesù, una meta raggiunta, cioè una condizione definitiva, dunque non soltanto una “peak experience” circostanziale e transeunte. Quella staticità esistenziale del DA, individuata da alcuni autori quale istanza sua propria nell’intero racconto evangelico, va allora a nostro avviso, come precedentemente premesso, considerata piuttosto come il corollario di un dinamismo migratorio precedentemente avvenuto e terminato solo dopo l’esperienza pasquale, con il riconoscimento del Risorto (cfr. 21,7). L’espressione “autorealizzazione”, inoltre, non va confusa con il senso “psichiatrico” intrinseco alla fonte da noi citata sopra, cioè secondo un principio di autonomia in seno alla propria oggettivazione realizzatrice. È Cristo, infatti, nella sua propria e singolarissima deposizione amorosa sul DA, la sorgente della di lui “autonoma” realizzazione umana. L’autonomia è in ordine all’assoluta libertà di accettazione del dono amoroso, la cui propulsione nel DA ha suscitato una profonda integrazione del suo valore donale entro la dimensione più profonda della propria esistenza. Il processo da cui allora scaturisce questa autorealizzazione e che noi definiamo come “migrazione”, pone la propria radice nel DA, nella coscienza primordiale del suo essere-amato, la quale istanza diviene per lo stesso soggetto, come detto, il riferimento ultimo del proprio dinamismo esistenziale.
Il DA risulta allora un personaggio in migrazione perché costantemente re-attivo al primordiale invito amoroso di Gesù alla propria sequela (1,39), capace di deporre la propria esistenza al servizio di un flusso dinamico di approfondimento “nell’amore” del mistero insondabile del Dio fatto uomo con il quale è storicamente chiamato ad entrare in una profonda intimità affettiva.
Si tratta tuttavia solo di una latitudine del concetto di migrazione da noi proposto. Vi è infatti un basilare riferimento previo caratterizzato dall’azione divina quale sorgente di ogni attività dinamica . Il DA è allora un essere-chiamato, nella storia, ad una singolare risposta amorosa, il cui statuto deve perfezionarsi, nel dinamismo stesso della temporalità storica, alla primitiva “vocazione” attraverso la quale il Dio fatto uomo, Gesù, il suo Maestro, lo invita a rinunciare ad una originaria economia esistenziale in favore di una più profonda cinetica di conoscenza del proprio mistero. La migrazione del DA è allora il costante approfondimento, nella propria esistenza storica, del mistero di Gesù che lo chiama, secondo un parametro tipico della vocazione migratoria, ad un abbandono di ogni radicalità precedente, sia essa di ordine geografico (come ora vediamo), sia essa di ordine religioso. Il personaggio in migrazione è colui che pertanto depone la propria stabilità di coscienza al servizio di una progressione guidata dall’amore divino, che lo convoca ad una partecipazione del proprio tesoro di sapienza e di conoscenza (cfr. Col 2,3) affinché, nella reciprocità di un patto amoroso e con il concorso della propria disponibilità alla sequela, egli possa divenire un soggetto autorealizzato.
Francesco Gastone Silletta –

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Preghiera dell’Angelo ai pastorelli di Fatima

– “Preghiera dell’Angelo ai pastorelli di Fatima” –

Fatima Basilica

“Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, vi adoro profondamente, e vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli stesso è offeso. Per i meriti infiniti del suo Santissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi chiedo la conversione dei poveri peccatori”.

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La psicologia dell’ateismo di Paul Vitz

 – La psicologia dell’ateismo di Paul Vitz – 

Paul Vitz
Contrariamente a quanto affermava il pedagogista W. Kilpatrick, secondo il quale, parlando seriamente, fra Cristianesimo e psicologia sussiste un’insanabile contraddizione epistemologica, per cui posti a diretto confronto, l’uno elimina l’altra, il confronto fra lo statuto cristiano e l’analisi psicologica non necessariamente è destinato ad una così drammatica relazione di opposizione.
A ben guardare la natura storica e biblica del Cristianesimo, infatti, emerge quanto esso contempli nel suo stesso fondamento un orientamento “psicologico”, intendendo qui la “psiche” secondo la sua originaria e mai superata connotazione linguistica greca. La prospettiva di una credenza cristiana quale derivato di una sovrastruttura della mente può a ben donde ritenersi superficiale, soprattutto osservando alcuni aspetti di coloro che, fra i “grandi” psicologi degli ultimi due secoli, ne hanno sostenuto, inversamente, l’esistenza.
In questa prospettiva, ci pare molto interessante il lavoro bibliografico di uno psicologo americano forse ancora troppo poco conosciuto in Italia (alcuni suoi libri non sono ad esempio stati tradotti in italiano), e pur tuttavia assai rispettato a livello mondiale in ordine al suo pensiero psicologico e alla struttura della sua argomentazione. Si tratta dello psicologo Paul Vitz, il famoso autore, fra le molte opere, del libro intitolato “Faith of the Fatherless, the Psychology of Atheism”.
Associando dialetticamente ateismo e paternità, l’autore intravede un’eziologia nuova, per certi aspetti inversa a quella del sentire comune, del fenomeno ateistico. Egli, infatti, con un certo coraggio investigativo, capovolge l’orientamento secondo il quale una irrazionalità di fondo contraddistingue sempre la prospettiva cristiana, correlata ad istanze immature e a mutevoli situazioni carenziali in seno al soggetto credente, a bisogni intrinseci soddisfatti nella proiezione paternalistica verso un Dio Padre. L’appagamento cristiano, secondo questa strutturazione comune, non è altro che la risultante di un riflettere la propria insoddisfazione esistenziale entro un “compensatore” divino in grado di colmare il vuoto interiormente vigente, deponendo dunque presso qualcun altro, percepito come un “Dio” in questa operazione di transizione, l’ordine compensativo della propria carenza. Si capisce come, secondo questa prospettiva, il Cristianesimo di fatto razionalmente non sussista, o meglio, “sussista” solo in termini di delegazione proiettiva.
Proprio contrapponendosi a questo modo di intendere il Cristianesimo, lo psicologo Vitz capovolge la prospettiva ivi tracciata legittimando la prospettiva cristiana proprio rispedendo indietro l’accusa profonda di “religione della proiezione”. Dopo un percorso di conversione vissuto in prima persona, Vitz tende ad armonizzare i rapporti fra psicologia e teologia cristiana, evidenziando l’esistenza di un reciproco ordine di nutrimento epistemologico. La psicologia, infatti, nella sua tensione analitica rispetto alla libertà dell’uomo, è destinata per lui a favorire, anziché ostacolare, la comprensione di Dio in quanto Padre, ricevendo a sua volta dalla teologia un’illuminazione fondamentale in ordine alla vera natura del soggetto umano.
Valorizzazione delle virtù ed etica del perdono sono due elementi “innovativi” rispetto ad una eziologia classica centrata sul “passato” che, secondo il nostro autore, permettono al soggetto uno slancio “trasfigurante” il proprio ordine esistenziale.
In ordine alla questione della proiezione interiore rispetto ad una paternità divina, ritenuta ateisticamente quale mera illusione sostitutiva, Vitz capovolge questa latitudine del pensiero, dimostrando come siano stati propri alcuni grandi pensatori atei, soprattutto della storia recente, a nascondere “dietro” il loro ateismo una profonda urgenza carenziale rispetto alla propria esperienza di paternità umana. Il principio di alienazione e avversione a Dio, dunque, riguarda in molti casi proprio coloro che sono stati segnati da una deludente o drammatica relazione con il padre, la quale è divenuta per essi fonte di opposizione reattiva in ordine alla realtà della paternità divina.
Osservando le esistenze personali dei maggiori contestatori della fondatezza razionale del Cristianesimo, i quali fondano la propria critica proprio insistendo sull’idea di paternità ad esso intrinseca, Vitz sviscera come tali posizioni siano condizionate, a livello personale, proprio da ciò che si viene più estrinsecamente a contestare, cioè per l’appunto la relazione di paternità, la quale nelle loro esistenze private risulta fortemente condizionata, ad esempio, dalla morte del padre in età infantile, oppure da una cattiva o avvilente relazione con lui nel tempo adolescenziale.
L’assenza del padre, quindi, più che un condizionamento tipico di coloro che affermano la propria fede in Dio Padre, pare inversamente, secondo il nostro autore, un fardello intrinseco ed inconscio di quanti, con particolare impeto, ne combattono i principi e la stessa fondatezza razionale.
Tra i vari esempi che egli elabora nell’opera “Faith of the Fatherless”, è emblematico quello di Nietzsche, il cui padre morì quando lui aveva soltanto 5 anni:
“Nel suo rifiuto di Dio e del Cristianesimo” – scrive l’autore – “non è difficile rinvenire un rifiuto inconscio per la malattia di suo padre”. Un altro esempio riguarda l’esistenza del filosofo ateo J.P. Sartre, anch’egli rimasto senza padre in età infantile:
“Sartre” – scrive ancora il Vitz – “è rimasto tutta la vita ossessionato dal tema della paternità, fino ad elaborare un pensiero filosofico in cui l’assenza del padre e di Dio costituisca il punto di partenza per una vera e realizzante esistenza”.
La possibilità di assolutizzare il pur pregevole lavoro investigativo di Paul Vitz rispetto all’esistenza privata dei grandi oppositori della paternità divina, forse non è del tutto concreta da un punto di vista pratico. Tuttavia ci sembra di poter elogiare l’attenzione biografica che questo psicologo mette in atto rispetto alle affermazioni di grandi psicologi e contestatori di Dio che, con le loro pubbliche teorie, hanno sconvolto e talvolta abolito lo slancio di fede di molti loro seguaci o semplici lettori. Procedere oltre l’apparenza testuale, osservando quel vissuto personale che questi stessi psicologi hanno analizzato negli altri, può rivelare in essi delle sorprese non immediatamente contestualizzabili a partire dalla semplice e spesso intrigante etichettatura pubblica con cui determinate loro teorie vengono presentate, condizionando ed infatuando in questo processo molte esistenze umane.

Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam
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Guarire con Maria – Il nuovo libro di Francesco Gastone Silletta

In uscita il nuovo libro di Francesco Gastone Silletta:

Presentazione Copertina
“GUARIRE CON MARIA – ITINERARIO DI PREGHIERA PER UNA GUARIGIONE INTERIORE –

Dall’11 febbraio in libreria – 
ISBN 978-88-940571-0-2
© Copyright Edizioni La Casa di Miriam – 1ª edizione – € 15,00
Dalla quarta di copertina:

“[…] Dal punto di vista strutturale, l’attività mimetica del demonio insinua in taluni casi un misterioso e manifesto stato di torpore o di confusione in seno alla coscienza di sé, dei propri stati vissuti e della propria attività. Avvertiamo come un’ansia intrinseca al nostro stesso agire, al nostro pensare, quasi come se distinte voci dialogassero dentro noi stessi alimentando il caos e la perdita dell’autodominio. Ci sentiamo trasportati da suggestioni o da intimidazioni interiori, accusati di avere agito male laddove siamo convinti di non averlo fatto, oppure come se noi stessimo prendendo un itinerario o un orientamento di vita o di scelta errati proprio di fronte ad una corretta presa di posizione. Quel dialogo da evitare sempre con il demonio, in certi casi, può sembrare addirittura impossibile, proprio perché la forza mimetica del suo interloquire è talmente elevata da convincerci che quelle strane voci che avvertiamo dentro di noi siano solo le diverse parti di una medesima realtà, quella della nostra coscienza in dialogo con se stessa, e che il demonio non c’entri affatto […]”.
La guarigione dalle invadenze diaboliche riguarda una più ampia guarigione della struttura stessa del nostro essere cristiani. Con Maria, la Madre di Gesù, è possibile stabilire un nuovo orizzonte di liberazione nella nostra interiorità.

Francesco Gastone Silletta ha conseguito il dottorato in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce con la tesi intitolata: “Il discepolo amato come personaggio in migrazione. Una rilettura materno-filiale dell’essere amato”. Nel 2012 ha fondato il gruppo ‘La Casa di Miriam’, finalizzato alla preghiera ed allo studio comunitario, cui dal 2014 ha associato l’attività editoriale delle ‘Edizioni La Casa di Miriam’.

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Non è la morte che fa il martire, ma il fine

 – Non è la morte che fa il martire, ma il fine –
Dal Discorso 328 di Sant’Agostino

Giustizia Divina

4. 4. Anche tutti gli eretici incontrano il patire, ma per la menzogna, non per la verità: perché mentono contro Cristo stesso. Qualunque sia il loro patire, tutti i pagani, gli empi soffrono per la menzogna. Perciò, nessuno monti in superbia e si vanti del suo patire, ma dia prova, prima, della veracità del suo dire. Tu fai conoscere la pena, io te ne chiedo la causa. Tu affermi: “Ho subito una pena”; ed io te ne chiedo la ragione. Infatti, se stiamo a guardare alle sofferenze, c’è una corona anche per i ladri. C’è uno che osi dire: “Ho subìto tanti e tanti mali”? Per quale motivo? Gli si dice infatti: “A causa dei tuoi delitti; hai avuto una penosa condanna appunto perché all’origine c’è stata, da parte tua, una causa cattiva. Se è lecito gloriarsi della tribolazione, può menarne vanto il diavolo stesso. Osservate quante cose subisce: dovunque gli vengono diroccati i templi, dovunque gli idoli sono ridotti in frantumi, gli si mettono a morte sacerdoti e ossessi. Non può certo dire: “Anch’io, che ho tante sofferenze, sono martire!”. L’uomo di Dio, perciò, faccia anzitutto la scelta della causa, vada quindi sicuro alla pena. Evidentemente, se va alla pena in conseguenza di una causa giusta, dopo la pena riceverà pure la corona.

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Messaggi del 2015

Messaggi del 2015

Virgin Mary and the time

Messaggio del 2 gennaio 2015

“Cari figli, sono qui in mezzo a voi come Madre che vuole aiutarvi a conoscere la verità. Mentre vivevo la vostra vita sulla terra, io avevo la conoscenza della verità e con ciò un pezzetto di Paradiso sulla terra. Perciò per voi, miei figli, desidero la stessa cosa. Il Padre Celeste desidera cuori puri, colmi di conoscenza della verità. Desidera che amiate tutti coloro che incontrate, perché anch’io amo mio Figlio in tutti voi. Questo è l’inizio della conoscenza della verità. Vi vengono offerte molte false verità. Le supererete con un cuore purificato dal digiuno, dalla preghiera, dalla penitenza e dal Vangelo. Questa è l’unica verità ed è quella che mio Figlio vi ha lasciato. Non dovete esaminarla molto: vi è chiesto di amare e di dare, come ho fatto anch’io. Figli miei, se amate, il vostro cuore sarà una dimora per mio Figlio e per me, e le parole di mio Figlio saranno la guida della vostra vita. Figli miei, mi servirò di voi, apostoli dell’amore, per aiutare tutti i miei figli a conoscere la verità. Figli miei, io ho sempre pregato per la Chiesa di mio Figlio, perciò prego anche voi di fare lo stesso. Pregate affinché i vostri pastori risplendano dell’amore di mio Figlio. Vi ringrazio!” La Madonna ha benedetto tutti i presenti e tutti gli oggetti portati perché venissero benedetti.

– Messaggio del 25 gennaio 2015 –

“Cari figli! Anche oggi vi invito: vivete nella preghiera la vostra vocazione. Adesso, come mai prima, Satana desidera soffocare con il suo vento contagioso dell’odio e dell’inquietudine l’uomo e la sua anima. In tanti cuori non c’è gioia perché non c’è Dio né la preghiera. L’odio e la guerra crescono di giorno in giorno. Vi invito, figlioli, iniziate di nuovo con entusiasmo il cammino della santità e dell’amore, perché io sono venuta in mezzo a voi per questo. Siamo insieme amore e perdono per tutti coloro che sanno e vogliono amare soltanto con l’amore umano e non con quell’immenso amore di Dio al quale Dio vi invita. Figlioli, la speranza in un domani migliore sia sempre nel vostro cuore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Messaggio del 2 febbraio 2015

“Cari figli, eccomi sono qui in mezzo a voi. Vi guardo, vi sorrido e vi amo come solo una madre può fare. Attraverso lo Spirito Santo che viene per mezzo della mia purezza, vedo i vostri cuori e li offro a mio Figlio. Già da tanto tempo vi chiedo di essere miei apostoli, di pregare per coloro che non hanno conosciuto l’amore di Dio. Chiedo la preghiera fatta con l’amore, la preghiera che fa opere e sacrifici. Non perdete tempo a capire se siete degni di essere miei apostoli, il Padre Celeste giudicherà tutti, ma voi amatelo ed ascoltatelo. So che tutte queste cose vi confondono, anche la mia venuta in mezzo a voi, ma accettatela con gioia e pregate per comprendere che siete degni di operare per il cielo. Il mio amore è su di voi. Pregate affinché il mio amore vinca in ogni cuore, perché questo amore che perdona si dona e non cessa mai. Vi ringrazio!”

Messaggio del 20 febbraio 2015

“Cari figli, oggi vi invito a pregare per la pace. La pace è messa a rischio. Pregate di più, pregate col cuore! La Madre prega con voi ed intercede presso suo Figlio per tutti voi. Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia chiamata”

Messaggio del 23 febbraio 2015

“Cari figli, figlioli miei, anche oggi desidero invitarvi, in questo tempo di grazia che viene: pregate di più nelle vostre famiglie, rinnovate la preghiera nelle vostre famiglie. In particolare pregate, cari figli, con i vostri figli. Pregate, cari figli, per le mie intenzioni, per i miei piani che desidero realizzare con la mia venuta qui. Pregate in particolare per i miei piani di pace. La Madre prega insieme a voi e vi è sempre vicina. Perciò decidetevi, decidetevi a pregare di più. Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia chiamata”

Messaggio del 25 febbraio 2015

“Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito tutti: pregate di più e parlate di meno. Nella preghiera cercate la volontà di Dio e vivetela secondo i comandamenti ai quali Dio vi invita. Io sono con voi e prego con voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”

Messaggio del 2 marzo 2015

“Cari figli, voi siete la mia forza. Voi, apostoli miei, che, con il vostro amore, l’umiltà ed il silenzio della preghiera, fate in modo che mio Figlio venga conosciuto. Voi vivete in me. Voi portate me nel vostro cuore. Voi sapete di avere una Madre che vi ama e che è venuta a portare amore. Vi guardo nel Padre Celeste, guardo i vostri pensieri, i vostri dolori, le vostre sofferenze e le porto a mio Figlio. Non abbiate paura! Non perdete la speranza, perché mio Figlio ascolta sua Madre. Egli ama fin da quando è nato, ed io desidero che tutti i miei figli conoscano questo amore; che ritornino a lui coloro che, a causa del loro dolore e di incomprensioni, l’hanno abbandonato e che lo conoscano tutti coloro che non l’hanno mai conosciuto. Per questo voi siete qui, apostoli miei, ed anch’io con voi come Madre. Pregate per avere la saldezza della fede, perché amore e misericordia vengono da una fede salda. Per mezzo dell’amore e della misericordia aiuterete tutti coloro che non sono coscienti di scegliere le tenebre al posto della luce. Pregate per i vostri pastori, perché essi sono la forza della Chiesa che mio Figlio vi ha lasciato. Per mezzo di mio Figlio essi sono i pastori delle anime. Vi ringrazio!”.

Messaggio dell’11 marzo 2015 (Vicka)

“Cari figli! Ancora una volta vi invito a pregare di più e a parlare di meno, specialmente durante questa quaresima. Pregate affinché si realizzi un mio piano che è ancora lontano dal realizzarsi. Vi chiedo, in particolare, di pregare per le famiglie e per i giovani che si trovano in una situazione molto difficile: voi potete aiutarli solo con la vostra preghiera e il vostro amore. Vi benedico”

Messaggio del 18 marzo 2015 

“Cari figli, vi prego con tutto il mio cuore, vi prego purificate i vostri cuori dal peccato e rivolgeteli in alto verso Dio e verso la vita eterna. Vi prego vegliate e siate aperti alla verità. Non permettete che tutte le cose di questa terra vi allontanino dalla conoscenza della vera soddisfazione che si trova nell’unione con il mio Figlio. Io vi guido sul cammino della vera sapienza perché soltanto con la vera sapienza potete conoscere la vera pace ed il vero bene. Non perdete il tempo chiedendo i segni al Padre Celeste perché il segno più grande ve l’ha già dato, ed è il mio Figlio. Perciò, figli miei, pregate affinché lo Spirito Santo possa introdurvi nella verità, aiutarvi a conoscerla e perché attraverso questa conoscenza della verità, possiate essere una cosa sola con il Padre Celeste e con il mio Figlio. Questa è la conoscenza che dona la felicità sulla terra ed apre la porta della vita eterna e dell’amore immenso. Vi ringrazio!”

Messaggio del 25 marzo 2015

“Cari figli, anche oggi l’Altissimo mi ha permesso di essere con voi e di guidarvi sul cammino della conversione. Molti cuori si sono chiusi alla grazia e non vogliono dare ascolto alla mia chiamata. Voi figlioli, pregate e lottate contro le tentazioni e contro tutti i piani malvagi che Satana vi offre tramite il modernismo. Siate forti nella preghiera e con la croce tra le mani pregate perché il male non vi usi e non vinca in voi. Io sono con voi e prego per voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata!”

Messaggio del 2 aprile 2015

“Cari figli, ho scelto voi, apostoli miei, perché tutti portate dentro di voi qualcosa di bello. Voi potete aiutarmi affinché l’amore per cui mio Figlio è morto, ma poi anche risorto, vinca nuovamente. Perciò vi invito, apostoli miei, a cercare di vedere in ogni creatura di Dio, in tutti i miei figli, qualcosa di buono e a cercare di comprenderli. Figli miei, tutti voi siete fratelli e sorelle per mezzo del medesimo Spirito Santo. Voi, ricolmi d’amore verso mio Figlio, potete raccontare a tutti coloro che non hanno conosciuto questo amore ciò che voi conoscete. Voi avete conosciuto l’amore di mio Figlio, avete compreso la sua risurrezione, voi volgete con gioia gli occhi verso di lui. Il mio desiderio materno è che tutti i miei figli siano uniti nell’amore verso Gesù. Perciò vi invito, apostoli miei, a vivere con gioia l’Eucaristia perché, nell’Eucaristia, mio Figlio si dona a voi sempre di nuovo e, col suo esempio, vi mostra l’amore e il sacrificio verso il prossimo. Vi ringrazio!”.

Messaggio del 25 aprile 2015

“Cari figli! Sono con voi anche oggi per guidarvi alla salvezza. La vostra anima è inquieta perché lo spirito è debole e stanco da tutte le cose terrene. Voi, figlioli, pregate lo Spirito Santo perché vi trasformi e vi riempia con la sua forza di fede e di speranza, perché possiate essere fermi in questa lotta contro il male. Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!”.

 Messaggio del 2 maggio 2015

“Cari figli, aprite i vostri cuori e provate a sentire quanto vi amo e quanto desidero che amiate mio Figlio. Desidero che lo conosciate di più, perché è impossibile conoscerlo e non amarlo, perché lui è l’amore. Figli miei, io vi conosco: conosco i vostri dolori e le vostre sofferenze, perché le ho vissute. Gioisco con voi nelle vostre gioie. Piango con voi nei vostri dolori. Non vi abbandonerò mai. Vi parlerò sempre con mitezza materna e, come madre, ho bisogno dei vostri cuori aperti, affinché con la sapienza e la semplicità diffondiate l’amore di mio Figlio. Ho bisogno di voi, aperti e sensibili verso il bene e la misericordia. Ho bisogno della vostra unione con mio Figlio, perché desidero che siate felici e lo aiutiate a portare la felicità a tutti i miei figli. Apostoli miei, ho bisogno di voi, affinché mostriate a tutti la verità divina, affinché il mio cuore, che ha sofferto e soffre anche oggi immensamente, possa nell’amore trionfare. Pregate per la santità dei vostri pastori, affinché nel nome di mio Figlio, possano operare miracoli, perché la santità opera miracoli. Vi ringrazio!”.

Messaggio del 29 maggio 2015

“Cari figli, anche oggi desidero invitarvi a pregare per i miei pastori nella Chiesa. Pregate, cari figli, affinché accolgano me, accolgano i miei messaggi e vivano i miei messaggi. Perché siano portatori dei miei messaggi in questo mondo stanco. Cari figli, essi, fortificati dallo Spirito Santo e dalla fede, siano portatori del Santo Vangelo ed evangelizzatori nelle famiglie! Pregate, cari figli, per i miei pastori e siate perseveranti nella preghiera. Grazie per aver risposto anche oggi alla mia chiamata!”.

Messaggio del 2 giugno 2015

“Cari figli, desidero operare per mezzo di voi, miei figli, miei apostoli, affinché alla fine possa radunare tutti i miei figli là dove tutto è preparato per la vostra felicità. Prego per voi, affinché con le opere possiate convertire, perché è arrivato il tempo per le opere della Verità, per mio Figlio. Il mio amore opererà in voi, mi servirò di voi. Abbiate fiducia in me, perché tutto quello che desidero, lo desidero per il vostro bene, l’eterno bene, creato dal Padre Celeste. Voi, figli miei, apostoli miei, vivete la vita terrena in comunità con i miei figli che non hanno conosciuto l’amore di mio Figlio, coloro i quali non mi chiamano “Madre”. Non abbiate però paura a testimoniare la Verità, perché se voi non avete paura e testimoniate con coraggio, la Verità miracolosamente vincerà. Ricordate: la forza è nell’amore. Figli miei, l’amore è pentimento, perdono, preghiera, sacrificio e misericordia, perché se saprete amare con le opere convertirete gli altri, permetterete che la luce di mio Figlio penetri nelle anime. Vi ringrazio. Pregate per i vostri pastori, loro appartengono a mio Figlio. Lui li ha chiamati. Pregate affinché sempre abbiano la forza e il coraggio di brillare della luce di mio Figlio”.

Messaggio del 25 giugno 2015

“Cari figli, anche oggi l’Altissimo mi dona la grazia di potervi amare e invitare alla conversione. Figlioli, Dio sia il vostro domani, non guerra ed inquietudine, non tristezza, ma gioia e pace devono regnare nei cuori di tutti gli uomini e senza Dio non troverete mai la pace. Perciò, figlioli, ritornate a Dio e alla preghiera perché il vostro cuore canti con gioia. Io sono con voi e vi amo con immenso amore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!”.

Messaggio del 2 luglio 2015

“Cari figli, vi invito a diffondere la fede in mio Figlio, la vostra fede. Voi, miei figli, illuminati dallo Spirito Santo, miei apostoli, trasmettetela agli altri, a coloro che non credono, non sanno e non vogliono sapere. Perciò voi dovete pregare molto per il dono dell’amore, perché l’amore è un tratto distintivo della vera fede e voi sarete apostoli del mio amore. L’amore ravviva sempre nuovamente il dolore e la gioia dell’Eucaristia, ravviva il dolore della Passione di mio Figlio, che vi ha mostrato cosa vuol dire amare senza misura; ravviva la gioia del fatto che vi ha lasciato il suo Corpo ed il suo Sangue per nutrirvi di sé ed essere così una cosa sola con voi. Guardandovi con tenerezza provo un amore senza misura, che mi rafforza nel mio desiderio di condurvi ad una fede salda. Una fede salda vi darà gioia e allegrezza sulla terra e, alla fine, l’incontro con mio Figlio.  Questo è il suo desiderio. Perciò vivete lui, vivete l’amore, vivete la luce che sempre vi illumina nell’Eucaristia.  Vi prego di pregare molto per i vostri pastori, di pregare per avere quanto più amore possibile per loro, perché mio Figlio ve li ha dati affinché vi nutrano col suo Corpo e vi insegnino l’amore. Perciò amateli anche voi! Ma, figli miei, ricordate: l’amore significa sopportare e dare e mai, mai giudicare. Vi ringrazio!”.

Messaggio del 13 luglio 2015 

“Cari figli, anche oggi sono felice con voi e vi benedico tutti con la benedizione di Pace. Siate perseveranti, cari figli, nella preghiera e siate i miei segni, i segni della mia presenza. Siate, cari figli, i miei fiori. Prego per tutti voi presso mio Figlio. Grazie cari figli, per aver risposto anche oggi alla mia chiamata”.

Messaggio del 25 luglio 2015

“Cari figli, anche oggi con gioia sono con voi e vi invito tutti, figlioli, pregate, pregate, pregate perchè possiate comprendere l’amore che ho per voi. Il mio amore è più forte del male, figlioli, perciò avvicinatevi a Dio perchè possiate sentire la mia gioia in Dio. Senza Dio, figlioli, non avete né futuro, né speranza, né salvezza, perciò lasciate il male e scegliete il bene. Io sono con voi e con voi intercedo presso Dio per i tutti vostri bisogni. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!”.

Messaggio del 2 agosto 2015

“Cari figli, io, come Madre che ama i suoi figli, vedo quanto è difficile il tempo che state vivendo. Vedo la vostra sofferenza, ma voi dovete sapere che non siete soli: mio Figlio è con voi! Egli è dovunque, è invisibile, ma potete vederlo se lo vivete. Egli è la luce che vi illumina l’anima e dà pace. Lui è la Chiesa, che dovete amare, e pregare e lottare sempre per essa: non però solamente a parole, ma con opere d’amore. Figli miei, fate in modo che tutti conoscano mio Figlio, fate in modo che sia amato, perché la verità è nel mio Figlio, nato da Dio, Figlio di Dio. Non perdete tempo pensando troppo; vi allontanereste dalla verità. Accogliete la sua Parola con cuore semplice e vivetela. Se vivete la sua Parola, pregherete. Se vivete la sua Parola, amerete con amore misericordioso, vi amerete gli uni gli altri. Quanto più amerete, tanto più sarete lontani dalla morte. Per coloro che vivranno la Parola di mio Figlio e ameranno, la morte sarà vita. Vi ringrazio! Pregate per poter vedere mio Figlio nei vostri pastori. Pregate per poterlo abbracciare in loro”.

Messaggio del 25 agosto 2015

“Cari figli, anche oggi vi invito: siate preghiera. La preghiera sia per voi come le ali per l’incontro con Dio. Il mondo si trova in un momento di prova, perché ha dimenticato e abbandonato Dio. Per questo, figlioli, siate quelli che cercano e amano Dio al di sopra di tutto. Io sono con voi e vi guido a mio Figlio, ma voi dovete dire il vostro “sì” nella libertà dei figli di Dio. Intercedo per voi e vi amo, figlioli, con amore infinito. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Messaggio del 2 settembre 2015

“Cari figli, cari miei apostoli dell’amore, miei portatori di verità, vi invito nuovamente e vi raduno attorno a me affinché mi aiutiate, affinché aiutiate tutti i miei figli assetati d’amore e di verità, assetati di mio Figlio. Io sono una grazia del Padre Celeste, mandata per aiutarvi a vivere la parola di mio Figlio. Amatevi gli uni gli altri. Ho vissuto la vostra vita terrena. So che non è sempre facile ma se vi amerete gli uni gli altri, pregherete col cuore, raggiungerete le altezze spirituali e vi si aprirà la via verso il paradiso. Là vi attendo io, vostra Madre, perché io sono là. Siate fedeli a mio Figlio ed insegnate agli altri la fedeltà. Sono con voi e vi aiuterò. Vi insegnerò la fede, perché sappiate trasmetterla agli altri nel modo giusto. Vi insegnerò la verità, perché sappiate discernere. Vi insegnerò l’amore, perché sappiate cos’è il vero amore. Figli miei, mio Figlio farà in modo di parlare attraverso le vostre parole e le vostre opere. Vi ringrazio!”.

Messaggio del 25 settembre 2015

“Cari figli, anche oggi prego lo Spirito Santo che riempia i vostri cuori con una forte fede. La preghiera e la fede riempiranno il vostro cuore con l’amore e con la gioia e voi sarete segno per coloro che sono lontani da Dio. Figlioli, esortatevi gli uni gli altri alla preghiera del cuore, perchè la preghiera possa riempire la vostra vita e voi, figlioli, ogni giorno sarete soprattutto i testimoni del servizio: a Dio nell’adorazione ed al prossimo nel bisogno. Io sono con voi ed intercedo per tutti voi.Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Messaggio del 2 ottobre 2015

“Cari figli, sono qui in mezzo a voi per incoraggiarvi, per riempirvi del mio amore e per invitarvi nuovamente ad essere testimoni dell’amore di mio Figlio. Molti miei figli non hanno speranza, non hanno pace, non hanno amore. Essi cercano mio Figlio, ma non sanno come e dove trovarlo. Mio Figlio apre loro le braccia, ma voi aiutateli a giungere tra le sue braccia. Figli miei, per questo dovete pregare per l’amore. Dovete pregare moltissimo per avere quanto più amore possibile, perché l’amore vince la morte e fa sì che la vita continui. Apostoli del mio amore, figli miei: unitevi in preghiera con cuore vero e semplice, per quanto lontani siate gli uni dagli altri. Incoraggiatevi gli uni gli altri nella crescita spirituale, come vi sto incoraggiando io. Veglio su di voi e sono con voi ogni volta che pensate a me. Pregate anche per i vostri pastori, per coloro che hanno rinunciato a tutto per mio Figlio e per voi. Amateli e pregate per loro. Il Padre Celeste ascolta le vostre preghiere. Vi ringrazio!”.

 Messaggio del 25 ottobre 2015

“Cari figli, la mia preghiera anche oggi è per tutti voi, soprattutto per tutti coloro che sono diventati duri di cuore alla mia chiamata. Vivete in giorni di grazia e non siete coscienti dei doni che Dio vi dà attraverso la mia presenza. Figlioli, decidetevi anche oggi per la santità e prendete l’esempio dei santi di questi tempi e vedrete che la santità è realtà per tutti voi. Figlioli, gioite nell’amore perché agli occhi di Dio siete irripetibili e insostituibili, perché siete la gioia di Dio in questo mondo. Testimoniate la pace, la preghiera e l’amore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Messaggio del 2 novembre 2015

“Cari figli, desidero parlarvi di nuovo dell’amore. Vi ho radunati intorno a me nel nome di mio Figlio, secondo la sua volontà. Desidero che la vostra fede sia salda e provenga dall’amore, perché quei miei figli che capiscono l’amore di mio Figlio e lo seguono, vivono nell’amore e nella speranza. Hanno conosciuto l’amore di Dio. Perciò, figli miei, pregate, pregate per poter amare il più possibile e compiere opere d’amore. Perché la sola fede, senza amore e opere d’amore, non è quello che vi chiedo. Figli miei, quella è una parvenza di fede, è un lodare se stessi. Mio Figlio chiede fede e opere, amore e bontà. Io prego, ma chiedo anche a voi di pregare e vivere l’amore, perché desidero che mio Figlio, quando guarderà i cuori di tutti i miei figli, possa vedere in essi amore e bontà, non odio ed indifferenza. Figli miei, apostoli del mio amore, non perdete la speranza, non perdete la forza: voi lo potete fare! Io vi incoraggio e benedico, perché tutto ciò che è di questa terra — che purtroppo molti miei figli mettono al primo posto — scomparirà e resteranno solo l’amore e le opere d’amore, che vi apriranno le porte del Regno dei Cieli. Io vi attenderò presso quelle porte, presso quelle porte desidero attendere ed abbracciare tutti i miei figli. Vi ringrazio!”

Messaggio del 25 novembre

“Cari figli, oggi vi invito tutti: pregate per le mie intenzioni. La pace è in pericolo, perciò figlioli, pregate e siate portatori della pace e della speranza in questo mondo inquieto nel quale Satana attacca e prova in tutti i modi. Figlioli, siate saldi nella preghiera e coraggiosi nella fede. Io sono con voi e intercedo davanti a mio Figlio Gesù per tutti voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Messaggio del 2 dicembre 

“Cari figli, io sono sempre con voi, perché mio Figlio vi ha affidati a me. E voi, figli miei, voi avete bisogno di me, mi cercate, venite a me e fate gioire il mio cuore materno. Io ho ed avrò sempre amore per voi, per voi che soffrite e che offrite i vostri dolori e le vostre sofferenze a mio Figlio e a me. Il mio amore cerca l’amore di tutti i miei figli ed i miei figli cercano il mio amore. Per mezzo dell’amore, Gesù cerca la comunione tra il cielo e la terra, tra il Padre Celeste e voi, miei figli, la sua Chiesa. Perciò bisogna pregare molto, pregare ed amare la Chiesa a cui appartenete. Ora la Chiesa soffre ed ha bisogno di apostoli che, amando la comunione, testimoniando e dando, mostrino le vie di Dio. Ha bisogno di apostoli che, vivendo l’Eucaristia col cuore, compiano opere grandi. Ha bisogno di voi, miei apostoli dell’amore. Figli miei, la Chiesa è stata perseguitata e tradita fin dai suoi inizi, ma è cresciuta di giorno in giorno. È indistruttibile, perché mio Figlio le ha dato un cuore: l’Eucaristia. La luce della sua risurrezione è brillata e brillerà su di lei. Perciò non abbiate paura! Pregate per i vostri pastori, affinché abbiano la forza e l’amore per essere dei ponti di salvezza. Vi ringrazio!”

Messaggio del 25 dicembre (a Jakov)

“Cari figli, tutti questi anni che Dio mi permette di essere con voi sono un segno dell’immenso amore che Dio ha verso ciascuno di voi e un segno di quanto Dio vi ama. Figlioli, quante grazie vi ha dato l’Altissimo e quante grazie vuole donarvi. Ma, figlioli, i vostri cuori sono chiusi, vivono nella paura e non permettono che l’amore di Gesù e la sua pace prendano possesso dei vostri cuori e regnino nelle vostre vite. Vivere senza Dio è vivere nella tenebra e non conoscere mai l’amore del Padre e la sua cura per ciascuno di voi. Perciò figlioli, oggi in modo particolare pregate Gesù, affinché da oggi la vostra vita sperimenti una nuova nascita in Dio ed affinché la vostra vita divenga una luce che si emani da voi. In questo modo diventerete testimoni della presenza di Dio nel mondo anche per ogni uomo che vive nella tenebra. Figlioli, io vi amo e intercedo ogni giorno presso l’Altissimo per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata“.
 Messaggio del 25 dicembre (a Marija)
 
“Cari figli, anche oggi vi porto mio figlio Gesù tra le braccia e da esse vi da la sua pace e la nostalgia del Cielo. Prego con voi per la pace e vi invito ad essere pace. Vi benedico tutti con la mia benedizione materna della pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

 

La Vergine Maria discendente di Davide

 – La Vergine Maria discendente di Davide –

(di Francesco Gastone Silletta – © Edizioni La Casa di Miriam)

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“Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta” (Lc 2,4). 
In questo brano, Luca reintroduce la figura di Giuseppe, che era temporaneamente scomparsa dalla narrazione, ripetendo nuovamente il particolare della sua appartenenza al casato davidico, già sottolineato in precedenza in 1,27: (“[… ] una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria”).
Per la seconda volta, quindi, Luca insiste sulla discendenza davidica di Giuseppe. Perché? Probabilmente ciò avviene proprio per evidenziare non tanto che Giuseppe effettivamente discendesse dal re Davide, quanto piuttosto che anche Maria appartenesse a questa medesima discendenza, come afferma un autore: “Da quanto narra l’evangelista Luca, emerge tanto verosimile l’appartenenza di Maria alla progenie di Davide, da non lasciare dubbi” (1).
Possiamo allora seguire il ragionamento di questo autore e vedere a quali risvolti concernenti la nostra riflessione esso possa condurre. Se, infatti, nel primo riferimento a Giuseppe (Lc 1,27), l’evangelista Luca lo inquadra come “un uomo della casa di Davide”, tali parole, secondo un’altra prospettiva, potrebbero essere riferibili a Maria, “anzi, quest’ultima interpretazione potrebbe essere più verosimile, perché Maria sta al centro dell’intera narrazione” (2). Inoltre, prosegue quest’autore, “questa argomentazione trova un forte appoggio nelle seguenti parole dello stesso Vangelo: ‘Non temere, Maria, perché tu hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. Il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre’. Anche qui Maria sta al centro delle parole dell’angelo, è l’unica di cui si parla: ‘Tu concepirai’ , ‘lo chiamerai Gesù’. E le parole che seguono: ‘Il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre’, non consentono un’interpretazione diversa da quella che Maria, la Madre del Figlio di Davide, appartenesse alla famiglia di questo re, e ciò tanto più in quanto l’angelo dirà subito dopo che questo bambino viene al mondo senza il concorso di Giuseppe”(3).
Si può allora pervenire alla risposta circa il perché Luca, in 2,4, ripeta nuovamente ciò che aveva già chiarito all’inizio, in 1,27, ossia il fatto che Giuseppe fosse un uomo della casa di Davide. Più che una ripetizione, la quale se fosse tale costituirebbe un limite letterario piuttosto che non un rinforzo concettuale, questa nuova citazione della stirpe davidica sembra in questa sua seconda versione riferibile a Maria. Inoltre, come sottolinea ancora lo stesso autore, “l’osservazione che Giuseppe si recò a Betlemme ‘per dare il nome assieme a Maria’ accenna ancora una volta al fatto che Maria appartenesse alla stessa stirpe. E già il particolare che Maria facesse il viaggio assieme a Giuseppe giustifica la deduzione che anche lei fosse in obbligo di trovarsi a Betlemme per il censimento. Tale obbligo sussisteva qualora appartenesse anch’ella alla casa di Davide, ed avesse ancora colà una proprietà fondiaria che, come si riscontra spesso in Oriente, si tramandasse da gran tempo indivisa tra famiglie di uno stesso ceppo” (4).
Alla luce di quanto detto, dunque, nonostante dal punto di vista storico, secondo Giulio Africano, “Erode I° deve aver fatto dare alle fiamme gli elenchi della discendenza della stirpe di Davide custoditi negli archivi pubblici” (5), possiamo “trarre la deduzione certa che il padre di Maria appartenesse alla stirpe di Davide” (6) e soprattutto che Luca, a motivo del senso storico presente nel proprio Vangelo, ne fosse perfettamente a conoscenza. 

NOTE:
(1) MERK A., La figura di Maria nel Nuovo Testamento, in STRÄTER P., (a cura di), Mariologia, vol. I, op. cit., p. 46).
(2) Ivi, p. 47.
(3) Ivi.
(4) Ivi.
(5) Ivi, p. 48.
(6) Ivi

 

Concili ed eresie

Concili ed eresie

Nicea

Dal libro di Germano di Costantinopoli, Concili ed eresie

(tr. it. a cura di F. Carcione, Città Nuova, Roma 1993, cfr. pp. 75-90)

 “Dopo che fu fondata dallo stesso Signore nostro Gesù Cristo e purgata in virtù del sale divino dall’immondo fetore dell’errore diabolico, la nostra Chiesa, adorna nella sua dimora e fiorente nei suoi atri, cresceva ogni giorno divenendo sempre più di straordinaria bellezza. Ben presto, però, il disonesto e menzognero drago, che da essa era stato allontanato, poiché non sopportava l’esilio, presi i suoi cani, si metteva di nuovo ad importunarla, tentando di incalzarne le sublimi dottrine. Infatti, sconfitta dagli insegnamenti profetici la stoltezza dei Giudei e dissoltasi la frode dei Greci, costui decise di vanificare questa nostra bella vittoria: fu così che gli stessi figli genuini, rigettata la figliolanza e accettata l’illegittimità, si armarono contro la propria madre.

Subito, in verità, quello aizzò contro la Chiesa Simon mago, il quale fu sconfitto e gettato nell’abisso profondo della perdizione dalla parola del grande apostolo Pietro (At 8,8-23), anzi da Dio che parlava tramite questo. Infatti, essendosi il miserabile presentato come la straordinaria potenza di Dio e come una grande divinità, fu svelato che egli non aveva nemmeno la forza delle belve e dei rettili: fu completamente annientato, al punto che la moltitudine dei nostri fedeli neanche prese a considerarlo. In seguito spuntarono Cerinto, i cosiddetti Nicolaiti, Basilide, Corpocrate e altri pensatori del genere, i quali accettarono le sciocchezze dei Greci e, ancor peggio, proposero l’immoralità dei costumi come norma di vita; inoltre, parlarono di certi nuovi eoni e di un abisso tenebroso: furono immediatamente fermati dai beati Apostoli, specialmente da Giovanni il figlio del tuono, e dai discepoli di costoro.

