“La Vergine dodicenne, che ci insegna un’infinità di elementi sapienziali” (Commento a un testo di Maria Valtorta)***:

“La Vergine dodicenne, che ci insegna un’infinità di elementi sapienziali” (Commento a un testo di Maria Valtorta)***:
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“Se mi guardo in cuore, ecco, io vedo Dio splendere nella sua gloria d’amore e dirmi: “T’amo”, e io gli dico “T’amo”, e mi liquefo e mi ricreo ad ogni palpito del cuore in questo bacio reciproco”… (M. Valtorta, L’Evangelo, CEV, Vol. 1, Cap. 10, 2 settembre 1944, n. 3)
Non sono le parole di una poetessa in estasi, né quelle di una scrittrice romantica, ma le parole di Maria Santissima ad Anna di Fanuel, sua maestra negli anni giovanili, come riportate da Maria Valtorta nell’opera “L’Evangelo come mi è stato rivelato”. Sull’infanzia di Maria, i Vangeli non fanno parola. Su quella di Gesù, soltanto Matteo e Luca dicono giusto l’essenziale. In entrambi i casi, invece, Maria Valtorta non si risparmia nella narrazione di avvenimenti, dialoghi tra i personaggi ed elementi teologici in essi rinvenibili. Uno di essi è certamente la prematura sapienza di Maria rispetto alle verità celesti, che sebbene destinata ad un “divenire” progressivo, già dalla più tenera età manifesta un encomiabile possesso, tanto che la deputata alla sua formazione, Anna di Fanuel (ma prima ancora di lei un’altra Anna, sua madre), rimane spesso senza parole dinanzi ai pindarici voli teologici che la piccola Maria istituisce con Dio nella sua conoscenza di lui. Un primo elemento di stupore, se associato ad una ragazzina come era Maria dodicenne a quel tempo, è quello del testimoniare di sentire Dio nel cuore e di scusarsi, umilmente, di questo, laddove possa apparire come un atto di superbia. A quel tempo, una affermazione del genere, poteva avere dei risvolti blasfemi, anche se detta da una semplice ragazzina. Dio infatti riposava con la sua gloria sul Propiziatorio, nel Santo dei Santi, dove nessuno, se non il Sommo Sacerdote quando gli era prescritto dalla legge, poteva entrare. In quel luogo, e solo in quello, si sentiva la presenza di Dio in modo intimissimo, come la descrive per se stessa Maria dodicenne. Chi voleva partecipare a suo modo di questa intimità con Dio, poteva andare al Tempio, o almeno volgere lo sguardo nella sua direzione, e pur non potendo entrare dove Dio dimorava, con quello sguardo o con quella visita poteva ricevere una partecipazione affettiva all’intimità con Dio. Maria, invece, muta radicalmente questo ordine di cose: lei avverte Dio con la medesima potenza con la quale egli dimora nel Santo dei Santi, ma dentro se stessa, senza bisogno nemmeno di volgere alcuno sguardo al Tempio stesso. “Un cerchio di fiamma mi isola da voi” – dice Maria alle compagne vergini – “Entro il cerchio, io e Dio” (cf. Ivi, n. 3). Altra verità, sconcertante sulle labbra di una ragazzina, è quella della sua disposizione verginale, pur sapendo il destino di sposa a cui ogni ragazza d’Israele è destinata secondo la legge. Questa volontà, dice Maria, è di Dio stesso: “Obbedisco alla voce che mi dice ‘Io ti voglio’, e vergine sono e sarò” (cf. Ivi, n. 4). Maria ha una decisione stabile, non tanto asserita come personale, ma come veniente da Dio stesso, in relazione alla sua verginità perpetua. E un’altra verità ancora, proferita dalla giovane Maria, è quella del Limbo dei Patriarchi e dei giusti che attendono l’ingresso nel regno di Dio, nel quale anche i suoi stessi genitori, Anna e Gioacchino, al momento riposano: “Quando io li penso, li penso nella quiete dei Patriarchi, e affretto con la mia preghiera la venuta del Messia per aprire loro le porte del Cielo” (cf. Ivi, n. 4.). Questa del Messia che aprirà i Cieli con la sua venuta, è un’altra verità esposta dalla giovane Maria alla stupita Anna di Fanuel. E tuttavia non si esaurisce qui l’esperienza sapienziale della Vergine. Ella già attende l’aiuto divino nel dire a quello che sarà il suo sposo – perché anch’ella sarà destinata ad uno sposo – la sua volontà di rimanere vergine, e sa già che egli accoglierà la sua volontà, essendo questa voluta da Dio. Contro i dubbi di Anna di Fanuel, Maria è sorprendentemente ispirata: “Iddio aprirà alla luce il cuore dello sposo… La vita perderà i suoi aculei di senso divenendo un puro fiore che ha profumo di carità” (cf. Ivi, n. 4). E ancora più sorprendenti sono due cose asserite dalla Vergine, così piccina: la sua lettura “mistica” di Daniele e la sua capacità con la preghiera di ridurre il tempo delle settanta settimane da lui profetizzato per la venuta del Messia sulla terra. Qui le verità teologiche si moltiplicano. Maria conosce la quantità di sangue che il Messia dovrà spargere per redimere il suo popolo (cf. Ivi, n. 6) e conosce molto bene la profezia di Isaia e dell’uomo dei dolori (ivi). Ciò nonostante, in nessun modo Maria pensa di essere lei stessa la madre verginale del Messia. Persino dinanzi all’osservazione di Anna di Fanuel, che le fa notare come lei sarebbe adeguata a ciò, Maria si tira indietro, umilissima qual è, e dice che pregherà intensamente per la madre di lui, offrendosi totalmente a lei. Molto significativa è anche la critica metodologica che ad Anna di Fanuel Maria volge verso i Rabbi del suo tempo, che hanno moltiplicato le sottigliezze della legge, ma dimenticano di insegnare la Purezza, ciò che il Messia attende di trovare alla sua venuta (cf. Ivi, n. 6). Dopo tutte queste perle di sapienza, quella che dovrebbe essere la sua maestra, Anna di Fanuel, domanda a Maria: “Hai altro da insegnarmi?” (cf. Ivi, n. 7). A lei non lo sappiamo. A noi, Maria ha da insegnare oggi un’infinità di cose…

*** Ciprel Torino – Centro Internazionale di Preghiera Laicale – Ispirato agli scritti di Maria Valtorta
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