“Signore, giudica chi mi accusa, combatti chi mi combatte” (Sal 34,1) – Lo Spirito di Verità e l’Accusatore (ciclo di meditazioni verso la Pentecoste)***
Il Salmo 34 inizia con queste parole: “Signore, giudica chi mi accusa, combatti chi mi combatte”. Nella traduzione greca dei 70, suona così “Δίκασον, Κύριε, τοὺς ἀδικοῦντάς με, πολέμησον τοὺς πολεμοῦντάς με”. L’accento linguistico viene posto, immediatamente, su una disputa che vede coinvolti il soggetto orante e un non specificato accusatore (τοὺς ἀδικοῦντάς), la cui attività è opprimente e viene espressa, nel Salmo, a livello di un vero combattimento, sia fisico che spirituale. Il supplicante, infatti – che con oggettiva credibilità storica, nel Salmo, è lo stesso Davide – fa intendere come di suo egli non possa alcunché dinanzi a questa opposizione, la quale sebbene posta su un livello esplicitamente materiale (ad es. si dice più avanti: “Senza motivo mi hanno teso una rete, senza motivo mi hanno scavato una fossa” – v. 7; oppure ancora: “Si radunano contro di me per colpirmi all’improvviso” – v. 15), non esclude come movente una avversione inizialmente spirituale, da cui ogni opposizione materiale poi trae le sue mosse , come appunto attesta l’inizio del Salmo: “Signore, giudica chi mi accusa”. Quest’accusa non è soltanto di natura “processuale” – dunque ancora di ordine materiale – come il resto del Salmo fa intendere (v. 11: “Sorgevano testimoni violenti…” – v.11; “Contro di me digrignano i denti…” – v. 16b; ecc.). Il movente di tutta questa opposizione al Salmista, infatti, è di natura spirituale, essendo l’odio che muove all’accusa del giusto perseguitato e da quell’accusa sorgono tutte le corrispettive malizie materiali poste in essere contro di lui: “Spalancano contro di me la loro bocca” (v. 21); “Mi dilaniano senza posa” (v. 15b), ecc. Il Salmista si rifugia perciò in Dio, avendo già tentato una pacifica e inutile risoluzione contro i suoi nemici (“Io, quand’erano malati, vestivo di sacco”, v. 13, ecc.). Dio è colui che garantisce, per la sua giustizia, il decadimento dell’accusa. L’odio che pone in essere quest’ultima, cede il posto all’amore della Verità che è nelle mani del Giudice divino. Questa Verità, è la salvezza stessa a cui il Salmista anela e in cui spera: “Dimmi, sono io la tua salvezza!” (v. 3b). Non vi è possibile superamento, da parte dell’Accusatore, del potere di chi veglia sopra il giusto mediante la sua Verità. La Verità, cioè, non viene mai scalzata dal suo trono, né è possibile per chi istituisce compromessi o inganni con astuzia e falsità, avere la meglio sul Giudice divino: “Chi è come te, Signore, che liberi il debole dal più forte” (v. 10). Questo Salmo, di indole messianica, è applicabile oggi alla nostra esperienza quotidiana alla luce del Vangelo di Gesù Cristo. Il nostro Salvatore, infatti – che come l’anima evocata dal Salmista ha sperimentato in terra la resa del male per il bene (v. 12), nonché la messa alla prova, lo scherno su scherno (cf. v. 16) – è Colui che ci ottiene dal Padre, per i suoi meriti infiniti, il dono dello Spirito di Verità. Questo dono, che corrisponde per noi ad una discesa dall’alto della grazia di Dio, anzitutto “isola”, poi “condanna” e quindi “espelle”, in nome della Verità stessa di Dio, tutto ciò che è venuto ad abitare in noi e che, opponendosi alla nostra pace, è menzogna, accusa, falsità, opposizione alla luce di Dio e alla sua santità. Lo “isola”, anzitutto, poiché l’Accusatore pone le sue depravate e squalificanti “teorie” nel contesto dei nostri pensieri buoni e santi, e dunque va rispetto ad essi messo a margine, identificato e, appunto, “isolato”. Quindi, in secondo luogo, ponendolo allo scoperto in modo che non possa più confondersi con ciò che non è suo, lo Spirito lo “condanna”, poiché ogni falsità contraria a Dio riceve questa sorte. E affinché non rimanga traccia in noi di questa coabitazione coartata con il male e la menzogna dell’Accusatore, dopo averlo “isolato” e formalmente “condannato”, lo “espelle” da noi, affinché siamo veramente liberi di amare Dio e purificati, nella Verità, dall’assedio della menzogna in noi. Per questo anche noi dobbiamo fare nostre le parole del Salmista: “Giudicami secondo la tua giustizia, o Dio” (v. 24). Se è la Giustizia stessa a porsi a garante del giusto, non vi è accusa né Accusatore possibile, nel soggetto stesso, che possano in lui falsificare o contraddire l’esito di Verità del processo istituito. Amen
FG. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam
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