Si levarono poi, contro la Chiesa, infliggendole colpi non lievi, i Manichei, i Montanisti e altri gruppi simili. Mani mescolò nelle sue dottrine tanta insipienza, frode e turpitudine, arrivando a dire ciò: l’antica legge e la stessa creazione sono opera non del bene ma del male; al contrario, la nuova legge e l’al di là sono opera del bene; sicché, l’esistenza è condizionata dall’uno e dall’altro, tanto che nell’universo dettano legge due nature, una positiva e l’altra negativa. Come si è accennato, disse che la creazione, sia dell’uomo che del resto, non han avuto origine dal bene perché soggetta a corruzione e mutamento. Inoltre, riempì i suoi scritti di empietà; ideò alcuni esecrabili nascondigli per notturne iniziazioni e nefandi accoppiamenti; avallò le stolte dottrine dei Greci, parlando di fato, insegnando la trasformazione dei corpi e negando che il Cristo si sia incarnato. Perciò, alla fine, ottenne da un re pagano la degna ricompensa per i suoi dogmi: secondo quanto si dice, quest’ultimo diede ordine di scorticarlo vivo e di lasciarlo morire in questo modo. Contro il suo malvagio pensiero scrisse e protestò soprattutto Cirillo di Gerusalemme, il quale commentò minutamente le sue opere dense di scelleratezze e sconvenienze, allegando in appendice il catalogo dei suoi blasfemi e cattivi insegnamenti. Quest’irriverente, del resto, osò addirittura definirsi apostolo e scrivere quattro libri, che intitolò così: a) Vangelo; b) Libro dei Tesori; c) Libro dei Misteri; d) Libro delle Iniziazioni.

Quanto ai Montanisti, si dice che non una ma varie e multiformi siano state le loro dottrine. Il loro dogma principale, comunque, consisteva in ciò: affermavano che lo stesso Montano fosse lo Spirito Santo, anzi, talora che il medesimo fosse Verbo e Spirito. Inoltre, immaginarono l’esistenza di otto cieli e prospettarono orrendi supplizi per il secolo a venire, allorché leoni e draghi, spirando fuoco dalle narici, avrebbero bruciato gli ingiusti, mentre un’altra parte di costoro sarebbe stata lasciata con le carni appese. Aggiunsero ancora altre credenze piene di sciocchezze: quanti sono nati da fornicazione o adulterio verranno citati a giudizio e puniti con pene terribilissime unicamente per il modo in cui sono nati, quand’anche la loro condotta non si fosse allontanata dalla regola. Per il resto, non accolsero i peccatori pentiti né permisero che quanti erano passati a seconde nozze si radunassero con loro nelle assemblee. Assunsero, poi, molti altri atteggiamenti simili a questi, atteggiamenti che, in verità, si trovano indotti a mantenere, ritenendosi membri di una setta eletta. Tuttavia, compirono misfatti più gravi di quelli che deploravano, calcando attraverso un’esistenza rigorista sentieri pieni di precipizi. La loro tetra legislazione, d’altronde, si distaccava da quanto ci è stato insegnato sin dall’antichità. Sotto il proconsolato di Grato, un sacerdote della Tracia, presentatosi di persona in Asia al cospetto di Montano, dimostrò che per bocca di costui e di Massimilla parlava un demonio: ciò fu reso noto in seguito da Basilio il grande e, soprattutto, da Epifanio di Cipro in un trattato scritto contro tutte le eresie.

Anche Marcione, Paolo di Samosata, Valentino e Marcello inquinarono la nostra Chiesa, dicendo che l’incarnazione del Signore è stata apparente e non reale come pure la sua morte volontaria per noi e i suoi miracoli. Valentino aggiunse che Dio è formato di elementi e numeri; congetturò così strani e mistici eoni e una certa diade; e, poiché venerava il numero trenta, contemplò altrettanti eoni; ciò al pari del suo maestro Simone. Egli, comunque, fu confutato e spazzato via dai nostri Padri dell’epoca. Venne rigettata la sua blasfema divisione dell’unico Dio in due: ne aveva inventato, infatti, uno buono e un altro demiurgo, il quale, in quanto creatore, di per sé era chiaramente non buono. E vennero rigettati pure bython e sighè e i mitici eoni, cose veramente degne dell’abisso e del silenzio, di cui egli parla.

Dal canto suo, Paolo di Samosata affermò che il nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha assunto il principio della condizione divina dalla Immacolata Signora nostra Madre di Dio e non è esistito prima di apparire al genere umano secondo la carne. Ben presto, perciò, contro di lui venne radunato ad Antiochia un sinodo locale sotto la presidenza del nostro grande Padre il Taumaturgo, che era della città di Neocesarea; vi presero parte Leone di Tarso, Massimo di Bostra, un certo Magnete vescovo di Gerusalemme e il mirabile Firmiliano di Cappadocia. A questi, inoltre, si affiancarono Teotecno il Palestinese, Fotino e Marcello, che emulando l’empietà di Paolo, ritenevano anch’essi il Cristo un semplice uomo, che ha avuto origine da Maria.

Ora dunque, dopo essersi liberata di costoro, mentre la Chiesa teneva alto il capo e, sconfitto ogni errore, stringeva tra le braccia i suoi figli genuini estendendosi in un immenso splendore, le si scagliò contro Sabellio il Libico, con l’intento di arrecare confusione e sconquasso; costui sosteneva che Dio si configura come Padre e si espande ora come Figlio ora come Spirito; dopo essersi così dilatato, si contrae nuovamente; se ne conclude, pertanto, che Dio è uno solo in quanto non contemplato in una ipostasi specifica del suo Verbo e Figlio o dello Spirito Santo. Contro di lui tesero i loro lacci Dionigi di Alessandria e molti altri genuini cacciatori dei nostri. Essi, dopo aver catturato questa belva inadatta per cibo ma particolarmente degna di sfregio e umiliazione, la finirono con l’arma della loro parola e ne esposero in pubblico le membra squarciate, facendo cadere la faretra della superbia per farla calpestare da tutti. Purtroppo, il citato Dionigi, mentre mostrava tanto accanimento contro di questa, al dire del nostro sommo Padre Basilio il grande, gettò piuttosto le basi per la diversificazione delle ipostasi che sarebbe stata sviluppata dall’empio Ario. Anche l’illustre Atanasio, sebbene dapprima avesse difeso Dionigi, proseguendo le proprie battaglie ne criticò, se non la malvagità dell’intento, il modo semplicistico di ragionare. Consta, infine, che alla dottrina di Sabellio abbia in qualche modo consentito pure Marcello […].

Aggredì poi la nostra Chiesa il presbitero alessandrino Ario di Alessandria. Iniziando da Alessandria, egli propagò la propria eresia – come si dice – fino ai confini della terra; e tale eresia trovò forza e sostegno presso numerosi re, governanti, sapienti e uomini illustri, tra i quali spiccava all’epoca il suddetto Eusebio, come attestano gli scritti di costui. Ario, tuttavia, fu anatematizzato dal mirabile Pietro, precedentemente citato, il quale non lo riaccolse neppure al momento del proprio martirio, sebbene in molti gli si fossero prostrati e lo avessero implorato per la riammissione di quello. Il martire disse di avere visto il Signore rivestito di una tunica squarciata; avendogli chiesto: “Chi ti ha lacerato, o Signore?”, gli fu risposto: “Mi ha lacerato Ario; perciò non riaccoglierlo. Egli, infatti, è reo di condanna nel tempo presente e in quello a venire”. E così Pietro ordinò a tutti di fuggire la comunione con Ario. Questi, invero, diceva ciò: il Figlio di Dio è una creatura; vi fu un tempo in cui il Figlio non esisteva; essendo nato dal Padre, più antichi di lui sono il tempo e la volontà di questo. E aggiungeva ancora: la creatura di Dio Padre ne assunse la divinità, altrimenti non sarebbe stata in grado di crearci; in ultimo, dopo la sua, il Figlio di Dio procedette a un’altra creazione, quella del genere umano e delle restanti creature; in tal modo il creato prodotto poteva entrare in contatto con Dio, senza arrecare svilimento all’altissima potestà di questo, come nel caso in cui esso fosse stato condotto all’essere dallo stesso Padre. […] Mentre il fumo ariano saliva da una gran fiamma e, diffondendosi dappertutto, copriva di lacrime il mondo, ci si schiuse un cielo libero dalle persecuzioni; salito al trono imperiale, si spostò da queste parti lo splendido imperatore Costantino il grande, uomo virtuoso e dal cuore ripieno di timor di Dio, il quale rifulse al mondo ma soprattutto alla nostra Chiesa. Egli chiamò a raccolta i sacerdoti e diede ordine di organizzare a Nicea un concilio, che in poco tempo, sotto i suoi auspici, venne realizzato: vi prese parte di persona, sedendo tra i sacerdoti. […] In verità, molti vescovi lì radunati erano stati confessori della fede e durante le persecuzioni avevano subito mutilazioni ad opera di empi e iniqui imperatori: per la professione di fede in Cristo e per la pubblica obiezione alcuni erano rimasti menomati alla pianta dei piedi, altri agli occhi, altri ancora in altre parti del corpo. Lì, dopo aver svolto uno studio e un approfondimento notevoli delle verità di fede, i Padri confessori più sopra elencati conclusero confermando fermamente la dottrina ortodossa: proclamarono che il Figlio è consustanziale al Padre, anatematizzarono gli ariani, i quali dicevano che il Padre ha preceduto cronologicamente il Figlio, ovvero che vi fu un tempo in cui il Figlio non esisteva. E così sciolsero il loro concilio […]. In realtà Ario di nascosto continuava, invece, a coltivare fortemente la sua eresia. Sant’Atanasio venne allontanato dalla propria sede; il motivo principale fu questo: l’imperatore ebbe timore che forse tramassero di ucciderlo, essendo stata ordita contro costui una congiura da parte dei fautori segreti dell’arianesimo. In quel periodo, Atanasio scrisse le opere contro Ario e quanti erano rimasti contaminati dalla sua stessa eresia. Quanto ad Ario, si narra che dopo aver steso la sua eretica professione su un piccolo foglio, si recò dall’imperatore tenendo quello nascosto nella mano sotto la veste; e mentre a costui pareva che stesse giurando su una corretta professione di fede, di nascosto tirò fuori il foglio, mettendo via l’altro che gli era stato dato in mano. Non molto tempo dopo l’imperatore Costantino morì: era stato appena battezzato da un presbitero ariano, ignorando che costui fosse un presbitero del genere. […] Ereditò l’impero d’oriente suo figlio Costanzo, il quale era stato sedotto dall’empia eresia del presbitero di cui si è parlato. […] Quel presbitero (a cui era stato affidato il testamento di Costantino, n.d.r.) spostò Costanzo in Oriente, giacché costui gli dava garanzia in virtù del proprio blasfemo sentimento eretico. In quel periodo contro i vescovi ortodossi fu avviata una grande repressione, che portò alla rimozione di costoro dalle proprie sedi; dappertutto si impose l’abuso degli ariani. […]

Intanto, mentre Ario, il cui nome significa “furia”, era ancora in vita, l’imperatore Costanzo ne imponeva la reintegrazione nella nostra Chiesa e la riammissione alla comunione. E così, sebbene il nostro grande padre e patriarca Alessandro con le mani alzate e ritto in piedi davanti all’altare implorasse Dio, pregandolo di aver pietà e di liberare il suo popolo dall’inganno di Ario, costui in gran pompa si fece avanti. Seguito da tanti sventurati – suoi accoliti alcuni, ma servi imperiali la maggioranza degli altri – i quali davano forza all’infelice e si facevano scherno di noi, aveva raggiunto il foro, quand’ecco che avvenne la vendetta divina per quei misfatti: il misero dovette scappare verso la cosiddetta fossa a liberarsi del peso della pancia; l’iniquo scaricò le viscere e l’intestino. Per le sortite della sua lingua meritò una morte degna del suo fetore; come premio della sua condotta pregustò così già di qua la punizione dell’al di là. […] Tale empio se ne uscì dalla vita presente finendo squartato come Giuda. Questo prodigio ce lo riferisce il grande Gregorio il Teologo (Gregorio di Nazianzo, n.d.r.): egli celebrò trionfalmente su una famosa stele la legittima e giusta rovina di quell’uomo, sebbene i partigiani di Ario avessero brigato molto per tenere all’oscuro l’imperatore, persuadendolo tramite gli eunuchi che costui era andato incontro alla propria morte attraverso una fine più che naturale. Poco tempo dopo morì anche il predetto Costanzo e sant’Atanasio fece ritorno alla propria sede”.

(A cura di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam)

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Quando l’Inquisizione vietava il termine Immacolata

Quando l’Inquisizione vietava il termine Immacolata

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(a cura di Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam)

 Il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria ha impiegato quasi due millenni per imporsi in seno alla Chiesa cattolica attraverso una definizione ufficiale (Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus, 8 dicembre 1854). Perché così tanto tempo? Una ricostruzione storica “apodittica” rispetto alle vicende teologiche che hanno caratterizzato il dibattito sull’Immacolata Concezione sembra non essere perfettamente possibile. Troppe le paure, in seno a certi ambienti teologici, di scalfire l’immagine o la grandezza di alcuni dottori particolarmente cari a determinati pulpiti dogmatici o a certi ordini religiosi, come per esempio quella di sant’Agostino, di san Tommaso o di san Bernardo in particolar modo. Eppure lo slancio teologico verso il riconoscimento dell’Immacolata Concezione, da sempre intrinsecamente vivo in seno all’economia dei Padri, per primi, e poi dei grandi dottori medievali, ha ricevuto un particolare freno urticante proprio da una controparte teologica, per nulla minoritaria né meno dogmaticamente edotta, capace di rallentare di secoli e secoli la devozione a Maria Immacolata, concepita senza peccato originale. Uno dei maggiori mariologi di ogni tempo, il Laurentin, ha dedicato pagine importanti ad una ricostruzione storica il più oggettiva possibile rispetto a questo rallentamento teologico della credenza nell’Immacolata Concezione. Proponiamo allora qui di seguito alcuni estratti dal suo libro “La Vergine Maria” (titolo orig. “Court Traité sur la Vierge Marie” (1968), ed. Paoline, Roma 1970.

[pp. 91-92]: “Di per sé, il pelagianesimo era un’eresia che reagiva contro il pessimismo manicheo con un ottimismo eccessivo sulle capacità della natura umana, a detrimento della necessaria funzione della grazia. Durante la prima fase della sua controversia, Pelagio sollevò contro sant’Agostino il caso della Vergine, “che è necessario riconoscere senza peccato”. Nessuno finora aveva dato della santità di Maria una formula così netta, onde poteva sorgere la tentazione, in una controversia così ardente, di rifiutare la tesi dell’eretico. Sant’Agostino risolse al primo colpo la difficoltà in modo geniale, accettando l’affermazione del suo avversario, ma dandole un senso ben diverso: questa santità è una eccezione, essa ha come principio la grazia di Dio, non il solo libero arbitrio (cfr. De natura et gratia, 42). Il pelagiano Giuliano di Eclano, però, portò il conflitto su un punto più delicato: non più l’assenza dei peccati attuali, ma quella del peccato originale. Questo pelagiano era così il primo a negare esplicitamente che la Vergine avesse subito l’influenza del peccato di origine: “Per la condizione originale, che tu le attribuisci – obiettava ad Agostino – tu consegni al demonio Maria in persona”. Qui Agostino non ebbe la stessa padronanza che aveva avuto nel conflitto precedente e se la cavò con un testo equivoco, in cui si può vedere chiaramente, in definitiva, il progredire delle due esigenze della Tradizione, ma in cui tutti gli autori che verranno vedranno per lunghi secoli la negazione del privilegio dell’Immacolata Concezione. L’apparente difensore dell’Immacolata (Giuliano) è in realtà un eretico. Egli propone un attributo vero sotto una luce falsa: l’Immacolata Concezione non è per lui un privilegio unico, neppure un effetto particolare della grazia divina, ma la sorte comune di tutti i cristiani. Agostino ha ragione di opporgli il dominio universale del peccato originale e la necessità della grazia per vincere il peccato. Affermando il carattere unico del privilegio mariano, e il carattere di preservazione per mezzo della grazia del Redentore, che ne è l’essenza stessa, la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione sarà infinitamente più vicina ad Agostino che al suo avversario. Tuttavia, per essere stata presentata in maniera prematura e caricaturale dagli eretici, ed aver subito per questo fatto l’opposizione di sant’Agostino, l’idea della concezione senza peccato di Maria sarà per lunghi secoli sospetta in Occidente. […]”

[p. 122]: “Il testo di sant’Agostino studiato sopra (cioè l’Opus imperfectum contra Iulianum), e le idee inesatte sul modo di trasmissione del peccato originale, bloccano ogni esplicitazione della fede nell’Immacolata. Nessuna festa liturgica impone ancora questo mistero all’attenzione”.

[p. 136, nota n. 7]: “San Bernardo fu così diffidente nei riguardi delle innovazioni, che si oppose all’Immacolata Concezione (Ep. 174) e mantenne il silenzio sull’Assunzione corporea. Spesso egli ha dato alle acquisizioni dei secoli XI-XII una impronta memorabile che ha trionfato in Occidente”.

[pp. 150-152]: “San Tommaso d’Aquino fa progredire l’essenziale con gli approfondimenti che apporta alla conoscenza del mistero di Maria, Madre di Dio, e della relazione che lo caratterizza. I mariologi si potranno forse rammaricare che egli, da questi presupposti, non abbia dedotto una sintesi mariana. Ma è veramente una deficienza il fatto che la Vergine non sia per lui l’oggetto di una scienza particolare, che egli ne parli “in situazione”, in funzione di Cristo, come gli altri dottori di questo tempo? C’è da dubitarne. Se avesse tentato una sintesi, d’altronde, questa sarebbe stata ostacolata dall’eredità di difficoltà relative all’Immacolata Concezione: difficoltà che egli non superò. Duns Scoto, pur senza attuare nemmeno lui una sintesi, apre una breccia in queste difficoltà. Quando egli comincia a insegnare a Parigi, negli ultimi anni del 13° secolo, l’Immacolata Concezione è universalmente misconosciuta dai teologi. Così egli non poté proporla che come una opinione, per timore di censura. […] La diffusione della credenza immacolista non deve farci sopravvalutare questo periodo, laddove si constata la diffusione delle idee lanciate da Scoto più che un progresso teologico propriamente detto. Dopo l’inizio del XV secolo non vi è più niente di importante da segnalare, ad eccezione delle importanti decisioni di Sisto IV, che adotta ufficialmente a Roma la festa della Concezione e protegge la dottrina immacolista contro i violenti attacchi del Bandelli”.

[pp. 162-166]: “Se si vogliono ricondurre tutte queste attività al loro oggetto teologico centrale, non vi è punto da esitare: è l’Immacolata Concezione. Questa credenza, ostacolata da gravi difficoltà teologiche e dal peso di autorità tanto considerevoli quanto san Bernardo e san Tommaso d’Aquino, è allora sospetta all’Inquisizione Romana, che esercita pressioni contro gli “immacolisti”, e finisce per formulare segretamente un decreto che proibisce il titolo di Immacolata Concezione. Più precisamente: non si doveva riferire l’aggettivo “immacolata” alla concezione di Maria, ma soltanto alla sua persona. Così si poteva dire: “La concezione della Vergine immacolata”, ma non “la concezione immacolata della Vergine”. A partire dal 1627, il decreto obbligò gli inquisitori ad intervenire più volte contro quei libri che portavano il titolo così proibito. Il decreto, reso pubblico nel 1644, mise i campioni dell’Immacolata in una situazione difficile. Nondimeno, alcune opere furono consacrate a tale questione. Gli autori impararono a diventare tanto più prudenti sui titoli delle loro opere, quanto più pubblicavano vicino a Roma. […] Si stenta oggi a farsi un’idea della violenza delle passioni che furono allora impegnate pro e contro questa dottrina (dell’Immacolata). […] Da un lato, coloro che negavano l’Immacolata (i cosiddetti “macolisti”) erano forti all’Inquisizione. Essi agivano nell’ombra. Dall’altro, gli “immacolisti” erano sostenuti dai prìncipi cristiani, in primo piano i re di Spagna. Questi mandarono appositamente a Roma tre solenni ambasciate con l’incarico di ottenere ad ogni costo una definizione di quella che allora si chiamava “la pia credenza”. […] Così tirata in tutti i sensi, la barca di Pietro avrebbe dovuto capovolgersi venti volte nell’incoerenza. Con l’aiuto dello Spirito Santo, invece, avvenne proprio il contrario. Nonostante la successione di papi, le cui tendenze personali erano diverse, le decisioni del Magistero supremo tracciano una linea ferma e coerente. Queste decisioni di carattere disciplinare, in cui si delinea lentamente e progressivamente un orientamento dottrinale, realizzano un triplice compito: ristabiliscono la pace, riducono progressivamente al silenzio gli avversari dell’Immacolata Concezione e preparano la via alla definizione del 1854. A questo riguardo, la tappa più notevole è la bolla Sollicitudo, promulgata l’8 dicembre 1661 da Alessandro VII. Senza condannare l’opinione contraria (che era ancora vietato attaccare), il papa vi dichiarò positivamente il favore della Santa Sede per l’Immacolata Concezione, precisava i termini teologici di questa credenza e vietava di attaccarla sotto qualunque forma. Ancora per un mezzo secolo, l’attività sempre più occulta dei “macolisti” terrà in sospeso i partigiani della “pia credenza”. Ma essi ormai non sono più che una piccola cricca che perde ogni anno terreno. I tomisti, che avevano combattuto i partigiani dell’Immacolata Concezione in nome di San Tommaso d’Aquino, ora dispiegavano tutta la loro ingegnosità per farne un immacolista misconosciuto. A metà del 18° secolo, dopo le ultime scaramucce e le ultime controversie, tutti sono stanchi. Il terreno è ingombro da una tale massa di opere, di autorità vere o fittizie, di distinzioni positive o strampalate, di esposizioni divergenti del mistero, da smarrircisi. Questo gigantesco lavoro non era stato inutile. Ma bisognava che si decantasse. Come dopo giorni di vane ricerche e di inestricabili riflessioni, lo scienziato trova talvolta nel sonno la soluzione che gli sfuggiva, così, al termine di un periodo sterile (1751-1851), la Chiesa tirerà fuori definitivamente la soluzione in cui si risolveranno tante divergenze e complicazioni (Dogma dell’Immacolata, 1854, n.d.A.)”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – Ed. La Casa di Miriam Torino (Studi mariologici) www.lacasadimiriam.altervista.org Utenti connessi

Trinità e Antico Testamento

Trinità e Antico Testamento

Spirit 2(di Francesco Gastone Silletta – ©Copyright Ed. La Casa di Miriam)

Senza una rilettura filiale dell’Antico Testamento, capace di procedere oltre quell’omologazione generica tendente a parlare in termini di “divino” come se “ci si accontentasse delle difficoltà che sorgono quando si parla di ‘Dio’ in genere” (1), rimane a nostro avviso oscura non solo l’identità teologica del Dio veterotestamentario, ma la comprensione stessa di ciò che significa “paternità” ed essere figli di Dio anche nella Nuova Economia. Perché tale incomprensione non divenga, paradossalmente, proprio il fondamento di ciò che si ritiene di comprendere rispetto all’Antica Economia, potrebbe risultare illuminante un filtro dialettico, laddove esso però non significhi un distanziamento oppositivo, bensì piuttosto un momento di giuntura postuma prodotto da una precedente distinzione. Risulta così possibile, in questa prospettiva, accostarsi alla rivelazione veterotestamentaria mediante il medesimo sguardo critico con cui, per esempio, il Moltmann contempla il mistero della Croce, laddove la distanza inaudita, che per alcuni separerebbe le due istanze prese in considerazione, cioè il divino e l’umano, può essere colmata dalla stessa trinitarizzazione moltmanniana: “La dottrina delle due nature è costretta a comprendere l’avvenimento della croce in modo statico, come correlazione tra due nature qualitativamente diverse, quella divina, incapace della sofferenza, e quella umana, capace di soffrire. Noi abbiamo invece interpretato l’avvenimento della croce in modo trinitario, come avvenimento di relazioni tra le persone, dove queste persone si costituiscono nel loro reciproco rapporto” (2).

Nonostante i rischi posti in essere da una simile prospettiva, non è sufficiente obiettare a questa trasposizione del trinitario nell’Antico Testamento definendola come un’indebita operazione a-posteriori, illegittima dal punto di vista biblico. Parlare di Nuovo Testamento come sede della rivelazione trinitaria, infatti, per certi aspetti è “pretestuoso” tanto quanto il porre la Trinità a fondamento dell’Antica Rivelazione, dal momento che anche “il Nuovo Testamento non ci presenta una dottrina dettagliata della Trinità. Questa sorse soltanto in occasione delle antiche controversie circa l’unità di Cristo con Dio”(3). Non basta nemmeno guardare all’Antica Economia come semplice lunga “premessa” alla Nuova Rivelazione, alla maniera tipologica di ciò che, pur distante nelle proprie coordinate ontologiche, pre-figura un’altra istanza destinata a sopravanzarla. L’Antico Testamento, infatti, non è soltanto figura del Nuovo, poiché esso possiede una propria sussistenza di per sé meritevole per questo di essere colta, esplorata e poi eventualmente approfondita alla luce della rivelazione neotestamentaria. Ciò che è necessario, piuttosto, è inquadrare il “divino” nei parametri del “trinitario”, guardando all’Antico con la stessa polarità di tensione paterno-filiale con cui si guarda al Nuovo Testamento ed in particolare al mistero della croce, superando così “la dicotomia tra Trinità immanente e Trinità economica, come pure tra natura di Dio e sua triplicità interiore” (4).
Lo studioso olandese van Der Leeuw sosteneva che nella storia delle religioni “Dio-Figlio ha preceduto Dio-Padre” (5), intendendo, almeno secondo l’interpretazione ratzingeriana di quest’analisi, che nella profondità della comprensione religiosa “Dio salvatore, redentore, precederebbe Dio creatore” (6), non tuttavia nel senso immaturo di una successione temporale, ma nel senso che “agli effetti della religiosità concreta e del vitale interesse esistenziale, il salvatore sta in primo piano rispetto al creatore” (7).
L’approccio identificativo della prima Persona trinitaria con la soggettività personale di Jahvé, cioè affermare unilateralmente che Jahvé è Dio-Padre, risulta allora, a nostro modo di vedere, una parziale minimizzazione della contemplazione trinitaria dell’Antico Testamento, poiché, se questa è onesta, deve considerare il proprio oggetto come un avvenimento verificatosi tra il Padre e il Figlio , non soltanto dal Padre. Minimizzato risulta anche lo stesso concetto di “padre”, che per sussistere in se stesso deve già nozionalmente riferirsi ad una figliolanza, tanto più se tale paternità è riferita a Dio stesso, poiché “al Padre in se stesso non si riconosce altro che quanto di lui si dice rispetto al Figlio” (8).
Una lettura trinitaria non coglie nel concetto di “padre”, ma nella relazione paterno-filiale l’epicentro teologico di quanto narrato, per quanto inesorabilmente “non ne capisce il contenuto colui che non ritiene ‘appropriata a Dio’ se non l’apatia” (9), riuscendo finalmente a destabilizzare, qualora venisse compreso nella profondità della propria ermeneutica, il concetto stesso di monoteismo. Un monoteismo che, se compreso in forma rimaneggiata, cioè “al di fuori” di questa ontologia paterno-filiale del Dio-Mónos, viene necessariamente sacrificato nella sua profondità di comprensione, come accade del resto anche nel Cristianesimo primitivo sulla scia di un’eredità teologica ancora in fase migratoria, come attesta quest’espressione di san Giustino: “Abbiamo appreso che Egli (il Cristo) è il Figlio del vero Dio, e lo onoriamo al secondo posto, ed in terzo luogo lo Spirito Profetico” (10).
Risulta ancora attualissima, a ragion veduta, la costante preoccupazione del Moltmann a questo riguardo: “Da che cosa dipende il fatto che in Occidente la maggior parte dei cristiani, per la loro esperienza e prassi di vita, propriamente sono soltanto ‘monoteisti’? Sembra che poco importi, sia nella dottrina della fede, come nell’etica, che Dio sia Uno e Trino” (11).
Per questa ragione, a nostro modo di vedere, la prospettiva di Karl Rahner, secondo cui “Jahvé-Dio dell’AT è il Padre di Cristo. La personalità di Dio rivelata nell’AT è quella che più tardi sarà rivelata come la prima Persona della Trinità” (12), esula probabilmente non solo dall’autorità della Scrittura, ma anche dalla coerenza di una teologia trinitaria consapevole della filiazione quale principio ermeneutico del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, per cui Dio è il Dio unico proprio in quanto è Figlio di Sé, e questa relazione di filiazione con se stesso è l’unica normativa ermeneutica implicita all’intero deposito rivelato, sia dell’Antica che della Nuova Economia, poiché “Dio o viene compreso come Padre in modo trinitario, o non può essere compreso come Padre” (13)

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Note:
(1) MOLTMANN J., Der gekreuzigte Gott (1972), tr. it. Il Dio crocifisso, Queriniana, Brescia 1973, p.. 276.
(2) Ivi, p. 286.
(3) Ivi, p. 281.
(4) Ivi, p. 287
(5) VAN DER LEEUW G., Phänomenologie der Religion (1933), it. Fenomenologia della religione, Boringhieri, Torino 1960, p. 78.
(6) RATZINGER J., EinfÜhrung in das Christentum. Vorlesungen Über das Apostolische Glaubensbekenntnis (1968), it. Introduzione al Cristianesimo, 17ª edizione, Queriniana, Brescia 2010, p. 96.
(7) Ivi.
(8) Cfr. MOLTMANN J., Il Dio crocifisso, op. cit., p. 287.
(9) MOLTMANN J., Trinität und Reich Gottes. Zur Gotteslehre (1980), tr. it. Trinità e Regno di Dio. La Dottrina su Dio, Morcelliana, Brescia 1983, p. 35.
(10) S. GIUSTINO, Apologia prima, XIII, 3.
(11) MOLTMANN J., Trinità e Regno di Dio, op. cit., p. 11.
(12)La citazione di Karl Rahner è così riportata in NICOLAS J.H., Sintesi Dogmatica. Dalla Trinità alla Trinità, vol. 1, LAV, Città del Vaticano 1991, p. 88.
(13) MOLTMANN J., Trinità e Regno di Dio, op. cit., p. 177

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Filiazione e Antico Testamento

Filiazione e Antico Testamento

Trinità

(di Francesco Gastone Silletta © Copyright Edizioni La Casa di Miriam)

Più che la ricerca di una “paternità” in seno all’Antica Economia, o di una rivelazione trinitaria “nascosta” fra le pagine di storia veterotestamentaria, o ancora di un’identificazione tout court di Jahvé con la prima persona della Trinità, ci pare lecito interrogarci, mediante una ratio teologica capace di osare una detronizzazione del monoteismo, se non sia piuttosto la relazione di filiazione il vero parametro ermeneutico per la comprensione della soggettività di Jahvé, ovvero la risposta autentica, come vedremo, all’interrogativo: “Che rapporto c’è tra il Dio che secondo il NT ha inviato il “suo Figlio” e il Dio creatore e Salvatoreil Dio unico dell’AT?”[1]. Pur ammettendo la perplessità di sant’Agostino, che lo porta a “non affermare recisamente quale persona della Trinità si sia manifestata ad un determinato patriarca o profeta, sotto una determinata cosa o sotto un’immagine sensibileeccetto il caso in cui il tenore del testo comprenda alcuni indizi probabili” [2], occorre tuttavia salvaguardare l’identità di Jahvé da un’illecita detrinitarizzazione del proprio essere, poiché, affinché l’indagine teologica non risulti condizionata, è radicalmente necessario saper distinguere fra due parametri teologici:

1. La comprensione che il popolo di Dio realizza del proprio Dio chiamandolo “Padre”

2. La rivelazione in se stessa che Dio fa di sé al proprio popolo presentandosi come “Padre”

Identificando superficialmente, infatti, “ciò che si comprende” del rivelato con “la rivelazione stessa”[3], allora è chiaro che la visuale viene “monoteisticamente” ristretta, estromettendo dal soggetto divino ciò che trinitariamente lo costituisce, cioè la sua figliolanza: “Alla coscienza cristiana il mondo appare creato perché Dio era FiglioLa creazione del mondo ad opera di Dio Padre è un momento del profondo mistero racchiuso nel rapporto fra Dio Padre e Dio Figlio” (N. Berdjajew) [4].  Con un’identificazione monoteizzante, invece, l’intera rivelazione che Jahvé fa di sé viene orientata a questa comprensione. Si tratta però della comprensione imperfetta di una rivelazione perfetta. In essa, infatti, è già contenuta una relazione di filiazione quale criterio ermeneutico, cioè Dio non si rivela mai come Padre a prescindere dalla relazione di figliolanza che ha con se stesso, né da quella che Israele, in quanto immagine economica di una filiazione immanente, ha nei suoi confronti, anche se la comprensione di Israele stesso, altra faccia della medaglia, può guardare a Jahvé soltanto come “Padre” senza considerarne la dimensione filiale già a suo modo rivelata. Questo proprio a ragione di una visuale estremamente monoteistica.

Risulta essere proprio la relazione di filiazione, si intende dire, pur contro molte delle posizioni teologiche esistenti, la grande rivelazione implicita all’Antico Testamento, infinitamente di più di una sua semplice “interpretazione” corretta (Cfr. Ivi, p. 73)[5]. Ora, se esiste una figliolanza, e dovremo dimostrarlo a partire dalle Scritture antiche, esistono pure una paternità e, necessariamente, anche una maternità[6] che ne conseguano la sussistenza, ovvero tre relazioni emergono da un unico rapporto, quello fra Dio-Jahvé e l’antico Israele.

Note:

[1] La domanda è posta nei termini riportati da J.H. NICOLAS, nella sua celebre “Sintesi DogmaticaDalla Trinità alla Trinità, vol. 1, LAV, Città del Vaticano 1991, p. 87.

[2] S. Agostino , De Trinitate, Libro  II,18,35, op. cit., p. 94.

[3] Nel suo assioma, probabilmente Rahner non tiene conto che la Trinità economica ha una sua sussistenza reale ed una relativa: la prima esprime l’atto stesso del rivelarsi storico-salvifico divino, così come esso è; la seconda indica invece la comprensione propria del popolo di Dio di tale rivelazione, che tuttavia non può essere esclusa anch’essa dall’economia. Per questo ci pare superficiale dire come fa Rahner che “La Trinità economica è la Trinità immanente è viceversa”.

[4] La citazione è riportata in  Moltmann J., Trinità e Regno di Dio, op. cit., p. 57.

[5] Cfr. Ivi, p. 73.

[6] L’introduzione della “maternità” in questo contesto vuole essere un’anticipazione, per certi aspetti “rischiosa” della trattazione sistematica successiva.

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L’origine dell’uomo

L’origine dell’uomo tra scienza e fede – Intervista al biologo Enzo Pennetta

(Dal 1° numero di “CIRCOLA VOCE”, trimestrale d’informazione religiosa)
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“Tutto è stato fatto per mezzo di lui (il Verbo), e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3). Se interpretato con coerenza critica, un qualsiasi testo letterario dev’essere giudicato alla luce della sua interezza espositiva, non soltanto per astrazione finalizzata di alcune sue parti, tanto più se questo testo corrisponde alla Sacra Scrittura. L’attribuzione della dottrina della creazione che, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, “è il fondamento di tutti i progetti salvifici di Dio” (n° 280), alla sola e per alcuni studiosi “fiabesca” narrazione della creazione secondo il racconto genesiaco (Gen 1-2), risulta essere un processo minimale d’interpretazione del Testo Sacro, dal momento che con modalità distinte il tema del Dio creatore è onnipresente nell’economia biblica, con un’accentuazione del tutto singolare, per ovvie ragioni, nel Nuovo Testamento. In questa nostra rubrica, siamo lieti di poter interloquire con un biologo e divulgatore scientifico, il dottor Enzo Pennetta, a riguardo dell’origine dell’uomo, potendo così esplorare il punto di vista scientifico attorno al pensiero cristiano della creazione.
D. Gentile dottor Pennetta, ad introduzione della nostra riflessione vorrei raccontarle un episodio particolare che avvenne il giorno della mia primissima esperienza come professore di religione in un liceo scientifico del torinese, diversi anni or sono. Una ragazza di seconda, peraltro molto educatamente, mi propose la seguente domanda: “Professore, a cosa serve parlare ancora di un Dio creatore quando Darwin ha dimostrato scientificamente che l’uomo derivi dalla scimmia?”. Ricordo che in quel momento pensai alla mia posizione da “ultimo arrivato” nel corpo docenti, un supplente a tempo, per cui, pur intuendo che quella ragazza ereditasse questa sua convinzione dall’insegnamento del mio collega di scienze naturali, che peraltro non conoscevo ancora, evitai un’argomentazione polemica e le dissi soltanto di approfondire con lui la veridicità di questa informazione. Lei, dottor Pennetta, come risponderebbe oggi, da uomo di scienza, ad una domanda di questo genere?

R. L’esperienza scolastica a cui fa riferimento la domanda è capitata anche a me personalmente e ritengo che sia una di quelle situazioni con cui ogni insegnante, prima o poi, sia chiamato a confrontarsi. Quando quella stessa domanda fu rivolta a me per la prima volta, diversi anni or sono, non credo di essermela cavata molto bene; sapevo infatti che fosse un’affermazione errata, ma non trovai le parole giuste per spiegarlo. Oggi, con molta più esperienza sulle spalle, a quella domanda replico che la scienza si occupa di rispondere all’oggettività del “come”, mentre non può dire nulla sulla trascendenza del “perché”. Se quindi la teoria di Darwin spiegasse con precisione “come” sia comparso l’Uomo (cosa che in realtà non fa), non potrebbe mai dire nulla sul “perché” della sua esistenza. Mi spiego meglio. La scienza ci può dire come funzioni il corpo umano, ma non ci dirà mai nulla sul senso dell’esistenza; il motivo sta nel fatto che la scienza non indaga per sua natura i fini ultimi e quindi non renderà mai superflue la filosofia e la religione, perché si occupa di altre cose. Il grande paleontologo S.J. Gould, per indicare tale separazione, coniò il termine ‘magisteri non sovrapposti’; personalmente, credo che questo sia un modo efficace di inquadrare la questione.

D. Rimanendo ancora alla mia esperienza personale, del resto amo parlare di ciò che ho sperimentato in prima persona e in questo, forse, sono un po’ “scientifico” anch’io, posso testimoniare come durante i lunghi anni di frequentazione accademico-pontificia che mi hanno condotto al dottorato abbia conosciuto alcuni professori di elevata formazione scientifica, astronomi, fisici, matematici, divenuti poi sacerdoti e teologi, alcuni dei quali oggi particolarmente conosciuti a livello internazionale. Ebbene, al di là del solito sforzo basilare nell’affermare il principio di verificabilità dei propri enunciati, mi pare evidente che sia nell’ambito teologico, sia in quello della scienze propriamente dette, esista sempre un margine intellettuale puramente personale, legato al punto di vista privato del ricercatore e capace tuttavia di equivocare, in certi casi, un patrimonio comune di conoscenza. Questo in particolar modo mi pare accadere in ordine all’insegnamento teologico e scientifico circa l’origine dell’uomo, dove un secondo fine, intrinseco a determinate proposizioni passate per scientifiche, rischia di confondere, piuttosto che non chiarire, determinati interrogativi del ricercatore. Lei pensa di poter condividere questa mia percezione? E quali effetti socio-culturali, eventualmente, possono scaturire da un’alterazione dell’oggettività sperimentale?

R. L’idea che la scienza sia qualcosa di indifferente alle convinzioni personali degli scienziati, o alle idee dominanti in un determinato periodo storico, è un’ingenuità. Sin dalla prima metà del Novecento il filosofo della scienza T.S. Kuhn ha affrontato il fenomeno dell’origine e dell’affermazione delle teorie scientifiche, giungendo alla conclusione che esse quando hanno successo si consolidino in “paradigmi” e che siano correlate con le convinzioni dell’epoca. In questa dinamica è presente un forte rischio di entrare in un sistema auto-alimentantesi, nel quale i paradigmi scientifici rinforzano quelli socio-culturali e viceversa. Nel caso particolare della teologia, sembra che alle volte emerga una sorta di “complesso d’inferiorità” rispetto alle scienze naturali che spinge ad orientare le proprie affermazioni in un modo quasi compiacente, ma purtroppo questa è solo una conseguenza della mancata separazione tra diversi magisteri, proprio come nel caso che abbiamo prima affrontato del rapporto tra evoluzione ed esistenza di un Creatore. I teologi dovrebbero quindi tenere sempre presente che la scienza si occupa dei fenomeni naturali e di “come” essi avvengano, e che questo non dovrebbe aggiungere o togliere nulla al loro ambito in quanto, come abbiamo visto, si tratta di magisteri non sovrapposti.

D. Da un punto di vista dell’adeguazione disciplinare, l’evoluzionismo possiede un sempre crescente diritto di cittadinanza anche presso gli ambienti teologici, sebbene attraverso forme ed applicazioni ermeneutiche non sempre omogenee e sistematiche e talvolta molto distanti dall’originario orientamento darwiniano. In questa prospettiva, il gesuita e paleontologo Theilard de Chardin (1881-1955), profondo sostenitore della teoria evoluzionista, può considerarsi il pioniere di un processo, mi perdoni il gioco di parole, “evolutivo” in seno alla teologia della creazione cattolica. Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), per esempio, non disdegnò un’ampia serie di citazioni del gesuita francese in seno al suo discorso sull’evoluzione contenuto nella sua famosa “Introduzione al Cristianesimo”, manifestando anche successivamente, come prefetto della Congregazione per la Fede, una certa attrazione rispetto ad alcuni enunciati di questo autore. Lo stesso importante documento della Commissione Teologica Internazionale, intitolato “Comunione e servizio” (2004), precisa al n° 65 (cap. 3°): “I risultati convergenti di numerosi studi nelle scienze fisiche e biologiche inducono sempre più a ricorrere a una qualche teoria dell’evoluzione per spiegare lo sviluppo e la diversificazione della vita sulla Terra, mentre ci sono ancora divergenze di opinione in merito ai tempi e ai meccanismi dell’evoluzione”. Pur tuttavia, e sono curioso di conoscere il parere di uno scienziato, mi pare che il movimento teologico verso un’accoglienza/integrazione, ormai ritenuta come dato indiscutibile, della teoria dell’evoluzione in seno alla teologia della creazione, manchi di una coerente epistemologia scientifica che, appunto, stabilisca un parametro indefettibile rispetto a ciò che si intende con il termine “evoluzione”, finendo per elaborare delle teorie non sufficientemente sostenute da una strutturazione coerente e trasbordanti talvolta in frontiere filosofiche o metafisiche. Le domando, dunque, quale genere di “imprescindibilità”, secondo lei, possieda la teoria dell’evoluzione in seno ad una credibile teologia della creazione, e soprattutto alla luce di quale concetto di evoluzione, data la diversificazione e l’uso non sempre identico di questo termine.

R. Parto dalle ultime questioni sollevate dalla domanda e cioè su cosa si intenda per “teoria dell’evoluzione”. Siamo qui di fronte ad un argomento centrale e al tempo stesso lasciato quasi sempre da parte, mi riferisco ad un’interpretazione vaga e in genere errata del termine ‘evoluzione’ che finisce per nascondere dietro una coltre di confusione i limiti della teoria scientifica. Faccio anch’io riferimento ad un’esperienza personale. Ricordo la prima volta che ascoltai il paleontologo Roberto Fondi (che fu uno dei più lucidi critici della teoria darwiniana negli anni ’80): quel giorno egli iniziò la sua conferenza proprio chiarendo la distinzione tra evoluzione e darwinismo. Infatti, per evoluzione si deve intendere il “fatto”, dimostrato dal ritrovamento dei reperti fossili, che nel tempo sulla Terra si sono succeduti organismi di diverso tipo, mentre la teoria darwiniana è una “spiegazione” che è stata data al fatto dell’evoluzione. Se questa distinzione venisse fatta chiaramente a partire dall’insegnamento scolastico, si comprenderebbe chiaramente che si può benissimo accettare l’evoluzione e al tempo stesso rifiutare la teoria di Darwin senza che in questo vi sia nessuna contraddizione. Adesso possiamo tornare a parlare del rapporto con la teologia. Ebbene, a mio parere il primo testo che parla di uno sviluppo graduale dell’Universo a partire dalla materia inorganica per finire con la comparsa dell’Uomo, è proprio il libro della Genesi: perché allora dovrebbe esserci contrasto tra evoluzione (che ricordiamo è la successione di diverse forme di vita nel tempo) e Genesi? Una volta chiarito che l’evoluzione in sé non costituisca un problema per la religione, si capisce che il falso conflitto tra evoluzione e Bibbia faccia comodo solo a chi vuole nascondere i punti deboli della teoria darwiniana dietro lo schermo di un’opposizione religiosa di comodo, una contrapposizione che lascerà intendere che le critiche al darwinismo sono legate a preconcetti di natura religiosa e non a validi motivi scientifici. Ma come detto in precedenza riguardo ai magisteri non sovrapposti, quando la scienza avrà trovato una spiegazione soddisfacente dell’evoluzione, questa spiegazione, qualunque essa sia, non potrà in alcun modo portare contributi ad una visione atea del mondo.

