“Ecco, mi passa vicino e non lo vedo, se ne va e di lui non mi accorgo” (Giobbe 9,11): il lamento di Giobbe che interseca le nostre vite ***
Come spesso accade, se meditati secondo lo spirito, alcuni passi dell’Antico Testamento svelano un’attualità immensa. Nel caso di Giobbe, se tutta la sua vicenda può suscitare un riverbero nelle nostre coscienze odierne, alcuni passi lo sono in modo più accentuato, tanto che l’autore di quei testi potrebbe essere equiparato a un autore contemporaneo. Nel capitolo 9, il libro di Giobbe “alza le mani”, nel senso di resa, dinanzi alla potenza di Dio: “Come può un uomo avere ragione dinanzi a Dio?” (Gb 9,2). Quel tormento esistenziale così cruento, che in precedenza non ha risparmiato a Giobbe – mal consigliato dai suoi amici – delle pretestuose illazioni “contro” Dio, colpevole ai suoi occhi di un’immeritata sorte a lui inflitta, ora volge verso un progressivo cambiamento espressivo, che raggiungerà il suo vertice più avanti, quando Dio stesso interverrà a placare l’angoscioso sfogo di Giobbe. Giobbe stesso si rende conto di come nessuno possa sfidare Dio in alcun modo, poiché “chi si è opposto a lui, ed è rimasto salvo?” (Gb Gb 9,4). Ciò non significa ancora, in Giobbe, un riconoscimento della giustizia di Dio, che “giustificherebbe”, così, anche gli eventi negativi della sua vita. Piuttosto, quello di Giobbe è un lamento, ancora enfaticamente “contro” Dio, piuttosto che non “per” Dio. Giobbe infatti vuole insinuare che Dio abusi della sua potenza ed essendo invincibile, non gli si possa nemmeno tributare – al modo di un processo – nulla di negativo o di responsabile. Come uno che alla fine ha sempre ragione lui, Dio è qui per Giobbe ancora soltanto uno “da non potersi indagare” (Gb 9,10), uno che, “se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?” (Gb 9,12). Giobbe si limita, come molti uomini contemporanei, a una conoscenza soltanto “formale”, “giustizialista” di Dio, priva di ciò che invece è l’essenza stessa di Dio, cioè l’amore: “Se anche avessi ragione, non risponderei” – dice rassegnato Giobbe (cf. Gb 9,15) – poiché “se si tratta di giustizia, chi potrà citarlo?” (cf. Gb 9,19).
Questa “conoscenza” di Dio che Giobbe possiede sino a questo momento della sua vita, è in realtà una totale incomprensione di Dio stesso – comune anche a molti uomini contemporanei, poiché fondata esclusivamente sul timore di Dio, nel senso più rigoroso del termine, e niente affatto sulla fede – che è pure conoscenza – nella sua infinita misericordia. Ciò condiziona inevitabilmente in negativo l’esistenza di Giobbe, così come quella di molte persone del tempo attuale, poiché subentra nocivo, nell’anima, lo spirito di disperazione, sino all’estrema esclamazione di chi tutto rinnega di se stesso: “Detesto la mia vita!” (Gb 9,21). Un “Dio” concepito solo secondo la prospettiva dell’onnipotenza, è un Dio che usa imparzialità colpevole, secondo Giobbe – e secondo molta gente contemporanea a noi – tra il giusto e il cattivo, “tra l’innocente e il reo” (cf. Gb 9,22). Ciò implica che nel soggetto si crea una mancanza di autovalutazione possibile di se stesso, poiché la filosofia di chi intende Dio soltanto come Colui che non è “un uomo pari come me, che io possa rispondergli: Presentiamoci alla pari in giudizio” (cf. Gb 9,32), conduce il sé umano a una rinuncia previa a misurare i propri atti, convinto che alla fine è sempre il giudizio divino che ne schiaccia i verdetti: “Non c’è fra noi due un arbitro, che ponga la mano su noi due” (Gb 9,33).
Questa incomprensione di Dio svilisce la fede autentica in molti uomini del tempo presente: non conoscendo la misericordia di Dio, ogni battaglia esistenziale è previamente persa dinanzi a lui, sino alla sconfortante esclamazione: “Stanco io sono della mia vita!” (Gb 10,1).
Ciò impedisce a Giobbe, che diviene figura di tante persone che non conoscono Dio, di vedere Dio stesso che passa e che interviene misericordioso e lucente nella vita di ogni uomo. L’idea che dopo aver creato l’uomo, ora Dio voglia distruggerlo (cf. Gb 10,8) – anche l’uomo con un cuore integro – è tipica in chi non riconosce l’amore di Dio come misura egemone del suo agire nel creato. Qui occorre davvero accostarsi alla speranza che Gesù – di cui Giobbe è solo relativamente un prefiguratore – ci trasmette non solo con l’efficacia misericordiosa della sua Parola, ma anche con quella carnale e sacrificale del suo amore: dinanzi a Gesù, ogni misconoscenza di Dio – se non è volontaria – cade dinanzi all’evidenza del Dio-Amore. Amen.
***Francesco G. Silletta
