“La fede in lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione, alla presenza di tutti voi” (Atti degli Apostoli, 3,16b) ***
Quante riflessioni possono emergere da una attenta meditazione di un solo versetto, il presente, del libro degli Atti degli Apostoli. In un certo senso, da un solo versetto si aprono tante di quelle considerazioni sulla potenza di Gesù e sull’importanza della fede in lui, che non è possibile contemplarle tutte. Vediamone allora soltanto alcune, sia letterarie, sia teologiche, sia spirituali. Dal punto di vista letterario, questo versetto enfatizza il ruolo di Pietro e di Giovanni, in questa primissima parte del libro degli Atti, come figure principali nella testimonianza pubblica della risurrezione di Gesù Cristo, con connessi segni e miracoli capaci di dare credito sensibile alla loro testimonianza. Le parole in oggetto, che l’autore degli Atti attribuisce a Pietro, andrebbero forse anticipate al momento nel quale, lo stesso Pietro (Giovanni è la figura che lo accompagna e opera con lui, ma la parola è quasi sempre lasciata a Pietro), si rivolge alla folla stupefatta per il miracolo della guarigione dell’uomo storpio dalla nascita, presso la porta del Tempio detta “Bella”: “Perché continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest’uomo?” (cf. At 3,12). Qui, immediatamente dopo, si potrebbero porre le parole di Pietro che stiamo esaminando: “La fede in lui (Gesù) ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione, alla presenza di tutti voi”. Invece, Pietro – o il redattore per lui – intermedia il discorso parlando della glorificazione di Gesù, operata dal “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri”. E prosegue brevemente con una reminiscenza, a suo modo pungente, della consegna a morte di Gesù compiuta dai suoi stessi uditori. Una solidarietà nel male, cioè nella crocifissione di Gesù, viene supposta da quel pronome “Voi”, che Pietro usa per “colpevolizzare” i suoi uditori di aver chiesto la grazia di un assassino e la condanna del “Santo e Giusto” (cf. 3,14), l’autore della vita. Ad ogni modo, finalmente, Pietro si libera da ogni possibile merito del miracolo compiuto e ne attribuisce il compimento totalmente a Gesù, il cui nome ha dato vigore a quell’uomo (cf. 3,16). Lo stupore di Pietro, nel vedersi con Giovanni “fissato” dalla gente quasi che egli stesso avesse compiuto la guarigione di quell’uomo per forza propria, si associa allo stupore che quella gente, testimone dei fatti – e insieme anche il lettore implicito del libro degli Atti – sperimenta nel sentire il linguaggio e l’esposizione teologica dello stesso Pietro, nonché la sua accurata disposizione delle citazioni veterotestamentarie. Sino a questo momento, infatti, l’economia testuale del Nuovo Testamento non ha mai sperimentato tanta eloquenza nel linguaggio di Pietro: l’evento pentecostale ha non solo rigenerato il suo spirito – assieme a quello degli Apostoli – ma anche rimodellato il suo stile linguistico e la sua conoscenza biblica in genere. Più avanti, nel testo degli Atti, dopo il racconto del primo arresto di Pietro e Giovanni (cf. At 4,3), questo “stupore” viene evidenziato anche negli stessi sinedristi, già responsabili delle sorti di Gesù, i quali, nel sentire parlare Pietro (e Giovanni), “considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti”(cf. At 4,13). Siamo quindi dinanzi ad una “evoluzione del personaggio” totalmente occorsa, se ci appelliamo alla figura di Pietro e, con lui, a quella di Giovanni e di tutti gli altri Apostoli (e anche alcuni discepoli, come lo stesso Stefano, o Filippo – non l’Apostolo – o Mannaen, ecc.).
Dal punto di vista teologico, le parole di Pietro non sono meno sorprendenti, per almeno due ragioni. La prima: Pietro parla della fede in Gesù come ragione causale della guarigione di quello storpio. Questa “fede riposta in lui”, che Pietro rivendica come decisiva dal punto di vista taumaturgico, deve essere applicata allo stesso Pietro e al condiscepolo Giovanni, poiché loro stessi sono stati gli operatori di quel miracolo. Questa stessa fede, così evidenziata “in questo momento” della storia apostolica, suppone una sua carenza a livello precedente, cioè al tempo stesso della vita di Gesù, per come ora viene enfatizzata. Se a livello intrinseco, tuttavia, questa stessa fede viene da Pietro evocata in termini esortativi rispetto alla folla contingente, allora in questa folla essa è del tutto assente, destinata ad una sua incipienza solo alla luce dell’evento di quel miracolo: ciò testimonia a livello sensibile quanto contino i miracoli nell’acquisizione della fede, sebbene questa non dipenda da quelli. Tuttavia, anche qui una sorta di “stupore” può sorprendere il lettore, poiché quella stessa folla aveva già assistito, non molto tempo prima, a molti dei miracoli operati da Gesù nei pressi del Tempio o, in generale, in Gerusalemme: così ad esempio la guarigione del cieco-nato, così quella del paralitico alla piscina di Betzaetà, e tanti altri casi possibili. Ciò nonostante, la fede in Gesù evidentemente è rimasta latitante, oppure è subito sfiorita, se tanto stupore circonda nella folla l’evento della guarigione operata da Pietro su quello storpio. Una “teologia della fede” è qui portata in evidenza dalle parole stesse di Pietro: “Io so che voi avete agito per ignoranza” (At 3,17), in riferimento alla condanna di Gesù. Questa ignoranza è una “ignoranza della fede”, poiché essa non ha suscitato negli spiriti la conoscenza di Gesù e l’adesione al suo insegnamento, che i suoi miracoli a livello sensibile testimoniavano come necessarie per la salvezza.
A livello spirituale, poi, le stesse parole di Pietro che stiamo esaminando trovano un’applicabilità lungo la storia: “La fede in lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione”. Gesù guarisce a seconda della fede in lui. E rovesciando i termini, la fede in Gesù ottiene da lui la guarigione, anche quando, come nel caso di quello storpio, il male in oggetto avvolge una persona sin dalla nascita. Pietro e Giovanni sono testimoni non solo dell’insegnamento di Gesù, ma in tal senso anche della sua potenza di miracolo, del suo impero su qualunque morbo o germe maligno. Il fattore differenziale, tuttavia, è quello decisivo, ossia: la fede in Gesù. Se ci esaminiamo interiormente, possiamo constatare come difficilmente in noi dimori una fede così imponente, nel nome di Gesù, da rigenerarci in tutte le “storpietà” della nostra esistenza; a livello esteriore, invece, è visibilmente sensibile questa stessa carenza, poiché sebbene “cristiani” come lo sono stati per primi gli Apostoli e i discepoli di quel tempo, a noi molto di rado occorre che, in forza della nostra fede in Gesù, qualcuno sia guarito da un male ignominioso come quello che legava quell’uomo storpio dalla nascita. Amen.
*** FG. Silletta
Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam
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