D. In uno dei suoi scritti più discussi, proprio perché attinenti il tema dell’origine dell’uomo, la mistica Maria Valtorta metteva in bocca a Gesù le seguenti parole: “Se l’uomo è venuto dalla scimmia, come mai ora l’uomo, anche con innesti e ripugnanti incroci, non torna scimmia? Sareste capaci di tentare anche questi orrori se sapeste che ciò potesse dare sanzione approvativa alla vostra teoria, ma non lo fate perché sapete che non riuscireste a fare di un uomo una scimmia. Ne fareste un brutto figlio d’uomo, un degenerato, un delinquente forse, ma mai una vera scimmia. Non lo tentate perché sapete in anticipo che fareste una pessima riuscita e la vostra reputazione ne uscirebbe rovinata”. Tacciata di follia e fantascienza da alcuni scienziati, talvolta anche dentro gli ambienti accademico-pontifici, la Valtorta ha comunque messo in crisi un certo orientamento evolutivo ormai esteso nello stesso contesto del pensiero teologico contemporaneo dominante. Una crisi generata dal fatto che la Valtorta non è stata né una teologa né una scienziata, ma una donna per moltissimi anni bloccata in un letto, senza alcun ordine di cultura particolare. Lei, da scienziato, come interpreta le parole di questa mistica, in particolare la sua famosa conclusione: “È stolto pensare che Dio abbia creato, volendo darsi un Creato, cose informi, attendendo di essere da esse glorificato quando le singole creature e tutte le creature, avessero raggiunto, con successive evoluzioni, la perfezione della loro natura perché fossero atte al fine naturale o soprannaturale per il quale sono state create”?

R. Non conoscevo questo scritto di Maria Valtorta, e devo dire che mi ha sorpreso per i suoi risvolti tecnici estremamente moderni. L’idea di ripercorrere a ritroso l’evoluzione per mostrarne le fasi è infatti realmente stata formulata. Come è noto, secondo la ricostruzione degli scienziati evoluzionisti, gli uccelli sarebbero i discendenti dei dinosauri; ebbene, il paleontologo Jack Horner ha proposto proprio di riottenere un dinosauro a partire dal pollo facendo dei cambiamenti a ritroso nel DNA, il che, fatte le dovute differenze, equivale alla proposta di ricavare un ominide, o qualcosa di simile ad una scimmia, a partire dall’uomo. Se l’esperimento di Horner fallirà, sarà un fallimento della teoria darwiniana, proprio come affermato nello scritto della Valtorta. Ma secondo i dati forniti dai reperti fossili i cambiamenti che portano alla comparsa di una nuova specie sono bruschi, e sarà davvero difficile intervenire a ritroso per ottenere il “salto” inverso. Noi siamo qui ad aspettare, e se l’esperimento di Horner dovesse avere un esito negativo, sarebbe giusto che la cosa non passasse inosservata. Riguardo invece alla seconda frase di Maria Valtorta che è stata riportata nella domanda, essa può essere interpretata in modo teologicamente compatibile con l’evoluzione, intesa come successione di specie diverse nel tempo. Infatti, secondo una corretta visione evoluzionistica, non esistono creature informi o che non siano in sé perfette, ad esempio i dinosauri erano perfetti, così come lo erano i mammut o le tigri dai denti a sciabola. Queste creature si sono succedute nel tempo ma non erano imperfette, così allo stesso modo le stesse generazioni umane si sono succedute nel tempo, ma questo non vuol dire che i nostri antenati fossero ‘informi’ o più ‘imperfetti’ di noi.

D. Ritornando al discorso puramente razionale, in alcuni ambienti cattolici alcuni studiosi, come ad esempio il professor Paul Erbrich (1928-2009), si lamentavano del rifiuto di alcuni biologi ad ammettere l’istanza evoluzionista senza al contempo identificarla con il meccanismo darwiniano, confutando l’idea che l’origine dell’evoluzione possa essere identificata con “il caso”. Lei in che prospettiva si pone rispetto a questa presa di posizione?

R. Confermando quanto sinora ho detto, mi trovo pienamente d’accordo con la posizione sostenuta da Paul Erbrich: l’evoluzione è un fatto, la teoria darwiniana è un tentativo di spiegare quel fatto. La distinzione tra le due cose è così evidente che il rifiuto di accoglierla appare pretestuoso. Far passare per sinonimi i due termini “evoluzione” e “teoria di Darwin”, giova infatti a chi vuole evitare il confronto sui punti deboli della teoria di Darwin facendo passare gli oppositori per gente irragionevole che nega il fatto che siano esistiti i dinosauri. Ma una volta capito il trucco diventa facile neutralizzarlo. E concordo con la critica al ‘caso e selezione’ come motore dell’evoluzione, esistono dei limiti legati alla stessa età dell’universo che lo escludono. In poche parole, il nostro universo è troppo ‘giovane’ per poter pensare che il caso e la selezione abbiano avuto modo di produrre il fenomeno ‘vita’ come lo conosciamo.

D. Quale genere di prospettiva finalistica è contenuta nell’architettura darwiniana dell’evoluzione? Si parla infatti molto di origine, ma riguardo al fine non sembra riscontrarsi la stessa concentrazione speculativa.

R. La teoria di Darwin, in quanto appartenente all’ambito scientifico, non indica alcun fine nell’evoluzione, ma al riguardo è bene ribadire alcune cose. Come ho detto prima, la scienza non si occupa dei “perché” ma dei “come”, quindi una teoria scientifica come quella di Darwin non può dire nulla riguardo ai fini. Ma qui gli scienziati commettono spesso un errore, confondendo l’incapacità di dimostrare un fine con l’inesistenza del fine stesso. Dire infatti che non posso dimostrare l’esistenza di un fine, non significa che quel fine non esista.

D. Le pongo ancora un’ultima domanda dal carattere conclusivo, ringraziandola per la sua gentile disponibilità. Indipendentemente da ogni soggettivismo o punto di vista finalizzato, mi piacerebbe conoscere attraverso di lei quale concreto ordine di conoscenza scientifica esista oggi in riferimento all’origine dell’uomo.

R. La realtà è che sui meccanismi evolutivi in generale e, a maggior ragione, su quel fenomeno unico tra i viventi che è l’Uomo, sappiamo veramente poco. E a dirlo sono alcune delle menti migliori della ricerca internazionale; infatti, proprio pochi mesi fa, grandi nomi come Noam Chomsky, Ian Tattersall, Richard Lewontin e altri, hanno pubblicato uno studio congiunto nel quale sottolineano che la comparsa di quella capacità unica degli esseri umani che è il linguaggio non abbia ancora una convincente spiegazione scientifica. Una dichiarazione autorevole che, senza dirlo mai esplicitamente, mette in discussione tutta la ricostruzione della comparsa dell’Uomo e la stessa teoria darwiniana. Ma voglio concludere con una dichiarazione di fiducia nella scienza, nel fatto che un giorno capiremo come è realmente avvenuta la comparsa dell’Uomo, e che questa scoperta non potrà mai essere incompatibile con una visione religiosa.
Vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di parlare di questi importanti e interessantissimi argomenti, ma soprattutto per la possibilità di indicare ai vostri lettori quei luoghi comuni che falsano un corretto dibattito sull’evoluzione.

 

Fonte: “Circola Voce”, di Francesco Gastone Silletta – n° 1 Anno 1 – Ottobre 2014 – Corso Francia, 201 – 10139 Torino – Tel. 3405892741 – [email protected] P.IVA 11193280010

Maria e il tempo

“Maria e il tempo”

Virgin Mary and the time

Dal libro di R. Laurentin, “La Vergine Maria”, Ed. Paoline, Roma 1970, pp. 214-215

 San Tommaso osserva che la crescita in grazia segue una legge di accelerazione che richiama, nell’ordine spirituale, quella della caduta dei corpi nel vuoto: più un’anima si avvicina a Dio e più fortemente egli l’attira; più è elevata in grazia e più la sua ascensione è rapida. Così la crescita di Maria, partendo da una santità che supera fin dall’origine quella di tutti i santi, si trova ad essere la più vertiginosa che mai ci sia stata. Ella non ha conosciuto i progressi negativi che conducono alla eliminazione del peccato – quei progressi che sono poco in armonia col ritmo del tempo perché implicano delle scosse e sono il prezzo di un regresso – ma è invece il tipo stesso del progresso positivo per eccellenza: l’accostamento di Dio e l’approfondimento dell’amore. Mentre il destino di ogni uomo oscilla tra la nostalgia del ricordo e l’impazienza dell’avvenire, Maria ha saputo vivere al livello del tempo, “aderire” alla durata, impegnare tutto il suo passato al servizio dell’avvenire in una speranza senza debolezza. Meglio di ogni altra, ha saputo vivere, secondo il precetto evangelico, senza preoccuparsi dell’indomani (Mt 6,34). Infine, ha il privilegio di appartenere a tutte le fasi del tempo della grazia che si intrecciano secondo una progressione ternaria: prima di Cristo, durante la vita di Cristo sulla terra, dopo Cristo. Ella nasce e cresce sotto l’Antico Testamento. La sua vita ricopre poi tutta la durata della vita di suo Figlio e si prolunga durante gli inizi della Chiesa. Non solamente partecipa a queste tre fasi, ma sembra avere un compito privilegiato nella transizione dall’una all’altra: il che l’armonizza con l’essenza stessa del tempo. Ѐ attraverso di lei che, nel giorno dell’incarnazione, Israele fa nascere Cristo. Noi la vedremo compiere una parte di analogo legame tra la morte di Cristo e la nascita della Chiesa. Infine, mediante la sua assunzione, anticipa la parusia: è il legame tra la condizione attuale e terreno della Chiesa e la condizione futura, celeste e risorta, verso la quale questa si avvia”.

 Fonte: La Casa di Miriam Torino (Studi Teologia Mariana)

 

 

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Maria, l’armatura di Dio

– Maria, l’armatura di Dio –
(di Francesco Gastone Silletta)

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Nella parenesi conclusiva della sua missiva ai Cristiani di Efeso, l’Apostolo elabora una teologia del combattimento spirituale volta ad edificare la coscienza cristiana di coloro che come lui, ambasciatore del Vangelo (Ef 6,20), aspirano ad una corona incorruttibile di salvezza (1Cor 9,25). Nel contesto di questa stessa parenesi, tuttavia, Paolo esprime ancora una volta il carattere duale della propria esposizione, costituita cioè da un contenuto formale esplicito e da una sostanziale esposizione implicita di riferimento.
Il carattere formale di quanto l’Apostolo asserisce è esperibile mediante una duplice latitudine di osservazione. Da una parte, infatti, viene presentato l’oggetto proprio del suo intento narrativo, cioè l’armatura (πανοπλία) di Dio che i credenti sono esortati ad indossare, la quale viene appunto formalmente citata in Ef 6,13:
“Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove”.
Dall’altra parte, invece, viene presentata un’approfondita serie di esplicazioni della natura di questa stessa πανοπλία, ossia gli elementi propri che la caratterizzano: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada.
Ora, alcuni studiosi si fermano a questa latitudine formale dell’esposizione paolina, inoltrandosi così nello studio delle citazioni che l’Apostolo stesso, con particolare acume di conoscenza, trae dall’economia veterotestamentaria. Su queste basi formali, si giunge così a concludere come il concetto stesso di “πανοπλία” venga estratto dalla tradizione veterotestamentaria quale ingrediente metaforico allusivo utile all’intento teologico paolino, volto ad oggettivizzare, mediante delle immagini concrete, ciò che l’Apostolo invoca per gli Efesini come protezione della propria incolumità spirituale. Se in se stesso questo apparato formale dell’esposizione di Paolo potrebbe sembrare già sufficientemente lineare e coerente, in realtà esso sembra nascondere, con una certa evidenza, un contenuto implicito parametrico. L’Apostolo, cioè, dietro le citazioni che egli stesso coordina elegantemente, nasconde un’istanza sostanziale di rivelazione. Ci pare allora opportuno ricorrere in prima istanza al testo paolino relativo a quanto stiamo dicendo, ossia Ef 6,11-12: “Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace”. Come sottolineano molti esegeti, questa pericope paolina raccoglie diversi riferimenti veterotestamentari, nei quali è parimenti menzionata l’armatura di Dio e la natura degli oggetti che la compongono. Nel libro di Isaia, per esempio, in riferimento al germoglio della stirpe di Iesse, si dice: “Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà (LXX: la verità)” (Is 11,5), oppure, in riferimento all’armatura del “Retributore di Jahvé” (Is 59,18), lo stesso profeta scrive: “Egli si è rivestito di giustizia come di una corazza, e sul suo capo ha posto l’elmo della salvezza. Ha indossato le vesti della vendetta, si è avvolto di zelo come di un manto”, utilizzando invece l’immagine della calzatura ai piedi quale metafora dello zelo per l’annuncio in Is 52,7: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunci che annuncia la pace, messaggero di bene che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”.

Shield of God

Lo stesso profeta Isaia, inoltre, esprime una caratteristica di questa “πανοπλία” divina laddove di lui asserisce quanto segue:
“Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” (Is 49,2),
offrendo un’ulteriore indicazione della forza annunciatrice della sua bocca laddove dice:
“Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alla città di Giuda: “Ecco il vostro Dio!” (Is 40.9).
Si può ben comprendere, dunque, il valore notevole che l’ampia citazione paolina all’interno della pericope sopraccitata possieda dal punto di vista della sua continuità storico-salvifica, evocando la tematica dell’armatura di Dio, ben nota all’economia antica, quale immagine calzante il significato attuale della propria dissertazione, ossia la presa di possesso di una difesa spirituale da parte degli Efesini.
A nostro avviso, tuttavia, rimarrebbe comunque debole questa profonda parenesi paolina, così succintamente decorata di citazioni veterotestamentarie, qualora non venisse inteso ciò che nell’ordine della sostanza costituisce il suo parametro implicito espositivo. Paolo, cioè, utilizza l’ampia citazione da noi appena commentata quale causa occasionale di rivelazione, mirando invece ad una causa reale la cui evidenza è presente solo a livello di fondamento intrinseco. Per comprendere allora la vera natura della causa reale della parenesi paolina, dobbiamo ancora una volta analizzare ciò che lo stesso Apostolo, come in altri esempi sopra analizzati, butta avanti in termini di premesse motivazionali, in questo caso ciò che dice in Ef 6,12:
“La nostra battaglia, infatti, non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”.
Come si vede, l’Apostolo precisa la natura dell’oppositore rispetto al quale è necessario intraprendere il combattimento spirituale e, soltanto dopo lo svelamento di questa particolare natura,
allora cita formalmente l’armatura di Dio quale strumento di difesa con l’elencazione metaforica della sue singole componenti (Ef 6,13-17). Dietro questa citazione, però, giace un profondo contenuto parametrico. Infatti, se l’armatura di Dio, descritta nella citazione paolina, consistesse soltanto nell’oggettistica menzionata, ossia dal punto di vista materiale della sua natura, applicata al contesto neotestamentario del cristianesimo essa riguarderebbe solamente una difesa esteriore, dunque inutile rispetto alla natura spirituale dell’avversario: “Molti sono quelli che portano il segno esteriore del cristiano, come gli antichi farisei portavano le filatterie alla fronte e al polso” [M. Valtorta, Lezioni sull’epistola di S. Paolo Apostolo ai Romani, CEV, Isola del Liri (Fr) 2012, p. 186].
L’Apostolo Paolo, invece, ben sa che “la vita cristiana è Amore […], ma l’Amore è spirituale movimento […] quindi non può essere gustato e posseduto da coloro che la carne domina” (Ivi). Per questa ragione, accanto alla sua citazione materiale, l’Apostolo elenca gli elementi spirituali dell’armatura di Dio, ossia: la verità, la giustizia, lo zelo, la fede, la salvezza, la Parola di Dio. Tutti elementi che tuttavia richiedono di andare al di là della loro pura citazione formale, poiché trattasi di immagini e non di persone. Occorre cioè indicare ciò che a livello personale costituisce la vera armatura di Dio, poiché appunto di per se stessa esprime sommamente tutte queste immagini di difesa. Noi riteniamo che nella coscienza di Paolo, “che pure fu rapito al terzo cielo e udì parole arcane, ma non per questo fu risparmiato dagli assalti di un angelo di Satana (2Cor 12,1-10)” (Ivi, p. 97)), costei è unicamente Maria, la Madre di Gesù.
Deduciamo questo proprio da quella premessa così fondamentale posta dall’Apostolo, nella quale menziona esplicitamente, ed è un particolare troppo sottovalutato dagli studiosi, il Diavolo quale concreto avversario nella battaglia spirituale. L’idea stessa di un combattimento, infatti, è orfana della natura primigenia dei progenitori, ai quali “sarebbe stato dolce e senza sforzo il pervenire al Regno di Dio, mentre ora occorre usare violenza per conseguire il Regno dei cieli (Mt 11,12). Violenza santa contro ogni violenza maligna” (Ivi, p. 192).
L’Apostolo, allora, allude nel fondamento del proprio pensiero proprio alla principale arma di difesa che, per la sua vicinanza con Dio, allo stesso modo in cui l’Antica Arca ne proteggeva lo splendore dentro se stessa, permette di “restare in piedi dopo aver superato tutte le prove” (Rm 6,13), ossia Maria, la Madre.
Solo Maria, infatti, a nostro avviso può considerarsi l’armatura di Dio, prefigurata nell’Antica Economia (Arca dell’Alleanza) e prefigurata pure, implicitamente, nella parenesi paolina ai cristiani di Efeso. Le sei caratteristiche dell’armatura divina, infatti, che andando oltre la metafora Paolo rende esplicite nella sua citazione di Ef 6,13-17, sono i contenuti formali dell’amore perfetto di Maria, unica e singolare armatura della Verità incarnata e del Verbo Redentore.

Fonte: La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

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Metodo di meditazione di S. Francesco di Sales

           Metodo di meditazione di S. Francesco di Sales
Da “Filotea” (a cura di R. Balboni), Paoline, Milano 1984, pp. 74-76

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“È possibile, Filotea, che tu non sappia come vada condotta l’orazione mentale: ai giorni nostri pochi lo sanno ed è un male. È per questo che brevemente e con semplici parole ti espongo un metodo, in attesa che tu, leggendo libri sull’argomento e soprattutto con la pratica, ne raggiunga una conoscenza più profonda e completa.
Inizio dalla preparazione, che consta di due momenti: primo, mettersi alla presenza di Dio; secondo, invocarne l’assistenza. Per metterti alla presenza di Dio ti propongo quattro vie che, all’inizio, possono esserti utili.
1. La prima è una viva ed attenta presa di coscienza della onnipresenza di Dio: Dio è in tutto e dappertutto e non c’è luogo o cosa in questo mondo che non manifesti la sua presenza; noi siamo simili agli uccelli che sono circondati dall’aria ovunque indirizzino il loro volo: ovunque andiamo o ci fermiamo Dio ci è presente. Tutti sanno questa verità, ma non tutti sono attenti a prenderne coscienza. I ciechi, pur non vedendo il Principe al cui cospetto si trovano, non per questo non tengono un contegno rispettoso se sono avvertiti di tale presenza; però, non vedendolo, dimenticano facilmente la sua presenza; di conseguenza ancor più facilmente dimenticano il contegno rispettoso. Noi siamo così, Filotea: pur sapendo che Dio è presente, non lo vediamo; è la fede che ci ricorda la sua presenza. Non vedendolo materialmente con gli occhi ce ne dimentichiamo molto spesso e ci comportiamo come se Dio fosse molto lontano. Sappiamo bene che è presente in tutte le cose, ma non ci pensiamo, ed è quindi come se non lo sapessimo.
È per questo che, senza eccezioni, prima dell’orazione dobbiamo svegliare nella nostra anima l’attenzione cosciente alla presenza di Dio. Era il pensiero di Davide, quando scriveva: “Se salgo in cielo, o mio Dio, tu ci sei; se discendo agli inferi, tu ci sei!”. In tal senso vanno prese anche le parole di Giacobbe che, alla vista della scala, dice: “Questo luogo è terribile! Dio si trova proprio qui ed io non lo sapevo”. Vuol dire che non ci pensava; sapeva bene che Dio è presente ovunque.
Tornando alla preghiera, devi dire al tuo cuore con tutta te stessa: Cuor mio, Dio è proprio qui!
2. La seconda via per mettersi alla presenza di Dio è pensare che non soltanto Dio è presente nel luogo in cui ti trovi, ma in modo particolare è presente nel tuo cuore e nel profondo del tuo spirito, ai quali dà vita e forza, quale cuore del tuo cuore e spirito del tuo spirito; come l’anima infatti è diffusa in tutto il corpo e presente in ogni parte di esso, e tuttavia ha nel cuore la sua sede privilegiata, similmente Dio, pur essendo presente dappertutto, sceglie la sua sede particolare nel nostro spirito: per questo Davide chiamava Dio, il Dio del suo cuore, e san Paolo diceva che noi viviamo, ci muoviamo e siamo in Dio. Pensando a questa verità, procurerai di avere nel tuo cuore un grande rispetto per Dio, perché ivi è presente in modo particolare.
3. La terza via è di pensare al nostro Salvatore che, nella propria umanità, vede dal cielo tutte le persone della terra e, in modo particolare, i cristiani suoi figli, e tra essi, particolarmente quelli che sono in preghiera, di cui nota gli atti e il comportamento. Questa non è fantasia, ma la pura verità; perché anche se noi non lo vediamo, Lui dall’alto ci guarda. Santo Stefano così lo vide durante il suo martirio. Possiamo dire, a buon diritto, con la Sposa: “Eccolo dietro la parete che guarda dalle finestre e si affaccia dal cancello”.
4. Una quarta via può essere quella di ricorrere all’immaginazione e rappresentarci il Salvatore nella sua umanità vicino a noi, proprio come siamo soliti fare con gli amici, quando diciamo: vedo il tale che fa questo, mi sembra proprio di vederlo, e simili espressioni. Se poi ti trovi in un luogo dove c’è il Santissimo Sacramento dell’altare, non sarebbe più soltanto una presenza immaginaria, ma reale; le specie e le apparenze del pane sono come una tenda da dietro la quale Nostro Signore, realmente presente, ci vede e pensa a noi, anche se non lo vediamo nella sua forma. 
Serviti di una di queste quattro vie per metterti alla presenza di Dio prima dell’orazione; non pretendere di impiegarle tutte insieme, ma una alla volta, con semplicità e brevità”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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Siti d’informazione giornalistica scandalosi per i bambini (e non)

– Siti d’informazione giornalistica scandalosi per i bambini (e non) – 

(di Francesco Gastone Silletta)

Famiglia

Alcuni siti e canali d’informazione nazionale dovrebbero interrogarsi se, al di là della resa economica, un certo loro genere di trasmettere le notizie, sempre corredate di immagini talvolta sin troppo esplicite rispetto ad un determinato tema trattato (es. sessualità, abusi, omicidi, ecc.), non possa ritenersi offensivo e scandaloso per anime particolarmente sensibili, come ad esempio quelle dei minori, costrette, magari perché assorbite dentro un contesto familiare o domestico a sua volta disattento, a partecipare alla visione, lettura o ascolto di determinate scene da loro pubblicate e diffuse. Oggi, 18 ottobre, ad esempio, i telegiornali e i corrispettivi canali su internet mostrano scene ed immagini a nostro avviso raccapriccianti in ordine ad una visione dei minori, instaurando dentro di loro un profondo ordine di confusione e distorsione del reale antropologico dentro la loro giovanissima autocoscienza esistenziale. Sappiamo che pur di creare ascolti, di qualunque genere, i mezzi di informazione sono talvolta pronti a tutto, tuttavia è molto grave, e bisognerà renderne conto, mostrare ai minori scene così violentemente in disaccordo con i principi fondamentali della differenziazione sessuale, ad esempio, del rispetto del proprio corpo, della scoperta dell’altro, della conoscenza e dell’amore, dell’unione sessuale e del matrimonio. Si potrebbe eventualmente, per ragioni sociali, comunicare determinate notizie senza necessariamente entrare nell’esplicito visivo-fotografico, ma per gente poco avvezza al dono dell’attenzione per il prossimo e per la sua sensibilità umana, ciò non conta nulla.
Si tratta ad ogni modo di un circuito comunicativo che non offende soltanto i minori, ma molto spesso anche gli adulti. Certe scene pubbliche, infatti, creano imbarazzo e disappunto anche nei loro genitori, per esempio, o comunque a persone che vorrebbero essere “informate”, pagando determinati canoni per ricevere questa informazione, in una maniera ben più antropologicamente sensibile e preparata.
La crisi globale dell’informazione è del resto evidente. Per informare qualcuno, infatti, occorre una serie di presupposti, tra cui appunto l’essere a propria volta “informati” rispetto a ciò che come canale di trasmissione si è deposti a trasmettere. Questo ci pare in qualche modo mancare in alcuni canali d’informazione del tutto “italiani” rispetto ad un certo modo di “diffondere la notizia”, soprattutto in ordine ad una attenzione etica e valoriale rispetto alle caratteristiche antropologiche, psicologiche ed affettive dei destinatari della propria diffusione comunicativa.
Meglio prendere le distanze, e categoriche, rispetto ad una certa legge dell’informazione orfana di una legge umana naturale intrinseca ed attenta all’esigenza etica e personalistica di ogni soggetto umano, talvolta disumanizzato proprio secondo un dato ordine di concepirlo giornalisticamente parlando.
L’uomo della televisione e dei giornali, per dirla franca, non è che un idolo costruito a livello mass-mediatico, un fantasma, una caricatura esistenziale peggiorata e svilita, come ogni imitazione “discendente”, della reale esistenza umana creata ad immagine di Dio e fondata su principi etici e morali chiari ed indissolubili, comunicati intrinsecamente alla propria natura umana. Questo ad ogni livello esistenziale: il matrimonio, la comunicazione, il lavoro, l’economia, la religione, la società, ecc. Tutto è corredato di una imitazione divina che rende bella, saggia, limpida, armoniosa e per questo felice ogni umana esistenza.

 

 

 

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“Basta idoli inutili, preghiamo Maria, Madre in carne e ossa!”

“Basta idoli inutili, preghiamo Maria, Madre in carne e ossa!”

Statua apparizione
(di Francesco Gastone Silletta)

Mentre nel mondo si manifestano ogni giorno di più i segni tangibili di qualcosa di epocale che incombe su questa confusa umanità, occorre una profonda riflessione capace non solo di discernere ciò che è bene da ciò che è male, ma più specificatamente ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che vivifica da ciò che logora e uccide. La religione cattolica in questa prospettiva può aiutare molto. Da un punto di vista fenomenologico, infatti, osservata secondo l’interezza della sua economia di rivelazione (dunque non secondo pressappochismi ideologici, politici o istituzionali), essa è l’unica religione portatrice di senso esistenziale e di fecondità sociale, sviscerando sino in fondo l’esistenza umana secondo la sua realizzazione storico-salvifica. Il fondamentale bisogno di relazione, costitutivo della natura umana, non può trovare alcun genere di appagamento in divinità surrogate e istituzionalizzate a sopperire determinati vuoti esistenziali. Il Cristianesimo è esattamente l’opposto di ciò che taluni pensano nei termini superficiali di un transfert emozionale rispetto ad un determinato processo carenziale, venuto ad essere illusoriamente compensato attraverso una proiezione divina da adorare e servire. Il principio di relazione, infatti, intrinseco alla stessa divinità professata dai cristiani (e questa è una singolarità esclusiva del Cristianesimo), oltrepassa infinitamente lo stucchevole e psicologista principio di carenza-compensazione attribuito ingiustamente alla fede cristiana. In quanto alla sua propria scaturigine, infatti, essa segue una dinamica inversa rispetto a quella di qualunque altra religione, fosse pure la più dottrinalmente “simile” al Cristianesimo: ogni iniziativa, movimento e atto amoroso, in questa prospettiva, non hanno alcun parametro soggettivo di partenza, bensì sono sempre esterni alla persona umana e trovano nel Dio tripersonale la loro autentica ed insostituibile sorgente. Non quindi un idolo o una raffigurazione elaborata dal soggetto credente, bensì una comunicazione amorosa fra Persone divine costituisce l’essenza della confessione di fede cristiana, la quale riconosce in questa stessa comunicazione amorosa intradivina l’attualità sorgiva di ogni esistenza e di ogni altra comunicazione amorosa umana. In virtù di questa sua singolarissima origine, l’esistenza umana viene riconosciuta nei termini di una “partecipazione alla vita divina”, essendo non il frutto soggettivistico di una “scelta tra” possibili idoli umanamente preposti o identificati a tale scopo, bensì una cosciente e libera adesione ad una chiamata personale del divino che orienta verso l’uomo la propria esistenza d’amore. Amare è allora sempre un verbo riferibile unicamente alla persona e dipendente, in quanto alla sua propria sussistenza, da una partecipazione previa ad un precedente atto d’amore, costituente l’eternità di relazione amorosa del Dio-Trinità. Si capisce allora quale genere di stima o di significato possano possedere gli idoli e le divinizzazioni puramente umane nel contesto confessionale cristiano. Chi conosce e ama il Dio-Trinità, intrinsecamente a questo amore porta pure la totale riprovazione rispetto ad ogni altra umana idolatria. L’apparente “imposizione” cristiana del “rendere culto solo al Dio tripersonale” ha in realtà un significato ben più pratico ed esistenziale rispetto a quello impositivo. L’attività confessionale, infatti, deve nutrirsi di un orientamento realmente personale capace di produrre frutto a livello di esistenza umana; volgere la propria adorazione a principi totalmente umani e privi della partecipazione trinitaria produce effetti anti-esistenziali e mortiferi come quelli che la società globale ogni giorno sperimenta in diverse maniere. Il paradosso fondamentale di questa deleteria auto-esclusione umana rispetto all’ordine reale di partecipazione all’esistenza divina, riguarda un disordinato rapporto fra soggettivismo ed oggettività estrinseca. Infatti, se da un lato è palese un’autoesaltazione umana sino al punto di pensare di poter stabilire in termini del tutto autoreferenziali il principio “vero” relativo alla natura della propria esistenza, dall’altro, a questo esasperato soggettivismo corrisponde una banale ed infruttifera “oggettivazione” di determinate istanze mondane, del tutto transeunti e prive di sussistenza valoriale, fino alla loro inquadratura idolatrica e confessionale. In pratica, il soggetto egocentrico, proprio a ragione di questa immeritata stima di sé va poi a sfracellarsi nel più assoluto disordine di discernimento rispetto alla verità salvifica, contraddistinguendo i propri atti umani, anche quelli più esistenzialmente propulsivi, di una connotazione superficiale e temeraria.
Proprio perché incline a questo discernimento sin troppo autocefalo, l’uomo viene assistito costantemente, nella prospettiva di una ripresa ordinata del suo discernimento oggettivo, da un principio ancora una volta né ideologico né illusorio, bensì personale e concreto e rappresentato dalla maternità di Maria. Un cuore umano, una mente umana, per quanto sublimati da una partecipazione esclusiva della grazia divina, contraddistinguono l’assistenza costante che il soggetto cristiano riceve lungo la propria difficilissima scalata esistenziale. Non pezzi di legno, non buddità né testi “dettati” dalla divinità, ma parole materne, vere, reali, tangibili: consigli, testimonianze, lacrime umane, mani e piedi umani, occhi, sguardi, sensazioni, carne. Maria è tutto questo. Costantemente protesa rispetto all’attualità umana di ogni singolo individuo, in virtù del legame materno con cui ella è relazionata ad ogni creatura umana, Maria è il principio reale di ottenimento della salvezza, la fonte liberatrice da ogni compromesso e condizionamento umano rispetto al male ed alla sofferenza. Non quindi un’idolatrica disposizione, ma una vera comprensione della natura umana nei termini di filiazione rispetto a Colei che, secondo il suo insindacabile giudizio fondato sull’amore, il Dio tripersonale dona all’uomo quale sostegno e guida verso la propria meta esistenziale.

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Il matrimonio spirituale in S. Teresa d’Avila

– Il matrimonio spirituale in S. Teresa d’Avila –

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(Dal libro “Il castello interiore”, di S. Teresa d’Avila, tr. it. di L. Falzone, Paoline, Milano 2005, pp. 221-222)

“Veniamo ora dunque a parlare del divino e spirituale matrimonio, nonostante che tale somma grazia non trovi in questa vita il suo perfetto compimento, perché, potendoci ancora allontanare da Dio, perderemmo subito un bene così prezioso. La prima volta in cui Dio concede questa grazia si compiace di mostrarsi all’anima mediante una visione immaginaria della sua sacratissima umanità, affinché se ne renda ben conto e non ignori di ricevere un tale dono sovrano. Ad altre persone forse si mostrerà in una forma diversa, ma a questa di cui parliamo il Signore apparve, quando aveva appena fatto la comunione, in un aspetto di grande splendore, bellezza e maestà, come dopo la sua resurrezione, e le disse che era ormai tempo che ella si assumesse, quali suoi propri, gli interessi di lui e che egli si sarebbe preso cura di ciò che la riguardava, aggiungendo altre parole che sono più da sentire che da dire. Ciò potrà forse non sembrarvi una novità; anche perché altre volte il Signore si era mostrato a quest’anima nello stesso modo. Ma questa volta la visione fu talmente diversa, che la lasciò fuori di sé e piena di turbamento; anzitutto, per la violenza con cui agì su di lei; poi, per le parole che le furono dette; infine, perché nell’intimo dell’anima sua, dove le si presentò, non ne aveva avute altre, tranne quella di cui ho detto prima. Sappiate, infatti, che vi è un’enorme differenza fra tutte le visioni precedenti e quelle di questa dimora (la settima): è la differenza che passa tra il fidanzamento e il matrimonio spirituale, o come quella che si ha tra due fidanzati e coloro che non possono più separarsi. Ho già detto che, se anche si fa ricorso a questi paragoni, non essendovene altri che calzino meglio, bisogna tener presente che qui non si pensa più al corpo, come se l’anima ne fosse separata. Qui non c’è altro che puro spirito. Nel matrimonio spirituale, poi, meno ancora, perché questa unione segreta avviene nel centro più intimo dell’anima, dove credo abiti Dio stesso e dove, secondo me, non c’è bisogno di porta perché vi si entri. Dico che non c’è bisogno di porta in quanto, nelle grazie fin qui descritte, sembra che i sensi e le potenze facciano da intermediari, ed è stato così, credo, in questa apparizione del Signore nella sua umanità. Ma ciò che avviene nel matrimonio spirituale è ben differente. Il Signore appare in questo centro dell’anima non per visione immaginaria, ma intellettuale, benché più delicata di quelle già dette, come apparve agli Apostoli, senza entrare per la porta, quando disse loro: “Pace a voi!”. È un così grande segreto e una grazia così sublime ciò che Dio comunica allora in un attimo all’anima, e talmente straordinario il diletto che ne prova, che io non so a che cosa paragonarli. Posso solo dire che in quel momento il Signore vuole manifestarle la beatitudine che regna in cielo in un modo più elevato che non con ogni altra visione e diletto spirituale. Tutto quello che si può dire – a quanto è dato intendere – è che l’anima, cioè lo spirito di quest’anima, diviene una cosa sola con Dio, il quale, essendo spirito anche lui, vuole mostrarci l’amore che ha per noi, facendo conoscere ad alcune persone fin dove giunga quest’amore, affinché lodiamo la sua grandezza. Egli si compiace, infatti, di unirsi in modo tale alla sua creatura che, alla stessa guisa degli sposati i quali non si possono più separare, non si vuole più dividere da lei”.

Oggi 6 ottobre inizia la Novena a Santa Teresa d’Avila. Con l’Eucaristia quotidiana, per nove giorni, ripetiamo questa preghiera:

NOVENA A SANTA TERESA D’AVILA

O Santa Teresa, che attraverso la tua costanza nella preghiera, raggiungesti le più alte vette della contemplazione e sei stata additata dalla Chiesa quale maestra di orazione, ottienici dal Signore la grazia di imparare il tuo stile di preghiera per poter raggiungere come te quell’intimo rapporto di amicizia con Dio dal quale sappiamo di essere amati. Pater, Ave, Gloria…

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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“Non conosco uomo” (Lc 1,34)

“Non conosco uomo” (Lc 1,34)

Paesaggio

(Dal libro di Padre G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Rizzoli, Milano 1941, pp. 257-262, nn. 231-233)

231. “Presso i Giudei il matrimonio legale si compiva, dopo alcun trattative preparatorie, con due procedimenti successivi, che erano il fidanzamento e le nozze. Il fidanzamento (ebr. qiddūshīn o ’erūsīn) non era, come presso di noi oggi, la semplice promessa di futuro matrimonio, bensì era il perfetto contratto legale di matrimonio, ossia il vero matrimonium ratum: quindi la donna fidanzata era già moglie, poteva ricevere la scritta di divorzio dal suo fidanzato-marito, alla morte dì costui diventava regolarmente vedova, e in caso d’infedeltà era punita come vera adultera conforme alla norma del Deuteronomio, 22,23-24; questo stato giuridico è riassunto con esattezza da Filone quando afferma che presso i Giudei, contemporanei di lui e di Gesù, il fidanzamento vale quanto il matrimonio (De special. leg., III,12). Compiuto questo fidanzamento-matrimonio, i due fidanzati-coniugi restavano nelle rispettive famiglie ancora per qualche tempo, che di solito si protraeva fino a un anno se la fidanzata era una vergine e fino a un mese se era una vedova: questo tempo era impiegato nei preparativi per la nuova casa e per l’arredo familiare. Fra i due fidanzati-coniugi non avrebbero dovuto avvenire, a rigore, relazioni matrimoniali; ma in realtà queste avvenivano comunemente, come infatti attesta la tradizione rabbinica (Ketubōth, 1,5; Febamōth, IV,10; bablī Ketubōth, 12a; ecc.), la quale informa anche che tale disordine si riscontrava nella Giudea ma non nella Galilea.

Le nozze (ebr. nissū’īn) avvenivano quand’era trascorso il tempo suddetto, e consistevano nell’introduzione solenne della sposa in casa dello sposo: cominciava allora la coabitazione pubblica, e con ciò le formalità legali del matrimonio erano compiute. Generalmente il fidanzamento di una vergine avveniva quando essa era in età fra i 12 e i 13 anni, ma talvolta anche alquanto prima: quindi le nozze, in conseguenza di quanto si è visto sopra, cadevano di solito fra i 13 e i 14 anni. Tale era probabilmente l’età di Maria all’apparizione dell’angelo. L’uomo si fidanzava fra i 18 e i 24, e perciò questa doveva essere l’età di Giuseppe.

Concludendo, sappiamo da Luca che Maria era una vergine in questa condizione di fidanzata; inoltre, da Matteo1,18, apprendiamo che ella divenne gravida prima che andasse a coabitare con Giuseppe, cioè prima delle nozze giudaiche. Alla luce di queste notizie, quale significato hanno le sue parole rivolte all’angelo: “Come sarà ciò, poiché non conosco uomo”?

232.  Prese isolatamente in se stesse, non possono avere che uno di questi due sensi:

1) o richiamare alla memoria la nota legge di natura per cui ogni figlio presuppone un padre;

2) oppure esprimere per il futuro il proposito di non sottoporsi a questa legge e quindi di rinunziare alla figliolanza.

Un terzo senso, per quanto ci si pensi, non è dato scoprirlo.

Ora, in bocca a Maria, fidanzata giudea, le parole in questione non possono avere il primo di questi due sensi, perché sarebbero state di una puerilità sconcertante, tale da costituire un vero non-senso; a chi avesse espresso un pensiero di tal genere, se era una fidanzata giudea, era facile replicare: “Ciò che non è avvenuto fino ad oggi, può avvenire regolarmente domani”.

È quindi inevitabile il secondo senso, nel quale il verbo “non conosco” non si riferisce soltanto alle condizioni presenti ma si estende anche alle future, esprimendo cioè un proposito per l’avvenire: tutte le lingue, infatti, conoscono questo impiego del presente esteso al futuro, tanto più se tra presente e futuro non cade interruzione e se si tratta di uno stato sociale (non mi sposo; non mi faccio avvocato, ecc.). Se Maria non fosse stata una fidanzata-coniuge le sue parole, un po’ forzatamente, avrebbero potuto interpretarsi come un implicito desiderio di avere un compagno nella propria vita: ma nel caso effettivo di Maria il compagno già c’era, legittimo e regolare; quindi, se l’annunzio dell’angelo avesse dovuto avverarsi in maniera naturale, non esisteva alcun ostacolo. E invece l’ostacolo esisteva: era rappresentato da quel “non conosco”, che valeva come un proposito per il futuro, e che giustificava pienamente la domanda “come sarà ciò?”. L’unanime tradizione cristiana, che ha interpretato in tal senso il “non conosco”, ha battuto una strada che è certamente la più agevole e facile ma anche l’unica ragionevole e logica.

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Se però Maria aveva fatto il proposito di rimanere vergine, perché aveva in precedenza acconsentito a contrarre il giudaico fidanzamento-matrimonio? Su questo punto i Vangeli non offrono spiegazioni, ma se ne possono trovare riportandosi alle usanze giudaiche contemporanee. Certamente nell’antico ebraismo lo stato celibe o nubile non era affatto apprezzato, e la principale preoccupazione familiare era la figliolanza e più numerosa possibile: la mancanza di figli era reputata una maledizione di Dio (Dt 7,14). Si conoscono soltanto, fra gli uomini, l’antico caso del profeta Geremia rimasto celibe per dedicarsi totalmente alla sua missione di profeta (Ger 16,2ss.) e ai tempi di Gesù il caso degli Esseni, che contraevano matrimonio solo eccezionalmente o forse mai. Quanto alle donne, non si saprebbe che caso citare; la donna senza marito e senza figli era per gli Ebrei un essere lugubre. Allorché San Paolo incidentalmente ci fa sapere che c’erano padri i quali reputavano indecoroso avere in casa figlie da marito tutt’ora nubili (cfr. 1Cor 7,36), non fa che confermare quanto già aveva detto il Siracide, secondo cui un padre non riesce a prendere sonno la notte perché ripensa a sua figlia che si fa anziana senza trovare marito (Sir 42,9), e quanto più tardi diranno le fonti rabbiniche, secondo cui bisogna far sposare la propria figlia appena in età da marito. La donna senza marito era per gli Ebrei come una persona umana senza testa, “perché l’uomo è la testa della donna” (Ef 5,23): e come pensavano in questa maniera gli Ebrei e in genere gli altri Semiti antichi, così pensano ancora oggi gli Arabi, fra cui vige il proverbio che per una ragazza non c’è che un solo corteo, o quello nuziale o quello funebre.

233. Cedendo dunque a questa tirannica usanza comune, Maria si era fidanzata; ma il suo stesso proposito, così fiduciosamente obiettato all’angelo, illumina di riflesso anche la disposizione del suo fidanzato Giuseppe, il quale non sarebbe stato mai accettato come fidanzato se non avesse deciso di rispettare il proposito di Maria: la disposizione di Giuseppe, poi, trova un bel parallelo storico nel celibato degli Esseni sopra ricordato.

Più in là di questo i Vangeli non dicono; ma come il proposito di Maria risulta nitidamente dalle sue parole, così le altre conseguenze risultano da una conoscenza anche superficiale delle usanze contemporanee. È quanto già aveva scorto sant’Agostino con la sua abituale perspicacia, quando scriveva: “Ciò indicano le parole con cui Maria rispose all’angelo che le annunciava un figlio: “Come” disse “sarà ciò, poiché non conosco uomo?”. Il che certamente non avrebbe detto se già dapprima non avesse fatto voto di sé come vergine a Dio. Ma poiché le costumanze degli Israeliti ancora non ammettevano ciò, ella si sposò con un uomo giusto, il quale avrebbe, non già tolto via con violenza, bensì custodito contro i violenti ciò di cui ella già aveva fatto voto” (De Sancta Verginitate, 4).

Alla segreta intenzione delle parole di Maria si riferisce l’angelo nella sua replica. E rispondendo l’angelo le disse: “Lo Spirito Santo sopravverrà su di te, e la potenza dell’Altissimo adombrerà su di te; perciò anche il Nato santo, sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35). La questione proposta da Maria, “come avverrà ciò?” è così risolta, e insieme il suo proposito è salvaguardato. La potenza di Dio scenderà direttamente su Maria, e come anticamente nel deserto la gloria di Jahvé si posava a guisa di nuvola sul tabernacolo ebraico adombrandolo (Es 40,34-35), così adombrerà questo tabernacolo vivente di vergine, e il Figlio che da lei nascerà non avrà altro Padre che Dio. Questo Figlio avvererà in sé l’appellativo di “Figlio di Dio” in maniera perfetta, mentre ad altri personaggi dell’Antico Testamento lo stesso appellativo era stato applicato in maniera incompiuta. Il Messia non avrebbe potuto essere chiamato Figlio se non da Dio che gli dava la natura umana: nessun’altra creatura umana l’avrebbe chiamato, a rigore di termine, con quel nome”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

 

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“CIRCOLA VOCE” – Per un’informazione cattolica circolare

“CIRCOLA VOCE” – Per un’informazione cattolica circolare

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Circola Voce è un periodico cattolico, fondato, edito e diretto dal teologo Francesco Gastone Silletta. Interamente a colori, la rivista si propone di spaziare nel mondo religioso attraverso diverse angolature di indagine e di pensiero, suddivise in distinte rubriche tematiche: teologia, scienza, religione, società, attualità, preghiera, analisi, ispirazione, musica. Ogni pubblicazione presenta quale nucleo di lettura un’ampio momento di confronto tematico, come ad esempio uno spazio intervista a personaggi noti del mondo della cultura, al fine di creare una costruttiva riflessione ed una solida argomentazione attinenti la fede cristiana. Sfogliando le pagine, si incontraeranno momenti di meditazione circa la vita di grandi uomini che in qualche modo hanno segnato l’economia cattolica, attraverso estratti bibliografici e riporti biografici. Nel cuore della rivista, alcune dissertazioni teologiche di carattere biblico fungono da spartiacque fra le letture mistiche e quelle più filosofiche. Uno spazio del tutto singolare è invece quello riservato alla relazione fra la musica leggera e l’ispirazione cristiana, indipendentemente dall’appartenenza al mondo religioso di determinati artisti di volta in volta presi in esame. Nel primo numero, ad esempio, si sono osservati analiticamente alcuni estratti di brani musicali particolarmente noti agli ascoltatori. Una sezione apposita è dedicata a coloro che vogliono inviare i loro articoli o le loro proposte editoriali. Viene infatti concesso ampio spazio all’incontro con le segnalazioni o le composizioni dei lettori, cercando il più possibile, come in un “Circolo”, di entrare in reciproca conversazione. Momenti particolari della lettura del nostro giornale sonno poi costituiti dalle “finestre bibliche”, piccole caselle contenenti estratti biblici di particolare interesse. Il costo della rivista è di 1,90 €. L’abbonamento annuale, senza costi aggiuntivi di spedizione, è di 7 €.

Per contatti, informazioni, richieste, per proposte editoriali o altro ancora:

EDIZIONI LA CASA DI MIRIAM TORINO – Tel 340-5892741

CIRCOLA VOCE – 

Iscrizione all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte il 28/7/2014

N° iscrizione ROC: 24927 del 29 settembre 2014

Proprietario: Francesco Gastone Silletta – Partita IVA 11193280010

Sede legale: Corso Francia, 201 – 10139 Torino

Finito di stampare nel mese di Ottobre 2014 presso:

DFS direfarestampare srl – Via Tenca 2 – 20124 – Milano

È vietata la riproduzione o diffusione dei testi redatti in questa rivista senza esplicito permesso del proprietario. Tutti i diritti sono riservati.

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Padre Slavko Barbarić

Padre Slavko Barbarić

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(Dal libro “Vivere con il cuore”, di Padre Marinko Šakota, Medjugorje 2006, pp. 145-150)

Padre Slavko era maestro con tutto il suo essere, le parole ed il silenzio, l’azione e la preghiera. Il vero maestro della vita spirituale, solitamente, non si presenta come maestro. Egli non desidera insegnare, non si impone, né discute, né cerca di convincere. Egli vive in modo tale che gli altri imparino dal suo esempio. Molti hanno riconosciuto in padre Slavko un maestro spirituale anche quando non pronunciava una sola parola, perché era la sua vita a parlare ed a fare da orientamento. Chi l’ha scoperto e compreso, era felice delle tante e preziose lezioni sulla vita e sulla crescita spirituale. Padre Slavko poteva dare perché, grazie all’apertura spirituale, era pronto a ricevere. Dal suo esempio si poteva continuamente imparare, perché egli stesso era impegnato costantemente ad apprendere. Viveva incessantemente le parole di san Francesco: “Fratelli, iniziamo dall’inizio, poiché sinora abbiamo fatto ben poco”.

Tanti hanno imparato a pregare da lui, che dedicava tanto tempo alla preghiera, ispirati dal suo modo di pregare. Per lui, pregare era normale, come mangiare o lavorare, perché la vita spirituale ha regole simili alla vita fisica. La vita spirituale è minacciata se non la si nutre con la preghiera quotidiana, se non la si purifica mediante la confessione e non la si arricchisce con la santa Messa. Al contrario, avremmo la povertà spirituale ed il deserto spirituale. La preghiera era, per lui, “l’esistenza con Dio nell’amore”. Per questo motivo, il cristiano non può limitarsi alla preghiera come richiesta per sé di qualcosa di Dio. La preghiera non può diventare pronto soccorso per sé, ma, in primo luogo, deve essere tesa a cercare Dio. Se il cristiano non prega per Dio, e se Dio non è al primo posto nei suoi desideri, allora può accadere che la sua preghiera sia atea, che sia recitata senza Dio.

Vista dal monte(Medjugorje - Vista dal Monte Kriševac)

M’interessava il modo di pregare di padre Slavko. Lo faceva servendosi delle preghiere preformulate o spontaneamente, o forse il suo stile era più contemplativo? Desideravo far mio il modo di pregare di un uomo che ritenevo essere un vero maestro di preghiera. Padre Slavko, tuttavia, non mi ha dato la risposta che mi aspettavo, non volendo impormi il suo modello, ma mi ha indicato una direzione: “Ognuno ha il suo modo di pregare. Io ho il mio, e tu scopri il tuo”. Evidentemente intendeva dire che ogni uomo è diverso, e che quindi ognuno deve trovare la propria via di preghiera. Per lui la cosa più importante non era quale preghiera si scegliesse, ma che si pregasse e che si fosse assidui nella preghiera. Riteneva che chiunque avrebbe scoperto, con il tempo, il modo più consono di pregare. Non dedicava molta attenzione neanche al tema della più conveniente postura da assumere durante la preghiera, se genuflessi o seduti, oppure alle questioni come il comunicarsi accogliendo il Corpo di Cristo con la bocca o sulle mani, dando a ciascuno piena libertà di decidere. Non si può dire che questi comportamenti esteriori fossero per lui irrilevanti, perché la postura del corpo può e deve incidere sull’atteggiamento interiore e sui processi interiori che si sviluppano durante la preghiera. Tuttavia, padre Slavko nel corso dei seminari e delle adorazioni, sottolineava come fosse necessario che ciascuno trovasse l’atteggiamento di preghiera più conveniente per lui. Le sue preghiere erano intrise di semplicità, avvolte da una devozione e da un calore infantili, e colme di una profondità di contenuti. Pregava con il cuore, cosa che attraeva la gente, ed il suo modo di pregare non lasciava nessuno indifferente.

Dall’esempio di padre Slavko si poteva imparare che la preghiera non va mai da sola, ma che è necessario anche l’impegno. Forse l’uomo prega più facilmente e più fervidamente quando si trova in certe particolari circostanze della vita, ma la preghiera non può limitarsi soltanto a situazioni particolarmente difficili, perché, come esiste il cibo quotidiano per il corpo, così dovrebbe esistere il cibo per l’anima. Come si dedica un determinato lasso di tempo all’alimentazione del corpo, si dovrebbe fare altrettanto per l’alimentazione spirituale. Tanti cristiani, però, hanno dimenticato la preghiera, praticandola sempre di meno. Trascurano la preghiera ed adducono la scusa di non avere tempo per il troppo lavoro. Padre Slavko non era affatto d’accordo con questa giustificazione. Egli individuava le cause, invece, nel dare troppo tempo ed importanza all’avere, così come alla mancanza di amore verso Dio ed alla scarsa necessità di pregare. “Chi ama Dio troverà il tempo e sarà con lui; chi non lo ama, troverà sempre qualcosa di più importante e di urgente e non avrà tempo per incontrarsi con Dio”.

Padre Slavko non si limitava a registrare il problema e a cercarne le cause, ma dava anche consigli concreti sulla preghiera. Secondo lui, l’uomo che aveva i problemi di cui si è detto, ed in generale ogni uomo, avrebbe dovuto iscriversi alla scuola della preghiera. E per frequentarla, è necessario sapere che la preghiera è incontro e colloquio. Per l’incontro occorre avere tempo disponibile, e per colloquiare occorre sapere la lingua. La preghiera, quale colloquio con Dio, “ha un suo lessico, una sua grammatica, i suoi contenuti, che richiedono tanto esercizio, come ogni altra lingua”.

padre marinko(Padre Marinko Šakota)

Se un cristiano frequenta questa scuola di preghiera, egli attiverà in sé i meccanismi della crescita del seme divino che Dio ha gettato nel cuore dell’uomo, e dall’uomo dipende se crescerà e darà i frutti o si atrofizzerà. “E quando l’uomo sa che si tratta del seme dell’amore piantato nel giardino della sua vita e che può crescere, allora non si affaticherà nel tentativo che il suo amore cresca. Questo suo tentativo è, tuttavia, soltanto un cooperare con l’amore divino, al quale si devono il seme e la crescita dell’amore nell’uomo”.

Padre Slavko potremmo chiamarlo maestro del cuore, perché il posto centrale nelle sue prediche, nei suoi discorsi e nei suoi scritti è occupato dal cuore. Quasi tutti i suoi libri, nel titolo, contengono questa parola: Pregate con il cuore, Adorate mio figlio con il cuore, Celebrate la messa con il cuore, Dammi il tuo cuore ferito, Perle del cuore ferito, Seguimi con il cuore, Pregate insieme con i cuori gioiosi, Digiunate con il cuore. Tutti parlano del cuore umano e tutti sono convincenti ed utili, perché in essi si rispecchia il suo proprio cuore, la sua crescita, le domande che si poneva e le risposte che si dava. Tutto ciò che faceva, lo faceva con il cuore, e tutti questi libri sono opera del suo cuore. Per lui il concetto di cuore ha il medesimo significato del concetto di amore. “Fare qualcosa con il cuore, non significa niente altro se non fare qualcosa con amore. Fare con dedizione, con dignità, con raccoglimento. Ed anche pregare e glorificare il Signore con il cuore vuol dire farlo con amore. Il che vuol dire senza alcuna costrizione: volentieri”.

Pregare con il cuore non significa pregare sempre con sentimenti grandi e sublimi, ma essere determinato a pregare. Per spiegare questo concetto, padre Slavko cita l’esempio del bambino che, nonostante le difficoltà di apprendimento, va a scuola volentieri. Qualche altro bambino potrebbe anche essere un genio, che studia senza difficoltà e sforzi particolari, ma non va a scuola con il cuore, se ogni mattina ed ogni sera crea problemi ai propri genitori chiedendo insistentemente perché debba andare a scuola.

Ci sono persone che giustificano il loro non andare a Messa ed il loro non praticare una vita cristiana indicando il modo di vivere di certi cristiani che a Messa ci vanno, ma rimangono inalterati ed infruttuosi. La causa dell’infertilità nella vita dei cristiani criticati, sottolineava padre Slavko, non occorre cercarla nella santa Messa e nella Parola di Dio, ma nei loro cuori, che egli paragona ad un campo: “Chiunque lavori la terra, conosce un fatto per esperienza vissuta: è inutile avere un seme divino, se non prepari la terra come dovresti. È inutile tutto quello che fai, se le radici dell’erbaccia non le estirpi completamente”. Determinarsi volentieri alla preghiera è, dunque, il primo passo verso una preghiera con il cuore. È poi necessario dedicare sufficiente tempo alla preghiera, perché essa è incontro con Dio, al quale, come a tutti gli incontri, occorre dedicare del tempo. Aprire il cuore alla volontà divina è un momento particolarmente importante, come per Maria, la quale dice: “Eccomi al tuo servizio, o Signore, sia fatta la tua volontà”. In questo modo, l’orante, dal canto suo, pone le premesse per l’incontro, ed evita di dettare delle condizioni a Dio. È così che inizia la preghiera fatta con il cuore. Per il resto, occorre affidarsi a Dio ed alla sua iniziativa. Padre Slavko, come maestro spirituale, ha lo specifico merito di avere dato alla spiritualità di Medjugorje una struttura riconoscibile. Il suo tipo di spiritualità non era lasciato in balia dei sentimenti, ma era eccome ponderato e preparato, razionale, sensato, comprensibile a chiunque. D’altro canto, tuttavia, era pieno di calore e di cuore. Con questo genere di spiritualità, padre Slavko, con una grande sensibilità, cercava di avvicinarsi alla natura, al carattere ed alla realtà della vita dell’uomo moderno, per condurlo verso le strade della crescita spirituale”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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La persona come fine

La persona come fine

Paul Ricoeur

(Dall’articolo di Paul Ricœur, “Simpatia e rispetto: fenomenologia ed etica della seconda persona”,
in F. Riva (a cura di), “Il Pensiero dell’altro”, Ed. Lavoro, Roma 2008, pp. 29-33)

“Gli esseri razionali – come afferma Kant – sono chiamati “persone” perché la loro natura li designa già come fini in sé, cioè come qualcosa che non può essere utilizzato semplicemente come mezzo, qualcosa che, di conseguenza, limita in proporzione ogni facoltà di agire a mio piacimento e che è un oggetto di rispetto. […] Limite non significa qui né limitazione della possibilità di conoscere (limite dal punto di vista speculativo), né limitazione della possibilità di agire (per incapacità empirica), ma limite pratico-etico. Il limite è qui pura alterità: un altro vale ed esiste, esiste e vale di fronte a me. E la sua alterità si distingue per il fatto che mette un limite alla mia tendenza a determinare tutte le cose come una mira delle mie inclinazioni e ad includerla così intenzionalmente in me come oggetto delle mie inclinazioni.

[…]. Kant lo riassume con la bella parola “umanità”, che chiama fine oggettivo in quanto “condizione suprema che limita tutti i fini soggettivi”, o a anche in quanto “condizione limitativa suprema di tutti i mezzi”. Attraverso il rispetto, la persona si trova immediatamente situata in un ambito di persone la cui alterità reciproca è rigorosamente fondata sulla loro irriducibilità, in qualsiasi caso, a dei mezzi; detto diversamente, la loro esistenza è la loro dignità, il loro valore non commerciale e che non ha prezzo. Quando ogni persona non soltanto mi appare, ma si pone in modo assoluto come fine in sé che limita le mie pretese di oggettivarla tecnicamente e di utilizzarla praticamente, è allora che esiste nello stesso tempo “per me e in sé”. In breve, l’esistenza dell’altro è una “esistenza-valore”. L’illusione delle fenomenologie della simpatia consiste nel fatto che l’esistenza dell’altro sussisterebbe ancora in maniera percettiva o affettiva se l’altro avesse perso la dimensione etica della sua dignità.

Nel linguaggio kantiano l’esistenza dell’altro è un postulato, cioè una proposizione esistenziale implicata nel principio della moralità. Non si arriva a questo postulato con la semplice riflessione sugli atti del Cogito, ma con l’analisi delle intenzioni della volontà buona; questa intenzione implica l’atto di situare se stessi in un tutto di persone come membro e sovrano della comunità etica che le persone formerebbero tutte insieme se ciascuno si situasse in rapporto a tutti secondo la reciprocità del rispetto.

[…] È il rispetto che strappa ininterrottamente la simpatia alla sua tendenza romantica sia a perdersi nell’altro, sia ad assorbire l’altro in sé – tendenza che Max Scheler ha colto bene chiamandola “fusione eteropatica” o “idiopatica”; è attraverso il rispetto che provo inoltre compassione per la gioia e la sofferenza dell’altro come sua e non come mia; il rispetto scava infine la “distanza fenomenologica” tra gli esseri, mettendo l’altro al riparo dagli sconfinamenti della mia sensibilità indiscreta: la simpatia colpisce e divora con il cuore, il rispetto veglia da lontano. Si potrebbe affermare abbastanza giustamente che la simpatia, secondo Max Scheler, è una fusione affettiva corretta dal rispetto; se la sua struttura è paradossale, questo paradosso non è un dato, un fatto inerte che si costata: è un’opera; e non si può dunque parlare di una “situazione fenomenologica di fatto”. Usando un altro linguaggio, si potrebbe mettere il rispetto sul piano delle “prese di posizione”; è una presa di posizione che riprende daccapo il materiale affettivo e lo innalza al rango del sentimento; il sentimento della simpatia è così, come la generosità cartesiana, una attenzione in una passione, una passione del libero arbitrio. Il fenomenologo non si trova quindi di fronte ad uno spettacolo psicologico, ma di fronte ad una disposizione passivo-attiva, che può venire meno e alla quale la riflessione collabora attivamente: allo stesso modo è il momento di “presa di posizione” immanente alla simpatia, cioè la spontaneità volitiva che opera nel cuore dell’affetto, che può diventare cattiva e che, in effetti, è già sempre misteriosamente cattiva.

Possiamo allora chiamare “trans-affettivo” il momento del rispetto, benché non si dia se non in un affetto che ristruttura interiormente. Credo sia ciò che Kant vuole dire nella “Critica della ragion pratica” quando, riprendendo con un procedimento sintetico il tema del rispetto a partire dall’autonomia, oppone il rispetto in quanto “movente a priori” agli altri moventi empirici della sensibilità; lo chiama allora un sentimento “prodotto spontaneamente”, in opposizione agli altri affetti che sono “subiti o ricevuti per influenza”: difatti è come l’impronta della facoltà di agire sulla facoltà di desiderare.

Per acquisire il senso della simpatia era dunque necessario passare attraverso il dubbio sulla simpatia stessa, ed accedere al momento puro del rispetto pratico. Solo a questo punto abbiamo il diritto di dire che la simpatia ed il rispetto sono un unico e medesimo “vissuto”: la simpatia è il rispetto considerato nella sua materia affettiva, cioè nella sua radice di vitalità, nel suo slancio e nella sua confusione; il rispetto è la simpatia considerata nella sua forma pratica ed etica, ossia come posizione attiva di un altro Sé, di un alter ego.

Resentment

Il rispetto, dicevo, giustifica la simpatia: la giustifica in un primo modo eliminando il suo equivoco, mantenendo l’alterità degli esseri che la fusione affettiva tende ad annullare; la giustifica una seconda volta privilegiandola tra altri affetti intersoggettivi. Dal punto di vista descrittivo, lo si è visto, la simpatia non rivela le relazioni con l’altro più dell’antipatia, della timidezza e della vergogna, dell’ira e dell’odio, dell’invidia e della gelosia. La superiorità della simpatia sugli altri affetti intersoggettivi è data dalla sua affinità con l’etica del rispetto; la sua superiorità esistenziale come rivelazione di una esistenza estranea è in realtà una superiorità etica.

Per capire bene questo punto bisogna tentare di collocare gli altri affetti in rapporto al rispetto. È infatti possibile scoprire analiticamente in ciascuno un momento di “presa di posizione” nei confronti dell’altro, e quindi un atto di giudizio, di valutazione dell’esistenza-valore dell’altro: è da questo punto di vista che ogni affetto intersoggettivo può essere situato in rapporto al rispetto. Abbozziamo questa analisi a proposito dell’odio. In un senso è un affetto che implica una presa di posizione che svaluta l’esistenza-valore dell’altro: colui che odia tenta di svilire l’altro tra le cose che vengono calpestate. Ma l’odio è una presa di posizione composta: la valutazione negativa dell’esistenza-valore dell’altro è in conflitto con una valutazione positiva che cerca di annullare. È da questo conflitto che deriva il dinamismo dell’odio; è perché non riesco a cancellare in me l’apprezzamento della sua esistenza, che lo pone di fronte a me con uguale diritto, che mi accanisco su di lui per annullare il rimprovero rivolto contro me stesso dal valore dell’altro, riconosciuto dal rispetto nascosto più in profondità del mio odio. C’è dunque del rispetto sconsolato nell’odio, del rispetto indispettito, se così posso dire.

Questa analisi dell’odio può essere spinta oltre soltanto mettendo in gioco i movimenti complessi della colpevolezza e della cattiva coscienza. Il conflitto all’interno della stessa coscienza, tra il rispetto che pone l’altro e l’odio che lo depone, innesca un processo che cresce da se stesso senza fine e rende infelice la coscienza. Il rispetto, infatti, confluisce sull’altro in un modo che incrimina senza sosta l’odio: sentendosi incriminato, colui che odia tenta di rifiutare la sua colpevolezza, di allontanarla proiettandola sull’altro; lo accusa; accusandolo, lo sminuisce; ed il fenomeno circolare, innescato dal rimprovero irradiato dall’invincibile rispetto, si rimette in moto da se stesso e si conserva per ripetizione. Se il disprezzo riuscisse a soffocare il rispetto, potrebbe abbastanza facilmente annullare il valore-esistenza dell’altro; l’altro svalutato sarebbe un utensile, un oggetto, ed il disprezzo si consumerebbe nel successo, rendendo l’anima soddisfatta: il tempo del disprezzo sarebbe anche il tempo della felicità. Ma l’esperienza comune e la storia mostrano a sufficienza che il disprezzo non raggiunge mai il suo scopo e che il suo piacere non viene mai consumato.

Ciò che distingue la simpatia dagli affetti negativi è la felicità. La sua felicità non è soltanto quella della consonanza affettiva con l’altro – cosa che l’istinto concede a poco prezzo – ma quella della consonanza etica tra un affetto patetico e la valutazione assoluta del rispetto. Gli affetti negativi comportano sofferenza morale; sono improntati all’infelicità della dissonanza che è sentita come colpa, rifiutata come tale e aggravata dal tentativo fallito di discolparsi: colui che odia sente oscuramente che è cattivo, non lo accetta, detesta se stesso e tenta di espiare nell’altro il suo disprezzo. Se non altro è ancora l’innocenza del rispetto che gli permette di soffrire odiando: bisogna essere originariamente innocente per essere originariamente colpevole: l’infelicità, costituita di rimprovero e di fallimento, tra tutti gli affetti intersoggettivi negativi testimonia ancora questa innocenza svanita; le passioni sorgono nell’innocenza del rispetto come una catastrofe della comunicazione; il rispetto fornisce la trama intersoggettiva originaria sulla quale si tesse l’infelicità del geloso, dell’invidioso, del lussurioso. La consonanza e la dissonanza con il rispetto fanno quindi parte della struttura etica di tutti gli affetti intersoggettivi tramite la “presa di posizione” che li determina praticamente. Attraverso il rispetto l’altro continua ad essere oscuramente riconosciuto, anche quando è appassionatamente soppresso e negato nelle intenzioni o nei fatti.

È per questo che la simpatia, come compassione attiva, ha il significato eccezionale di guarire gli affetti malati e di rigenerare l’anima ingiusta. La simpatia era stata chiamata poco fa la materia del rispetto: si può ora chiamarla lo splendore del rispetto: infatti, è quest’ultimo che fa della simpatia un affetto purificatore, in virtù della sua prossimità etica nei confronti del rispetto.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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Cominciando da Mosè e da tutti i profeti (Lc 24,27)

Cominciando da Mosè e da tutti i profeti (Lc 24,27)

Discepoli Emmaus

“E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).

Questo breve brano del Vangelo di Luca manifesta un’ambivalenza teologica di significato. In prima analisi, esso risolve il mistero della singolare relazione che Cristo, il quale “proferisce le parole di Dio” (Gv 3,34)[1], possiede nei confronti dell’Antica Economia, assumendone il privilegio della retta interpretazione; come afferma, infatti, il Marlé, “Gesù, ritornato a una vita nuova, manifesta il senso perduto delle antiche Scritture, ‘interpretandole’ sulla strada di Emmaus (cfr. Lc 24,27). Questo senso viene visto come già interamente contenuto nella sua Pasqua, nel suo ‘passaggio’ che costituisce, per così dire, la morte della morte”[2]. Se possiamo denominare questo fenomeno come una “dimensione risolutiva” della relazione fra Cristo e l’Antica Economia, attraverso una seconda analisi si evidenzia come, nel medesimo brano lucano, esista anche una duplice “dimensione enigmatica”, che dunque rende soltanto relativa la risoluzione precedente, a ragione di due interrogativi teologici che ad essa sono inevitabilmente correlati. Se è teologicamente vero, infatti, che Cristo ha una relazione privilegiata con le Scritture, essendo egli stesso “l’unico discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura”[3] , l’istanza enigmatica si presenta laddove non si specificano due questioni particolari. La prima: perché Cristo spiegò ai discepoli di Emmaus ciò che delle Scritture si riferiva a lui proprio “cominciando da Mosè e da tutti i profeti”? (Cfr. Lc 24,27). La seconda: perché non vengono riferiti esplicitamente, dal terzo evangelista, quali siano, a livello esperienziale, e che natura possiedano, a livello teologico, questi riferimenti veterotestamentari menzionati soltanto teoricamente come riferibili a Cristo? Ora, considerando l’Antica Economia dal punto di vista delle tradizioni in essa radicate, dove la parola ‘tradizioni’ svolge una funzione determinante, e mettendo in luce quanto esse siano influenti relativamente alla sua forma canonica, probabilmente risulta più agevole, da un lato, comprendere quella posizione centrale “mosaica” che Cristo stesso rivendica di fronte ai discepoli di Emmaus; dall’altro, sembra possibile delineare quali riferimenti espliciti possa aver loro offerto in chiave ermeneutica.

MosèInfatti, “è comune alle tre redazioni dell’Esateuco la posizione centrale che la figura di Mosè assume sempre, negli avvenimenti storici dall’esodo dall’Egitto fino al termine della peregrinazione nel deserto. Per quanto diversi nei particolari siano i modi d’intendere la funzione da lui scelta, dappertutto egli è il rappresentante d’Israele a cui Jahvé si rivolge con la parola e coi fatti”[4] . Le antiche tradizioni d’Israele, infatti, “che sembrano ignorare le esigenze della sistematicità teologica”[5], hanno come elemento trainante e come vero e comune punto di riferimento “la parola viva di Jahvé quale fu rivolta ad Israele”[6], lasciando che l’intera storia salvifica da esse stesse tramandata sia una storia a partire dalla fede, la quale viene proclamata in termini tanto radicali quanto semplici nei “piccoli credo”, ossia in quelle brevi professioni di fede in Jahvé, presenti nell’Antica Economia, le quali già di per se stesse “avevano un carattere storico, ossia collegavano il nome di quel Dio col racconto di un suo intervento nella storia”[7]. Quella veterotestamentaria è quindi una fede che “tende verso la storia” e una storia che “tende verso la fede”, permettendo che in questo processo di reciprocità dinamica il ricorso alla storia orienti i redattori successivi “ad affiancare a queste formule brevi dei sommari della storia salvifica a carattere confessionale, che narravano in più vasti contesti l’operato divino nella storia”[8]. Secondo il Von Rad, in modo particolare, la fede di Israele si basa su fatti storici, poiché “essa è cosciente di essere plasmata e riplasmata da eventi in cui è apparsa evidentemente all’opera la mano di Jahvé”[9]. Proprio in un suo studio sul Von Rad, a tal proposito, il Pannenberg mette in luce come “la consapevolezza che l’unione della fede in Dio con eventi contingenti della storia e l’attesa di un futuro salvifico storico, costituiscono una caratteristica esclusiva di Israele che lo distingue dalle altre religioni del mondo antico”[10]. L’esempio più importante, tornando ai “piccoli credo” di cui sopra, come ancora sottolinea il Von Rad, è quello rappresentato dal “credo” di Dt 26,5-9:

“Tu pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore ed operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Questo brano, assieme alla sua versione più ristretta contenuta in Dt 6,21-23 e al “credo” contenuto in Gs 24,2-13, secondo il Von Rad sta alla base del successivo sviluppo narrativo del libro dell’Esodo, mentre per altri autori più recenti “questi testi non sono antichi. Si rivelano invece creazioni deuteronomistiche”[11].

Von Rad(Gerhard Von Rad, biblista, 1901-1971)

Ad ogni modo, a noi qui non interessa tanto l’antichità di questi credo, quanto il loro insindacabile essere delle brevi ed incisive “professioni di fede”. Proprio in questa prospettiva, allora, trattandosi di una storia salvifica protesa verso la fede, e di una fede come detto profondamente basata su fatti storici, emerge come la tradizione legata ad essa subisca una brusca frattura nel momento in cui “durante il tempo dell’esilio non vi fu più storia salvifica”[12]. In origine, infatti, la cosiddetta “storia salvifica” era catalogabile in una sorta di schema canonico compreso fra l’era patriarcale e l’ingresso nella Terra Promessa. L’arricchimento testuale successivo non consisterebbe, quindi, nell’aggiunta arbitraria di nuovi elementi storici, bensì in un ripensamento della storia a partire dallo schema salvifico canonico. In questo senso, “una volta aperta la via alla ricchezza narrativa e all’ampliamento dell’antico schema, non stupisce che vi si aggiungessero anche tradizioni teologiche che ad esse erano estranee per la loro origine. Le più importanti di tali aggiunte, che nello schema antico non figuravano neppure “in nuce”, sono la storia della creazione e delle origini, che fu premessa alla narrazione originaria, e la pericope del Sinai, che vi fu inserita in un complesso tradizionale di tutt’altra origine”[13]. Se la tradizione Jahvista e quella Elohista, la cui esistenza oggettiva come fonti storiche del Pentateuco è oggi fortemente rimessa in discussione dagli studiosi[14], hanno potuto dilatare l’esperienza centrale espressa nelle lapidarie affermazioni di fede proprie dei “piccoli credo”, senza alterarne in alcun modo l’epicentro teologico, e se pure a questo processo si è unita, probabilmente più tardi, la tradizione sacerdotale, rimane tuttavia quello che potremmo definire come il punto nero del dinamismo redazionale, laddove, cioè, la storia salvifica non ha più una sussistenza evidente presso la fede israelitica, creando una profonda divisione nell’ambito della testimonianza israelitica stessa. Ci stiamo riferendo alla situazione teologica prodotta dall’esperienza dell’esilio, la quale, se certamente rappresenta un momento migratorio indubitabile dal punto di vista esistenziale, segna pure una frattura in seno alla migrazione teologica precedente. Da un lato, infatti, la storia sembra ancora una volta centrata su quella fede antica, volta a mirare le grandi gesta di Jahvé, per cui entro questo quadro storico il Cronista inserisce i fatti del rientro in patria, della ricostruzione del tempio e la restaurazione cultuale; una sorta di favore divino che, passando per la precedente fase intermedia dell’istituzione monarchica, rende quindi continuativo il discorso, perciò anche la stessa migrazione delle gesta mirabili di Jahvé dai Patriarchi al tempo di Neemia ed Esdra. Dall’altro lato, tuttavia, come osserva ancora il Von Rad, “i profeti Geremia, Ezechiele, Zaccaria e prima di ogni altro il Deutero-Isaia, interpretarono in modo affatto diverso la frattura che si era prodotta nella storia divina. Essi annunciarono che il passato era ormai concluso, e che Jahvé avrebbe dato inizio ad una nuova storia, ad un nuovo esodo, ad una nuova alleanza, ad un nuovo Mosè. L’antica professione di fede israelitica era esaurita, e solo come tale continuava ad esservi, perché Jahvé, in analogia alle precedenti azioni salvifiche, avrebbe operato cose anche più splendide”[15]. A ragion veduta, la retrospezione lucana con cui abbiamo aperto questo articolo, cioè il fatto stesso di acquisire Gesù Cristo quale veicolo ermeneutico privilegiato per la comprensione dell’Antica Economia, “poiché Egli è divenuto per noi ‘l’esegesi’ di Dio”[16], emette quindi un verdetto implicito difficilmente comprensibile qualora non fosse considerato attraverso una rilettura di “filiazione”, capace di cogliere la parusia, nel suo significato letterale, del Figlio medesimo nell’Antico Israele: l’economia dell’Antico Testamento, infatti, a nostro avviso non è tanto una rivelazione del Padre, bensì piuttosto l’annuncio storico-salvifico di ciò che tale paternità suppone, ossia la relazione di filiazione che Dio, proprio in quanto Padre, ha con se stesso a ragione della propria natura. Se infatti siamo d’accordo che la verità del Padre “è una verità storica di rivelazione, che rimane legata al Figlio. Soltanto attraverso il Figlio diventa manifesto che Dio è Padre di tutti gli uomini”[17], vediamo tuttavia non soltanto la figura, bensì molto di più la stessa rivelazione filiale già posta radicalmente in essere nell’Antica Economia, senza che in alcun modo venga sminuito il valore primaziale dell’economia neotestamentaria, poiché “anche Giacobbe e Mosè hanno incontrato un Dio che non era il Padre”[18].

Fonte: Francesco Gastone Silletta – © La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

Note:

[1] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, cap. I,4.

[2] Marlé R., “Ermeneutica e Scrittura”, in Latourelle R.  – O’Collins G., (a cura di), Problemi e prospettive di Teologia fondamentale, Queriniana, Brescia 1980, pp. 95-114, qui p. 97.

[3]Sant’Agostino, Enarratio in Psalmum 103, 4,1

[4]Rendtorff R., Tradizioni veterotestamentarie in Von Rad, in Pannenberg W. – Wolff H.W. – Rendtorff R., Profilo teologico di Gerhard Von Rad, Giornale di Teologia, 75, Queriniana, Brescia 1974, p. 43.

[5]Von Rad G., Teologia dell’Antico Testamento, op. cit., p. 143

[6]Ivi.

[7]Ivi, p. 149.

[8]Ivi.

[9]Ivi, p. 132.

[10]Pannenberg W., Fede e realtà in Von Rad, in Pannenberg W. – Wolff H.W. – Rendtorff R., Profilo teologico di Gerhard Von Rad, op. cit., p. 74.

[11]Ska J.L., Introduzione alla lettura del Pentateuco, EDB, Bologna 2008, p. 149.

[12]Von Rad G., Teologia dell’Antico Testamento, op. cit., p. 155.

[13]Ivi, p. 152

[14]Cfr. su questo argomento Ska J.L., Introduzione alla lettura del Pentateuco, op. cit., pp. 150-165. A motivo di questo preferiamo parlare di “tradizione” jahvista che non di “fonte jahvista”.

[15]Ivi, pp. 155-156.

[16]Ratzinger J., Introduzione al Cristianesimo, op. cit., p. 47.

[17]Kasper W., Der Gott Jesu Christi (1982), tr. it. Il Dio di Gesù Cristo, Queriniana, Brescia 1997, p. 196.

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Guarire con Maria

Guarire con Maria

Virgin Mary Statue

La terapia può essere lunga, le ricadute numerose e l’impegno per certi aspetti gravoso. La speranza può crollare, la volontà oscurarsi e l’energia venire meno. Tuttavia non esiste alcun male spirituale o corporale che si possa realmente definire incurabile. Non esiste situazione umana relativa all’esistenza la cui natura possa definirsi insanabile. Questo indipendentemente dai verdetti psichiatrici o medici o legali a riguardo. Testimoniare di guarigioni insperate, di prodigi miracolosi o di interventi soprannaturali, pur legittimo dalla parte di chi questi fenomeni li ha personalmente sperimentati, può sembrare noioso quando non addirittura superstizioso o comunque poco confortante di fronte ad un interlocutore ostinatamente chiuso, per ragioni che non investighiamo qui, rispetto al mondo spirituale. In questo caso è bene in qualche modo cercare di raggiungere il medesimo obiettivo, ossia la trasmissione di un messaggio di speranza, invertendo il senso di marcia, viaggiando cioè “in basso” assieme all’anima sofferente, senza invece partire dal racconto trascendente di un’esperienza soprannaturale, per quanto fondata e reale essa sia. E partire dal basso significa confrontarsi serenamente con la concretezza spesso dura ed inquietante del mondo della sofferenza, cosciente od incosciente che sia. Si tratta allora di inserirsi orizzontalmente in un contesto comune, attraverso un principio di mediazione capace con la sua forza “esemplificativa” di schiarire un orizzonte oscuro e nefasto. Raccontare continuamente di un prodigio miracoloso ad un interlocutore sordo può infatti paradossalmente ottenere il risultato inverso a quello prospettato, ossia un ulteriore allontanamento del medesimo interlocutore rispetto all’ordine della speranza. Se tuttavia il nostro obiettivo non è il vanitoso riporto di una esperienza singolare, quanto l’effettiva guarigione del nostro interlocutore, fondando così la nostra partecipazione alla sua esistenza in termini di amore gratuito per lui, saremo portati ad intelaiare un diverso tipo di approccio relazionale, magari uscendo oltre noi stessi e facendoci piccoli rispetto al nostro stesso punto di vista di partenza. Si può così portare il divino attraverso canali di comunicazione umani, pur aventi il divino quale punto archimedeo di ispirazione, struttura fondamentale di contenuto e meta ultima di approdo. Il principio di mediazione privilegiato in questo difficile stadio di accompagnamento è la testimonianza mariana. Non il parlare di Maria o il testimoniare su Maria. Si cadrebbe un’altra volta nell’errore del vicolo cieco sopra menzionato. Piuttosto il trasmettere Maria attraverso la propria comunicazione, quasi si trattasse di un enunciato di fatto affermato ma mai nominalmente pronunciato, di un contenuto chiaramente asserito eppure per nulla esposto: di un amore allora totalmente donato eppure apparentemente neppure intravisto. Maria opera in termini assolutamente silenziosi quanto incredibilmente efficaci. La sua presenza non scalfisce la foglia di un albero eppure sposta le montagne. Per questo occorre che sussista nella persona “al di qua”, cioè in colui che è disposto ad aiutare un’altra persona verso la via della guarigione, una particolare ed intrinseca esperienza mariana. Qui sì che “l’esplicito” è necessario. Nel tu per tu con se stesso occorre affermare tutto ciò che esteriormente viene poi ad essere mascherato da elementi mediatori. E tutto questo è sinteticamente affermato nella propria totale disposizione alla sequela mariana. Maria come madre, Maria come ispiratrice, Maria come modello, Maria come interprete, Maria come esperienza costante di perdono, amicizia, dedizione, amore. In se stessi occorre una totale, e questa totalità non è detto che non derivi da un imperituro progredire, partecipazione all’esperienza di Maria quale instancabile movente delle proprie operazioni. Ciò si può sintetizzare nella più corretta della espressioni identificatrici il nostro rapporto con Maria: filiazione. Siamo figli di Maria, ossia mai abbandonati a noi stessi. Con questo genere di autocomprensione filiale, anche l’esterna e donale attività di conforto e di guarigione del nostro prossimo otterrà certamente un insostituibile livello di efficacia. Possiamo guarire gli altri, senza esibizionismi né comunicati stampa, semplicemente trasmettendo il contenuto filiale della nostra stessa esistenza. Tutto può Maria per gli altri figli che le affidiamo. Tutto possiamo in lei per gli altri nostri fratelli le cui esistenze a lei doniamo. Ed è un bene totale, senza ritenute, gratuito, imperituro. Cioè la salvezza, cioè la guarigione. I tempi e i modi riguardano disegni che ci oltrepassano fisicamente, eppure il risultato è certo: il passaggio chiaro e limpido dalla tenebrosa condizione di male alla piena liberazione del bene. Siamo noi, che ci diciamo mariani, a dover carburare attraverso la palestra spirituale questa coscienza mariana. La penitenza, il digiuno, le lodi mattutine, il Rosario, la confessione e soprattutto la Messa, in particolare la Messa di guarigione, non sono fantasie o fissazioni cristiane. E se tali fossero ritenute dall’ambiente esterno, ciò non deve in alcun modo inficiare quella certezza mariana su cui si basa la nostra autocoscienza. Alimentando noi stessi nella nostra relazione filiale con Maria, allora diventeremo davvero dei pubblici operatori di guarigione, pur attraverso quella mistica forma di linguaggio di cui abbiamo detto sopra, cioè attraverso una comunicazione informale della divina operazione, senza forzature né proclamazioni, senza addirittura mai menzionare né alludere al divino: è il nascondimento mariano che attraverso la pienezza della grazia ci fa testimoni di questa pienezza a nostra volta nel più assoluto nascondimento espressivo.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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Logos, filiazione umana e maternità divina

Logos, filiazione umana e maternità divina

jesus logos 2

La nostra osservazione vuole interpellare qui la dimensione “filiale” dell’intero patrimonio biblico, la quale è tutta se stessa, nel proprio rivelarsi, sia nell’Antica, sia nella Nuova economia di salvezza. L’oggetto specifico di rivelazione, infatti, è sempre il Figlio di Dio, in entrambi i Testamenti. A questa identità “oggettiva”, tuttavia, corrisponde pure un’identità “soggettiva”: il soggetto unico e teologico dell’uno e dell’altro Testamento, infatti, è ancora lo stesso Figlio di Dio, il Logos divino. L’identità fra soggetto ed oggetto dei due Testamenti, ciò nonostante, non implica affatto che sia identica pure la modalità di rivelazione di questa stessa identità; se, infatti, dal punto di vista “sostanziale”, non viene scalfita l’identità fra il soggetto e l’oggetto della rivelazione divina nei due Testamenti, dal punto di vista “formale”, ossia di ciò che Dio dice di Sé, della propria relazione paterno-filiale con se stesso, l’identità fra soggetto e oggetto viene invece a subire una profonda destabilizzazione teologica. Si tratta dunque di capovolgere l’analisi teologica dalla “sostanza” della rivelazione di Dio nella storia della salvezza alla sua “forma”, analizzando allora ciò che, alla luce del proprio dirsi sostanziale, Dio è.
Ora, nell’Antica Economia, Dio rivela alcuni fondamentali elementi paterno-filiali della propria natura divina. In questa prospettiva, emergono alcune figure particolarmente significative, le quali attraverso la loro personale relazione filiale con il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, rivelano l’esistenza di una relazione filiale modellare, a partire dalla quale Dio stesso immagina la storia dell’uomo veterotestamentario e la conduce verso il termine stesso di questa sua Immagine, il Figlio suo (cfr. Col 1,15).
Nella Nuova economia è invece diversa non certo la sostanza, che in Dio è sempre identica, bensì piuttosto la maniera di rivelare questa immagine filiale, ossia la sua singolare forma di rivelazione: non più il “Logos” soltanto, bensì addirittura il “Logos incarnato” (cfr. Gv 1,14).
Si tratta di una novità salvifica assolutamente unica in qualsivoglia prospettiva fenomenologica del religioso. Qui l’Antico Testamento può soltanto accompagnare, annunciandola, una così eccedente informazione linguistica divina, la cui forma procede dal “Logos presso Dio” al “Logos fatto uomo”. Non per questo, ad ogni modo, l’Antica economia viene minimizzata nella sua linguistica filiale, la quale è, e non può che essere, in ogni tempo la Parola, il Figlio di Dio che interloquisce con l’uomo storico-salvifico al fine di redimerlo e salvarlo.

Maria Regina
La risultante di tutte queste osservazioni conduce ad un bivio fondamentale, sia guardando indietro che in avanti. Da un lato, infatti, viene resa giustizia ad un’Antica economia fondata su una radice filiale, poiché ogni locuzione del discorso di Dio all’uomo, proferita nell’Antico Testamento, risulta linguisticamente dipendente dall’unica Parola di Dio, il suo Figlio unigenito; dall’altro lato viene spianata la strada ad una possibile nuova comprensione della Nuova economia, la cui novità non sta tanto nell’oggetto del discorso divino, che è sempre identico al suo soggetto, il Figlio diletto, bensì nella linguistica stessa, non più soltanto “detta”, bensì resa umana dal mistero dell’Incarnazione filiale.
Incarnandosi, infatti, la Parola non muta il proprio contenuto ontologico, bensì tuttavia la propria forma linguistica. Mutando la forma, però, viene destabilizzato anche l’ordine di conoscenza teologica acquisito dall’uomo sino ad un istante prima di questa mutazione, finendo per degenerare in una doppia possibile risposta concreta: o il rifiuto di questa Incarnazione, o la sua accettazione, concepita però in termini dialettici rispetto alla precedente comunicazione del Logos.
A nostro modo di vedere, quindi, pur trattandosi di un unico soggetto “verbale” e di un unico oggetto “verbalizzato”, tra l’Antico e il Nuovo Testamento rimarrebbe comunque uno iato incolmabile di distanza teologica, se il piano linguistico di Dio, che è il suo stesso modo di informare l’uomo circa Se stesso e l’orizzonte salvifico che attende l’uomo, non depurasse l’intelligenza umana dal suo fattore di deficienza, espresso dalla dicotomia intellettuale che viene concepita nella comprensione dei due Testamenti. Questa depurazione, ciò nonostante, non risulta compiuta soltanto a motivo di un farsi uomo del Logos, e quindi, di riflesso, di una divinizzazione dell’intelligenza umana, poiché pur divinizzata essa porterebbe e di fatto ancora porta con sé le tracce dell’umana precedente comprensione: l’uomo non può essere divinizzato, quindi, al di là del proprio rimanere comunque e sempre un uomo.
Pur assumendo, allora, ogni dimensione dell’umano ed attirandola alla propria sorgente divina, che è una sorgente paterno-filiale, il nuovo linguaggio neotestamentario rimarrebbe in se stesso inefficace, se Dio non fosse capace non soltanto di farsi uomo nella carne, bensì addirittura di fare di se stesso, Dio, una dimora carnale per l’uomo, con tutto il deposito di intelletto e volontà con cui tale dimora viene arredata. Attraverso questo processo, infatti, il Logos divino, mediante il quale nei secoli precedenti Dio ha parlato all’uomo, viene ora non soltanto reso identico all’uomo quanto alla natura carnale, seppure non secondo l’ordine teologico della colpa adamitica, bensì, ancor di più, viene reso identico all’uomo nella propria relazione di filiazione con Dio stesso, poiché il Logos di Dio che si fa carne, è un Figlio che si fa necessariamente “Figlio umano”.
Senza l’assunzione di una figliolanza umana, la filiazione divina non potrebbe liberare il proprio figlio-uomo dal peso prodotto dalla propria disobbedienza filiale. L’incarnazione del Logos è dunque, principalmente, l’assunzione di una filiazione umana da parte del Figlio di Dio (nuova forma del Logos), capace di rendere depurata ogni terrena filiazione dalla propria deficienza intellettuale rispetto al Padre divino.

Jesus Logos jpg
Ora si apre, dunque, un ulteriore mistero nel già abbondante mistero del nuovo linguaggio salvifico neotestamentario: viene infatti resa necessaria, per la realizzazione di questo processo storico-salvifico, l’istituzione di una carne umana capace di maternizzare ciò che volutamente il Figlio di Dio ha assunto in termini filiali, ossia è necessaria una Madre per il Figlio di Dio, la quale, proprio per il ragionamento appena fatto, diviene l’assoluta Madre di ogni filiazione, e dunque l’imprescindibile strumento di cooperazione salvifica al piano di Dio stesso.
Questa cooperazione materna umana alla paternità divina, sia nell’ordine dell’Incarnazione, sia tanto più in quello della Redenzione, è l’insindacabile singolarità del Cristianesimo rispetto ad ogni epistemologia religiosa: Dio, da se stesso, a motivo della libertà della sua creatura umana, non può reintegrare la filiazione umana alla propria paternità divina se non attraverso un processo linguistico nuovo, l’incarnazione del Logos, la quale richiede necessariamente il concorso di una maternità umana che instauri una relazione materno-filiale dal valore, a questo punto, storico-salvifico, poiché appartenente all’ordine della mediazione e della corredenzione.
Tutto ciò esprime il valore unico, non solo relativamente all’economia biblica, bensì all’intero universo dell’economia religiosa, della maternità di Maria: senza la Madre, in ultima istanza (come avevamo anticipato sopra), non c’è salvezza, poiché da un lato l’azione redentrice del Logos, attraverso la sua nuova forma linguistica dell’incarnazione, è inesorabilmente preclusa a livello umano, ma molto di più, ancora, perché pur potendo sussistere, la filiazione del Logos incarnato non avrebbe alcun valore salvifico qualora prescindesse dalla relazione filiale con la Madre.
Ci pare quanto mai necessario, dunque, approfondire la comprensione teologica della relazione materno-filiale venutasi ad instaurare, per volere divino, dal momento della nuova forma del Logos, l’incarnazione umana del Figlio. Un evento salvifico che ancora una volta Dio stesso, nel suo linguaggio filiale, ha istituito già nell’Antica economia, seppure non attraverso il suo compimento storico, bensì soltanto attraverso quello simbolico. Ad ogni modo, è evidente come la figura chiave di Maria di Nazareth sia stata abbondantemente “detta”, secondo l’antica forma del Logos, lungo l’intera economia Antica, in modo particolare attraverso la rivelazione di una maternità divina che, nella pienezza dei tempi, viene ad istituirsi storicamente nella persona di Maria.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – © La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

 

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Filiazione, monarchia e volere divino

Filiazione, monarchia e volere divino

Samuele e Saul

Nella storia d’Israele, in particolar modo nel contesto storico immediatamente precedente l’istituzione monarchica, il Testo Sacro rivela alcune singolari deflagrazioni nella relazione fra padre e figlio, a tal punto estese da generare un complesso di effetti aventi quale referente l’intero popolo israelita. In particolare, relativamente a questo frangente storico d’Israele, vengono proposti dal racconto biblico due esempi eloquenti di difficoltà di rapporto paterno-filiale, capaci tuttavia di oltrepassare l’ambiente sorgivo intrafamiliare e di produrre dei profondi cambiamenti nella struttura politica e religiosa dell’intero popolo d’Israele. Il primo esempio è rappresentato dal comportamento osceno dei figli di Eli, Cofni e Pincas. Essi abusano del loro ministero sacerdotale, oltraggiando pubblicamente la stessa legge di Dio. In questo loro comportamento essi rievocano alla memoria i figli di Aronne, Nadab e Abiu, i quali morirono per aver violato la legge di Jahvé. La loro condotta destabilizza l’ambiente religioso dell’antico credo jahvista, rendendolo orfano di un riferimento sacerdotale mediante il ministero del quale onorare e rendere gloria al Signore. Proprio in questo contesto di oscenità religiosa, la figura di Samuele viene pedagogicamente formata da Dio stesso. Il secondo esempio, che esattamente come il precedente potremmo qualificare come “anti-filiale”, riguarda invece la condotta dei figli dello stesso Samuele, divenuto ormai vecchio, il comportamento del quale sembra introdurre una sorta di controsenso teologico rispetto alle precedenti osservazioni che lo stesso racconto biblico aveva precedente rivolto nei suoi riguardi. Si noti, per esempio, il senso dispregiativo con cui gli Israeliti si rivolgono a Samuele etichettandolo come “vecchio” nel racconto di 1Sam 8,4-5:

“Si radunarono allora tutti gli anziani d’Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli dissero: Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli”.

Carlo Maria Martini definisce l’uso di questo termine, “vecchio”, rivolto a Samuele, come una parola durissima[1], e propriamente lo è. Questo termine, infatti, offende Samuele annullandone le capacità e le competenze in ambito religioso e sociale, ritenute ormai indolenzite dal peso degli anni, ma soprattutto l’offesa riguarda il rapporto fra Samuele e la filiazione divina. Samuele, infatti, è stato e rimane il testimone del Logos, che è il Figlio di Dio, e questo a prescindere dall’esempio pubblico offerto dai suoi figli. Il popolo, in realtà, strumentalizza la condotta filiale di questi ultimi per giustificare una pretesa ormai antica, peraltro non supportata dal consenso di tutta la popolazione, che già al tempo di Gedeone, per ragioni socio-politiche, era stata acclamata con vigore: l’istituzione monarchica. Come lo stesso Samuele reclama, però, essa rappresenta un palese rifiuto della filiazione divina quale “modello di regno” cui sottomettersi. A questo riguardo risultano quanto mai significative le parole stesse di Dio, riportate in 1Sam 8,7:

“Il Signore rispose a Samuele: Ascolta pure la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi”.

Al di là delle diatribe esegetiche circa la paternità letteraria “anti-monarchica” di questo brano, da contrapporre ad un orientamento “filo-monarchico” presente in altri brani del medesimo contesto letterario (come ad esempio il racconto della richiesta del re in 1Sam 8,4-5), sembra evidente un dato teologico: una monarchia, laddove il popolo la invoca, è in realtà già esistente, come afferma lo stesso Samuele congedandosi davanti a Saul in 1Sam 12b-14:

“(Mi avete detto): No, vogliamo che un re regni sopra di noi, mentre il Signore vostro Dio è vostro re. Ora eccovi il re che avete scelto e che avete chiesto. Vedete che il Signore ha costituito un re sopra di voi”.

Non si spiegherebbe altrimenti, infatti, l’assunzione soggettiva da parte di Jahvé dell’offesa che Samuele interpreta come propria: “Costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi”. Il rifiuto, quindi, appartiene proprio all’ordine della monarchia divina. Non avrebbe senso, infatti, parlare di un generico rifiuto di Jahvé da parte degli Israeliti, poiché non troverebbe referenza di significato con la richiesta dell’istituzione monarchica: il rifiuto, cioè, appartiene proprio all’ordine della monarchia di Dio, stabilendo così il desiderio israelitico di passare da una monarchia ad un’altra.
Ora, il regno che lo stesso Jahvé, in 1Sam 8,7, sostiene che gli Israeliti abbiano rifiutato, offendendolo, è proprio un regno “filiale”. Il Figlio di Dio è colui che, essendo Logos di Dio, ha la sovranità regale sull’uomo, il quale è appunto proveniente per essenza da questo Logos. La regalità del Figlio, quindi, appartiene in primo luogo alla creazione stessa. Inoltre, l’uomo vive, conosce e si sviluppa dentro una propria esistenza proprio perché modellato sull’esistenza filiale di Dio, “immaginato” in Lui: il linguaggio di Dio (Logos) è Colui che comunica l’esistenza umana. Il Regno, a ragion veduta, è lo stesso luogo esistenziale in cui l’uomo vive, la ragione stessa della sua esistenza, la quale è possibile soltanto in virtù della sovranità linguistica che il Figlio di Dio ha rispetto ad essa. Ecco spiegata, quindi, la monarchia filiale che Dio esercita sull’uomo: il suo Logos, infatti, è il Re dell’umano non per un’elezione effettuata dall’uomo stesso, bensì per il fatto stesso che l’umano esista. La rivendicazione di una nuova monarchia, quindi, certamente offende, perché la altera, questa essenziale signoria filiale.
A riguardo, Martin Noth si è posto questo interrogativo: “Era lecito a Israele essere un popolo come gli altri, insediare un re secondo il modello di monarchie straniere e soprattutto, anche se lo richiedeva la sua difficile situazione, avviarsi a diventare una potenza politica?”[2]. Di fatto lo stesso Noth ha rilevato come, nonostante la posterità della redazione deuteronomistica, chiaramente riluttante verso l’istituzione monarchica, anche la redazione primitiva che invece pareva ad essa favorevole era strutturata su un sostegno fallace, probabilmente idealizzato dai primi quanto effimeri successi di Saul contro gli Ammoniti e i Filistei. Il comportamento successivo di Samuele, in realtà, attesta come realmente l’istituzione monarchica costituisse un’offesa non soltanto alla sacralità della tradizione anfizionica, ma molto più teologicamente alla stessa regalità di Jahvé, come lo stesso Samuele afferma chiaramente in 1Sam 12,17:

“Non è forse questo il tempo della mietitura del grano? Ma io griderò al Signore ed Egli manderà tuoni e pioggia. Così vi persuaderete e constaterete che grande è il peccato che avete fatto davanti al Signore chiedendo un re per voi”.

L’unica maniera perché quest’offesa venga rinsaldata, più che abbandonare l’uomo alle proprie scelte “concedendogli” oggettivamente un re, è per Dio stesso quella di incarnarsi storicamente nella figura monarchica auspicata, passando quindi dalla propria Monarchia trascendente ed eterna a quella storico-salvifica, capace di ristabilire la stessa storia della salvezza all’ordine Monarchico primordiale. In questo senso, l’incarnazione del Figlio di Dio sarà proprio il compimento di questo nuovo passaggio, ma questa volta salvifico, da una monarchia ad un’altra; questo processo subisce tuttavia delle profonde scosse antitetiche, cioè delle opposizioni che noi definiamo, ancora una volta, come anti-filiali.
Una di queste è, appunto, la stessa richiesta regale da parte Israelitica. Si noti, infatti, che Israele non soltanto domanda un re, “ma il popolo volle un re a tutti i costi” [3], per cui, riportando le parole durissime di sant’Agostino a riguardo, affermiamo che “il popolo pretese dal Signore di avere un re e gli fu dato Saul, nelle cui mani essi furono, per così dire, consegnati: così essi con le opere e le parole chiamarono la morte, raffigurata nello stesso Saul” [4].

Samuele Saul

Pur apparentemente sottomettendosi alla figura postagli da Dio quale mediatore, cioè Samuele, il popolo lo pone in un vincolo di aut-aut, per poter essere “come le altre nazioni”[5]. A riguardo, infatti, un autore scrive che “nell’oriente di allora, (cioè le cosiddette altre nazioni), il re esercitava il potere divino. In quanto tale, egli possiede, per adozione, una specie di parentela divina; è il portavoce e il vicario del suo dio: sacerdote per eccellenza e capo dei sacerdoti; depositario e garante del diritto divino; la sua intronizzazione e incoronazione fatte nella cornice del tempio si ritengono sanzionate da una investitura divina” [6]. Ciò nonostante, la richiesta di essere “come le altre nazioni” da parte di Israele va intesa come un desiderio di similitudine politica e non propriamente religiosa. Infatti, “Israele non ha mai concepito la figliolanza divina del re in senso mitologico, come avveniva in Egitto, cioè come se il re fosse stato generato fisicamente dalla divinità, ma nel senso di un atto giuridico in virtù del quale il re era chiamato ad un rapporto particolarissimo con Jahvé” [7].
Una comprensione di questa concezione della regalità deriva proprio dalla lettura dei cosiddetti “salmi regali” (Salmi 2; 18; 20; 21; 45; 72; 89; 101; 110; 132), i quali attestano come la regalità implichi sì, per il monarca, un rapporto di figliolanza con Jahvé, ma nel genere dell’adozione e non della natura. Ad ogni modo, colui che viene unto Re, è “figlio” di Jahvé e “se l’unto è il figlio, allora è anche l’erede; Jahvé gli consegna i popoli in possesso” [8].
Questa stessa filiazione, capace di fruttare al re-figlio l’eredità dei popoli, era stata promessa anche a Saul. Come dice la Scrittura, infatti:

“Il Signore aveva detto all’orecchio di Samuele, un giorno prima che giungesse Saul: Domani a quest’ora ti manderò un uomo della terra di Beniamino e tu lo ungerai come capo del mio popolo Israele. Egli libererà il mio popolo dalle mani dei Filistei, perché io ho guardato il mio popolo, essendo giunto fino a me il suo grido” (1Sam 9,15-16).

Anche in Saul, quindi, la privilegiata relazione filiale con Dio, che in Dio stesso ha il proprio modello e che successivamente sarà manifestata in Davide, era destinata a realizzarsi per volere di Dio. Saul, però, si rivelerà un uomo mediocre, incapace di concretizzare il destino filiale che l’incoronazione monarchica comporta. Questa stessa mediocrità si riflette anche nella tradizione storico-salvifica, la quale orienta tutta la redazione su Saul unicamente in vista di ciò che verrà, il regno davidico, e mai a Saul in se stesso.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – © La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

NOTE:

[1] Martini C.M., Samueleprofeta religioso e civile, Piemme, Casale Monferrato (Al) 1990, p. 104.

[2] Noth M., Geschichte Israels (1950), tr. it. La storia d’Israele, a cura di G. Odasso, Paideia Editrice, Brescia 1975, p. 213.

[3] Hégelé L., Des Juges aux Rois, Descleè de Brouwer, Parigi (1968),  tr. italiana, Dai giudici ai Re, Ed. Paoline, Milano 1968, p. 44.

[4] Sant’AgostinoEnarrationes in Psalmos, Espos. sul Sal. 51, in Opere di sant’Agostino (ed. latino-italiana), Parte III: Discorsi, Vol XXVI,  tr. it. a cura di Vincenzo Tarulli, Città Nuova, Roma 1970, pp. 2 – 35, qui p. 5.

[5]Hégelé L., Dai giudici ai Re, op. cit., p. 44.

[6] Von Rad G., Teologia dell’Antico Testamento, I, op. cit., p. 364

[7] Ivi, p. 365.

[8] Ivi, p. 372.

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S. Agostino e la ricerca sulla Trinità

S. Agostino e la ricerca sulla Trinità

St.-Augustine

(Dal libro di S. Agostino, “La Trinità”, Libro IX, 1.1.,
tr. it. a cura di G. Beschin, Città Nuova, Roma 2006., pp. 279-281)

“La nostra ricerca concerne, certo, non una trinità qualsiasi, ma la Trinità che è Dio, il vero, supremo ed unico Dio. Pazienta dunque, tu che mi ascolti, chiunque tu sia, perché stiamo ancora cercando e nessuno ha il diritto di biasimare chi si dedica alla ricerca di tali cose, sempre che ricerchi, basandosi su una fede incrollabile, ciò che è così difficile da conoscere ed esprimere. Chiunque invece vede meglio o insegna meglio ha ragione di riprendere immediatamente le affermazioni di chi non cerca. “Cercate il Signore”, è detto, “e vivrà la vostra anima” (Sal 68,33). E per evitare che qualcuno si rallegri alla leggera di avere in qualche modo appreso la verità, è detto: “Cercate sempre la sua faccia” (Sal 104,4). E l’Apostolo dice: “Se qualcuno crede di sapere qualcosa, non sa ancora in che modo bisogna sapere. Chiunque ama Dio, questi è conosciuto da lui” (cfr. 1Cor 16,11). Non dice: “Conosce Dio”, che è pericolosa presunzione, ma invece: “È conosciuto da lui”. Così, avendo detto in un altro passo: “Ora che conoscete Dio”, si corregge subito e dice: “Anzi, che siete stati conosciuti da Dio” (1Cor 8,2-3). Ma ecco il passo più significativo: “Fratelli, non credo di averla ancora raggiunta, ma una sola cosa faccio: dimentico quello che è indietro e, proteso, con una tensione di tutto me stesso, verso ciò che è davanti, corro verso la meta, per il premio di quella suprema chiamata di Dio in Gesù Cristo. Quanti dunque siamo perfetti, cerchiamo di avere questi sentimenti” (Gal 4,9). La perfezione in questa vita, secondo l’Apostolo, non è altra cosa che dimenticare ciò che è indietro e protendersi, per una tensione di tutto se stesso, verso ciò che sta davanti. Questa tensione nella ricerca è la via più sicura fino a quando non si abbia attinto ciò verso cui tendiamo e che ci estende al di là di noi stessi. Ma è retta solo la tensione, che procede dalla fede. È la certezza della fede che, in qualche maniera, è inizio della conoscenza, ma la certezza della conoscenza non sarà compiuta che dopo questa vita, quando vedremo “a faccia a faccia” (1Cor 13,12).
Abbiamo dunque questa intima convinzione e conosceremo che è più sicuro il sentimento che ci spinge a cercare la verità di quello che ci fa presumere di conoscere ciò che non conosciamo. Cerchiamo dunque con l’animo di chi sta per trovare e troviamo con l’animo di chi sta per cercare. Infatti: “Quando l’uomo penserà di avere finito, allora incomincerà” (Sir 18,6). Circa le verità da credere, nessun dubbio proveniente dalla mancanza di fede, circa le verità da comprendere, nessuna affermazione temeraria; in quelle dobbiamo attenerci all’autorità, in queste si ha da indagare la verità.
Per quanto concerne dunque la nostra questione, crediamo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un solo Dio, Creatore e Reggitore di tutta la creazione; che il Padre non è il Figlio, che lo Spirito Santo non è il Padre, né il Figlio, ma che sono una Trinità di persone in mutue relazioni in un’unica ed uguale essenza. Cerchiamo di comprendere questo, implorando aiuto da Colui stesso che vogliamo comprendere, e cerchiamo di spiegare, per quanto ci è concesso, ciò che comprendiamo, con così grande diligenza e pia sollecitudine che, supponendo anche che noi affermiamo una cosa per un’altra, in ogni caso non diciamo nulla che non sia degno di Dio. Che se, per esempio, diciamo del Padre qualcosa che non gli conviene in proprio, convenga almeno al Figlio, o allo Spirito Santo, o alla Trinità. Se diciamo del Figlio qualcosa che non gli conviene in proprio, almeno convenga al Padre, o allo Spirito Santo o alla Trinità. Così se attribuiamo qualcosa allo Spirito Santo che non indichi una proprietà dello Spirito Santo, non sia almeno estranea al Padre, o al Figlio, o al Dio unico, la Trinità stessa. Per esempio, desideriamo ora vedere se lo Spirito Santo è in senso proprio quella incomparabile carità; se non lo è, lo è il Padre, o il Figlio, o la stessa Trinità; perché non possiamo contraddire all’assoluta certezza della fede, né all’autorità inconcussa della Scrittura che afferma: “Dio è carità” (1Gv 4,8). Tuttavia non dobbiamo mai lasciarci traviare dal sacrilego errore che ci faccia affermare della Trinità qualcosa che non convenga al Creatore, ma invece alla creatura (cfr. Rm 1,25), o che sia frutto di vane finzioni dell’immaginazione”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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Santa Giovanna Francesca de Chantal

Santa Giovanna Francesca de Chantal

Basilica della Visitazione

Una giovane vedova, vestita mestamente, incontra per caso un Vescovo, molto conosciuto per la profondità della propria predicazione. Pur trovandola al suo cospetto con indosso abiti umili e decorosi, quel Vescovo le domanda se per caso abbia in mente delle seconde nozze. Con sicurezza, la donna risponde di non avere questa intenzione, sentendosi amorevolmente rivolgere questa esortazione: “Allora conviene ammainare le insegne”.

In questi termini ha verosimilmente avuto luogo la prima conversazione, rivelatasi poi fortunosa per entrambi e profondamente fruttuosa per la cristianità successiva, fra la santa Giovanna Francesca de Chantal ed il Vescovo ginevrino san Francesco di Sales, occorsa in quel di Digione nel 1604.

Giovanna Francesca Frémyot de Chantal nacque a Digione, in Borgogna, da Benigno Frémyot, presidente del parlamento della Borgogna, il 23 gennaio 1572. A solo un anno di vita, perse la madre e crebbe unicamente sotto la tutela paterna, adeguandosi alla disciplina ed all’insegnamento morale di suo padre. Il 29 dicembre 1592, ventenne, sposò il barone di Chantal, Cristoforo II. Per la particolare premura e l’instancabile ossequio ricevuti dalla sua giovane sposa, peraltro riveriti dalla donna anche ai figli e persino all’esterno della famiglia, il barone le attribuì l’appellativo di “dama perfetta”. Da questo nobile matrimonio nacquero 6 figli, due dei quali, tuttavia, deceduti appena dopo la nascita. Giovanna si dedicò con particolare zelo al servizio dei poveri, coinvolgendo anche il marito verso questa disposizione. Di natura affabile e premurosa, Giovanna depose la propria statura nobiliare al servizio degli ultimi, destinando loro non soltanto denaro, ma l’interezza della propria persona, sino a sacrificare completamente se stessa. Durante la carestia che gravò sulla Borgogna tra il 1600 e il 1601, per esempio, mise a disposizione la propria dimora, facendo costruire un forno per garantire sempre del pane a servizio dei bisognosi. La sua stessa residenza divenne un “ospedale” per i malati, presso il quale trovarono ricovero in particolar modo madri e bimbi in difficoltà. Un evento improvviso, tuttavia, volse inaspettatamente verso nuovi lidi l’orientamento esistenziale di Giovanna.

Tomba Santa Giovanna Francesca de Chantal(La tomba di Santa Giovanna Francesca de Chantal)

Durante una battuta di caccia, infatti, il marito Cristoforo morì, lasciando la moglie giovane ventinovenne e quattro figli piccoli da allevare. Per quanto in questa fase della propria esistenza Giovanna cominciasse a sentire una forte propensione verso la vita religiosa, per amore dei suoi piccoli figli mise da parte questa vocazione dedicandosi esclusivamente alla loro cura ed alla loro formazione. La perdita del marito fu in questa prospettiva un evento catastrofico per il sostentamento filiale, al punto che, affinché i figli potessero beneficiare dell’eredità di famiglia, Giovanna fu costretta ad accasarsi presso il suocero, il barone di Chantal, presso la dimora del quale dovette accettare le dolorose angherie di una serva-padrona ivi residente. In questo periodo una serie di amarezze segnarono la vita della giovane Giovanna, anche da un punto di vista religioso. Da tempo, infatti, la donna avvertiva una progressiva incomprensione della propria esistenza da parte della sua guida spirituale, decidendo così di abbandonare la sua direzione. La via della speranza, tuttavia, non tardò ad aprire una nuova ed inaspettata prospettiva nel suo cuore. Volendo infatti ascoltare un suggerimento paterno, il 5 marzo del 1604 Giovanna accettò di recarsi a Ginevra per ascoltare il quaresimale del Vescovo locale, il santo Francesco di Sales. Affascinata dalla predicazione del Vescovo e illuminata dal suo afflato pastorale, Giovanna instaurò con lui un intenso cammino di fede, lasciandosi guidare nei sentieri più oscuri della propria esistenza, soprattutto attraverso la metodologia più efficace e conosciuta di san Francesco di Sales, ossia quella dell’epistolario. Proprio alla luce dell’insegnamento del Vescovo ginevrino, convinta della necessità di spogliarsi di ogni proprio bene, non soltanto esteriore ma “intrinseco alla propria esistenza”, Giovanna firmò un documento nel quale rinunciò a tutti i propri beni, che destinò ai suoi figli. Assieme a san Francesco di Sales, presso Charlotte di Brechard, fondò la Congregazione delle monache Visitandine, che nel 1618 divenne un Ordine Religioso a tutti gli effetti. Un’ulteriore sfida esistenziale segnò tuttavia nuovamente il suo cammino di fede. Giovanna, infatti, esperì il tremendo dolore per la perdita successiva di altri tre figli, rimanendo viva, dei sei, soltanto la figlia Francesca. Ormai interamente dedita ad assecondare il disegno divino su di sè, Giovanna fece un anno di noviziato nella casa della Galleria di Annecy, dimora del Vescovo ginevrino e sede dell’ordine delle Visitandine. Dopo questo intenso periodo, Giovanna prese i voti e divenne successivamente superiora del monastero da lei fondato a Parigi (1618-1622). Un altro dolore ancora, per la donna, fu la forzata e dolorosa necessità di interrompere la sua relazione spirituale con Francesco di Sales: il Vescovo, infatti, morì santamente il 28 dicembre 1622. A partire da questa data e per 19 lunghi anni Giovanna assunse le redini dell’ordine, diffondendone la fama con la costruzione di oltre ottanta monasteri. Giovanna morì il 13 dicembre del 1641, presso il monastero di Moulins. Papa Clemente XIII la proclamò santa il 16 luglio del 1767. Oggi la cara “suor Francesca” riposa ad Annecy, accanto a san Francesco di Sales, nella Basilica Visitazione.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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Santa Matilde di Hackeborn e la mistica medievale

Santa Matilde di Hackeborn e la mistica medievale

Monastero Helfta

Ritenere il Medioevo quale epoca buia, dominata dalla superstizione, dal fanatismo e dal carrierismo ecclesiale, in opposizione ai due grandi periodi ad esso perimetrali (cioè l’epoca classica, ad esso antecedente, e quella rinascimentale, ad esso successiva), rischia di corrispondere ad una interpretazione critica sin troppo carica di valore ideologico e pressappochista. Una stessa interpretazione letterale del termine “Medioevo”, infatti, sembra voler incutere già a livello lessicale un afflato di attesa, diremmo quasi di “pazienza”, nella speranza di un tempo “migliore”, più proficuo e spiritualmente libero quale per molti studiosi è appunto il cosiddetto “Rinascimento”. Ciò non rende pienamente giustizia ad un periodo storico, peraltro molto esteso se per “Medioevo” si intende quel millennio di civiltà umana compreso fra il V ed il XV secolo (non tutti gli storici sono tuttavia d’accordo su questa estensione storica), caratterizzato da una fioritura singolare di ispirazione artistica, di speculazione intellettuale e, di contro ad un generico mormorare comune a certi ambienti, di particolare ed intensa esperienza mistica, con corrispettiva proliferazione e diffusione di santità cristiana. Tra le tante figure di particolare valore umano e religioso che questo così incompreso periodo storico può offrire all’umanità intera, sino a farne dei modelli di realizzazione umana e di testimonianza cristiana, ne abbiamo scelta una particolarmente singolare nel suo darsi cristiano, nella sua esistenza umana al servizio della fede in Cristo. Si tratta della santa tedesca Matilde di Hackeborn, vissuta nel XIII secolo e punto di riferimento per la mistica di ogni tempo, in particolar modo per quella legata al monastero di Helfta, dove assieme all’altra famosa Matilde (di Magdeburgo) ed alle due omonime Gertrude, ha dato vita ad un fiotto di santità e di conoscenza cristiana carico di contenuti intellettuali e di testimonianza mistica. Per descrivere in termini sintetici le principali tappe dell’esistenza di questa grande santa medievale, ci avvaliamo qui di seguito del testo di un’udienza generale tenuta da Papa Benedetto XVI nel 2010 e interamente incentrata sulla sua persona. L’insegnamento del pontefice può essere utilizzato quale spunto per approfondire la conoscenza di questa grande testimone di Cristo e per avvicinarsi, con umiltà, ai suoi preziosi insegnamenti intellettuali e pastorali.

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Santa Matilde di Hackeborn 
(Udienza Generale, Piazza San Pietro, 29 settembre 2010)

“[…] Matilde nasce nel 1241 o 1242 nel castello di Helfta; è la terza figlia del Barone di Hackeborn. A sette anni con la madre fa visita alla sorella Gertrude nel monastero di Rodersdorf. È così affascinata da quell’ambiente che desidera ardentemente farne parte. Vi entra come educanda e nel 1258 diventa monaca nel convento, trasferitosi nel frattempo ad Helfta, nella tenuta degli Hackeborn. Si distingue per umiltà, fervore, amabilità, limpidezza e innocenza di vita, familiarità e intensità con cui vive il rapporto con Dio, la Vergine, i Santi. È dotata di elevate qualità naturali e spirituali, quali “la scienza, l’intelligenza, la conoscenza delle lettere umane, la voce di una meravigliosa soavità: tutto la rendeva adatta ad essere per il monastero un vero tesoro sotto ogni aspetto” (cfr. Matilde di Hackeborn, Liber specialis gratiae, Proemio). Così, “l’usignolo di Dio” – come viene chiamata – ancora molto giovane, diventa direttrice della scuola del monastero, direttrice del coro, maestra delle novizie, servizi che svolge con talento e infaticabile zelo, non solo a vantaggio delle monache, ma di chiunque desiderasse attingere alla sua sapienza e bontà.
Illuminata dal dono divino della contemplazione mistica, Matilde compone numerose preghiere. È maestra di fedele dottrina e di grande umiltà, consigliera, consolatrice, guida nel discernimento: “Ella – si legge – distribuiva la dottrina con tanta abbondanza che non si è mai visto nel monastero, ed abbiamo, ahimè, gran timore, che non si vedrà mai più nulla di simile. Le suore si riunivano intorno a lei per sentire la parola di Dio, come presso un predicatore. Era il rifugio e la consolatrice di tutti, ed aveva, per dono singolare di Dio, la grazia di rivelare liberamente i segreti del cuore di ciascuno. Molte persone, non solo nel Monastero, ma anche estranei, religiosi e secolari, venuti da lontano, attestavano che questa santa vergine li aveva liberati dalle loro pene e che non avevano mai provato tanta consolazione come presso di lei. Compose inoltre ed insegnò tante orazioni che se venissero riunite, eccederebbero il volume di un salterio” (Ibid., VI,1).
Nel 1261 giunge al convento una bambina di cinque anni di nome Gertrude: è affidata alle cure di Matilde, appena ventenne, che la educa e la guida nella vita spirituale fino a farne non solo la discepola eccellente, ma la sua confidente. Nel 1271 o 1272 entra in monastero anche Matilde di Magdeburgo. Il luogo accoglie, così, quattro grandi donne – due Gertrude e due Matilde – gloria del monachesimo germanico. Nella lunga vita trascorsa in monastero, Matilde è afflitta da continue e intense sofferenze a cui aggiunge le durissime penitenze scelte per la conversione dei peccatori. In questo modo partecipa alla passione del Signore fino alla fine della vita (cfr Ibid., VI, 2). La preghiera e la contemplazione sono l’humus vitale della sua esistenza: le rivelazioni, i suoi insegnamenti, il suo servizio al prossimo, il suo cammino nella fede e nell’amore hanno qui la loro radice e il loro contesto. Nel primo libro dell’opera Liber specialis gratiae, le redattrici raccolgono le confidenze di Matilde scandite nelle feste del Signore, dei Santi e, in modo speciale, della Beata Vergine. È impressionante la capacità che questa Santa ha di vivere la Liturgia nelle sue varie componenti, anche quelle più semplici, portandola nella vita quotidiana monastica. Alcune immagini, espressioni, applicazioni talvolta sono lontane dalla nostra sensibilità, ma, se si considera la vita monastica e il suo compito di maestra e direttrice di coro, si coglie la sua singolare capacità di educatrice e formatrice, che aiuta le consorelle a vivere intensamente, partendo dalla Liturgia, ogni momento della vita monastica.
Nella preghiera liturgica Matilde dà particolare risalto alle ore canoniche, alla celebrazione della santa Messa, soprattutto alla santa Comunione. Qui è spesso rapita in estasi in una intimità profonda con il Signore nel suo ardentissimo e dolcissimo Cuore, in un dialogo stupendo, nel quale chiede lumi interiori, mentre intercede in modo speciale per la sua comunità e le sue consorelle. Al centro vi sono i misteri di Cristo verso i quali la Vergine Maria rimanda costantemente per camminare sulla via della santità: “Se tu desideri la vera santità, sta’ vicino al Figlio mio; Egli è la santità medesima che santifica ogni cosa” (Ibid., I,40). In questa sua intimità con Dio è presente il mondo intero, la Chiesa, i benefattori, i peccatori. Per lei cielo e terra si uniscono.
Le sue visioni, i suoi insegnamenti, le vicende della sua esistenza sono descritti con espressioni che evocano il linguaggio liturgico e biblico. Si coglie così la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura, che era il suo pane quotidiano. Vi ricorre continuamente, sia valorizzando i testi biblici letti nella Liturgia, sia attingendo simboli, termini, paesaggi, immagini, personaggi. La sua predilezione è per il Vangelo: “Le parole del Vangelo erano per lei un alimento meraviglioso e suscitavano nel suo cuore sentimenti di tale dolcezza che sovente per l’entusiasmo non poteva terminarne la lettura […]. Il modo con cui leggeva quelle parole era così fervente che in tutti suscitava la devozione. Così pure, quando cantava in coro, era tutta assorta in Dio, trasportata da tale ardore che talvolta manifestava i suoi sentimenti con i gesti […]. Altre volte, come rapita in estasi, non sentiva quelli che la chiamavano o la muovevano ed a mala pena riprendeva il senso delle cose esteriori” (Ibid., VI, 1).
In una delle visioni, è Gesù stesso a raccomandarle il Vangelo; aprendole la piaga del suo dolcissimo Cuore, le dice: “Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo. Nessuno ha mai sentito esprimere sentimenti più forti e più teneri di questi: Come mi ha amato mio Padre, cosi io vi ho amati (Joan. XV, 9)”(Ibid., I,22).
[…] La discepola Gertrude descrive con espressioni intense gli ultimi momenti della vita di santa Matilde di Hackeborn, durissimi, ma illuminati dalla presenza della Beatissima Trinità, del Signore, della Vergine Maria, di tutti i Santi, anche della sorella di sangue Gertrude. Quando giunse l’ora in cui il Signore volle attirarla a Sé, ella gli chiese di poter ancora vivere nella sofferenza per la salvezza delle anime e Gesù si compiacque di questo ulteriore segno di amore.
Matilde aveva 58 anni. Percorse l’ultimo tratto di strada caratterizzato da otto anni di gravi malattie. La sua opera e la sua fama di santità si diffusero ampiamente. Al compimento della sua ora, “il Dio di Maestà […] le cantò: Venite vos, benedicti Patris mei (Venite, o voi che siete i benedetti dal Padre mio) e l’associò alla sua gloria” (Ibid., VI,8).
Santa Matilde di Hackeborn ci affida al Sacro Cuore di Gesù e alla Vergine Maria. Invita a rendere lode al Figlio con il Cuore della Madre e a rendere lode a Maria con il Cuore del Figlio: “Vi saluto, o Vergine veneratissima, in quella dolcissima rugiada, che dal Cuore della santissima Trinità si diffuse in voi; vi saluto nella gloria e nel gaudio con cui ora vi rallegrate in eterno, voi che di preferenza a tutte le creature della terra e del cielo, foste eletta prima ancora della creazione del mondo! Amen” (Ibid., I, 45).

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Rivelazioni di Gesù a Matilde di Hackeborn, 
liberamente estratte dall’opera Liber specialis gratiae

“La voce della mia gloria si fa sentire quando l’anima pentita piange i suoi peccati più per amore che per timore, e in tal modo merita di sentire da me le parole del perdono: Ti sono rimessi i tuoi peccati, va in pace. Non appena l’uomo sente un vero dolore ed una sincera contrizione per i suoi peccati, gli rimetto tutte le sue colpe e lo ricevo nelle mie braccia come se mai non avesse peccato” (cap. 3).

“Sin dalla nascita io fui così legato e stretto in fasce che non potevo muovermi, per indicare che mi abbandonavo tutt’intero, coi beni che apportavo dal cielo, al potere dell’uomo ed al suo servizio; uno che è legato non ha più alcun potere, non può difendersi né impedire che gli si tolga il suo avere”.

“Parimenti quando uscii da questo mondo, ero inchiodato sulla Croce, né potevo fare il minimo movimento, e questo dimostrava l’abbandono completo che facevo all’uomo di tutti i beni che avevo acquistati durante la mia vita mortale”.
“Così la mia vita, le mie opere, i beni che possiedo come Dio e come Uomo e la mia Passione, tutto abbandono all’uomo; perciò l’uomo con piena fiducia può godere tutto quanto mi appartiene. Ed è mio sommo desiderio che i miei fedeli utilmente godano di tutti i miei beni e di tutte le mie grazie” (cap. 5).

“Il Signore disse: ‘Sta scritto: Se così viene trattata la legna verde, cosa sarà di quella secca?’ (Luc,. XXIII, 31)”. Da queste parole Matilde intese che se Gesù, che è la linfa di tutte le virtù, ha sofferto tali supplizi, quelli che sono come legna secca, aridi in ogni bene, in verità non possono aspettarsi che i tormenti eterni (cap. 14).

“Siccome nell’Epistola si legge: ‘Dio gli diede un nome che è sopra ogni nome’, Matilde disse a Gesù: ‘Mio Signore, qual è questo nome sublime che dal Padre vi fu donato?’ – Gesù rispose: “Salvatore di tutti i secoli. Io, infatti, sono il Salvatore ed il Redentore di quanto vi fu, vi è e vi sarà. Sono il Salvatore di quelli che vissero prima della mia incarnazione; sono il Salvatore di quelli che vivevano, quando, essendomi fatto uomo, convivevo con gli uomini sulla terra; sono il Salvatore di quelli che hanno abbracciato la mia dottrina e vogliono camminare sulle tracce mie; e ciò sino alla fine dei tempi. È questo un nome degno di me, dal Padre a me solo destinato fin dall’origine del mondo, ed è al disopra di tutti gli altri nomi” (cap. 15).

“Ti dico, in verità, che se uno versa lacrime di devozione per la mia Passione, io le accetterò come se egli l’avesse sofferta per me” – “O mio Signore”, replicò Matilde – “in che modo è possibile ottenere queste lacrime?”. Rispose Gesù: “Ascoltami: pensa dapprima alla tenerezza con cui mi portai ad incontrare i nemici che, armati di spade e di bastoni, mi cercavano per mandarmi alla morte come un ladro e un malfattore; ed, io andai loro incontro come una madre ad un figlio che vorrebbe strappare ai denti dei lupi – Pensa ai crudeli schiaffi che mi davano; orbene, quanti schiaffi ricevevo, altrettanti dolci baci offrivo alle anime che, sino all’ultimo giorno, dovevano essere salvate dalla mia Passione – Mentre atrocemente mi flagellavano, offrivo per loro al Padre celeste una preghiera così efficace che molti si convertirono – Quando mi conficcavano nel capo la corona di spine, attaccavo alla loro corona tante gemme quante furono le spine che infissero nella mia carne – Quando m’inchiodavano sulla Croce e mi slogavano le membra a segno che si potevano contare le mie ossa e vedere le mie viscere, le mie forze si esaurivano nell’attirare verso di me le anime di tutti i predestinati alla vita eterna, come avevo annunciato: Quando sarò elevato da terra, attirerò tutto a me. (Ioan., XXII, 32) – Infine, quando la lancia mi aprì il costato, presentai, nel mio Cuore, la bevanda della vita a tutti quelli che in Adamo avevano sorbito la bevanda mortifera, affinché divenissero tutti figli della salvezza in me che sono la Vita” (cap. 17).

Jesus Creator
“Nessuna ape nella primavera si getta tanto avidamente sui verdeggianti prati per succhiare i fiori dolci, come io sono pronto a scendere verso l’anima tua, quando mi chiami” (Libro II, cap. 3).
“L’ardente amore, per il quale il mio Cuore era sempre come bollente, mi stimolava dicendo: Corri, corri, di fatica in fatica, di predicazione in predicazione, di città in città; né mai permise ch’io riposassi fino a tanto che non ebbi compiuto tutto quanto era necessario per la tua salvezza” (Ivi).
“L’uomo guarda spesso le sue mani, io pure dalla mia infanzia sino al tempo della mia Passione, ogni giorno pensavo alla mia morte, e anticipatamente vedevo tutto quanto doveva accadermi” (cap. 4).
“Poiché sono nell’anima tua, rispose il Signore, da te emana il mio buon odore” (cap. 8).
“Quando la vanità tenterà di indebolire il tuo cuore, ricordati della forza della Carità, la quale mi trasse fuori dal mio riposo nel seno del Padre, per abbassarmi nel seno della Vergine, mi avviluppò in povere fasce, mi adagiò nel presepio, mi costrinse a subire tante fatiche nelle mie predicazioni e infine mi trasse a morire della più amara ed ignominiosa morte. Parimenti, quando l’orgoglio ti molesta, ricordati della mia umiltà, per la quale non mai mi insuperbii nei miei pensieri come nelle mie parole, nel mio contegno come nelle opere, ma in ogni circostanza diedi l’esempio della più perfetta umiltà. Se ti assale l’impazienza, ricordati della pazienza che serbai nella povertà, nella fame, nella sete, nei miei viaggi, di fronte alle ingiurie ed agli obbrobri, soprattutto in faccia alla morte. Nelle tentazioni di ira, abbi memoria della mia mansuetudine con coloro che odiavano la pace; io fui pacifico e mansueto a tal segno che dal Padre mio anche per i miei crocifissori ottenni il perdono. Dopo aver esercitato sopra di me crudeltà sì inaudite che nulla sembrava potersi aggiungere, nell’eccesso del loro furore ardirono ancora digrignare i denti contro di me; e allora appunto mostrai loro tale bontà di cuore, come se non fossero stati miei nemici. In tal modo potrai con le mie virtù trionfare di tutti i vizi” (cap. 11).

“Non potrai mai trovare un dono che mi sia più gradito di una piccola casa formata nel tuo cuore, affinché io vi abiti continuamente e vi trovi le mie delizie. Questa casa non avrà che una sola finestra da cui parlerò e distribuirò agli uomini i miei doni” (cap. 20).
“Deponi nel mio Cuore tutte le tue pene, ed io darò loro la perfezione più assoluta che la sofferenza possa possedere. In quel modo che la mia Divinità attirò a sé i patimenti della mia Umanità e li fece suoi, così io trasferirò le tue pene nella mia Divinità, le unirò alla mia Passione, e ti renderò partecipe di quella gloria da Dio Padre conferita alla mia santa Umanità, in compenso di tutte le sue sofferenze. Consegna dunque all’Amore ogni tua pena, dicendo: “O Amore, a te commetto tutte queste mie pene con quella intenzione con cui me le hai apportate dal Cuore di Dio, e ti prego che tu le riporti nel divin Cuore, perfezionate da una somma riconoscenza” (cap. 22).
“La mia Passione ebbe frutti infiniti in cielo e sulla terra; così le tue pene e le tue tribolazioni, se me le offrirai e le unirai alla mia Passione, saranno grandemente fruttuose per te e per tutti; a segno che agli eletti procureranno maggior gloria, ai giusti nuovi meriti, ai peccatori il perdono, ed alle anime del purgatorio l’alleggerimento delle loro pene. Che cosa, infatti, può mai esservi, che il mio divin Cuore non possa commutare in meglio, poiché ogni bene in cielo e in terra proviene dalla bontà del mio Cuore?” (Ivi).
“Quando reciti un salmo o qualche preghiera che i Santi cantarono sulla terra, essi pregano tutti con te e per te; quando mediti o conversi con me, tutti i Santi rallegrandosi mi benedicono” (Libro 3, cap. 8).
“Quando gli uomini vanno in chiesa, si preparino con la penitenza, percuotendosi il petto e confessando i loro peccati; in questo modo potranno portarsi incontro alla mia divina luce e riceverla in sé medesimi. Questa luce viene appunto rappresentata dalla fulgente bianchezza delle mie vesti” (cap. 12).
“Quanto più è frequente la comunione, tanto più l’anima si purifica, in quel modo che il corpo tanto più si fa mondo quanto più frequentemente viene lavato. Quanto più una persona si comunica, tanto più io opero in lei, ed ella opera in me, di modo che le sue opere diventano più sante. Quanto più affettuosamente una persona si comunica, e tanto più profondamente si immerge in me; quanto più penetra nell’abisso della mia Divinità, tanto maggiormente l’anima sua si dilata e si fa capace della Divinità, in quel modo che l’acqua quando sovente scorre su un terreno, vi scava un letto più profondo in cui l’acqua può scorrere sempre più abbondante” (cap. 14).

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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Padre Pio e le tentazioni

Padre Pio e le tentazioni

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Dall’Epistolario di Padre Pio,
(a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4ª ed., p. 20).

“Mio carissimo padre, non mi regge l’animo per poterle narrare tutto ciò che mi accade da vari giorni in qua, perché in questo frattempo che scrivo il demonio mi muove guerra più che mai. Io non posso arrivare a respingere le insidie che il nemico della salvezza mi va muovendo. Chi, dunque, o padre mio, mi libererà da tante tentazioni e da tante angustie? Chi mi consolerà? Chi mi darà tanta forza, da poter resistere come si conviene? Chi mai crederebbe che anche nelle ore del riposo uno venga angustiato? Ebbene, padre mio, le posso assicurare che anche queste ore mi vengono oltre modo amareggiate. Trovo un po’ di calma solo nel pensare e nel leggere i suoi ammaestramenti. Ma sono brevi istanti, perché il nemico è sempre vigilante, è lì sempre da capo. Le lotte spirituali, in paragone di ciò che vado soffrendo nel corpo, sono assai superiori, sebbene anche le sofferenze corporali si vadano rendendo sempre maggiori. Ed ora me lo dica, padre, per l’amore di Gesù Cristo e della nostra bella Vergine Addolorata, se nel cuore mio ci sia qualcosa, anche piccola, che non piaccia a Dio; perché con il suo aiuto voglio strapparla ad ogni costo. Chissà che tale permissione non sia in pena dei disgusti che potrebbero essere ancora in me, e che senza rimuovere prima questi non si muoverà a pietà. Sono sicuro che ella, sapendomi in tante miserie, pregherà il Signore per me, affinché voglia dispensarmi almeno delle lotte spirituali, perché i motivi di offenderlo sono tanti, almeno sotto forma condizionale: se cioè fosse di maggior gloria di sua divina maestà e vantaggio dell’anima mia. Certo di avere da lei un conforto, le bacio la mano; e chiedendo la sua paterna benedizione,
mi dico il suo Fra Pio” – (Lettera a Padre Benedetto del 10 gennaio 1911).

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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San Gaetano Thiene

San Gaetano Thiene

San Gaetano Thiene

Vicenza Ponte Pusterla

(Dal libro “Gaetano Thiene: pietra miliare nella storia della Chiesa”, di Pasquale Di Pietro, Vicenza 2005, pp. 40-43)

San Gaetano nacque a Vicenza nell’ottobre del 1480 da una nobile famiglia. Il padre era il conte Gaspare Thiene e la madre la contessa Maria Porto. […] Fu terzogenito dopo Giambattista e Alessandro; al fonte battesimale gli venne dato il nome di Gaetano, questo per ricordare la figura di un suo zio, il canonico Gaetano Thiene, docente presso l’Università di Padova e morto nel 1465, appena 15 anni prima della sua nascita. Purtroppo Gaetano restò perse quasi subito suo padre, perché questi morì in guerra presso Velletri dopo la vittoria delle truppe pontificie, il 21 agosto 1482.
La fanciullezza e la giovinezza di Gaetano trascorsero serene nella sua Vicenza sotto la guida saggia e profondamente cristiana della mamma terziaria domenicana, e furono condivise con un suo coetaneo cugino, Luigi. […] La città di Padova lo accolse poi nella sua Università, dove si laureò in diritto civile e canonico il 17 luglio 1504. […] Il primo contatto di Gaetano con la città eterna avvenne quasi subito dopo la laurea; giunse in Vaticano come scrittore delle Lettere Pontificie. Il Papa Giulio II conferisce al “diletto figlio e maestro Gaetano Thiene, scrittore e nostro familiare”, il beneficio della parrocchia di Malo (Vicenza), dove tuttora si conserva un atto notarile firmato da Gaetano.
Purtroppo l’impatto con Roma non fu edificante per il giovane vicentino. Egli non trovò la città dei martiri; di questo era così rammaricato che, scrivendo in data 31 luglio 1517 alla Venerabile Sr. Laura Mignani, così si esprimeva: “Raccomando alle vostre preghiere questa città che prima era santa, ora è Babilonia”.
Per Gaetano gli anni trascorsi a Roma non furono facili. […] Ma la sua scelta era ormai fatta: il 27 settembre del 1516 ricevette gli Ordini minori, e il 30 dello stesso mese veniva ordinato sacerdote, legando così come egli stesso scrive “la sua vita alla croce”. Celebra la prima Messa a Roma nella basilica di Santa Maria Maggiore il 25 dicembre 1516. Nella notte dell’anno seguente nella stessa chiesa ricevette la mistica visione natalizia, stringendo tra le sue braccia il bambino Gesù. La malattia della madre lo portò spesso nel Veneto, alternando la sua presenza accanto al capezzale della mamma che muore nel settembre del 1520 e a contatto con i gruppi di persone impegnate nell’opera di assistenza agli ammalati. A sue spese fondò l’ospedale degli Incurabili a Vicenza e nel 1522 quello di Venezia.
Nella mente del giovane sacerdote Gaetano Thiene, però, vivevano sempre i tristi ricordi di Roma e della Chiesa: “Sì, bella in se stessa, ma prostituta nei suoi ministri”, come scriveva a Bartolomeo Scaini, e perciò desiderava fare qualcosa: portare una riforma iniziandola da se stesso senza aspettarla dagli altri. Insieme al Vescovo Giampietro Carafa, napoletano, poi divenuto papa Paolo IV, Bonifacio dal Colle, alessandrino, e Paolo Consiglieri, romano, fondò proprio a Roma, sotto il pontificato di Clemente VII l’ordine dei Chierici Regolari, detti poi Teatini, il 14 settembre 1524, prendendo come regola suprema della loro vita i santi Evangeli e vivendo in comunità secondo la vita apostolica. Nessun sostegno umano, l’opera poggerà sulla sola Divina Provvidenza; nulla chiedere e nulla possedere. Fu questa la contestazione di chi ricco si fece povero per servire “Cristo passionato nei poveri”.
Sfuggiti al terribile sacco di Roma nel 1527, il santo con i suoi confratelli ripararono a Venezia nella Chiesa di San Nicolò dei Tolentini, dedicandosi alla cura dell’ospedale degli Incurabili da lui stesso fondato. Il Papa Clemente VII lo volle a Napoli per fondare una Casa religiosa; così, con alcuni confratelli tra i quali il B. Giovanni Marinoni, Gaetano giungeva in questa città nell’agosto del 1533 e qui vi resterà fino alla morte. I napoletani occuparono un posto particolare nel cuore del Santo, il quale non esitò ad offrire la propria vita al Signore per la città di Napoli, travagliata dall’odio e da una guerra fratricida. Morì il 7 agosto 1547, e quando per la città si diffuse la voce della sua morte, i napoletani corsero a venerare la salma, deponendo le armi e mettendo così fine ai sanguinosi tumulti che da mesi laceravano la città.
San Gaetano è sepolto a Napoli nella chiesa di San Paolo Maggiore: “Qui giace colui che molto prega per il popolo”, è scritto sulla tomba. Proclamato santo il 12 aprile 1671 dal papa Clemente X, per il suo distacco dai beni della terra e l’abbandono fiducioso e filiale nelle mani del Padre Celeste, è conosciuto e invocato nel mondo come “il santo della provvidenza”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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L’annunciazione a Maria e quella a Zaccaria

L’annunciazione a Maria e quella a Zaccaria

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Nonostante l’osservazione posta in essere da molti esegeti, i quali giustamente, osservando la sezione di Lc 1,1-2,52, rilevano come  “il materiale è stato organizzato mediante la tecnica letteraria della synkrisis o parallelo tra le figure protagoniste”[1] (Giovanni il Battista e Gesù), è pur vero che questo parallelismo trova la propria soluzione di continuità a motivo della mediazione che la figura di Maria esercita al suo interno. Maria, infatti, è presente sia nell’economia della nascita del Battista, sia ovviamente in quella di suo Figlio Gesù, poiché, come afferma il de la Potterie, “lAntico Testamento si conclude in un punto concreto,giungendo a una persona singolaMariache è nello stesso tempo il punto di partenza e linizio del Nuovo Testamentodel tempo messianicodella Chiesa”[2]. In questo senso, l’economia mariana nel parallelismo lucano rende luminosa l’interpretazione sia dei passi relativi alla figura del Battista sia tanto più di quelli relativi a suo Figlio Gesù.

Coerentemente con il suo intento teologico, dunque, Luca imbastisce la propria redazione, dopo il prologo, proprio in un luogo fondamentale della propria economia, ossia il tempio (Lc 1,8). Il resoconto dell’ufficio canonico presso il tempio da parte di Zaccaria, della classe di Abìa, ossia “lottava delle ventiquattro classi che avevano due volte lanno il compito del servizio al tempio per una settimana (1Cr 24,10)”[3], il quale ufficio è caratterizzato dall’inattesa apparizione angelica con connessa rivelazione del nascituro Giovanni (Lc 1,11-20), in realtà, nella mente dell’evangelista, si manifesta come interamente volto al resoconto successivo, quello dell’apparizione dello stesso angelo Gabriele a Maria (Lc 1,26-38), pur tuttavia in termini polari. In questo particolare contesto del Vangelo lucano, è proprio Maria il fattore differenziale che rende luminosa l’ermeneutica delle parole dell’evangelista. Infatti, mediante un’opposizione polare Luca fa emergere Maria quale assoluto mistero di salvezza per l’umanità peccatrice. In che modo? Si osservi bene il testo lucano: l’angelo Gabriele appare a Zaccaria e, quale motivazione della propria presenza, egli stesso afferma:

“Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni” (Lc 1,13).

Al di là del ben conosciuto esito di questa apparizione, è chiaro il senso dell’apparizione dell’angelo: esaudire una preghiera di liberazione da una condizione di sterilità. Ora, questa motivazione è invece opposta a quella dell’apparizione a Maria, poiché ella non ha mai pregato per la liberazione da una condizione del genere, perché, pur non essendo sterile, Maria aveva scelto liberamente e definitivamentela condizione verginale: “(All’annuncio angelico, dice Maria): Ebbi un attimo di smarrimentodi accasciamentoperché […] mi pareva che il Signore rifiutasse la mia offerta di verginenon trovandola degna della sua PerfezioneEsaminai me stessa per trovare in che avessi spiaciuto al mio Signore,perchénaturalmentenon ebbi neppure larva di pensiero che la Giustizia divina avesse potuto essere ingiustaMa nellumile esame di me stessa trovai la risposta e la pace” (I Quaderni, 11 gennaio 1944)[4].

Virgin Mary and baby Jesus

Luca, ad ogni modo, non soltanto, come giustamente si evidenzia comunemente, oppone dialetticamente Zaccaria e Maria nella loro risposta all’annuncio angelico, bensì lo stesso annuncio in quanto tale, il quale rivela all’uno, Zaccaria, il compimento di una preghiera, mentre all’altra, Maria, esattamente l’opposto di ciò che, apparentemente, Maria nel proprio cuore si auspicava nella sua continua orazione. Ciò attesta come Luca guardi a Maria, dal principio della sua redazione, come a colei che necessariamente deve scardinare una logica umana ormai impressa nella coscienza universale dell’uomo e che ostacola, proprio a ragione dell’umano, la logica divina di salvezza. Lo si può riscontrare ancora considerando il sacerdote Zaccaria di fronte alla rivelazione angelica. Nonostante egli venga definito, assieme alla moglie Elisabetta, come ungiusto (v. 6) e la giustizia di questa coppia “si caratterizza nellobbedienza irreprensibile a tutte le leggi e le prescrizioni del Signore”[5], nel rispondere all’annuncio angelico Zaccaria manifesta una giustizia ancora incapace di superare quella degli scribi e dei farisei (cfr. Mt 5,20), poichè incardinata acerbamente su paradigmi esclusivamente umani. Di per sè, tuttavia, l’obiezione posta dal sacerdote Zaccaria, la quale rappresenta un vero “squilibrio totale sottolineato dai due termini greci, tarassô phobos”[6], rimarrebbe ermeneuticamente giustificabile se osservata di per se stessa, ossia al di là della parallela e opposta reazione mariana all’annuncio angelico. Questo proprio a ragione dell’umanità, sterile nel suo spirito, con cui il sacerdote domanda all’angelo:

“Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni” (Lc 1,18).

Umanamente, infatti, la domanda di Zaccaria appare come pienamente legittima, facendo inversamente apparire come immotivata la punizione così dura (mutismo fino alla nascita di Giovanni) che lo stesso sacerdote riceve a motivo di questo suo interrogativo.

Mary and the child

Se è biblicamente vero, tuttavia, che l’obiezione di Zaccaria “è un elemento conosciuto in molti raccontinei quali Dio si manifesta per conferire alluomo una missione”[7], nel caso di Zaccaria essa ha un valore particolare, a motivo del fine singolarissimo contenuto nell’annuncio angelico rispetto alle tradizioni precedenti di altri personaggi chiamati da Dio. Zaccaria, cioè, trema a ragione del contenuto stesso dell’annuncio, rispetto al quale sembra mantenere nel proprio cuore un atteggiamento di profondo sospetto.

In questa prospettiva, Luca sente la necessità teologica di contrapporre immediatamente, nella sua redazione, la singolarità mariana di fronte all’annuncio da lei ricevuto, il quale, rimanendo nella logica delfine, è ancora di molto superiore a quello ricevuto da Zaccaria. Maria, infatti, a differenza di quest’ultimo, viene non soltanto resa edotta di una profezia salvifica, bensì chiamata a sconvolgere, nel profondo, l’orizzonte intimo della propria persona, sino al punto che alcuni esegeti interpretano l’annuncio angelico come un racconto di vocazione mariana: “(Dice Maria): Chiesi soltantoin cambio della mia ubbidienza,che Iddio concedesse alla sua serva uno sposo tale da non essere per la mia verginitàsacrata al Signore,violenza che turba e scherno che irridema compagno rispettoso e santoal quale il timore e lamore di Dio fosse luce nel cuore per comprendere lanima della sua Donna” (I Quaderni, 11 gennaio 1944)[8].

Ciò che a Zaccaria appariva impossibile a motivo dell’umanità, a Maria appare  inizialmente incomprensibile a motivo della divinità, poiché proprio la fede da lei riposta in Dio, prima della spiegazione angelica, le faceva dire: “Il mio corpo è tempio dellanima e vi è sacerdote lo SpiritoIl popolo non è ammesso nel recinto sacerdotaleVe ne pregoNon entrate nel recinto di Dio […] Io vedo solo lanima dei viventiQuella la amo moltocon tutto il cuoreMa non vedo altro che Dio come Vero vivente a cui potrò dare me stessa” (L’Evangelo, 196.7)[9].

Ecco perché l’annuncio dell’angelo a Maria, che dal punto di vista del genere letterario ha delle innegabili somiglianze con il racconto della vocazione di Gedeone (Gdc 6,11-24)[10], è una rivelazione che oltrepassa ogni logica non solo umana (come in Zaccaria), bensì addirittura divina, poiché rivelando a Maria il concepimento di un Figlio, Dio stesso pare umiliare tutto ciò che, mediante la perfetta adesione a Lui, in Maria si confaceva in maniera esemplare, ossia il suo assoluto sigillo verginale. Solo Dio, dunque, e Luca lo esprime mediante la risposta angelica a Maria, può liberare la coscienza di Maria stessa da questo turbamento provocato non dall’umanità, bensì proprio dalla sua fede assoluta in Dio.

In termini diversi da Matteo, quindi, Luca esplica lo stesso concetto: mentre il primo, infatti, aveva evidenziato l’apparizione angelica a Giuseppe, durante la quale il falegname betlemmita si sentì dire:

“Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perchè quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20),

Luca, che certamente conosce al momento della sua redazione questo brano matteano, esprime su un altro livello lo stesso contenuto salvifico:

“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo[11] e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,30).

Nell’opposizione fra i due personaggi, Zaccaria e Maria, Luca mette in evidenza un’ulteriore e ancor più profonda opposizione, ossia quella inerente lo stesso contenuto dell’annuncio angelico. Quest’ultimo, infatti, è si per Zaccaria motivo di gioia ed esultanza (chara) (cfr. Lc 1,14), ma soltanto nella prospettiva di un coinvolgimento mariano alla sua realizzazione (mediazione), la quale effettivamente si compirà nell’episodio che, saggiamente, Luca sottolinea raccontando la visita di Maria ad Elisabetta (Lc 1,39-56). Quanto al contenuto specifico dell’annuncio angelico a Maria, invece, esso non intacca soltanto la sfera gaudiosa (χαῖρε, κεχαριτωμένη)[12], ma profondamente anche quella del dolore, come ancora Luca sottolinea prontamente nel racconto della profezia di Simeone (Lc 2,34-35).

Maria, quindi, a differenza di Zaccaria, è chiamata ad accettare non solo la gioia della nascita di un Figlio, quella stessa gioia “che nellAntico Testamento i profeti avevano augurato al popolo di Israele – la Donna Sion – e che ora si propaga e si concentra in una donna individualeMaria”[13], ma anche il dramma indescrivibile della sorte del Figlio annunciato, la quale già dal momento stesso dell’annunciazione è presente nella coscienza di Maria: “Dal mio primo fiat allAngelo seppi di consacrarmi al più grande dolore che madre potesse patire” (LEvangelo, 649.7)[14].

Diversamente da quanto accade con Zaccaria, al quale l’angelo profetizza che il nascituro “ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio” (Lc 1,16), l’annuncio a Maria ha un valore assolutamente diverso, poiché è Maria stessa, in ultima istanza, ad essere annunciata dall’angelo, di cui è già Regina al momento stesso dell’apparizione, come testimoniato dalla riverenza linguistica e comportamentale dell’Angelo nei suo riguardi. A Maria, infatti, non viene annunciato che “i figli dIsraele ritorneranno al Padre”, bensì che lo stesso Figlio di Dio viene dal Padre in lei, a motivo della sua mediazione materna, affinché, soltanto attraverso questa necessaria sua cooperazione, veramente i figli dispersi possano reintegrarsi nell’orizzonte Paterno. La stessa struttura letteraria del racconto dell’annunciazione, in Luca, esprime questo doppio momento di realizzazione della maternità mariana: prima l’annuncio in se stesso dellamaternità divina (Lc 1,30-33), poi subito il rafforzo teologico, ossia l’annuncio che questa stessa maternità si realizzerà nell’ordine verginale (Lc 1,35)[15].

Va sottolineato, in modo particolare, il vocabolario lucano utilizzato nella descrizione dell’annunciazione, poiché si presenta in una forma assolutamente singolare. Se già abbiamo evidenziato sopra (v. nota 643) la particolarità del termine “χαῖρε”, utilizzato per il saluto angelico, rimane ancor più sorprendente l’epiteto angelico riferito a Maria, ossia l’espressione “κεχαριτωμένη”. La singolarità letteraria di questo termine utilizzato da Luca, infatti, permette di comprendere come attraverso un esame esegetico possa risultare rafforzato un determinato contenuto teologico. Ora, come scrive bene il de la Potterie, “il verbo usato qui da Luca è χαριτόω, rarissimo in grecoSi presenta solo due volte in tutto il Nuovo Testamentonel nostro testo di Luca sullAnnunciazione (1,28) e nella lettera agli Efesini (Ef 1,6), έχαρίτωσεν”[16].

Nazaret

La rarità dell’uso di questo termine nell’economia neotestamentaria, tuttavia, permette di contro una maggiore semplicità nel raffronto del suo impiego. Questo termine, infatti, appartiene alla categoria dei verbi in – όω, ossia i verbi cosiddetti “causativi”, che come ci ricorda il de la Potterie “indicano unazione che realizza qualcosa nelloggettoCosìper esempio, λευκόω, imbiancare; δουλόω, ridurre in schiavitù, asservire; έλευθερόω, rendere libero, liberare. Questi verbi cambiano dunque qualcosa nella persona o nella realtà in questione”[17]. Alla luce di questa spiegazione, allora, il termine impiegato da Luca, “κεχαριτωμένη”, che è un participio perfetto passivo, risulta quanto mai emblematico, poiché viene ad esprimere anch’esso un cambiamento e, a motivo della sua radicale “χάρις” (grazia), proprio un cambiamento relativo all’ordine della grazia, ossia “indica chenella persona a cui si riferisceMaria,lazione della grazia di Dio ha già operato un cambiamento”[18]. In termini più elementari, a motivo di questo verbo viene ad intendersi che Maria è stata trasformata a motivo dell’azione della grazia divina.

Il problema, allora, viene a sorgere laddove si consideri che in nessun luogo e in nessuna maniera Luca descriva ciò che utilizzando questo verbo, “κεχαριτωμένη”, egli stesso sottintende. Quale cambiamento trasformativo, nell’ordine della grazia, risulta allora condizionare l’esistenza mariana?

Una risposta può provenire, prima ancora che dal ragionamento teologico, ancora una volta da un soccorso esegetico. Infatti, come abbiamo visto, esiste un altro momento neotestamentario in cui compare il verbo “χαριτόω”, ossia in Ef 1,6, dove si dice che “i cristiani sono trasformati dalla grazia” e questa trasformazione viene esplicitata nel versetto seguente:

“Secondo la ricchezza della sua grazia essi trovano la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione delle colpe”.

Viene dunque descritta, applicando il verbo “χαριτόω” non a un singolo individuo, bensì a tutti i cristiani, la trasformazione operata dalla grazia a motivo della redenzione di Cristo. Ciò che qui, allora, viene espresso in termini collettivi, nel brano lucano di 1,28 viene  riferito a Maria, ma in termini assolutamente singolari, poiché “come abbiamo indicatoil participio perfetto passivo utilizzato da Luca indica che la trasformazione di Maria operata dalla grazia ha già avuto luogo, prima del momento dellAnnunciazione”[19], e dunque tanto più prima ancora della redenzione di Cristo. Sembra allora ragionevole pensare, proprio osservando la terminologia lucana, come attraverso l’uso del termine “κεχαριτωμένη” l’evangelista pensasse già all’Immacolata Concezione, dando quindi un prezioso fondamento biblico a ciò che soltanto molti secoli più tardi verrà ufficializzato nel dogma. Come osserva in termini conclusivi il de la Potterie, “dal punto di vista esegetico e teologico è ugualmente importante che questa trasformazione di Maria attraverso la grazia sia un preambolo alla sua maternità divina e verginale.Questo non è statoforseabbastanza accentuato nella proclamazione del dogma della Immacolata ConcezioneQui lesegesi moderna può rendere ancora il suo servizio aiutandoci a percepire meglio la struttura del dogma”[20].

De la Potterie

NOTE:

[1] Grasso S., Luca, Ed. Borla, Roma 1999, p. 33.

[2] De la Potterie I., Maria nel mistero dellAlleanza, op. cit., p. 30.

[3] Grasso S., Luca, op. cit., p. 59.

[4] Padre Roschini G. M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, op. cit., p. 233, v. nota n. 67.

[5] Grasso S., Luca, Ed. Borla, Roma 1999, p. 59.

[6] Ivi, p. 61.

[7] Ivi, p. 63.

[8] Padre Roschini G. M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, op. cit., p. 233, v. nota n. 67.

[9] Ivi, p. 235.

[10] Cfr. su questo argomento De la Potterie I., Maria nel mistero dellAlleanza, op. cit., pp. 39-41.

[11] Utilizziamo questa traduzione d’accordo con il pensiero del de la Potterie, che analizzeremo in dettaglio più avanti, al paragrafo b.3.

[12]Come scrive il de la Potterie, “è interessante constatare che nei Settanta la formula χαῖρε si presenta sempre in un contesto in cui Sion è invitata alla gioia messianica in una prospettiva futura (Gl 2,21-23; Sof 3,14; Zc 9,9; cfr. Lam 4,21). Nell’annuncio a Maria l’angelo utilizza quindi la formula che i profeti usavano per invitare la Figlia di Sion escatologica a rallegrarsi della salvezza che Dio stava per accordarle” – Ivi, p. 45.

[13] Ivi, p. 47.

[14] Padre Roschini G. M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, op. cit., p. 142.

[15] Cfr. De la Potterie I., Maria nel mistero dellAlleanza, op. cit., p. 43.

[16] Ivi, p. 48.

[17] Ivi.

[18] Ivi.

[19] Ivi, p. 49.

[20] Ivi, p. 50.

(Fonte: Francesco Gastone Silletta – Studi di Teologia Mariana – © La Casa di Miriam Torino)

                                                   

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La verginità di Maria nella predicazione profetica

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Addolorata

Secondo il famoso biblista Ignace de la Potterie, “nello sviluppo attuale della mariologia, la preparazione veterotestamentaria alla dottrina neotestamentaria su Maria non si riduce più a tale o a tal altro versetto determinato. Si tratta piuttosto di un tema generale che attraversa numerosi testi, più particolarmente nella letteratura profetica” .
Ora, proprio a riguardo di uno di questi testi, così scrive il Bea: “Dov’è il bambino, si cerca la madre. Isaia la mostra in un’ora fatale del regno di Davide, quando i re di Samaria e di Damasco marciavano con forze preponderanti contro Gerusalemme ed il cuore del re Acaz tremava “come alberi di un bosco dal vento agitati” (Is 7,2). Allora il profeta esorta il re, alla cui casa sono state fatte le grandi promesse di eterna signoria (2Re 7,11-17), a credere e a confidare. Anche se la calamità è tanto grande, Iddio manterrà la sua parola; a riprova di ciò egli offre allo sconsolato un segno qualsiasi, dal profondo dell’abisso o sopra, dall’alto. Allorché il re, con ipocrita incredulità, rifiuta l’offerta, il profeta, pervaso da sacro sdegno, si eleva ad un sublime sguardo nel futuro, ed annuncia al figlio degenere della casa di Davide: “Perciò il Signore ve lo darà lui stesso un segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiameranno col nome di Emmanuele (Is 7,14)” .
Le parole del Bea possono introdurre adeguatamente questa nostra riflessione circa la maniera in cui Maria, la mediatrice materna, è stata prefigurata nell’annuncio profetico, pur non essendo il citato Isaia il primo della schiera dei profeti ad intravedere la Vergine di Nazareth. La nostra riflessione si inquadra in due binari ormai divenuti consueti, a motivo della loro ripetizione presso ogni profezia cosiddetta “mariana”. Ossia: si tratta realmente di un oracolo mariano? Secondo: la figura di Maria, qualora ne fosse giustificata la prefigurazione, risulta teologicamente necessaria?
La nostra risposta è affermativa in entrambe le direzioni. Se lo stesso Bea pare non mettere in dubbio la dimensione mariana dell’oracolo di Isaia in 7,14, ci pare opportuno approfondire ciò che manca alla sua riflessione sopra esposta, ossia delle ragioni anche di ordine letterario e testuale. Si noti, innanzitutto, come il brano di Isaia rievochi non soltanto la divina maternità, bensì anche la realizzazione di un concepimento ad opera di una Vergine. Sono due, quindi, i fattori esclusivi di questa donna prefigurata dal profeta di Gerusalemme, ossia la maternità dell’Emmanuele e contemporaneamente la verginità di questo concepimento.
Ora, a partire dal testo ebraico di Is 7,14, molti studiosi contestano che la profezia ivi contenuta voglia evidenziare realmente la verginità di colei che concepisce. Questa tesi, tuttavia, è confutata da uno dei massimi studiosi del profeta Isaia, Alec Motyer, che pure, nell’introduzione al suo studio di questo passo, tiene a sottolineare la riluttanza di molti studiosi a questa prospettiva “verginale”. Così egli stesso scrive, dunque, parlando della “vergine” (l’ebraico usa il termine hā´almâ) di Is 7,14: “È da molti sostenuto che se Isaia avesse voluto intendere una virgo intacta (come è inteso in Mt 1,23.25), non avrebbe utilizzato ´almâ bensì bͤētûlâ, e che avendo utilizzato ´almâ, non intendeva altro che una ‘giovane donna’ la quale, dovendo rimanere incinta, si doveva presupporre come sposata” .
Fatta questa premessa, l’autore sottolinea come in realtà “qui si sostiene piuttosto che Isaia intendesse proprio una virgo intacta” . La ragione che viene addotta, peraltro rimanendo rigorosamente sul piano esegetico, è proprio quella della Sacra Scrittura quale “miglior fonte per comprendere il significato delle parole in essa utilizzate” e, proprio in questa prospettiva, l’autore si inoltra in un’analisi della ricorrenza dei due termini, ´almâ e bͤētûlâ, all’interno del quadro biblico, considerando il significato peculiare che essi possiedono nel contesto specifico in cui vengono inseriti.
Ora, l’autore osserva come bͤētûlâ compaia cinquanta volte nella Sacra Scrittura, mentre ´almâ solo otto volte (oltre che in Is 7,14). In modo particolare, vi è un caso estremamente emblematico, cioè quello di Gen 24, in cui il redattore impiega entrambi i termini nello stesso contesto letterario. Infatti, “il servo di Abramo prega (24,14) per trovare una “ragazza” (naarâ) che sposi Isacco; Rebecca, mentre si avvicina (24,16) viene descritta come una donna (naarâ) in età da matrimonio (bͤētûlâ) e nubile (‘nessun uomo l’aveva conosciuta’). È importante notare che bͤētûlâ non è sufficiente per denotare ‘verginità’, ma ha bisogno di una qualifica esplicativa (‘nessun uomo l’aveva conosciuta’). Infine, in 24,43, riferendosi alle notizie su Rebecca così raccolte, il servo la descrive come ´almâ, cioè donna, sposabile e non sposata” .
Concludendo la sua osservazione, il Motyer afferma che “alla luce di questo non vi è motivo di dire che ´almâ debba significare “giovane donna” e che bͤētûlâ sia il termine tecnico per “vergine”. Piuttosto il contrario: Isaia ha utilizzato la parola che, tra quelle disponibili, è più vicina all’espressione “nascita virginale” e che nell’evento crea in qualche modo quel significato, con proprietà linguistica. Vale inoltre la pena ricordare come al di fuori della Bibbia, ‘per quanto si può accertare’, ´almâ non è mai utilizzato per una donna sposata” .

Young Virgin Mary
Alle riflessioni del Motyer va aggiunto come il brano di Is 7,14 venga ripreso dall’evangelista Matteo (Mt 1,22-23) nella prospettiva di dimostrare, attraverso la profezia ivi contenuta, come il concepimento verginale di Gesù fosse già stato prefigurato nell’Antica Economia. Il mariologo Roschini, in secondo luogo, servendosi della mariologia valtortiana, afferma una chiara consapevolezza previa di Maria di questo oracolo isaiano, da lei stessa riconosciuto come riferito a lei: “E Maria […] dice: “[…] Quando l’Angelo mi disse che, rimanendo la Vergine, avrei concepito un Figlio che, per il suo concepimento divino, Figlio di Dio sarebbe stato detto, e tale è realmente, quando questo mi fu detto […] non ho stentato a ricordare le parole di Isaia: ‘Ecco, la Vergine partorirà un Figlio che sarà detto l’Emmanuele’ […] Tutto, tutto Isaia! E là dove parla del Precursore … E là dove parla dell’Uomo dei dolori, rosso, rosso di sangue, irriconoscibile … un lebbroso … per i nostri peccati … La spada è in cuore da allora, e tutto è servito a conficcarla di più: e il cantico degli angeli, e le parole di Simeone, e la venuta dei Re d’Oriente, e tutto, tutto […] Prima di esser Madre, sono figlia e serva di Dio […] La mia calma dove la trovo? Nel fare la volontà di Dio. La mia serenità da che mi viene? Dal fare questa volontà. Se dovessi fare la volontà di un uomo potrei essere turbata, perché un uomo, anche il più saggio, può sempre imporre volontà errate. Ma quella di Dio! […]”.
Questo brano valtortiano, ripreso dal Roschini, allarga la visuale mariologica, poiché afferma la coscienza anticipata di Maria di tutto ciò che riguarderà le sorti di suo Figlio rispetto alla Redenzione da lui operata sin dal momento dell’annunciazione; ad ogni modo, esso risolve la questione circa la relazione fra l’oracolo isaiano e la figura di Maria, poiché li pone in una rigorosa soluzione di continuità.
Ora, relativamente alla seconda delle questioni da noi poste sopra, rimane da verificare la necessità sostanziale della figura di Maria, “il chiuso giardino, la fonte sigillata” (cfr. Ct 4,12), nel contesto della sua mediazione salvifica a partire da questo oracolo di Isaia. In certo modo, già l’utilizzo che l’evangelista Matteo fa dell’oracolo dell’Emmanuele (Mt 1,22-23) è un’attestazione di necessità, poiché la coloritura che l’Evangelista offre nella sua esposizione è proprio quella della necessità di un compimento. Se come emerge dallo studio del Motyer, si può osservare, analizzando alcune delle ricorrenze in cui è impiegato il termine bͤētûlâ (ad es. Is 37,22; Sal 148,12; Es 22,16; Dt 22,19, ecc.), come esso abbia una valenza tutt’altro che univoca, talora utilizzato in senso metaforico, talaltra in senso generico, e altre volte ancora in un senso legato al contesto in cui è inserito , risulta chiaro come anche per Matteo non faccia problema l’utilizzo ebraico del termine ´almâ per descrivere una vergine. Ciò di per sè ha un valore che oltrepassa il semplice problema letterario: vergine, infatti, è una condizione necessaria per Maria. Come afferma san Tommaso, infatti, “il concepimento verginale era atto a salvaguardare la dignità del Padre che lo aveva inviato. Poiché, essendo Cristo Figlio di Dio, non sarebbe stato opportuno che avesse avuto anche un altro padre, perché la dignità del Padre divino non si riversasse su altri” ; questa condizione necessaria, viene espressa secondo un altro punto di vista da sant’Ambrogio, che afferma: “Egli è il Figlio di Dio, l’Invulnerabile, l’Incorruttibile, l’Immacolato. Riconosci, dunque, il mistero! Poiché la sua nascita come Dio era stata immacolata, la sua seconda nascita come uomo doveva esserlo attraverso l’intatta Vergine Maria. E se la sua prima nascita era stata così gloriosa, la seconda non avrebbe potuto essere avvilente. La Vergine Maria ha generato Colui che era stato generato dalla verginità della Divinità” .
Si noti, inoltre, come osserva giustamente il de la Potterie, che “la verginità è un valore tipicamente cristiano, che comincia solo con il Cristo. Nell’Antico Testamento la necessità di rimanere vergine, per una ragazza, era una disgrazia. Era considerata come una infamia, forse addirittura come una maledizione. Si conoscono molti esempi di questo fatto” , alcuni dei quali, aggiungiamo noi, sono appunto presenti proprio nel contesto della predicazione profetica. Ora, come continua il biblista belga, “è degno di nota il fatto che il carattere di ‘vergine’ sia attribuito non soltanto a Israele, ma anche ad altri popoli. Così si incontra più di una volta l’espressione: la ‘vergine’ Babilonia” . In casi come questo, l’appellativo di bͤētûlâ imprime alla narrazione un senso teologico avversativo, rimanendo all’interpretazione negativo proprio del termine “vergine” nel contesto della sociologia ebraico antica. Babilonia, come altri popoli, ricevono questa specifica menzione proprio quando, come in Is 47,1 (“Siediti nella polvere, vergine, figlia di Babilonia”), “in seguito a una guerra, hanno perso la loro indipendenza, ed allora vengono considerati come una vergine violata dal nemico” . Per quanto attiene, invece, all’economia propria di Israele, si registra l’uso dell’epiteto “vergine Israele”, per esempio in questo brano di Amos:

“Ascoltate questa parola che io pronuncio su di voi, una lamentazione, casa d’Israele! È caduta, non si rialzerà più la vergine Israele: ella giace sul suo suolo, nessuno la rialza. Perché così parla il Signore Jahvè alla casa di Israele: la città che metteva in campo mille uomini non ne avrà che cento; e quella che ne metteva cento non ne avrà che dieci. Perché così parla Jahvè alla casa di Israele: cercate me e vivrete. Non cercate Betel, non andate a Galgala, non passate a Bersabea, perché Galgala sarà mandata in Esilio, e Betel ridotta a nulla. Cercate Jahvè e vivrete” (Am 5,1-6; cfr. Ger 18,13; 31,4.21).

Isaiah the prophet
Come sottolinea ancora il de la Potterie, “Israele è umiliato dai suoi nemici – come una vergine che è violata e disonorata – perché è stato infedele nei confronti del suo Dio. Come per intuizione, i profeti provano, per così dire, il sentimento che il popolo di Dio non può essere la “Vergine Israele”, se non nella misura in cui resta fedele alla sua alleanza con Dio. La fedeltà all’alleanza è l’amore intatto con cui la “Vergine Israele” aderisce al suo unico “Sposo”, Jahvé” .
La verginità di Maria, dunque, è una condizione necessaria per la sua, altrettanto necessaria, funzione di mediatrice di salvezza. Infatti, la verginità di Maria è la base previa al compimento della sua funzione di mediatrice, la quale rappresenta il fondamento stesso della mediazione di Cristo: come ricorda il Roschini, ancora citando la Valtorta, “Troppo poco [dice Maria] mi si ricorda in questa festa del Corpus Domini alla quale io sono tanto congiunta perché, se io non fossi stata, non avreste avuto il Corpo del Verbo Divino Gesù Cristo, Signore, Re, Redentore e Salvatore vostro in eterno. I mari non potrebbero essere se l’acqua non fosse. Il firmamento non brillerebbe se non ci fossero gli astri. La terra non darebbe frutto se non ci fossero semi. Ma più ancora l’Eucarestia, che si moltiplica infinitamente da secoli e millenni, non ci sarebbe se io non avessi generato Gesù. Vorrei che mi si rappresentasse come mi ti mostro ora. Col mio Immacolato Cuore, splendente di luce paradisiaca, nel quale appare l’Ostia SS. Con entro raffigurato il Divin Pargolo, e sotto la scritta: Dal Sangue e dal Cuore Verginale di Maria, il dono supremo d’Amore: Gesù-Eucarestia” (cfr. I Quaderni, 4 giugno 1953) .

Jesus Emmanuel
Ad ogni modo, l’oracolo dell’Emmanuele non è l’unica prefigurazione della mediazione mariana in seno all’economia salvifica come presentata dal profeta Isaia. Esso, piuttosto, è in stretto collegamento con un altro oracolo, riportato in Isaia:

“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici” (Is 11,1).

Secondo il Roschini, “questa profezia non fa altro che svolgere e completare la precedente profezia intorno alla Vergine Madre dell’Emmanuele (Is 7,14), in modo da costituire, con essa, una sola cosa. Quella “verga procedente dalla radice di Iesse” […] non è altri che Maria, dalla quale è sbocciato il Fiore (Gesù) sul quale si è posato lo Spirito del Signore coi suoi doni” . La prospettiva di questo oracolo isaiano è dunque mariologica, prima ancora che cristologica, poiché, come dice ancora il Roschini, ripetendo le parole della Valtorta, “le parole del Libro (la S. Scrittura): ‘Un germoglio spunterà dalla radice di Iesse, un fiore verrà da questa radice, e su di Lui riposerà lo Spirito del Signore’: questa Donna è ivi predetta. Mia Madre”.
Nello stesso libro di Isaia si incontra poi un brano che, seppure collocato nel contesto della “terza” redazione, appartiene probabilmente, per stile e contenuto, a quello del Deutero-Isaia, ossia il brano di Is 60,1-7:

“Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te, verranno a te i beni dei popoli. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. Tutti i greggi di Kedàr si raduneranno da te, i montoni dei Nabatei saranno a tuo servizio, saliranno come offerta gradita sul mio altare; renderò splendido il tempio della mia gloria”.

Secondo l’esegeta belga Ignace de la Potterie, questo brano appartiene al contesto dell’esaltazione della Madre Sion, il quale tema “si incontra soprattutto sotto l’immagine escatologica della Donna Sion, che chiama i suoi figli dall’esilio, perché essi rientrino a Gerusalemme e formino sul monte di Sion il nuovo popolo di Dio” . Per il noto esegeta, dunque, si tratta di un’immagine mariana e, in modo particolare, il testo profetico di Isaia sulla “Madre” Israele che vede i suoi figli e le sue figlie rientrare dall’esilio fa da sfondo alle parole di Gesù sulla croce (cfr. Gv 19,26): “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio” .
Lo stesso brano isaiano, del resto, viene posto da quest’autore in stretta relazione teologica con il Salmo 86, anch’esso profeticamente mariano, in modo particolare con il versetto 5:

“Si dirà di Sion: L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda”.

Questo versetto, infatti, è suscettibile di varie traduzioni, ad ogni modo ognuna esprimente una relazione materno-filiale scaturita da Sion. Secondo il testo ebraico, infatti, come osserva il de la Potterie, “il versetto 5 è formulato come segue: “Di Sion si dirà: “In essa un tale è nato”. In altri termini, ogni membro del popolo di Dio può dire: “Io sono nato a Sion”. In questo senso Sion può essere considerata come “madre” del popolo di Dio” . Più efficace ancora, secondo lo stesso biblista, è “la versione dei Settanta: “Madre Sion, dirà un uomo; e un uomo nacque in essa. E lui, l’Altissimo, l’ha fondata”. C’è qui una esplicitazione ulteriore molto suggestiva di ciò che è già contenuto implicitamente nel testo ebraico del salmo […] Sion è descritta come la madre di tutti i membri del popolo di Dio” .
Anche la predicazione del profeta Geremia non è esente da riferimenti alla mediazione materna mariana, la quale assume anche in lui la peculiare caratteristica della necessità. Uno tra questi riferimenti mariani, probabilmente quello riconosciuto contemporaneamente da più studiosi (il Roschini ricorda fra questi san Girolamo, san Bernardo, san Tommaso, san Bonaventura, ecc.) è rappresentato dall’oracolo contenuto in Ger 31,22:

“Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo”.

Mary Queen

Nonostante la diversa traduzione di san Girolamo, che rende questo brano con le parole “la femmina conterrà un uomo”, dando se si vuole un ulteriore peso mariano al suo significato, il cardinal Bea si mantiene cauto rispetto all’attribuzione mariana tout-court di questo passo del profeta Geremia, ritenendolo fra quelli “la cui interpretazione è controversa” e dunque non prendendo parte né a favore, né contro. Diversamente da lui, invece, il Knabenbauer non manifesta alcun dubbio, laddove afferma che “l’interpretazione mariologica risponde in modo perfettissimo (quam maxime) alle parole, al contesto ed ai luoghi paralleli” . Sulla scia di questa interpretazione mariana, il Roschini riporta ancora un brano della Valtorta che egli stesso introduce affermando: “Gesù, durante il terzo anno della sua vita pubblica, dopo aver fatto in Nazareth, alla presenza di una quarantina di persone amiche, il più alto elogio alla sua Santissima Madre, svelando così i ‘segreti del Re’, giustificò questo suo elogio dicendo: Io l’ho fatto perché sia compreso il detto di un Profeta: Una donna chiuderà in sé l’Uomo”.
Ora, la necessità di una mediazione materna emerge anche dagli oracoli di altri profeti. Michea, ad esempio, sottolinea la necessità di colei che deve partorire, profetizzando l’avverarsi di questo parto salvifico in Michea 5,2-3:

“Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando colei che deve partorire partorirà; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra”.

Il cardinal Bea ritiene che il profeta Michea “occupi un posto eminente nella serie degli araldi della Madre di Dio del Vecchio Testamento” , precisando come nel brano citato “stanno vicini il grande Signore del futuro, apportatore di salvezza, di bene e di benedizioni, e sua Madre” . In modo particolare il Bea sottolinea come ancora una volta, a prescindere dal discorso relativo alla verginità (che Michea, diversamente da Isaia suo contemporaneo, non considera in quest’oracolo), “si parli soltanto di una madre – e proprio come di una figura nota nel mondo che lo circonda – e non di un padre terreno […] Il momento nel quale “colei che deve partorire partorirà” segna la svolta nei destini del popolo di Dio: madre e figlio sono reciprocamente legati non solo da vincoli del sangue, ma anche dalla loro missione e nella loro importanza nei riguardi del mondo. Egli è la Salute, ed è lei che dona la Salute al mondo” .
Dal canto suo, il profeta Abacuc scrive:

“Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore” (Ab 3,18),

prefigurando in questa sua preghiera ciò che canterà Maria secondo la redazione di Lc 1,47.
Sofonia, invece, inserisce la prefigurazione di una mediatrice materna non nel quadro di una preghiera invocatoria, come in Abacuc, né in quello di una lamentazione intrinseca, come nel brano sopra citato di Geremia, preposto infatti dall’ammonimento parenetico: “Fino a quando andrai vagando, figlia ribelle?” (Ger 31,22); piuttosto, il profeta contemporaneo del re di Giosia inserisce il suo oracolo in un contesto di promessa salvifica, elaborando un salmo a Sion dal carattere intrinsecamente mariano:

“Rallegrati, figlia di Sion […], Jahvé è nel tuo seno come Salvatore potente” (Sof 3,14-17).

Questo brano, che esprime “la venuta escatologica di Dio stesso nel suo popolo” , è rivolto alla Figlia di Sion, la quale “è qui la personalizzazione simbolica del popolo d’Israele” ; tuttavia, come prosegue il Laurentin, “all’annunciazione, la Figlia di Sion non è più un simbolo, è una giovane donna di Galilea: essa rappresenta il popolo, perché è il punto di arrivo dei poveri (Lc 1,48.52): l’élite disprezzata, nella quale Dio prepara l’avvenire” .
Il saluto angelico riportato da Luca, quindi, assume una peculiare valenza di continuità con l’Economia Antica, nella misura in cui, proprio annunciando l’inizio di una maternità divina, non soltanto esalta la dignità della destinataria di tale progetto divino, bensì pure rielabora dal già scritto, ovverosia dalla storia salvifica precedente, la prefigurazione simbolica di quest’ora attuale salvifica, rispetto alla quale Maria stessa è inesorabilmente una mediatrice necessaria. Infatti, questa frase di Sofonia (“Jahvé viene nel tuo seno come Salvatore potente”), “che pareva un simbolo, diventa in Maria una realtà concreta e carnale. È senza dubbio per questo che il messaggio dell’angelo riprende l’espressione di Sofonia: Jahvé viene nel tuo seno (beqirbēq) […] Curiosamente, Luca, rispettoso delle parole della sua fonte, non usa il termine proprio che qui starebbe bene: nel tuo seno. Facendo eco a Sofonia, dice paradossalmente: en gastrí (come “gastrico”; letteralmente ‘nel tuo ventre’). Questo termine volgare manifesta il realismo dell’incarnazione” .

Fonte: Francesco Gastone Silletta (Studi Teologia Mariana)

 

 

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Santa Brigida di Svezia

Santa Brigida di Svezia (1303-1373)

Santa Brigida

Dalle “Rivelazioni di Gesù” di Santa Brigida, Libro II, Capitolo 5

“Io sono Dio, non di pietra, né di legno, adorabile ed increato Creatore di tutte le cose, senza principio e senza fine. Io sono colui che si incarnò e rimase nella Vergine senza perdere la propria natura divina. Sono una cosa sola con il Padre e lo Spirito Santo […] Tramite lo Spirito Santo infiammai la Santa Vergine, senza che lo Spirito fosse scisso da me; anzi, lo stesso Spirito che l’infiammò era una cosa sola con il Padre e con me, che sono il Figlio, e il Padre e il Figlio erano in lui; queste tre Persone non sono tuttavia tre divinità, ma un solo Dio.
Io somiglio al re Davide, che ebbe tre figli: uno si chiamava Assalonne, e desiderava mettere a morte il padre; il secondo, Adonía, voleva allontanarlo dal regno; il terzo, Salomone, ebbe il regno paterno. Assalonne simboleggia gli ebrei, i quali volevano mettermi a morte e disprezzavano tutti i miei consigli: per questo ora, avendo conosciuto la loro ingratitudine, posso dire di loro quello che Davide disse di suo figlio quando questi morì: ‘Assalonne, figlio mio’, ossia: ‘Ebrei, figli miei, che fine hanno fatto i vostri desideri e le vostre aspettative? Figli miei, che fine hanno fatto gli scopi che vi eravate posti?’. Io vi compativo quando volevate la mia venuta, annunciata da numerosissimi segni, e quando desideravate cose passeggere che vi erano già sfuggite tutte. Ma ora provo ancora più compassione per voi, proprio come un altro Davide che ripeteva sovente l’ultima parola, dicendo: ‘Figlio mio, Assalonne! Assalonne, figlio mio! Poiché adesso vedo la tua fine nella miseria della morte, e per questo, come Davide, dico ancora con grande amore: Figlio mio, chi mi darà la morte per riaverti in cambio?’. Davide sapeva bene che con la sua morte non avrebbe potuto resuscitare il figlio, ma in questo mostrava il suo amore paterno e come fosse pronto a morire per resuscitarlo, se questo fosse stato possibile. Ora io dico lo stesso: ‘Ebrei, figli miei, sebbene abbiate dimostrato cattiva volontà nei miei confronti, se fosse ancora possibile e piacesse a mio Padre, tornerei a morire volentieri per amore vostro, tale è la compassione che provo per la vostra miseria, che vi siete dati voi stessi, perché vi ho detto a parole cosa bisognava fare e ve l’ho mostrato con l’esempio. Vi ho guidati come una chioccia, riscaldandovi sotto le ali del mio amore; ma voi avete disprezzato tutto.
Adonía, il secondo figlio di Davide, rappresenta i cattivi cristiani. Egli offese l’anziano padre perché nel suo intimo pensò: ‘Mio padre è vecchio e gli mancano le forze. Se gli parlerò di eventi infausti, non risponderà; se commetterò qualcosa contro di lui, non si vendicherà; se gli arrecherò danno, sopporterà con pazienza; farò dunque ciò che vorrò. Così salì in una foresta dove c’erano pochi alberi, con un pugno di servi del padre, per stabilirvi il suo regno. Ma quando la saggezza paterna fu chiara, e si fu manifestata la volontà del padre, i disegni di Adonía mutarono e quanti erano con lui vennero denigrati e disprezzati. Allo stesso modo, i cristiani pensano così di me e dicono: ‘I segni di Dio e i suoi giudizi non sono noti; adesso, come prima, possiamo dire quello che vogliamo, perché egli è misericordioso e non se ne cura. Facciamo, dunque, quello che vogliamo, poiché perdona facilmente’. Essi non credono alla mia onnipotenza, come se ora fossi meno in grado che in passato di fare quello che voglio; pensano che il mio amore sia diminuito, ritengono che i miei giudizi siano delle canzonature e la mia giustizia vanità; per questo salgono nelle foreste di Davide con qualche servo per regnare in tutta tranquillità. Qual è questa foresta in cui ci sono pochissimi alberi, se non la Santa Chiesa, che continua ad esistere grazie ai sette sacramenti, simili a queste poche piante? Essi entrano in questa Chiesa con qualche servitore di Davide, ossia con qualche piccola buona azione, affinché, in tutta tranquillità, ottengano il Regno di Dio. Poiché fanno queste poche buone azioni, cui si affidano completamente malgrado abbiano commesso peccati e crimini abominevoli, essi credono di avere il Regno dei Cieli come per diritto di successione. Ma, così come il figlio di Davide, che desiderava avere il regno paterno, fu respinto in modo disonorevole, poiché, essendo ingiusto, voleva arrogarselo con l’ingiustizia, – e il regno venne dato a un uomo più saggio e migliore di lui – similmente questi cristiani saranno espulsi dal mio Regno, ed esso sarà dato a chi compie la volontà di Dio, perché potranno avere il Regno dei Cieli solo quanti saranno animati dalla carità, e potranno avvicinarsi alla mia purezza solo coloro che sono puri secondo il mio cuore.
Il terzo figlio di Davide era Salomone, che simboleggia i pagani. Poiché Betsabea aveva udito che era stato eletto un altro al posto di Salomone, cui tuttavia Davide aveva promesso il regno, si recò da Davide e gli disse: ‘Mio Signore, mi avevi giurato che dopo di te avrebbe regnato Salomone, ma è stato eletto un altro; se così sarà, io verrò condannata al rogo come adultera e mio figlio sarà illegittimo’. All’udire queste cose, Davide si alzò e disse: ‘Giuro per il Signore che dopo di me regnerà Salomone’. E comandò ai servi di elevare Salomone al trono del regno, e di dichiarare re solo colui che era stato scelto da Davide; essi eseguirono gli ordini del loro signore ed esaltarono Salomone con grandi onori. Chi è Betsabea, se non la fede pagana? Infatti non c’è adulterio più pernicioso di quello che allontana da Dio e dalla giusta fede e che porta a credere qualcuno, che non è Dio, Creatore di tutte le cose; ma come Betsabea, alcuni gentili vengono a Dio, dicendo con cuore umile e contrito: ‘Signore, ci avevi promesso che in futuro saremmo stati cristiani: mantieni dunque la promessa. Se fra di noi è nato un altro re, ossia un’altra fede, e se ti allontani da noi, cammineremo come miserabili e moriremo come adultere che hanno preso un adultero come marito legittimo. E benché tu viva in eterno, tu morirai per noi, e noi per te, poiché con la grazia ti allontani dal nostro cuore e noi ci opponiamo a te con la nostra diffidenza. Mantieni dunque la promessa; conforta la nostra infermità e illumina le nostre tenebre, perché se indugi, ossia se ti allontani da noi, periremo’. All’udire queste cose, come un altro Davide, desidero innalzarli con la mia grazia e la mia misericordia. Giuro dunque per la mia divinità, che è con la mia umanità e attraverso la mia umanità, che è nel mio Spirito e attraverso il mio Spirito, che è nella mia natura divina e nella mia umanità, che manterrò la promessa. Manderò i miei amici affinché introducano Salomone, mio figlio, ossia i pagani, nella Chiesa, che continua ad esistere in virtù dei sette sacramenti come sette alberi: il battesimo, la penitenza, la cresima, l’eucarestia, il sacerdozio, il matrimonio e l’estrema unzione; ed essi si riposeranno sul mio scanno, ossia nella fede giusta della Santa Chiesa; gioiranno dell’eredità perpetua e della dolcezza che preparerò loro”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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Preghiera a santa Maria Maddalena

Preghiera a Santa Maria Maddalena (22 luglio)

Maria Maddalena

O gloriosa Maddalena, che appena toccata dalla grazia, hai rinunciato subito ai piaceri peccaminosi del mondo per consacrarti all’amore di Gesù Cristo, ottienici la grazia di rispondere fedelmente a tutte le divine ispirazioni.

Gloria al Padre. Santa Maria Maddalena, prega per noi.

O gloriosa Maddalena, che calpestando senza alcuna esitazione ogni considerazione del mondo, sei comparsa con l’abito più umile in quelle stesse strade nelle quali avevi condotto in trionfo il tuo lusso e la tua vanità, ottienici la grazia di superare tutti gli ostacoli che si oppongono alla nostra salvezza, specialmente il rispetto umano, con cui tante volte abbiamo tradito i nostri doveri cristiani.

Gloria al Padre. Santa Maria Maddalena, prega per noi.

O gloriosa Maddalena, che piangendo con le lacrime più amare la tua vita di peccato, hai meritato di essere assicurata di un totale perdono da Gesù stesso, ottienici la grazia di un sincero e totale dolore dei nostri peccati, per averne il completo perdono dal Signore.

Gloria al Padre. Santa Maria Maddalena, prega per noi.

O gloriosa Maddalena, che convertita sinceramente da Gesù Cristo, hai ritenuto un dovere e un onore ascoltarlo e servirlo, ottienici la grazia di ritenere un privilegio ricevere i Sacramenti, ascoltare la parola di Dio, soccorrere i bisognosi.

Gloria al Padre. Santa Maria Maddalena, prega per noi.

O gloriosa Maddalena, che non hai abbandonato Gesù nemmeno quando era in agonia sulla croce, ottienici la grazia di perseverare nel suo santo servizio anche in mezzo alle avversità con cui il Signore vorrà provare la nostra fedeltà.

Gloria al Padre. Santa Maria Maddalena, prega per noi.

O gloriosa Maddalena, che come premio alla tua fede ed al tuo amore, sei stata consolata da Gesù Risorto, che ti onorò apparendo a te per prima, ottienici la grazia di condurre una vita pura e santa, da meritare dopo la morte la visione beatifica del Signore in Paradiso.

Gloria al Padre. Santa Maria Maddalena, prega per noi.

O Dio onnipotente ed eterno, il cui Figlio ha voluto affidare a Maria Maddalena il primo annuncio della gioia pasquale, fa’ che per il suo esempio e la sua intercessione proclamiamo al mondo il Signore Risorto, per contemplarlo accanto a te nella gloria. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

 

La prostituzione nei Proverbi

La prostituzione nei Proverbi

La Prostituzione nei Proverbi
Dal Libro dei Proverbi, versetti 6,27; 7,6-27

“[…] Si può portare il fuoco sul petto
senza bruciarsi le vesti,
o camminare sulla brace senza scottarsi i piedi?
[…] Mentre dalla finestra della mia casa
stavo osservando dietro le grate,
ecco vidi fra gli inesperti,
scorsi fra i giovani un dissennato.
Passava per la piazza, accanto all’angolo della straniera ,
e si incamminava verso la casa di lei,
all’imbrunire, al declinare del giorno,
all’apparire della notte e del buio.
Ecco farglisi incontro una donna,
in vesti di prostituta e la dissimulazione nel cuore.
Essa è audace e insolente,
non sa tenere i piedi in casa sua.
Ora è per la strada, ora per le piazze,
ad ogni angolo sta in agguato.
Lo afferra, lo bacia e con sfacciataggine gli dice:
“Dovevo offrire sacrifici di comunione:
oggi ho sciolto i miei voti;
per questo sono uscita incontro a te
per cercarti e ti ho trovato.
Ho messo coperte soffici sul mio letto,
tela fine d’Egitto;
ho profumato il mio giaciglio di mirra,
di aloè e di cinnamòno.
Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino,
godiamoci insieme amorosi piaceri,
poiché mio marito non è in casa,
è partito per un lungo viaggio,
ha portato con sé il sacchetto del denaro,
tornerà a casa il giorno del plenilunio”.
Lo lusinga con tante moine,
lo seduce con labbra lascive;
egli incauto la segue, come un bue va al macello;
come un cervo preso al laccio,
finché una freccia non gli lacera il fegato;
come un uccello che si precipita nella rete
e non sa che è in pericolo la sua vita.
Ora, figlio mio, ascoltami,
fa’ attenzione alle parole della mia bocca.
Il tuo cuore non si volga verso le sue vie,
non aggirarti per i suoi sentieri,
perché molti ne ha fatti cadere trafitti
ed erano vigorose tutte le sue vittime
La sua casa è la strada per gli inferi,
che scende nelle camere della morte”.

2,18-22:

“La sua casa conduce verso la morte
e verso il regno delle ombre i suoi sentieri.
Quanti vanno da lei non fanno ritorno,
non raggiungono i sentieri della vita.
Per questo tu camminerai sulla strada dei buoni,
e ti atterrai ai sentieri dei giusti,
perché gli uomini retti abiteranno nel paese
e gli integri vi resteranno,
ma i malvagi saranno sterminati dalla terra,
gli infedeli ne saranno strappati”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

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Sulla mediazione di Maria

“Sulla mediazione di Maria”

René Laurentin
(Dal libro di R. Laurentin, Court Traité sur la Vierge Marie (1968), tr. it. “La Vergine Maria”, Paoline, Roma 1970,

pp. 302-304

“La mediazione di Maria fu prima di tutto la purissima intercessione della sua preghiera prima dell’annunciazione: intercessione già materna, perché Maria, meglio di Debora, meritava di essere chiamata “Madre nel popolo di Dio” (Gdt 5,7). Infatti, la mediazione che Israele aveva esercitato dopo Abramo in favore del mondo peccatore (Gen 18,17-23) raggiunse in lei la sua più alta efficacia.
Poi ci fu il compito di collegamento che lei esercitò nell’incarnazione: la sua santità fu un ponte tra il Dio santo e l’umanità peccatrice; per lei il Verbo poté entrare senza macchia nella razza macchiata. È in questo momento che Maria è mediatrice nel senso più significativo della parola, così intermediaria tra la corruzione umana e la trascendenza divina per l’incarnazione del Figlio di Dio.
Da quando il Verbo si fece uomo, divenne “il solo Mediatore” (1Tm 2,5). Da quel momento la mediazione di Maria assume un significato nuovo: non prepara più la mediazione di Cristo, ma la accompagna partecipandovi dall’interno, anche laddove la sua mediazione sembra prendere una specie di consistenza propria, quando cioè compie quel collegamento che abbiamo visto tra Cristo e la Chiesa. Senza dubbio le condizioni materiali della vita terrena le danno ancora una parte che può essere chiamata in un certo senso mediatrice: porta Gesù, che si è incarnato in lei, alla cugina Elisabetta e a Giovanni Battista; lo mette nelle braccia di Simeone; intercede a Cana per far osservare a Gesù quel fatto materiale che il vino è venuto a mancare. Senza dubbio la parte che Maria esercita in tutto ciò conserva qualcosa della perennità che è quella dei misteri della vita di Cristo. Ma in cielo, nella gloria, le limitazioni che erano collegate all’infanzia o all’umanità di Cristo, quelle limitazioni che richiedevano il suo intervento mediatore, sono superate. Lassù Maria non è tanto mediatrice “presso” il Mediatore, quanto “in lui” e “per mezzo di lui”. Non solo tutte le risorse che impiega nella sua mediazione sono prima di tutto e integralmente un dono “del solo Mediatore”, ma tutta la sua situazione di intermediaria si trova superata dal suo stato di comunione totale, di interiorità totale nei riguardi di Cristo. La parola mediazione non ha dunque più che un senso relativo.
In definitiva, la “mediazione universale” di Maria nel senso che prevale oggi, non è che un altro nome della sua maternità universale, nei riguardi degli uomini. Per di più, quest’ultima espressione presenta dei vantaggi sulla precedente: è più concreta, più biblica (Gv 19,25-27); è insegnata più formalmente dal Concilio; manifesta in modo più ovvio il fondamento del compito di Maria nei riguardi degli uomini; evita di urtare contro il testo paolino su Cristo unico Mediatore. Si potrebbe aggiungere che parla meglio al cuore degli uomini. Sembra dunque semplice. E tuttavia ha la sua complessità. La maternità di Maria nei riguardi degli uomini non ha lo stesso fondamento che la sua maternità nei riguardi di Cristo. Infatti Maria ha generato Gesù corporalmente, mentre è spiritualmente, è per adozione che è divenuta “Madre delle membra che siamo noi … non è Madre in spirito del Salvatore nostro capo; ne è piuttosto nata spiritualmente”, dice sant’Agostino. L’unità innegabile che esiste tra queste due maternità dipende dall’unità della missione di Maria, dal modo con cui la grazia si diffonde in lei, dalle possibilità materne del cuore femminile per questo duplice compito, infine dall’unità degli uomini in Cristo”

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

Sadducei e Farisei

Sadducei e Farisei

Sadducei e farisei
Dal libro di Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Rizzoli, Milano-Roma 1941, pp. 46-48

Ai tempi di Gesù i Sadducei e i Farisei formavano, dentro il popolo giudaico, i suoi due principali raggruppamenti. I quali, però, non erano delle “sette” nel senso rigoroso del termine, perché non erano staccati dalla compagine morale della nazione; neppure erano confraternite religiose come gli Esseni, sebbene i loro principi fondamentali fossero religiosi; e nemmeno mostravano quale prima nota caratteristica un dato atteggiamento politico come gli Erodiani, sebbene avessero grande importanza anche nel campo politico e sociale. Erano invece due correnti o tendenze che partivano ambedue da principi solenni nella nazione giudaica, pur essendo fra loro in assoluto contrasto. Esaminandole contemporaneamente, il loro stesso contrasto giova a definirle con precisione.
Si crede, di solito, che i Farisei rappresentassero la corrente conservatrice, e i Sadducei quella liberale e innovatrice: ciò potrà essere vero nel campo pratico, ma in quello giuridico-religioso la designazione dovrebbe essere inversa, perché i Sadducei dal loro punto di vista si presentavano quali conservatori del vero patrimonio morale del giudaismo, e respingevano come innovazioni le dottrine particolari ai Farisei. Le due correnti, infatti, sorsero dal diverso atteggiamento che i vari ceti della nazione presero di fronte all’ellenismo, quando questo venne in urto col giudaismo, cioè dall’epoca dei Maccabei (167 a.C.) in poi.
L’insurrezione dei Maccabei, diretta contro la politica ellenizzatrice dei monarchi Seleucidi, fu sostenuta specialmente da quei popolani di basso ceto, cordialmente avversi a istituzioni straniere, che si chiamarono gli “Asidei” (in ebraico Hăsidīm, “pii”); al contrario, in seno alla nazione stessa, si mostrarono favorevoli all’ellenismo parecchi altri Giudei che erano rimasti abbarbagliati dallo splendore di quella civiltà straniera, ed appartenevano specialmente a classi sacerdotali e facoltose. Rimasta però vincitrice l’insurrezione nazionale-religiosa, gli aristocratici fautori dell’ellenismo entro la nazione giudaica scomparvero o tacquero. Tuttavia, poco dopo, stabilitasi la dinastia nazionale degli Asmonei discendenti dai Maccabei, le due correnti ricomparvero apertamente, sebbene con provenienza alquanto mutata: avvenne, cioè, che proprio quei sovrani Asmonei che dovevano il loro trono ai popolani Asidei, si mettessero in contrasto con questi, e si appoggiassero invece sulle classi sacerdotali e aristocratiche.

Sadducei 2

La ragione del mutamento è chiara. L’ellenismo premeva dall’esterno così gravemente sullo Stato giudaico ricostituito, che i governanti Asmonei non potevano praticamente evitare ogni relazione politica con esso, né impedire numerose infiltrazioni di quella civiltà pagana nei loro territori; sennonché quelle relazioni e infiltrazioni parvero sconfitte politiche e soprattutto apostasie religiose agli Asidei, che perciò si alienarono man mano dai già favoriti Asmonei e divennero ad essi ostili.
Passando all’opposizione, essi si chiamarono “i Separati”: in ebraico Pěrushīm, donde “Farisei”. I loro avversari, in maggioranza di stirpe sacerdotale, si chiamarono “Sadducei”, dal nome di Șadoq, antico capostipite di un insigne casato sacerdotale.
Ma da chi o da che cosa i Farisei si consideravano “separati”? Il criterio della loro separazione era soprattutto nazionale-religioso, e solo conseguentemente civile e politico. Essi si tenevano separati da tutto ciò che non era giudaico e che per tale ragione era anche irreligioso ed impuro, giacché giudaismo, religione e purità legale erano concetti che praticamente non si potevano staccare l’uno dall’altro. Ma qui sorgeva il contrasto, anche dottrinale, con i Sadducei: qual era la vera norma fondamentale per il giudaismo? Quale il supremo ed inappellabile statuto che doveva governare la nazione eletta?

Manoscritti

A questa domanda i Sadducei rispondevano che era la Torah, cioè la “Legge” per eccellenza, la “Legge scritta” consegnata da Mosè alla nazione come statuto fondamentale e unico. I Farisei, invece, rispondevano che la Torah, la “Legge scritta”, era soltanto una parte, e neppure la principale, dello statuto nazionale-religioso: insieme con essa, e più ampia di essa, esisteva la “Legge orale”, costituita dagli innumerevoli precetti della “Tradizione” (parádosis). Questa Legge orale era costituita da un materiale immenso: essa comprendeva, oltre ad elementi narrativi e di altro genere (haggadāh), anche tutto un elaborato sistema di precetti pratici (halakāh), che si estendeva alle più svariate azioni della vita civile e religiosa, e andava perciò dalle complicate norme per i sacrifici del culto fino alla lavanda delle stoviglie prima dei pasti, dalla minuziosa procedura dei pubblici tribunali fino a decidere se fosse lecito o no mangiare un frutto caduto spontaneamente dall’albero durante il riposo del sabato. Tutta questa congerie di credenze e di costumanze tradizionali non aveva quasi mai un vero collegamento con la Torah scritta; ma i Farisei scoprivano spesso siffatto collegamento sottoponendo ad una esegesi arbitraria il testo della Torah: e anche quando non ricorrevano a tale metodo, si richiamavano al loro principio fondamentale che Dio aveva dato a Mosè sul Sinai la Torah scritta contenente solo 613 precetti, e inoltre la Legge orale, molto più ampia ma non meno obbligante.
Anzi, anche più obbligante. Troviamo infatti che con l’andar del tempo, man mano che i dottori della Legge o Scribi elaboravano sistematicamente l’immenso materiale della tradizione, questo venisse ad assumere una importanza pratica, se non teoretica, maggiore della Torah scritta. Nel Talmud, che è in sostanza la tradizione codificata, sono contenute sentenze come questa: “Maggior forza hanno le parole degli Scribi che le parole della Torah: perciò anche è peggior cosa andare contro le parole degli Scribi che contro le parole della Torah (Sanedrīn, XI, 3); infatti le parole della Torah contengono cose proibite e cose permesse, precetti leggeri e precetti gravi: ma le parole degli Scribi sono tutte gravi”.
È chiaro che, stabilito questo principio fondamentale, i Farisei fossero in regola, e potessero legiferare quanto volessero estraendo ogni decisione dalla loro Legge orale. Ma appunto questo principio era respinto dai Sadducei, i quali non riconoscevano altro che la Legge scritta, la Torah, non accettando punto la Legge orale e la “tradizione” dei Farisei. Codeste cose – dicevano i Sadducei – erano tutte innovazioni, tutte deformazioni dell’antico e semplice spirito ebraico; essi, i Sadducei, erano i fedeli custodi di quello spirito, i veri “conservatori”, e perciò si opponevano agli arbitrari ed interessati sofismi messi fuori da quei modernisti di Farisei.

Padre Giuseppe Ricciotti(Padre Giuseppe Ricciotti)

La risposta dei Sadducei era abile senza dubbio; tanto più che con quella parvenza di conservatorismo evitavano legalmente i “carichi pesanti” (Mt 23,4) imposti dai Farisei, e si lasciava una porta aperta per intendersi con l’ellenismo e la civiltà greco-romana. Perciò i Sadducei si appoggiarono sui ceti della nobiltà e di governo, che necessariamente dovevano mantenere relazioni con la civiltà straniera; i Farisei al contrario si appoggiarono sulla plebe, avversa a tutto ciò che fosse forestiero ed invece attaccatissima a quelle costumanze tradizionali da cui i Farisei estraevano la loro Legge orale. Di qui anche il paradosso per cui i Sadducei erano giuridicamente conservatori ma praticamente lassisti; i Farisei, invece, apparivano come innovatori riguardo alla Torah scritta, mentre la loro innovazione voleva essere una salvaguardia e una protezione dell’antico.
Le due correnti di Farisei e di Sadducei compaiono per la prima volta, già ben definite e in contrasto, al tempo del primo degli Asmonei, Giovanni Ircano (134-104 a.C.), che era anche figlio di Simone ultimo dei Maccabei: benché tale, egli è già in aperta ostilità con i Farisei. L’ostilità divenne furibonda sotto Alessandro Janneo (103-76 a.C.), e fra monarca e Farisei si ebbe una guerra di sei anni che fece 50 mila vittime. Al contrario, sotto il regno di Alessandra Salome (76-67 a.C.) i Farisei ebbero il loro periodo d’oro, perché la regina lasciò fare ogni cosa ai Farisei, e comandò che anche il popolo obbedisse loro. Seguirono, naturalmente, le intemperanze della vittoria: gli sconfitti Sadducei, che avevano avuto fino ad allora la maggioranza nel consiglio del Gran Sinedrio, vi rimasero in minoranza esigua; gli antichi avversari dei Farisei o furono messi a morte o presero la via dell’esilio. Si arrivò al punto che l’intero paese stava quieto, fatta eccezione dei Farisei. Appunto da questo tempo in poi il giudaismo fu sempre improntato dalle dottrine farisaiche.
[…] Con la catastrofe del 70 d.C. i Sadducei scomparvero dalla storia, e naturalmente il giudaismo posteriore, dominato totalmente dai Farisei, conservò un pessimo ricordo dei Sadducei.

Fonte: La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

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Segreti di Medjugorje vicini

Segreti di Medjugorje vicini

Sole Kriševac

Dal sorgere del loro primo annuncio profetico, i tanto conclamati “dieci segreti di Medjugorje” hanno ricevuto un trattamento tutt’altro che omogeneo e compatto presso l’opinione pubblica. Da alcune fonti, quelle evidentemente più vicine al popolo dei credenti nell’evento di Medjugorje, essi sono stati a tal punto presi in considerazione sino a diventare, per certi versi adolescentemente, il polo attrattivo principale dell’intera economia delle apparizioni della Madonna. Un tale fervore d’attesa, in questa prospettiva, si è talvolta concretizzato in spasmodici pronostici, ossessive proiezioni, fino ad interpretare anche i più minimali segni atmosferico-naturali, che pur tuttavia rimangono ontologicamente dei “segni”, quali oracoli di una imminente concretizzazione dei dieci segreti, peraltro mai a tutt’oggi realmente avvenuta. Da altre fonti, invece, questa volta più legate alla dimensione razionalistico-intellettuale del sapere contemporaneo, i dieci segreti sono stati a tal punto denigrati da essere ritenuti nulla più che una barzelletta di ordine mariano, correlata alla consueta sindrome da delirio religioso con cui, purtroppo forse con troppa libertà critica, molti cristiani vengono ancora oggi etichettati.

Pur tuttavia, non esistono solo questi due poli così radicalmente opposti di interpretazione dei dieci segreti. Fra la negazione frontale della loro possibilità storica e l’ammissione esasperata del loro imminente verificarsi, esistono alcune sfumature per nulla deboli in quanto al loro peso specifico. Alcune di queste sfumature, ad esempio, possono assumere quale criterio di discernimento, fondando su di esso la loro strutturazione, un orientamento storico-critico. Al di là di alcune polemiche esegetiche sorte in modo particolare negli ultimi due secoli e ancora per nulla sopite, in riferimento all’età reale del Gesù crocifisso, sembra nonostante tutto ancora teologicamente confortevole la proposta tradizionale che vuole il Gesù terreno crocifisso all’età di trentatré anni. Le investigazioni minuziose di alcuni studiosi biblici, che vorrebbero da un lato prolungare, dall’altro, inversamente, accorciare gli anni vissuti “umanamente” da parte del Figlio di Dio venuto nella carne (Gv 1,14), non sembrano tutto sommato così incontestabili, dal momento che esiste sempre una prova del contrario rispetto alle principali ipotesi sinora proposte in ambito biblico. Tra queste, per esempio, sottolineiamo quella della retrodatazione della nascita di Gesù di alcuni anni, sino a giungere, secondo alcuni, all’anno 6 oppure al 7 a.C. quale reale anno natalizio di Gesù. Ciò comporterebbe, rispetto all’estensione della sua esistenza storica, pure una retrodatazione rispetto al famigerato anno “33”, cui invece si appella non soltanto larga parte della tradizione cristiana, ma pure l’intera mistica più recente, quantomeno quella degli ultimi due secoli (Emmerick, Valtorta, Neumann, Robin, Bossis, Menendez, Galgani, ecc.) e, se vogliamo dirla tutta, la stessa economia di Medjugorje, pur soltanto intrinsecamente (si pensi alla grande scritta sulla croce bianca sul monte, contenente la data 33-1933 in riferimento all’anno della morte di Cristo e alla costruzione della croce: la Madonna in tutti questi anni non avrebbe potuto dire che i compilatori si sono sbagliati, qualora essa non fosse esatta?). La famosa proposta interpretativa, da alcuni ritenuta ormai certa (ma è un falso, non la proposta in quanto tale, quanto la certezza ad essa attribuita), circa una morte di Gesù avvenuta il 7 aprile dell’anno 30, viene almeno simmetricamente destabilizzata dall’altra ancora più recente e forse teologicamente più verosimile di una morte di Cristo avvenuta in data 3 aprile 33.

Croce Krizevac 1

Proprio alla luce dell’importanza inequivocabile (vera o sbagliata che sia) attribuita al numero 33 in riferimento agli anni di Cristo, non può non sorgere un profondo sgomento, tornando al filone critico delle apparizioni che stavamo esaminando, rispetto appunto ai 33 anni di apparizioni della Madonna a Medjugorje. Il 33° anno, alla luce di questa tendenza, ovverosia quello presente, sarebbe allora l’anno decisivo in seno allo svelamento dei dieci segreti, con particolare attenzione alla data del 25 dicembre 2014, ossia ai 33 anni e sei mesi di apparizioni che equivarrebbero, sembrerebbe secondo alcuni, all’esatta estensione degli anni terreni di Gesù.

Procedendo tuttavia oltre quella che abbiamo definito come fonte “storico-critica”, ne esiste pure un’altra dal sapore più istintivo-carismatico. Questa fonte tiene a mantenere entro un unico parametro le apparizioni di Medjugorje e quelle di Fatima, rispetto al quale le prime costituirebbero un definitivo compimento storico delle seconde. Ora, amante della numerazione tonda, questa fonte attende con una certa ansia il centenario di Fatima (che avrà luogo nel 2017) quale anno certamente decisivo per i dieci segreti di Medjugorje. Pur tuttavia, è opportuno ricordare che si tratta appunto di dieci segreti, non di un unico segreto destinato a compiersi semel pro semper. Il fatto che possa effettivamente sussistere un collegamento fra la data del 13 maggio 2017 con i segreti di Medjugorje deve allora essere compreso in una prospettiva più olistica, quale singolo tassello di un più corposo evento destinato inevitabilmente ad occupare una porzione di tempo più estesa.

Se le ultime due fonti analizzate hanno tuttavia una dimensione esistenziale in fin dei conti vicina al primo dei due poli sopra esposti, ossia quello dei credenti alle apparizioni, vi sono altre prospettive ermeneutiche, ancora intrinseche (pur più sommessamente) alla medesima categoria, ma questa volta maggiormente fondate su contenuti di pronostico legati alla morale, alla sociologia e più in generale alla contemporaneità umana. Si parla allora di un inesorabile tramonto valoriale, vigente nell’antropologia attuale, destinato a defluire in un mare magnum di non senso esistenziale, dunque prossimo ad un battesimo purificatore da parte del Dio dimenticato e offeso. Questa è la prospettiva forse più “appariscente”, nel senso di immediatamente riconoscibile fra coloro che parlano dei segreti ed al contempo la meno razionale: il mondo stesso procederebbe verso una deriva qualunquista di ordine inverso alla rivelazione divina che, attraverso il concorso mariano delle apparizioni, verrebbe invece ad esortare con toni materni ad intelaiare un immediato processo di conversione e di ripristino della coscienza creaturale originaria intrinseca ad ogni uomo e ad ogni donna. Vi è poi la prospettiva sociologica di un collasso culturale cui le apparizioni medjugorjane farebbero da deterrente nella prospettiva di un compimento-castigo del consorzio umano esistenzialmente alla deriva. A questa visuale, tuttavia, ne fa eco un’altra dal carattere certamente più catastrofistico ma al contempo più strutturalmente fondato: la crisi ecclesiologica contemporanea, da alcuni ritenuta un segnale evidente dell’avvicinarsi di una serie di avvenimenti epocali da essi identificati proprio nella sequenza dei dieci segreti. Abbiamo parlato, in questa fonte, di una strutturazione più profonda rispetto al semplice grido al degrado sociale della fonte precedente. In effetti, gli ultimi vent’anni di storia della Chiesa hanno certamente messo sotto gli occhi di tutti alcune situazioni la cui gravità, complessità, intrinsecità e opposizione non sembrano riscontrabili con lo stesso concorso di partecipazione nella bimillenaria storia della Chiesa. La rinuncia pontificale di Benedetto XVI viene, in questa prospettiva, forse alle volte un po’ superficialmente, assunta quale indice valoriale massimo di questa proiezione catastrofista. Sul fatto che siano tempi assolutamente complessi e per certi aspetti “nuovi” in ambito ecclesiologico-istituzionale, nessuno sembra poter avere dei dubbi. Pur tuttavia si deve essere in grado, per poter parlare di un pronostico onesto, di stabilire l’indice di correlazione fra l’orizzonte “nero” della vita ecclesiale contemporanea ed il contenuto intrinseco ai messaggi provenienti da Medjugorje, salvo evidenziare la continua richiesta di preghiere per i sacerdoti, negli ultimi anni divenuta un ritornello incalzante dei messaggi mariani, quale univoco criterio di credibilità di questa stessa correlazione.

Padre Petar

Altri fattori quali l’età non più giovanissima di Padre Petar Ljubicic, il sacerdote destinato al concorso di rivelazione dei dieci segreti, o ancora l’imminenza di un’uscita editoriale di assoluto interesse, quale la vita di Maria redatta dalla veggente Vicka per dettatura mariana ed ancora in attesa di ricevere il “placet” mariano per essere pubblicata, o ancora alcuni eventi apparentemente mediatori di significato e correlati alla persecuzione dei cristiani (ricordiamo il monito di Papa Francesco circa la maggior gravità di persecuzione nei tempi attuali rispetto a quelli della Chiesa primitiva) o ad eventi naturali e climatici (terremoti, alluvioni, ecc.) o ancora a guerre combattute per ragioni religiose o interreligiose, assieme ad altri fattori ancora, sembrano ulteriormente fomentare e far protendere l’attenzione dell’umanità, se non altro di quella parte di essa credente alle apparizioni di Medjugorje, verso un inevitabile ed imminente compimento.

Da parte nostra, ci sentiamo di allinearci al coro di coloro che interpretano tutte queste fonti qui sopra sommariamente citate quali effettivi segnali di prossimità e credibilità dei dieci segreti. Il mondo sembra avviarsi inesorabilmente verso un cambiamento epocale, una sorta di “trascendentizzazione” forzata della propria ormai troppo insuperbita cultura dell’immanenza. Dio sembra ormai prossimo, pur attraverso la dolcissima mediazione mariana, a manifestare se stesso nella propria gloria divina. Non tuttavia secondo un certo distruttivismo sociale tipico di alcuni cristiani che non vedono l’ora che il mondo finisca o che i peccatori siano puniti. I veggenti di Medjugorje non hanno mai parlato esplicitamente di “fine del mondo” correlata al compimento dei segreti. Anzi, affermando, come hanno fatto, che si tratta delle ultime apparizioni mariane sulla terra, al contempo hanno affermato l’esistenza di un ulteriore tempo storico per l’umanità, durante il quale, appunto, non vi saranno mai più apparizioni. Tuttavia, pur prendendo le distanze dal distruttivismo fanatico di alcuni credenti, guai a noi se considerassimo in termini soltanto fatalistico-relativi un evento dalla caratura teologica così profonda quale è quello rappresentato dai dieci segreti di Medjugorje. Si tratterebbe di una minimizzazione indebita dei segni divini e degli appelli mariani ad essi correlati che ci vedrebbe colpevoli ed irresponsabili. I dieci segreti sono un evento epocale da attendere al contempo con trepidazione e fiducia, un mistero affascinante e tremendo, come diceva in altri contesti il sociologo delle religioni R. Otto.

Ad ogni modo è un evento che, pur venendo da Dio, calamiterà, probabilmente catapultandola entro nuovi orizzonti, la precarietà della nostra immanenza umana: saremo spettatori coscienti, esistenzialmente partecipi e attoniti, forse interiormente modificati, di una delle manifestazioni divine evidentemente tra le più singolari e portentose della storia. Senza per questo fare della nostra vita presente una pedissequa attesa del “giorno del Signore”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta

                                              

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Preghiera di liberazione a Gesù spogliato delle vesti

Gesù Spogliato delle vesti

Preghiera di liberazione a Gesù spogliato delle vesti

(Questo testo è una preghiera scritta privatamente che vogliamo condividere con i lettori. Non è un testo canonico e non vige alcuna approvazione ecclesiastica)

Noi ti lodiamo, Signore Gesù Cristo, e ti adoriamo. Noi crediamo che Tu sei il Figlio di Dio venuto nella carne e che hai assunto una condizione umana in tutto simile alla nostra, eccetto che nel peccato. Ti benediciamo, Signore Gesù, e ti ringraziamo per quello che hai fatto per noi e per quello che ancora farai. Ti chiediamo perdono per tutte le nostre colpe, anche per quelle di cui non siamo consapevoli, affinché Tu sia glorificato nella Tua Divina Misericordia. Con questa preghiera, Signore Gesù, noi ci rivolgiamo a Te, consapevoli dei nostri limiti e dei nostri peccati, e vogliamo supplicarti in modo particolare di liberarci da ogni schiavitù legata alla carne ed all’uso della nostra sessualità. Tu ci hai creati, Signore Gesù, noi siamo venuti al mondo per Tuo mezzo ed in vista di Te. Ancor prima di crearci, Tu, Purissimo Gesù, conoscevi e prevedevi le afflizioni che avremmo generato al Tuo Sacro Cuore con le nostre irriconoscenze; in particolar modo, nel dare forma alla nostra carne umana, conoscevi già ogni singolo tradimento, ogni deviazione dalla Tua Legge, ogni egoismo con il quale avremmo soddisfatto i nostri sensi piuttosto che non glorificato la Tua grandezza. Noi siamo Tua Immagine, Signore. Tu l’hai impressa in noi, perché il nostro corpo in ogni luogo e in ogni tempo umano ne sia custode degno e responsabile. Per questo, consapevoli del tempo che viviamo, noi ci appelliamo a Te, alla Tua carne umana, alla purezza con cui hai custodito il Tuo corpo, alla discrezione con cui ti sei presentato in pubblico, alle parole sante circa il giusto ordine di valore fra lo Spirito e la carne.
Ti chiediamo quindi, o Signore Gesù, Fratello nostro, per la Tua spoliazione delle vesti, di considerare la debolezza della nostra carne umana e di avere pietà dei nostri continui peccati con i quali abbiamo servito la carne e non lo Spirito, umiliando la nostra Immagine Divina e lo Spirito Santo di cui il nostro corpo è umano tempio. Per l’agognato soffrire che provasti nell’essere pubblicamente privato dei Tuoi santi indumenti, libera noi, in questo momento, dal giogo di Satana, dalle sue volgari seduzioni, dalle sue immaginazioni sessuali, dalle sue proposte oscene, da ogni distorsione, fissazione, ossessione legata al corpo ed alla nudità. Per la volgarità di quei soldati che esposero il Tuo Santissimo Corpo umano agli sguardi ed ai commenti dei Tuoi nemici, risana le ferite che i nostri peccati, i nostri pensieri, le nostre fantasie, l’ambiente esterno, le amicizie o le conoscenze hanno prodotto in maniera radicale nella nostra autocoscienza, sì da renderci schiavi dei piaceri carnali, facilmente preda dei Demoni impuri, atterriti come siamo dal grido delle tentazioni e delle provocazioni che il Nemico produce sui nostri sensi. Liberaci, o Signore, da ogni memoria ossessiva rispetto alle nostre colpe passate, dai ricordi consci o inconsci di abusi subiti nel periodo infantile, dal pensiero fisso sulle nostre insicurezze adolescenziali legate al corpo ed alla sessualità, dalle razionalizzazioni convulsive dei nostri atti compiuti, dai ricordi scrupolosi e accusatori del nostro passato. Liberaci, Signore, per pura Tua Misericordia, da ogni mania, ambizione, lussuria, desiderio carnale, da ogni insicurezza rispetto al nostro corpo, al nostro aspetto, al nostro essere nel mondo. Fa’ che siamo liberi di servirti accettando noi stessi così come Tu ci hai voluti e amati. Liberaci da ogni compromesso con il male e da ogni nostalgia di peccato.
Tu conosci le nostre cadute, o Santissimo Signore. Con il Sacramento della Confessione ci perdoni e per sempre distruggi i peccati che ti confessiamo. Ti preghiamo allora di allontanare qui e ora ogni nostro scrupolo di coscienza, dubbio, pensiero, fissazione legata alle nostre cadute, all’impurità, all’indecenza che noi stessi abbiamo compiuto. Per la dolcezza con cui nonostante l’odio dei Tuoi nemici ti sei lasciato abbandonare al loro istinto, liberaci da ogni inclinazione a perseverare nell’adesione alle seduzioni del Maligno, alle sue congetture psichiche circa la nostra sessualità, il nostro corpo, la nostra relazione con il prossimo. Per il dolore della tua Santissima Madre, Immacolata nel suo concepimento, allontana da noi ogni disperazione e paura rispetto a ciò che siamo e a ciò che siamo stati, purificaci da ogni fissazione carnale, mania, fantasia, immaginazione, ossessione sessuale, da ogni razionalizzazione di eventi avvenuti, da ogni ossessivo ricordo, vissuto, esperienza. Allontana da noi, per l’Immacolato dolore di Maria nel vederti nudo in balia dei tuoi carnefici, ogni paura del nostro corpo, ogni cedimento alle leggi della carne non governata dallo Spirito, ogni timore o vergogna di essere puri nel mondo, ogni indecenza nel vestire, ogni zelo per il nostro corpo, vanità, ambizione, scompostezza. Fa’ che oggi iniziamo una nuova relazione con il nostro corpo. Fa’ che oggi intraprendiamo una battaglia nuova contro Satana e contro tutti i Demoni impuri. Fa’ che siamo sicuri di avere Te come Signore del nostro corpo, Signore della nostra mente, Signore del nostro passato. Liberaci, o Signore, affinché non sia vana in noi la struggente consegna del Tuo corpo avvenuta una volta per sempre sulla croce.
Soccorrici o Signore, per quella carne purissima che hai consegnato ai Tuoi nemici, e fallo adesso. Così come quando eri nella Tua officina, prima del ministero pubblico, vieni anche adesso a riparare i nostri cuori, affinché non cediamo più alla volgarità, al fascino perverso del godimento facile, all’immediatezza del piacere, all’egoismo, al compiacimento di noi stessi, alla volontà di sentirci apprezzati e conformi alla mentalità di questo mondo. Liberaci da ogni tirannia della carne, Signore, e perdonaci ogni nostra caduta, volontaria o involontaria, casuale o reiterata, rispetto al dominio del nostro corpo e dei nostri sensi che Tu hai predicato durante il Tuo ministero. Fa’ che da questo preciso momento, per la misericordia con cui ti sei donato a noi, possiamo glorificare la Tua purezza, disponendo il nostro cuore ad imitare il Tuo decoro, la Tua compostezza, il Tuo pudore.
Perdonaci o Signore, affinché il Tuo perdono distrugga Satana e lo releghi per sempre all’inferno. Lui ci odia perché siamo perdonati da Te. Noi vogliamo essere dei Tuoi, come gli Apostoli riuniti in Cenacolo vogliamo pregare e mangiare il pane con Te. Per questo sia più forte il nostro amore per Te che qualunque peccato possiamo avere compiuto in questa vita. Perdonaci, Signore, per Maria. Liberaci, Signore, per la sua Immacolata Concezione. Amaci Signore, e fa’ che diventiamo anche noi sempre più capaci di amarti.
Grazie, Gesù, per il modo in cui guarirai la nostra psiche e la nostra carne. Grazie Gesù, perché sappiamo che nessun peccato commesso potrà mai cancellare il Tuo amore per noi. Grazie, Gesù, perché sei il Purissimo, la sorgente e il modello di ogni purezza e di ogni buon costume. Grazie, Gesù. Grazie, Maria. (Atto di dolore; Gloria al Padre).

Preghiera composta da: Francesco Gastone Silletta – ©La Casa di Miriam Torino

 

 

 

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Giuliana di Norwich

Giuliana di Norwich

Giuliana di Norwich 3

Dalle “Rivelazioni dell’amore divino”

della Beata Giuliana di Norwich

Editrice Studium, Roma 1957, pp. 62-65.68-69

“Cristo mi mostrò una parte della sua passione, al’approssimarsi della morte. Io vidi il suo volto soave, emaciato ed esangue, sparso del pallore della morte. E dopo lo vidi farsi anche più pallido, senza vita, languente; poi livido, poi terreo, via via che la vita abbandonava la sua carne. La sua passione mi si manifestava particolarmente dal suo volto benedetto e soprattutto dalle sue labbra: lì io vidi diffondersi i colori che ho detto, sebbene esse fossero da principio fresche, vermiglie e belle.

Questa lenta agonia era una vista infinitamente dolorosa. Vidi il naso affilarsi e disseccarsi sotto i miei occhi e il dolce corpo, prima così bello e pieno di vita, farsi terreo e oscuro nella morte. Nell’ora in cui Nostro Signore e Salvatore Benedetto moriva sulla croce, spirava un vento impetuoso, gelido e secco, e penetrava nelle sue ferite, spremendo goccia a goccia tutto il sangue della dolce carne, che tratteneva ancora quella poca umidità.

Il dolce corpo di Cristo era tormentato dal dolore e svuotato dal sangue interiormente, mentre di fuori lo penetrava l’acuto gelo del vento. Vento e gelo esteriormente, dolore e perdita di sangue interiormente, inaridirono, piano piano, la carne di Cristo. Per quanto il suo dolore fosse amaro ed acuto, lo vidi durare a lungo, ed esaurire dolorosamente gli spiriti vitali della carne di Cristo. Così io vidi la dolce carne disseccarsi parte a parte; disseccarsi in mezzo a patimenti indicibili. E fino a quando alcuno spirito ebbe vita nella carne di Cristo, egli patì il suo dolore. Questa lunga sofferenza parve come se si fosse prolungata per sette notti […]¸ dico “parve”, perché il suo dolce corpo appariva così livido, così scarno, così rigido, così inanimato, così pietoso, come se fosse rimasto per sette giorni lì ad agonizzare. E penso che il lento inaridirsi della carne di Cristo sia stato il dolore più grande, l’estremo della sua passione.

Giuliana di Norwich 4

[…] Durante questa agonia, mi vennero alla mente le parole di Cristo: “Ho sete!”. Vidi in lui una duplice sete: fisica e spirituale, di cui io parlerò più avanti. Queste parole mi vennero ricordate qui per la sete fisica, che io compresi essere causata dalla mancanza di umori vitali. Perché la carne benedetta e le ossa di lui erano rimaste prive di sangue e di umori. Il corpo divino inaridì abbandonato per lungo tempo, con i chiodi che lo laceravano e il peso che lo slogava. Io compresi che, per la morbidezza delle dolci mani e dei dolci piedi, per la grossezza, la durezza, e il tormento dei chiodi, le ferite si allargarono e il corpo sospeso da tanto tempo cedette per la gravezza. Inoltre il suo capo era trafitto e tormentato dalla corona di spine coperta di sangue essiccato, e carne e capelli aderivano alle spine, le spine alla carne morente, nella quale avevano scavato profonde ferite. E ancora io vidi che la dolce pelle e la tenera carne, con i capelli ed il sangue che vi aderiva, era tutta sollevata e staccata dall’osso, e trapassata dalle lunghe spine, e quando le rimaneva tuttora un po’ di umore vitale, pareva stesse lì lì per cadere, come un panno che si affloscia per la eccessiva pesantezza.

Questo era per me grande dolore e timore, perché tremavo di vederla cadere. Come questo fosse accaduto non saprei dire, penso fossero state le acute spine, quando la corona era stata spietatamente premuta sulla testa di Cristo.

La visione continuò così per alcun tempo, poi cominciò a cambiare ed io, guardando, mi meravigliai quale ne fosse la causa. Allora io compresi che ne era motivo il disseccarsi della carne che perdeva così una parte del suo peso e si raggrinzava attorno alla corona. Così la circondava tutta, come fosse una corona di carne attorno a quella di spine. La corona di spine era tinta del sangue, e l’altra corona di sangue e la testa, erano tutte di un colore, come sangue raggrumato. La pelle che appariva sul volto e sul corpo, era tutta piccole rughe di un colore bruno, come un tronco stagionato senza corteccia, e il volto più scuro del corpo.

Io vidi quattro cause di questo inaridimento. Prima, la perdita di sangue. Seconda, il dolore che ne seguì. Terza, essere sospeso a mezz’aria come si appende un cencio ad asciugare. Quarta, la privazione di acqua e di qualsivoglia conforto materiale durante il suo interminabile strazio.

Ah, duro e tormentoso era il suo dolore, ma più duro e tormentoso fu quando vennero meno gli umori vitali e tutto cominciò a disseccarsi, attaccato come era alla croce.

Questi furono i patimenti che apparivano sul volto benedetto: il primo era causato dall’agonia, fino a che vi furono umori; l’altro invece dal lento prosciugarsi della carne, inaridita sulle ossa, sotto la sferza del vento che la essiccava, provocando a Gesù tali sofferenze, che a stento il mio cuore può immaginarle. E a tali sofferenze, altre se ne aggiungevano, ma non mi è possibile dirle, perché non mi pare che al mondo possano esservi parole sufficienti ad esprimerne l’atrocità.

Questa visione dei dolori di Cristo riempì anche me tutta di dolore. Perché io intendevo bene che lui aveva patito una volta sola, ma anche intendevo come avesse voluto mostrarmi questi patimenti e riempirmi del loro ricordo, secondo il desiderio da me manifestato per l’addietro. E in tutto questo tempo dei patimenti di Cristo, io non provai dolori se non per essi.

Poi pensai fra me: “Io non avevo proprio una idea dei patimenti che domandavo (nelle mie richieste di poter soffrire come lui, N.d.R.) e, miserabile che sono, mi pentii, pensando: “Se avessi saputo che cosa era, sarei stata riluttante a domandarli!”. Perché mi pareva che i miei patimenti superassero per la loro intensità la morte stessa.

Pensai: “Vi è al mondo un patimento simile a questo?”. E mi fu risposto nel mio intelletto: “L’inferno è un patimento maggiore, perché non vi è speranza, ma di tutti i patimenti che conducono alla salvazione questo è il più grande, veder soffrire Colui che ami. Come potrebbe esservi patimento più grande per me, che quello di vedere Lui che è tutta la mia vita, tutto il mio gaudio e tutta la mia gioia, soffrire?”. E qui io sentii che amavo Cristo tanto profondamente, che non poteva esservi patimento simile al dolore che avevo provato nel veder Lui patire.

Giuliana di Norwich 5(Vista di Norwich)

[…] Pentimento e scelta volontaria sono due opposti sentimenti che io sentivo in me come una cosa sola. Di queste due parti noi siamo fatti: l’una interna, l’altra esterna. La parte esterna è la nostra carnalità mortale, dolorante ed afflitta, come sempre continuerà ad esserlo in questa vita mortale – che molto in quel tempo mi affliggeva – ed era questa la parte di me che si era rifiutata. La parte interna è una alta, gloriosa esistenza, tutta pace ed amore, che si fa sentire più segretamente; questa è la parte di me che fortemente, saggiamente e volontariamente scelse Gesù per suo cielo.

Questo io chiaramente compresi, che la parte interna è signora e sovrana di quella esterna, non si assume la responsabilità dei singoli atti di quella, né si cura della sua volontà ribelle: ma ogni intento e volere mira incessantemente all’unità in Nostro Signore Gesù. Che la parte esterna dovesse trascinare la interna a consentire ai suoi voleri non mi venne rivelato; ma che quella interna trascina la esterna mediante la Grazia, e che entrambe saranno unite in una felicità senza fine, per la virtù di Cristo, questo mi venne rivelato”.

Fonte: francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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Abbi fiducia di me

Jesus Christ

“Abbi fiducia di Me”

Lascia fare a Me. Avrai tutte le illuminazioni e gli aiuti necessari, se renderai intensa l tua fusione di volontà con Me. Non aver mai paura. Ti ispirerò in tempo utile le soluzioni secondo il mio Cuore e ti accorderò anche i mezzi temporali per realizzarle. Devi lavorare ancora molto per Me, ma Io sarò la tua ispirazione, il tuo sostegno, la tua luce e la tua gioia. Abbi solo un desiderio: che Io mi serva di te come intendo, senza conti da renderti né spiegazioni da darti. Dammi fiducia e ripeti spesso: “Gesù, ho fiducia di te. Ho piena fiducia di Te”.
Non turbarti né per contraddizioni, opposizioni, incomprensioni, calunnie, né per oscurità, nebbie, incertezze: sono cose che arrivano e passano, ma servono a fortificare la tua fede. Ti sono vicino e non ti abbandono mai. Io sono Colui che non delude mai e dona sempre più di quanto promette.
Voglio che la tua vita sia una testimonianza di fiducia. Ricorda che ti sono sempre vicino, sempre ascolto le tue preghiere e non ti abbandono. Perché sono l’Amore e se tu sapessi fin dove puoi essere amato! Poi perché mi servo di te molto di più di quanto non pensi. Rimani vicino a Me, trova riposo nel mio Cuore. Non contare su di te, conta su di Me. Non contare sulla tua preghiera, ma prega unendoti alla mia preghiera, che è l’unica che valga.
Non contare sulla tua azione, né sulla tua influenza: conta sulla mia azione e sulla mia influenza. Non aver paura. Dammi solo fiducia. Quando sei debole, povero, nella notte spirituale, in agonia sulla croce … offri la mia offerta essenziale, universale al Padre.
Unisci la tua preghiera alla mia preghiera. Prega con la mia preghiera. Io conosco le tue intenzioni meglio di te. Confidamele tutte insieme. Non ti impedisco di avere delle intenzioni e di farmele conoscere, ma partecipa soprattutto alle mie. Unisci il tuo lavoro ai miei lavori, le tue gioie alla mia gioia, le tue pene, le tue lacrime, le tue sofferenze alle mie. Tu devi scomparire progressivamente in Me.
Adesso per te molte cose sono mistero, ma saranno luce e rendimento di grazie nella gloria. Desidera che tutti mi amino. I tuoi atti di desiderio valgono tutti gli apostolati. Sii sempre più disponibile. Abbi fiducia. Ti ho condotto per strade apparentemente sconcertanti, ma non ti ho mai abbandonato e mi sono servito di te, a modo mio, per realizzare uno stupendo disegno d’amore.
Convinciti che io sono la dolcezza e la bontà perfette, poiché vedo le cose in profondità, nella loro dimensione esatta, e posso misurare bene fino a qual punto i vostri sforzi, per quanto piccoli, sono meritori. Per questo sono anche mite e umile di Cuore, pieno di tenerezza e di misericordia. Nessuno abbia paura di Me, perché l’eccessivo timore rattrista e chiude. Nulla mi fa soffrire quanto lo scoprire un residuo di sfiducia in un cuore che vorrebbe amarmi. Dunque, non tormentare troppo la tua coscienza. Rischi di scorticarla. Chiedi umilmente al mio Spirito di illuminarti e di aiutarti ad eliminare tutte le arie malsane che ti avvelenano.
Non sai forse con certezza che ti amo? E questo non dovrebbe bastarti?
La gioia fiduciosa apre e dilata. La fiducia è l’espressione d’amore che più mi onora e mi commuove. In ogni attimo ho delle attenzioni per te. Tu te ne accorgi solo qualche volta, ma il mio affetto per te è costante e se vedessi che cosa faccio per te ne rimarresti meravigliato.
Non hai nulla da temere, anche quando sei nella sofferenza: Io sono sempre presente e la mia Grazia ti sostiene, perché tu la faccia valere a profitto dei tuoi fratelli e sorelle.
E poi, ci sono tutte le benedizioni di cui ti ricolmo durante la giornata, la protezione di cui ti circondo, le idee che faccio germogliare nel tuo spirito, i sentimenti di bontà che ti ispiro, la simpatia e la fiducia che effondo intorno a te e molte altre cosa ancora che tu neppure immagini.
Non ottieni di più perché non riponi abbastanza la tua fiducia nella mia misericordia e nella mia tenerezza per te. La fiducia che non si rinnova si indebolisce e svanisce. Sotto l’influsso del mio Spirito fai crescere sia la fiducia nella mia potenza misericordiosa, sia il desiderio di invocarla in tuo aiuto e in aiuto della Chiesa.
Chiedi con Fede, con forza, perfino con fiduciosa insistenza. Se non sei esaudito subito, secondo le tue attese, lo sarai un giorno non lontano e nel modo che tu stesso avresti desiderato, se vedessi le cose come le vedo Io.
Chiedi per te, ma anche per gli altri. Fai trascorrere nell’intensità delle tue invocazioni il mare delle miserie umane. Assumile in te e portale alla mia presenza.
Chiedi per la Chiesa, per le Missioni, per le Vocazioni. Chiedi per coloro che hanno tutto e per coloro che non hanno niente, per coloro che sono tutto e per coloro che non sono niente, per coloro che credono di fare tutto e per coloro che non fanno niente. O credono di non fare niente.
Prega per i sani che non si rendono conto del privilegio della integrità del loro corpo e del loro spirito, e per gli infermi, i deboli, i poveri anziani che sono assillati da ciò che non va.
Prega soprattutto per coloro che muoiono o stanno per morire. Invoca la mia Misericordia.
Affidati a Me fiduciosamente. Non cercare neppure di sapere dove ti conduco.
Tieniti stretto a Me e procedi senza esitare, a occhi chiusi, abbandonato a Me. La storia dimostra fino a qual punto Io sappia far scaturire il bene dal male. Non bisogna giudicare dalle apparenze. Il mio Spirito agisce nei cuori in modo invisibile. Dammi sempre più fiducia. La tua luce, sono Io; la tua forza, sono Io; la tua potenza, sono Io. Senza di Me saresti soltanto tenebra, debolezza e sterilità. Con Me non c’è nessuna difficoltà in cui tu non possa riuscire vincitore, ma non per trarne gloria o vanità. Ti attribuiresti in modo indebito ciò che non ti appartiene. Dammi solo fiducia.
Se talvolta ho bisogno della tua sofferenza per compensare molte ambiguità e resistenze umane, non dimenticare che non sarai mai provato oltre le tue forze corroborate dalla mia Grazia. E’ per amore, a te e al mondo, che ti associo alla mia Redenzione; ma Io sono più che tutto tenerezza, delicatezza, bontà. Ti darò sempre gli aiuti materiali e spirituali se rimarrai unito a Me. E tutto ciò giorno dopo giorno, in dipendenza da me, l’Unico che rende feconda la tua attività e le tue sofferenze. Se le anime avessero più fiducia in Me e mi trattassero con affetto fiducioso e profondo, come si sentirebbero più aiutate e al tempo stesso più amate. Io vivo nell’intimo di ciascuna di esse, ma sono poche quelle che si preoccupano di me, della mia presenza, dei miei desideri, dei miei aiuti. Io sono Colui che dona e vuole donare sempre di più, ma è necessario che mi si desideri e si faccia affidamento su di Me. Ti ho guidato sempre e la mia mano misteriosa ti ha sostenuto e molto spesso, a tua insaputa, ti ho impedito di vacillare. Concedimi dunque tutta la tua fiducia, con grande umiltà e lucida coscienza della tua debolezza, ma con grande Fede nella mia potenza. Ripetimi: Gesù ho piena fiducia di Te.

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Gabrielle Bossis

Gabrielle Bossis

Gabrielle Bossis 1

Dal diario di Gabrielle Bossis, “Lui ed io – Conversazioni spirituali”

(Estraiamo da quest’opera alcune rivelazioni che Gabrielle ha ricevuto da Gesù):

22 aprile 1939

“Se il Padre ha preparato tante magnificenze nella natura, per tutti in generale, l’ha fatto anche per ognuno, come se ciascuno fosse il suo unico figlio. Oh, l’amore multiplo e per uno solo!

Il profumo di un’anima non è quello di un’altra.

Tu sai ciò che sei tu per me? Sei la ragione per cui ho vissuto e sono morto su questa terra.

Tu, piccola creatura, mi hai strappato dagli splendori del Padre mio per sottomettermi alle ignominie dell’uomo.

Io non vi ho lasciati durante i miei trentatre anni di vita e durante tutta l’eternità. Allora posso chiederti di non abbandonarmi volontariamente fino all’ultimo istante, all’istante del nostro incontro? Comprenderai allora, in quel momento, il bisogno di stringermi al tuo cuore a ogni respiro per tener sempre più vivo il tuo amore.

Ecco ciò che tu sei per me. Tu, proprio tu!”

[…]

1 giugno 1939

“Vorrei che non si avesse più paura di me, che si guardasse il mio cuore pieno d’amore, che si parlasse con me come con un Fratello diletto. Per alcuni, sono uno sconosciuto. Per altri, un estraneo, un maestro severo, un esattore. Pochi vengono da me come si va in una famiglia amata. E il mio amore è lì che aspetta. Tu, di’ loro di venire, di entrare, di affidarsi all’Amore così come sono. Così come sono. Io li ristorerò, li cambierò. Avranno una gioia che non conoscono. Io solo posso darla. Ma che vengano! Di’ loro che vengano!” (con una voce piena di un grande desiderio).

[…]

Gabrielle Bossis

31 luglio 1939

“Vivi unicamente per me. Quando parli, si veda bene che in te ci sono solo io. Non temere di nominarmi nelle conversazioni. Tutti, senza saperlo, hanno bisogno di me. E il nome di Dio può svegliare il Bene nelle anime. Tu ne prenderai l’abitudine. Io ti aiuterò. Si verrà da te per sentire parlare di me. Perché dovresti temere, dato che io farò la maggior parte del tuo lavoro? Aiutarvi è la mia felicità. Chiamatemi in vostro soccorso, mie amate anime. Voi avete la libertà di volermi o di non volermi; e io resto qui, aspettando la vostra decisione con il cuore che batte. Il mio cuore desideroso della vostra scelta. Ama seminare il mio nome nelle parole che pronunci. Come una tenera riparazione per il dolore che mi procurano coloro che vogliono cancellarmi da tutto, persino dall’anima dei fanciulli. Semina il mio nome, io lo farò crescere”.

[…]

8 agosto 1940

“Non scoraggiarti. Ci sono modi di avanzare, anche tramite le cadute: grida verso di me, non temere di gridare se cadi. Ma che questo tuo grido vada dritto verso il tuo unico Amico. Credi nella mia forza. Non ho afferrato Pietro che sprofondava nelle onde? Non mi credi più pronto ad aiutarti che a perderti? Ah! mia povera figliolina, quanto poco mi si conosce! Mi si vuole ignorare. Si auspica che io non esista, io, l’Essere! Accresci lo scarso numero di anime che si donano totalmente al mio amore. Serratevi attorno a me come se difendeste un vostro povero tesoro. Dico “povero”. Vorrei essere il grande “ricco” di anime! Ma il rapitore porta via molte pecorelle. Eppure, io le chiamo ognuna per nome. Aiutami! Unisciti alle mie pecorelle fedeli con ogni tua Via Crucis, con i tuoi buoni esempi, le tue amabili parole. Prolungami sulla terra. Io ci sono ancora, grazie a voi. Lasciami vivere intensamente, grazie a te. Prestami la tua intelligenza e il tuo corpo; e tu, nel cielo, possiederai la mia Essenza. Non saremo tutto l’uno per l’altro?

[…]

21 settembre 1940

“Vedi come l’azione del sole è importante nelle cose della terra. Le anime comprenderanno che Dio è il loro Sole vitale, il grande Incantatore della durata dei loro giorni? L’unico Scopo della loro esistenza? Ricordati questa preghiera: “Signore, liberami dalla preoccupazione delle sciocchezze”. Tutto è poco, eccetto Dio. Ogni giorno dovete aumentare la sua vita in voi. Nell’altra vita, vi chiederete: “Come ho potuto restare un solo istante senza amarlo?!”. Per darvene il merito, ho voluto che mi cercaste nell’oscurità, che mi trovaste nella penombra. La chiarezza ineffabile sarà per dopo. Non ho io stesso attraversato ore tenebrose quando la mia Divinità sembrava allontanarsi dalla mia Umanità? Ah! come ho ben fraternizzato, sposando tutte le vostre debolezze, miei poveri figli! Sono stato veramente un “Uomo” tra gli uomini. E anche prima della mia Passione, sapevo cos’era la sofferenza. L’amavo, per amor vostro. Amatela per amor mio. La trasformerò in conversione per altri, in gloria per voi, poiché tutto si ritrova Lassù, sul mio Cuore. Dunque, prendete coraggio a soffrire, figliolini miei. Vi sono delle anime che non possono più fare a meno di soffrire, tanto hanno sperimentato che questo le avvicina a me. Benché io vi ami tutti senza sosta, con che amore speciale considero quelli che soffrono tra i miei figli! Il mio sguardo è più tenero, più affettuoso di quello di una madre, certamente! Non sono io che ho fatto il cuore di una madre? Volgete dunque a me i vostri occhi desolati! Esponetemi la vostra pena, cari piccoli che siete già nel mio Cuore e vi credete così lontani! Cercate di trovarmi ogni giorno in voi stessi e là, come dei piccolini, datemi i segni di tenerezza che dareste a una madre, a un padre amato. Quanto sarete felici quando ne avrete presa l’abitudine. Come diventerà dolce la vostra vita! E io vi benedirò perché avrete finalmente risposto al mio appello. L’appello di colui che stava in piedi alla porta, ascoltando se il rumore di casa era a suo favore; e se egli sta “in piedi” è perché sa che si può scacciarlo. Talvolta, non si vuole neanche che Lui aspetti, gli si dice: “Non entrerete mai da me!”, come se Lui fosse un malfattore, Lui che è morto d’amore per loro. Ma quando gli si dice: “Entrate!” e quando si aggiunge: “Restate! Vivete con noi!”, questo povero solitario prova allora quella gioia che Egli chiama “le delizie dei figli degli uomini”. Questo voi non lo sapete, ma Dio lo sa, e conoscerete più tardi la somma delle delizie che avete procurato al vostro Salvatore. E queste anime che conversano di continuo con me nel loro intimo, quanta allegrezza non mi danno? Tu non sai che cos’è, figliolina mia, nella solitudine a cui tanti mi abbandonano, sentire che in un cuore c’è il grande Amico, il preferito, l’unico atteso!

[…]

6 marzo 1947

Amo ciascuna anima con amore particolare e personale. Vedo ciascun individuo, comprendi? Il mio amore non è un amore di massa. Ho bisogno di ogni anima come se fosse tutta sola al mondo, come se l’universo fosse stato creato solo per lei, ma il mio cuore è ancora più grande. Questo pensiero t’infonda forza e calma sorridente”.

[…]

25 dicembre 1947

Il buon ladrone ha compreso l’amore e ha mandato un grido di dolore. Pochi istanti dopo si riposava sul mio cuore. L’amore chiama l’amore. Rispondimi. Ho sete di te. Che cosa ti impedisce di venire? I tuoi peccati ripetuti? Le tue infedeltà? Le distrazioni? Le dimenticanze? Le memorie peccaminose? M’incarico io di tutto. Raccolgo le miserie e le cambio in gioielli preziosi. Dammi tutto: vuoi dire che rimane ancora qualcosa in te che non appartiene già a me?”

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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“Aspettami, Maria”

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(Nella foto: Francesco Gastone Silletta - Fondatore del gruppo "La Casa di Miriam Torino")

“Aspettami, Maria”

(Testo di Francesco Gastone Silletta)

“Aspettami, Maria, come fa una spiaggia
che aspetta il mare anche quando è agitato,
senza maledire il vento per averne acceso il moto
e, nonostante il temporale,
accoglie sempre il suo sale
come un dono da premiare col calore della sabbia.

Aspettami, Maria, come fa una rosa
che è orgogliosa non soltanto dei suoi petali
ma pure delle spine,
non ritenendo meno nobili
il loro aspetto e il loro fine,
per cui se anch’io pungendoti del male ti so fare
pur rimane di un tuo figlio la puntura da curare.

Aspettami Maria, come fa una mamma
che ogni giorno, dopo la scuola, premurosa attende l’ora
d’abbracciare il suo studente
e se è pesante lo zainetto sulle spalle se lo mette
e lo conduce verso casa dove è pronto da mangiare
ed ogni ora di lezione è un mondo nuovo da esplorare.

Aspettami Maria, come fa la pace,
quando i pensieri somigliano a meduse
urticanti e velenose,
che mi vogliono ferire dove ho già cicatrizzato
la vergogna ed il peccato,
non permettere che ancora reclami una rimonta
una morte già sepolta dal perdono dell’Eterno,
ritornando a farsi forte nell’inverno della mente.

Aspettami, Maria, come fa il sole
tanto umile da scendere così in basso
per offrire il proprio posto all’orgogliosa notte,
lasciandola di sasso quando all’alba le vien detto
che il suo tempo è terminato ed è ora di partire
e di non dormire più,
perché del buio nessun’anima si nutre
ma soltanto della sua profonda luce.

Aspettami, Maria,
come fanno le parole,
capaci di aspettare molte ore una musica adeguata
perché diventino canzone
che non appena vien cantata cambia ancora il loro senso
se diverso è lo strumento destinato a darle un suono,
e siano fisse o arpeggiate, siano lente o sincopate,
quelle note per sorelle ormai per sempre le son date.

Aspettami, Maria,
come in fondo faccio anch’io
ti conosco nella fede senza alcuna apparizione,
nell’attesa d’incontrare il volto vero del tuo nome
quando tutto ciò che è mio avrà perduto consistenza
e diventerà un ricordo
da affidare alla clemenza del tuo Figlio e mio Signore
e come al Trino ed Uno Dio,
anche a te sia sempre onore”.

© Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino – Testo protetto dal diritto d’autore

 

 

 

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Preghiera di guarigione (3)

Preghiera di Guarigione (3)

Chiesa Luce

In questa preghiera di guarigione dì dentro di te: “Signore, voglio essere sincero con te, voglio dirti tutto, tutto quello che non ti ho detto mai te lo dirò stasera. Ti chiedo di guarire tutto del mio passato, di guarire le conseguenze del mio peccato e di altre situazioni negative. Io credo che tu sei il medico del corpo e dell’anima. Glorificati stasera in questa mia persona, attraverso questa mia preghiera di guarigione. Tu hai detto: “Dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Io so che tu sei qui, Signore, perché noi siamo radunati nel tuo nome. Vieni Spirito Santo, vieni Signore Gesù”.

Affinchè tu possa andare avanti in questa preghiera, allontana tutto ciò che sta tra te e Gesù. Qualsiasi cosa, i tuoi piani, dove devi andare stasera, quello che dovrai fare domani o qualsiasi altra cosa: lascia da parte tutto. Adesso è importante che tu incontri Gesù. È importante rinnovare questa amicizia, l’alleanza con Dio. Di’: “Gesù, voglio presentarti tutti i miei peccati, quando non ho pregato, le scuse tipo “non ho tempo, non ho voglia, ho lavorato tanto”. Quando non vai a Messa, o sparli di altri, o inventi pettegolezzi, o quando magari ci sono dietro adulteri, aborti, bestemmie, superbia nella tua vita. Magari sempre ti paragoni con gli altri, chi è più bello, chi è più ricco, più forte. Poi questo ti porta in depressione, paura. Staccati dalle cose materiali. Di’: Gesù “Metto te al primo posto”. Pensa a quando sei stato ingiusto verso i tuoi figli, genitori, fratelli o sorelle, amici con cui non parli. Pensa se hai letto oroscopi, astrologia, reiki, New Age o cose di questo genere. Tutti i tuoi peccati mettili sopra l’altare. Dì: “Gesù, rinuncio al peccato, al Diavolo, al male. Dì: “Io metto solo te al centro, tu che sei Risorto, le tue ferite mi guariscono, la tua luce mi illumina, tu che sei Redentore e Salvatore. Grazie Gesù Misericordioso”.

Magari la tua anima è ferita dall’odio, magari non parli con qualcuno, magari un vicino di casa o qualcuno che ti ha fatto male da piccolo. Non tornare su queste cose, ma torna a Gesù. Di’: “Gesù, è arrivato il momento di perdonare, è arrivato il momento di rinunciare a questo odio. Sciogli tutto Gesù. Non guardare le ferite ma negli occhi di Gesù metti questa persona, vicina o lontana, pronuncia il suo nome, dicendo “Io ti perdono tutto”. Magari questa persona è morta, digli: “Io ti perdono tutto”. Stasera io voglio essere un uomo o una donna che perdona tutto e ama. Voglio mettermi dalla parte dei figli di Dio. Questo ripeti fino a che dentro di te non si scioglie l’odio. Come senti che una potenza dentro di te si scioglie tu sei libero. Puoi abbracciare il cielo, tutto il mondo è tuo. Ringrazia Gesù per tutti quelli che in questo momento perdonano e amano.

Dopo che ti sei liberato da tutti i peccati adesso Gesù passa attraverso la tua vita, il suo amore ti tocca. Se è rimasta qualche conseguenza, pensa che Dio ha voluto che tu fossi, tu sei il frutto dell’amore di Dio. Guarda come lo Spirito ti fa scendere piano piano sulla terra. Dio ha voluto questo, ti ha dato i tuoi genitori. Tu sei il frutto dell’amore di Dio, mentre eri nel grembo di tua madre lui era presente, ti proteggeva, ti nutriva. Alle scuole superiori, durante l’adolescenza, l’università, il matrimonio o la tua vocazione. Con te era il tuo Dio che ti ama. Lui adesso qui ti tiene sul palmo della mano dicendo di non aver paura. Lui è alla tua destra e alla tua sinistra. Cammina dietro di te, protegge le tue spalle, ma anche davanti a te aprendo tutte le tue strade.

Adesso presenta a Gesù i tuoi piani, i tuoi scopi, la tua famiglia, la tua vocazione il tuo futuro. Metti tutto nelle sue mani perché lo benedica. Sempre lui ti ripete nella Bibbia di non avere paura. Lui ti ha scelto per sé. Sei prezioso ai suoi occhi, lui ti ama. A te tutto è perdonato. Se Dio è per noi, chi potrà essere contro di noi? Permetti che il suo amore ti riempia. Lui ti tocchi. Lui entri nei tuoi pensieri, nelle tue opere, nei tuoi giorni, il tuo Dio che ti ama. E come l’acqua bagna, anche l’amore di Dio bagna tutta la tua vita. Permetti a Dio di essere amato. Di’: “Gesù grazie. Gesù io ti amo”.

Dopo che hai pregato per la tua anima, prega per la guarigione del tuo corpo. Presenta a Gesù tutto ciò che duole. Presenta le tue malattie, mal di testa, occhi, orecchie, epidemie, malattie infettive, allergie, malattie sanguigne, fertilità o qualsiasi altra malattia, magari una malattia pesante, mortale, ma non guardare la malattia ma Lui, medico del corpo e dell’anima. Digli che sai che tu sei creato dalla polvere e là torni. Di’: “Toccami Gesù con la tua mano, secondo la volontà tua. Glorificati nel tuo servo. Vieni Spirito Santo”. Prega per coloro che si sono raccomandati alle tue preghiere, marito, moglie fratello sorella, figlio, amico, padre, madre. Prega per loro. Di’: “Gesù, non sono degno che tu venga nella mia casa, ma di’ soltanto una parola e saranno guariti mio padre, mia madre, amico, figlio, figlia, sorella, fratello parente, conoscente. Tu sei l’Alfa e l’Omega, tu sei Re dei re, sapienza e potenza, giustizia, verità, amore. Grazie Signore Gesù”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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San Pietro o Riccione?

San Pietro o Riccione?

Waiting for canonization of John Paul II and John XXIII

(Foto dal sito www.ansa.it, 26 aprile 2014)

L’andamento della fede cristiana, come pure l’attaccamento antropologico e spirituale ai due pontefici neocanonizzati, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, non vanno affatto considerati in base alle folle oceaniche che domani 27 aprile, come del resto in ogni circostanza importante che ha come cuore nevralgico piazza San Pietro, riempiranno ogni possibile angolo geografico della sede Vaticana. D’inverso, proprio un così esorbitante afflusso di fedeli e addirittura di personalità politiche sembra manifestare, a giudicare da un certo loro proprio comportamento, una espressa incomprensione non soltanto del fondamento cristiano dell’evento, ma più in generale della stessa economia pontificale dei due papi ivi canonizzati. Prendiamo quale esempio colui che è rimasto più immediatamente vicino alla nostra memoria per ragioni temporali, cioè Giovanni Paolo II. Sono veramente i figli della “Familiaris Consortio”, ad esempio, coloro che dal giorno stesso della sua morte sloganeggiano il motto, ora finalmente compiuto, del “Santo Subito”? Sono i figli di quel meraviglioso capolavoro di teologia morale, intitolato “Amore e Responsabilità” ed avente per autore l’allora ancora sconosciuto Karol Wojtyla costoro che confondono la Basilica di San Pietro per la spiaggia di Riccione? Hanno letto documenti come la “Evangelium Vitae” oppure sono tutti “marianamente” connessi alla stessa spiritualità dell’autore della profondissima “Redemptoris Mater” costoro che campeggiano seminudi di fronte al luogo santo per eccellenza, il centro mondiale della cristianità?

Certo, non si deve amalgamare ogni erba in un unico fascio. Lacrime reali, sentimenti di profonda partecipazione ed anche una innegabile santità alberga fra le fila di determinati e spesso invisibili uomini di fede che popolano il tanto atteso evento della canonizzazione dei due pontefici. Ma quale stupore e quanta, in un certo senso, vergogna, vedere un così precario attaccamento al costume ed alla morale, al silenzio ed alla meditazione discreta, al nascondimento ed al decoro, da parte di larga parte di quella folla umana forse orfana di un vero discernimento spirituale rispetto al fatto in sè di una canonizzazione, tanto più se quella di due pontefici così moralmente esemplari.

Stupisce a riguardo l’ammirazione sconcertante che alcuni sacerdoti e suore presenti all’evento manifestano rispetto a gruppi di anime da loro condotte in san Pietro, così straordinariamente estroverse dal punto di vista del buon costume, le quali a parte i vari cartelli con i volti dei due pontefici esprimono un certo imbarazzo rispetto a valori quali l’autodominio e la padronanza di sé, rispetto ai quali proprio Giovanni Paolo II ha scritto fiumi di pagine in opere straordinarie del suo curriculum scritturistico, come ad esempio il volume “Persona e Atto”.

Waiting for canonization of John Paul II and John XXIII

(Foto dal sito www.ansa.it, 26 aprile 2014)

Il cristianesimo sembra risentire del suo ordine morale. Cristo non si sbraita, si vive. E lo si vive senza scandalizzare altre anime più riservate e discrete nella loro concentrazione fissa e imperitura rispetto a ciò che ogni preghiera, ogni riflessione ed ogni opera umana sostiene, cioè la croce di Cristo. Davanti alla Croce, ci fossero pure 40 gradi, occorre rimanere composti e decorosi. Presentarsi ad una canonizzazione così solenne, in un luogo così religiosamente importante, vestiti come sul lungomare, è un offesa al buon senso religioso, tanto più laddove questo fenomeno viene “benedetto” da sacerdoti-guide o da suore responsabili di comitive di giovani e meno giovani.

Qualcosa deve urgentemente cambiare in seno a quel che resta della morale cristiana, quantomeno in ordine all’ipocrisia di chi sostiene un pontefice come Giovanni Paolo II con urla e gemiti e poi ne contraddice pubblicamente i valori, gli insegnamenti ed un’intera irripetibile economia teologica, in particolar modo teologico-morale.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

 

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Suor Josefa Menendez

Suor Josefa Menendez

Suor Josefa Menendez

Dalle rivelazioni di Gesù:

“Se il mondo e l’umana società sono pieni di odio e di continue lotte, popoli contro popoli, nazioni contro nazioni, individui contro individui, è perché il fondamento della fede è quasi del tutto scom­parso. Rinasca la fede e tornerà la pace e regnerà la carità.

La fede non nuoce alla civiltà, né si oppone al progresso. Al contrario, più è radicata negli indi­vidui e nei popoli, più crescono in loro la saggezza e la scienza, poiché Dio è Sapienza e Scienza infi­nita. Ma dove non c’è più la fede, la pace scompare, e con essa la civiltà, la cultura, il vero progresso, poiché Dio non è nella guerra. Allora non ci sono che divisioni di idee, lotte di classe e nell’uomo stesso, ribellione delle passioni contro il dovere. Al­lora sparisce tutto quello che fa la nobiltà dell’uo­mo: non rimane che la rivolta, l’insubordinazione, la guerra.

Lasciatevi dunque convincere dalla fede e sarete grandi. Lasciatevi dominare dalla fede e sarete li­beri. Vivete secondo la fede e non morirete eterna­mente. Sappiano tutti gli uomini che il mio Cuore li attende e si strugge perché vuole attirarli tutti a sé, e perdonarli.

Inseguo il peccatore come la giustizia il delin­quente. Ma la giustizia lo cerca per punirlo, ed Io per perdonarlo! Voglio perdonare. Voglio regnare. Voglio per­donare alle anime e alle nazioni. Voglio regnare sulle anime sulle nazioni, sul mondo intero.

Voglio che il mondo sia salvo, che la pace e l’unione regnino tra gli uomini. Io voglio regnare e regnerò mediante la riparazione delle anime scelte e una conoscenza nuova della mia Bontà, della mia Misericordia, del mio Amore.

Voglio che le anime possano sempre trovare nelle mie Parole il rimedio alle loro infermità. Voglio che le anime ritornino a Me. Voglio che s’accendano di un amore ardente, mentre Io mi consumo per loro di amore doloroso. Che tutte sap­piano a che punto il mio Amore le cerca, le desi­dera, le aspetta per colmarle di felicità.

Sono la Sapienza e la Felicità! Sono la Miseri­cordia e l’Amore! Sono la Pace e regnerò. Voglio spandere la mia Pace fino ai confini del mondo, per regnare farò Misericordia, per cancel­lare l’ingratitudine del mondo effonderò un torrente di Misericordia.

Jesus Christ

[…] “Voglio palesare alle mie anime la tristezza che inondò il mio Cuore durante la Cena; poiché se fu grande la mia gioia nel farmi compagno degli uo­mini fino alla fine dei secoli e divino alimento delle anime loro, e se vedevo il gran numero di essi che mi avrebbe reso omaggio d’adorazione, di ripara­zione e d’amore, non fu però minore la tristezza causatami dalla vista di quanti m’avrebbero lasciato nella solitudine del Tabernacolo, e di quelli che non avrebbero creduto alla mia presenza reale. In quanti cuori macchiati di peccato avrei do­vuto entrare, e quante volte la mia Carne e il mio Sangue così profanati sarebbero diventati motivo di condanna per quelle anime!

Ah, come vidi in quel momento tutti gli oltraggi, i sacrilegi e le abominazioni orribili che si sarebbero commesse contro di Me! Quante ore avrei do­vuto passare nella solitudine del Tabernacolo! Quan­te notti! E quante anime avrebbero rifiutato gli amo­rosi inviti che dal Tabernacolo avrei fatto loro udire!

Per amore delle anime, rimango prigioniero nel­l’Eucaristia, affinché in tutte le loro pene e nei loro dolori possano venire a consolarsi col più tenero dei Cuori, col migliore dei Padri, col più fedele de­gli amici. Ma quest’amore che si consuma per il bene delle anime non è corrisposto! Abito fra i peccatori per diventare la loro salvezza e la loro vita, medico e medicina di tutte le malattie causate dalla natura corrotta e in cambio essi si allonta­nano da Me, mi oltraggiano, mi disprezzano!

Poveri peccatori! Non allontanatevi! Vi aspetto nel Tabernacolo! Non vi rimprovererò i vostri de­litti, non vi rinfaccerò il vostro passato, ma lo laverò nel Sangue delle mie Piaghe. Non temete dunque. Venite a Me. Non sapete quanto vi amo?

[…] Nel momento d’istituire l’Eucaristia vidi presenti tutte le anime privilegiate che dovevano cibarsi del mio Corpo e del mio Sangue, e i differenti effetti prodotti in esse. Per alcune il mio Corpo sarebbe rimedio alla loro debolezza, per altre fuoco divora­tore che consumerebbe la loro miseria e le accenderebbe d’amore.

Ah, perché tante anime diventano per il mio Cuore causa di tristezza, dopo che le ho ricol­mate di carezze e d’ogni bene? Non sono Io sempre lo stesso? Sono forse cambiato con voi? Io non cambierò mai; e fino alla fine dei secoli vi amerò con tenerezza e predilezione.

So che siete piene di miserie, ma per questo non ritrarrò da voi il mio più tenero sguardo; ansiosa­mente vi aspetto, non solo per alleviare le vostre pene, ma per ricolmarvi di nuovi benefici. Se vi chiedo amore, non me lo negate; è molto facile amare Colui che è lo stesso Amore.

Se chiedo qualche cosa che costa alla vostra na­tura, vi do anche la grazia e la forza necessaria. Vi ho scelto perché siate il mio conforto. Lascia­temi entrare nell’anima vostra, e se non vi è nulla che sia degno di Me, ditemi con umiltà e fiducia: “Signore, vedete quali frutti e quali fiori produce il mio giardino. Venite ad insegnarmi ciò che debbo fare affinché oggi possa cominciare a sbocciare in me il fiore che Voi desiderate”.

Credi tu che fra le anime scelte non ve ne siano alcune che mi danno pena? Persevereranno tutte? Questo è il grido di dolore che esce dal mio Cuore; questo il gemito che voglio far udire alle anime.

[…] Scrivi quello che soffrì il mio Cuore in quel­l’ora quando cioè non potendo contenere il fuoco d’amore che mi consumava, inventai la meraviglia dell’Amore nella Eucaristia.

Avendo presenti tutte le anime che si sarebbero cibate di questo Pane divino, vidi pure e sentii tutta la freddezza di tante fra quelle predilette, di tante anime consacrate che avrebbero ferito il mio Cuore. Vidi quelle, che lasciandosi vincere dall’abitudine, dalla stanchezza, dal disgusto, sarebbero cadute a poco a poco nella tiepidezza.

Io sto nel Tabernacolo, e aspetto. Desidero che quell’anima venga a ricevermi, che mi parli con la confidenza di una sposa, che mi chieda consiglio, e solleciti le mie grazie.

“Vieni, le dico, dimmi tutto; dimmi tutto con intera confidenza, chiedi dei peccatori, offriti per riparare, promettimi che oggi non mi lascerai solo, guarda se il mio Cuore desidera da te qual­che cosa che mi possa dar conforto”.

Questo m’aspettavo da quell’anima, e da tante altre. Ma quando si avvicinano e mi ricevono sotto le specie Eucaristiche, appena appena mi dicono una parola. Hanno sempre fretta: sono preoccu­pate, stanche, contrariate. Sono inquiete per la propria salute, angustiate per i loro affari, in ansietà per la famiglia, non sanno che dire,  sono fredde, desiderano uscir di chiesa, sembra che non occorra loro nulla.

Ahimè, così mi consoli, anima da me eletta, e che tutta la notte ho atteso con tanta impazienza? Celebrando il Santo Sacrificio, ricevendomi ogni mattina nel suo cuore, il Sacerdote mi parla forse delle anime di cui è responsabile? Ripara le offese che ricevo da quel peccatore? Mi chiede la forza per disimpegnare bene il suo ministero, lo zelo per lavorare per la salvezza del suo gregge? Mi darà egli tutto il suo amore? Potrò riposarmi in lui come nel mio discepolo tanto amato?”.

[…] L’Eucaristia è invenzione d’amore, è vita e forza delle anime, è rimedio a tutte le malattie dello spi­rito, è viatico per chi passa dal tempo all’eternità. I peccatori ritrovano in essa la vita dell’anima; le anime tiepide, il calore che rinforza; le anime pure, soave, dolcissimo alimento; le fervorose, ri­poso e soddisfazione a tutti i loro ardenti desideri; le perfette, ali per librarsi e tendere a maggiore per­fezione. Infine le anime religiose trovano nell’Eucaristia il loro nido, il loro amore, ed inoltre il simbolo dei benedetti e sacri vincoli, che le uniscono intima­mente e inseparabilmente allo Sposo Divino”.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

 

 

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